“Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti.” (2Cor 1, 9).

Il pensiero corre naturalmente a tutti coloro che a vario titolo hanno avuto su di sé una “sentenza di morte“: da chi è sfruttato a chi è vittima della guerra, della persecuzione, della disumanità, a coloro che hanno veramente una pena capitale che con opprimente inesorabilità si avvicina senza alcuna via di uscita, a tutti quelli che sono malati e nella loro quotidianità hanno conosciuto l’irrompere e l’avvicinarsi della morte.

Al di là dell’umano sentimento di angoscia possa veramente ogni situazione – propria o di cui si viene a conoscenza – insegnare “a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti“, l’unico vero senso che può illuminare il mistero dell’esistenza.

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