Andrea Amici

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Category: Attualità (Page 1 of 4)

ECM in streaming

Crolla uno degli ultimi baluardi contro le piattaforme di streaming musicale: da oggi il prezioso catalogo ECM è disponibile sulle principali piattaforme quali Spotify e Apple Music, segno evidente del profondo cambiamento delle abitudini di ascolto a livello mondiale.

La casa discografica, fondata nel 1969 da Manfred Eicher a Monaco di Baviera, era riuscita a stare finora in qualche modo ostinatamente fuori dalla grande distribuzione in streaming online, privando di fatto gli utenti di questi servizi di una grossa e importante fetta della storia dell’incisione musicale.

Keith Jarrett e Charlie Haden - Last Dance su Spotify

Per chi non la conoscesse, infatti, la Editions of Contemporary Music (ECM) nella sua quasi cinquantenaria esistenza, ha sfornato dischi di altissimo pregio, musicale ma anche tecnico: seguendo il motto “the Most Beautiful Sound Next to Silence“, sin dall’album di esordio (Free at Last del pianista Mal Waldron) la casa tedesca si è fatta non solo promotrice di qualità artistica nella scelta ragionata di quale musica incidere, ma anche di un’esperienza profonda di ascolto, tenendosi lontana dagli aspetti più commerciali e curando in particolare la qualità del suono, la continuità dell’ascolto in una sequenza ben definita di brani nell’arco dell’intero album, fino alla preziosa veste grafica delle copertine.

Arvo Pärt: The Deer's Cry

La copertina dell’album The Deer’s Cry con musiche di Arvo Pärt

Una linea di eccellenza, quindi, che si è consolidata nel tempo attraverso nomi quali Paul Bley, Jan Gabarek, Pat Metheny e Lyle Mays, Chick Corea e, per citare uno degli esempi che maggiormente coincidono artisticamente con la linea della casa discografica, Keith Jarrett, che nelle sue incisioni per questa etichetta spazia dal jazz alla classica passando per i suoi lunghi ed elaborati “soli” che incrociano con grande disinvoltura e agilità mondi e stili diversi, tenuti insieme dal denominatore comune del suo almeno apparente disinvolto e istintivo approccio con la musica.

E proprio muovendo dal jazz, l’etichetta di Eicher ha poi col tempo allargato i propri confini toccando la world music e quindi, con la creazione della ECM New Series, alcuni aspetti della musica classica antica e contemporanea, sia con gli esperimenti di Jarrett, cui abbiamo fatto menzione prima, sia con incisioni di Tallis e Gesualdo da Venosa, affiancate da Steve Reich, John Adams e soprattutto Arvo Pärt che diviene sicuramente il compositore di punta dell’intera produzione della nuova ECM.

Quali siano le ragioni di questa svolta è ovvio intuirlo: è un segno dei tempi, dicevamo al principio; l’asse delle abitudini di ascolto si è ormai spostato verso il web e il disco, in CD o, per i nostalgici, il redivivo vecchio vinile, è sempre più un prodotto di nicchia, destinato a decrescere sempre più, fino a giungere forse a un vero e proprio tramonto. Ma per l’ECM, se da un lato si perde l’obiettivo di un ascolto concentrato sull’esperienza continuativa dell’album e – a loro modo di vedere – anche l’aspetto qualitativo del suono, è pur vero che questo sbarco sullo streaming online consente a un potenziale enorme pubblico l’accesso a un importante capitolo della storia della musica nel suo nuovo intreccio con la registrazione.

Ma sarà poi realmente vero che il motto e la mission di Eicher vengano in qualche modo tradite dall’ascolto online? È in realtà a mio avviso solo una questione di educazione all’ascolto, perché la stessa indifferenza nei confronti della musica che scorre nel tempo può verificarsi comunque, sia attraverso gli auricolari collegati a uno smartphone sia in un comodo salotto che sembra, con la sua atmosfera, avere tutte le caratteristiche per favorire la concentrazione. La differenza sta nell’atteggiamento del singolo, non nel medium che può anche essere ininfluente: per questo vedo sempre con molto sospetto tutti gli estremismi, in un senso e nell’altro, tra i fautori di mezzi tradizionali e innovatori: la tecnologia porta grandi vantaggi a patto di un utilizzo che non sfoci nella passività, che, ahimè, in una grande fetta della popolazione ormai ha preso il sopravvento mascherata da una potenziale ma del tutto inesistente onnipotenza e onnipresenza.

Con grande soddisfazione apriamo quindi Spotify, o il nostro servizio preferito, e immergiamo la mente in un ascolto di grande qualità, ricordando che siamo di fronte a una grande opportunità, quella di avere, in generale, in mano degli strumenti che permettono di aprire mondi di conoscenza spesso inaspettati, che vanno assaporati con gusto e autocoscienza.

Il comunicato stampa con cui la ECM annuncia la distribuzione in streaming:
https://www.ecmrecords.com/public/docs/ECM_and_Streaming.pdf

Un’orchestra russa fra le rovine di Palmira

Ho letto con interesse, ma non senza alcune perplessità, la notizia del concerto che l’Orchestra Sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha tenuto il 6 maggio scorso nell’antico anfiteatro romano di Palmira, la città della Siria centrale che è stata protagonista della furia distruttiva e omicida dell’Isis e che il mese scorso è stata conquistata dall’esercito di Assad, con il decisivo intervento delle forze russe. Fra queste splendide testimonianze del passato passaggio dei Romani, lo ricordiamo, i terroristi del “Califfo nero” hanno perpetrato terribili delitti poi trasmessi in tutto il mondo e lo stesso patrimonio archeologico, magnifico nella sua conservazione, è stato più volte deturpato con sistematicità. 


Protagonista del concerto, fra le comprensibili imponenti misure di sicurezza, dovute anche al fatto che a pochissima distanza dal sito ancora si combatte e imperversano i bombardamenti, il maestro russo Valery Gergiev, grande direttore d’orchestra di indiscusso valore artistico, nonché grande amico e sostenitore di Vladimir Putin, non nuovo a queste manifestazioni culturali a ridosso di eventi di guerra. 

Proprio lo stesso presidente è apparso su un grande schermo, davanti al pubblico composto prevalentemente da soldati russi, civili siriani, rappresentanti di alcuni governi, tra i quali Francia, Serbia, Perù e Siria, e dell’UNESCO e alla presenza del ministro della cultura russo. 

Putin ha espresso la propria gratitudine nei confronti di coloro che si impegnano attivamente nella lotta contro il terrorismo e ha salutato questo concerto, intitolato “Preghiera per Palmira. La musica dà vita alle antiche mura“, come un «un simbolo di gratitudine, memoria e speranza». 

A ulteriore conferma del marchio esclusivo di questo concerto, il programma, anch’esso quasi interamente russo, con musiche di Bach, Shchedrin e Prokofiev. 

Poco da eccepire da un punto di vista formale, per questo segno di riconquista di un prezioso luogo simbolo della cultura e della storia affermato tramite il concerto, ma molte sono le perplessità dal punto di vista della sostanza. 

Che il concerto si configuri come un simbolo auto celebrativo della “Grande Madre Russia” appare innegabile, del tutto simile del resto a eventi simili del passato. Confermato dalla diretta televisiva dell’emittente di stato di Mosca che ha diffuso le immagini del concerto alternandole con quelle delle truppe militari russe impegnate attivamente a sostegno della liberazione di Palmira. Ricorda le operazioni “culturali” come l’Ouverture 1812 di Čaikovsky o Alexander Nevskij, il film del 1938 di Ejzenštein con musiche di Prokofiev, che però appartengono a un passato che al giorno d’oggi forse avremmo voluto superato. 

La musica quindi è stata di fatto spogliata del suo profondo significato di linguaggio universale simbolo di fratellanza fra popoli e culture diverse, di pace e armonia nella bellezza, per ridursi a strumento di propaganda di un’operazione, fra l’altro, sulla quale si addensano pesanti nubi e responsabilità più o meno occulte della nazione organizzatrice ma anche di tutta la comunità internazionale. 

La questione infatti non è tanto la matrice russa di questo evento, quanto l’evento in sé, concepito in maniera unilaterale, propagandistico, parziale, perché non decisivo e soprattutto, ripeto, in un clima tutt’altro che chiaro per quanto concerne le responsabilità internazionali. 

La condanna ferma del terrorismo e l’impegno del mondo della cultura devono sicuramente prendere le distanze da qualsivoglia intento di auto celebrazione nazionalistica e quindi operare a un livello sovranazionale ed esprimere chiaramente un ideale universale tramite un linguaggio anch’esso universale e così da tutti espresso e recepito. Diversamente, pur nella validità dell’esito artistico, si ricondurrà il tutto a una insanabile frattura che in questo caso porta alla perplessità e poi all’oblio se non alla diffidenza, nel caso invece di un “prodotto” artistico occorre del tempo e una oggettivizzazione per liberarlo da scomode sovrastrutture. 

Ma la modernità, purtroppo, è fatta di immagine, non di ideale, e questo in tutti i campi, nel bene e nel male, e anche fra le “vie di mezzo”, che rasentano l’una e l’altra parte. 

WhatsApp in grassetto 

WhatsAppWhatsApp si è ormai conquistato un ruolo da protagonista nella nostra ordinaria comunicazione, nelle comuni attività private come anche sul lavoro, e non c’è quasi momento della giornata in cui non compaia sul nostro smartphone una nuova notifica di un messaggio privato o di un ennesimo gruppo del quale spesso anche nostro malgrado siamo membri, grazie allo zelo di qualche nostro contatto.
Saranno pure effetti della dipendenza da social dei nostri tempi, sicuramente da tenere sotto controllo, ma in ogni caso il mezzo fa ormai parte della nostra storia e della nostra società, quindi l’atteggiamento migliore è forse quello di un uso consapevole, più che di un netto rifiuto aprioristico dietro il quale magari spesso si cela un uso clandestino, e sempre un atteggiamento che riesca a dominare e non a farsi dominare dal mezzo, che va considerato, appunto, per ciò che esso è: un medium.

Tralasciando queste considerazioni preliminari, che come spesso mi accade prendono la mano, passiamo alle ultime novità che vengono offerte all’utente con le nuove versioni per iOS e per Android

Con l’ultimo aggiornamento è possibile arricchire la chat con la formattazione del testo, utilizzando gli stili grassetto, corsivo e barrato, proprio come si è abituati a fare nelle applicazioni di videoscrittura.

Niente sembra modificato nell’interfaccia, e infatti a prima vista non si comprende bene come utilizzare queste nuove possibilità. La formattazione del testo infatti si ottiene adoperando all’interno della chat dei marcatori, proprio come si farebbe con il linguaggio HTML, e non agendo, come ci si sarebbe aspettati, tramite dei pulsanti.
I marcatori da utilizzare sono:

  • l’underscore ( _ ) per il corsivo
  • l’asterisco ( * ) per il grassetto
  • la tilde ( ~ ) per il barrato

I simboli ovviamente devono essere inseriti prima e dopo la parola o frase che si vuole decorare e i marcatori possono essere utilizzati anche in combinazione, per unire stili diversi. 

Non è sicuramente la modalità più intuitiva e rapida per arricchire la formattazione, tuttavia, prendendoci un po’ la mano, può essere utile e gradevole da utilizzare.

miniatura circus polka

In pensione gli elefanti del Circo Barnum, con una fetta di storia della musica

elefanti del circo Barnum

L’ultima apparizione in pubblico degli elefanti del circo Barnum (foto ANSA)

L’Ansa riporta la notizia dell’ultimo spettacolo con protagonisti gli elefanti del Circo Barnum, un numero storico della compagnia americana Ringling Bros. and Barnum & Bailey Circus, che intorno al 1906 acquisì il Barnum & Bailey “Greatest Show on Earth”.Il pubblico ormai non mostra più di apprezzare i numeri con gli animali; un tempo gli spettacoli circensi erano forse gli unici modi per apprezzare realmente esemplari rari ed esotici, diversamente visibili solo attraverso illustrazioni. Ai tempi d’oggi invece prima la televisione e ora Internet danno la possibilità di conoscere come sono realmente tutte le specie animali, e poco importa se non dal vivo, abituati come siamo ormai al “virtuale”.

Inoltre la diffusa sensibilità animalista ha giustamente sollevato parecchi dubbi non solo sulla liceità dell’esibizione degli animali in atteggiamenti che esulano dal loro normale comportamento, ma anche sui mezzi utilizzati per forzare l’esecuzione di tali atteggiamenti.

Il circo Barnum quindi, vista anche la proibizione da parte di vari comuni americani dell’uso di alcuni strumenti specifici per l’addestramento dei pachidermi, ha mandato in scena per l’ultima volta i suoi sei elefanti asiatici e con un ultimo giro di pista, al suono dell’inno americano, li ha collocati in pensione e destinati a un nobile scopo di ricerca contro il cancro, in una location a loro più adatta. Pare infatti che il patrimonio genetico degli elefanti contenga elementi particolarmente interessanti per supportare la lotta contro il cancro.

I famosi pachidermi del circo Barnum sono stati però anche protagonisti di un’importante pagina della storia della musica.

Igor Stravinsky (fonte Wikipedia)

Igor Stravinsky (fonte Wikipedia)

Per essi infatti Igor Stravinsky scrisse la Circus Polka, un breve e interessante brano che fu presentato al pubblico del Madison Square Garden il 9 aprile del 1942.

La Polka, “per un giovane elefante”, come recita il sottotitolo, ha una divertente storia alle spalle. George Balanchine, il grande coreografo amico di vecchia data di Igor Stravinsky, raggiunse il compositore al telefono per fare da intermediario nella commissione di un brano destinato a un numero circense, il cui protagonista era il giovane elefante Modoc, stella del circo Barnum, che portava in groppa Vera Zorina, la ballerina allora moglie di Balanchine; al numero prendevano parte anche altri quarantanove elefanti in tutù e altrettante ballerine.

Pare che al telefono Stravinsky, con la sua proverbiale prontezza di spirito e ironia, avendo sentito che il pezzo era destinato a degli elefanti, avrebbe accettato solo dopo essersi assicurato che si trattasse di giovani elefanti.

Il risultato è un brano di eccellente fattura, di grande ironia e originalità, con tutti i tratti tipici del linguaggio stravinskiano.

Con una densità strumentale propria dello Stravinsky neoclassico, la Polka è molto vicina allo spirito di Petrushka ed è caratterizzata, come sempre nel compositore russo, da un continuo e sapiente spostamento di metro, accentuato dall’agrodolce delle dissonanze armoniche, elementi che forse avranno non poco disorientato gli elefanti ma che fanno di questo brano uno degli importanti capolavori in miniatura di Stravinsky.

Si tratta ovviamente di una stilizzazione della danza, non certo di una vera e propria polka, la cui struttura ritmica è appunto sempre contraddetta dai procedimenti tipicamente stravinskiani cui si alludeva poc’anzi. Quando il ritmo si avvia, verso la fine del brano, a una maggiore “stabilità” il compositore presenta una sonora citazione della Marcia militare in re maggiore D733 di Franz Schubert.

La prima pagina della Circus Polka

La prima pagina della Circus Polka

La Circus Polka è un brano estremamente interessante, di difficile esegesi e collocazione. Il compositore, come riferisce Charles Joseph, l’avrebbe definita una satira simile alle pitture di Toulouse-Lautrec, mentre Roman Vlad la spoglia da qualunque intento caricaturale e satirico, notando come con questo brano l’ironia di Stravinsky da acida si sia fatta affettuosa; ciò che resta, appunto, è questo enigmatico “capolavoro in miniatura”, è la capacità sempre nuova di Stravinsky di “stare al gioco”, per dirla con Andrée Boucourechliev, e presentare con questo brano “la natura archetipa della musica da circo”.

Alla prima il brano fu presentato in un arrangiamento realizzato da David Raksin per la formazione che accompagnava gli spettacoli, ma ben presto il compositore presentò la “sua” versione, a Boston, e da allora il brano ha conosciuto un buon successo, anche se, purtroppo, spesso dello sterminato catalogo stravinskiano ciò che si ascolta e si incide è ben poca parte.

Buona fortuna quindi agli elefanti del circo Barnum, eredi inconsapevoli di un riflesso del genio stravinskiano.

Ennio Morricone Oscar per la miglior colonna sonora

Finalmente Ennio Morricone conquista il suo primo Oscar per la miglior colonna sonora, con la partitura scritta per il film di Quentin Tarantino “The Hateful Eight“, dopo cinque nomination e una statuetta alla carriera del 2007.

Un riconoscimento meritatissimo, non solo per lo spessore del compositore, ma anche per l’eccellente lavoro in questione, una colonna sonora di fortissimo impatto emotivo, oscura nelle tinte timbriche e nelle atmosfere, dall’eccellente orchestrazione, con nessuna concessione alle “mode” del momento, anzi con punte di sperimentalismo in perfetto stile “morriconiano”.

Morricone, visibilmente commosso, ha ritirato la prestigiosa statuetta dalle mani di Quincy Jones, ha tenuto il suo breve discorso di ringraziamento in italiano, tradotto dal figlio che lo ha accompagnato, salutando anche il grande “stimato” collega John Williams, e ha dedicato il suo premio alla moglie che lo ha seguito in tutti questi anni.

All’oscar del Maestro dedico questo estratto dal mio medley “My Favourite Morricone II”, da me arrangiato, orchestrato e realizzato con strumenti virtuali.

La stupida ironia del web

Che pena scorrere la fiera dell’insulso nei commenti dei social network all’annuncio odierno della NASA riguardante la scoperta di un pianeta più anziano e più grande della terra, ma situato in una zona “abitabile”, ancorché ovviamente lontano 1400 anni luce da noi.
Che pena considerare lo svilimento dell’uso di una risorsa come Internet e lo stesso social network, che in ultima analisi coincide con lo svilimento dell’odierna coscienza.
Grazie a Internet è possibile fruire in tempo reale di una grande scoperta scientifica; grazie all’ingegno umano è possibile scrutare nelle profondità dello spazio, mantenendo forse lo stesso stupore dei nostri antenati che sognavano volgendo lo sguardo alla volta del cielo; grazie allo spirito di ricerca è possibile guardare a un mondo simile al nostro e studiarne le caratteristiche per una comparazione con il nostro, ormai quasi irrimediabilmente compromesso ambiente; grazie alla coscienza della enormità di quanto ci circonda e che ora sempre di più osserviamo, forse possiamo recuperare un senso di gratitudine per il miracolo di questo mondo che abitiamo, contemplandone un altro.
E cosa scrivono invece gli italiani? Una serie di stupidaggini, di pessimo gusto e di basso rilievo, con banalità, insulti alla classe politica verso la quale si sa solo esprimere freddure ma non certo alternative concrete proposte, in un clima in cui tale commentatore del social network è sempre più facile preda del populismo e del luogo comune.
Per parte mia continuerò, ora più che mai, a guardare in alto nel cielo, sognando, con un fondo lontano di realtà, un altro spazio in un altro tempo, mentre ritornano in mente le parole del Salmo: I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Tutte le informazioni sull’importante scoperta sul sito della NASA:

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-kepler-mission-discovers-bigger-older-cousin-to-earth

 

Il giorno dei due Papi santi

FC papi santi

La cerimonia di canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (foto Famiglia Cristiana)

« Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa! »
Avevo solo sei anni, ma lo ricordo ancora perfettamente, quando lo vidi in televisione e sentii queste parole, dopo l’entusiasmo della prima bellissima impressione all’apparizione sulla loggia la sera del 16 ottobre 1978 e quel “Se mi sbaglio, mi corigerete” che conquistò immediatamente tutti.
E Giovanni Paolo II è diventato ben presto uno di famiglia: grandissimo comunicatore, acquisì subito un posto centrale e grazie alla televisione lo abbiamo sentito tutti sempre vicino e presente. Sono cresciuto con questo Papa: ero un bambino quando fu eletto, marito e papà quando morì; tutta la mia formazione cristiana e una gran parte della mia vita lo hanno visto presente.
Ricordo quando una volta a Roma un poliziotto mi portò, ragazzino, vicino al Papa a Piazza San Pietro, quando ancora gli era possibile intrattenersi vicino alla gente, senza automobile blindata e quando altre volte lo vidi – più da lontano – a Messina e a Reggio Calabria. Ricordo poi l’impressione dei tantissimi viaggi intorno al mondo e infine la malattia che poco a poco lo ha logorato, ma che per lui e per tutti è stata motivo di grande e fortissima testimonianza.
Col tempo che passa e la maturità, è possibile però leggere, conoscere, approfondire il pensiero e la spiritualità di questo grande Papa santo e così, quanto prima per la mia giovane età era solo intuito, oggi diviene una salda certezza, la certezza di aver visto con i miei occhi una figura fondamentale e impareggiabile, di una grandezza veramente incommensurabile.
Accanto a Giovanni Paolo II oggi viene proclamato santo anche Giovanni XXIII, conosciuto prima dai racconti dei miei genitori, poi dai documenti che ho letto e visto, e vengono proclamati santi da un Papa che ricorda molti tratti dei suoi predecessori, che in un certo qual modo ne è figlio e che anch’egli, dopo appena un anno di pontificato, è già nel cuore di tutti ma soprattutto sta già dando tanto alla Chiesa e al mondo contemporaneo: il Papa argentino del ventunesimo secolo, oggi a Piazza San Pietro all’ombra dei due grandi e santi Papi del ventesimo secolo e alla presenza della grandezza ora nascosta del Papa teologo, è il segno tangibile, per i credenti, della virtù teologale della speranza, della presenza nella storia dell’azione dello Spirito che porta avanti il suo progetto di salvezza aperto a tutta l’umanità e che incita a “non avere paura” purché si aprano fiduciosamente e con abbandono le porte del proprio cuore a Cristo, lasciandosi da lui guidare, come hanno saputo fare i due grandi Papi che oggi la Chiesa ci offre come modello di santità

 

twitter andrea amici

I profili di Twitter si aggiornano e i social network si assimilano fra loro

I profili su Twitter si aggiornano e i social network continuano a somigliarsi sempre di più fra loro. In principio erano Facebook e Twitter, due piattaforme diverse, come caratteristiche e forse anche target di utenza; poi venne Google+, che, facendo tesoro dei punti di forza dell’uno e dell’altro, propose il suo social con un’interfaccia più innovativa, racchiudendo condivisioni, tag e quant’altro, ma soprattutto integrazione con i tanti servizi già offerti da Google, non ottenendo però un così grande successo.

A loro volta, Facebook e Twitter non rimangono con le mani in mano, anzi cercano sempre di più di recuperare e mantenere la propria posizione di predominio; ecco quindi apparire su Facebook gli hashtag, le etichette tipiche di Twitter, contrassegnate dal caratteristico cancelletto(#), capaci di raggruppare i post pubblici istantaneamente per argomento. E adesso anche Twitter strizza l’occhio a Facebook (e a Google+), con la possibilità per l’utente di migrare alla nuova interfaccia grafica del profilo personale, con tanto di immagine di copertina e un look and feel simile agli altri social network.

A questo punto appare sempre più chiaro che è solo questione di una replica di funzioni fra le tre maggiori piattaforme, senza in realtà particolari peculiarità, se non appunto alcune minime differenze forse ignote e indistinguibili alla maggior parte degli utilizzatori, e l’utente corre per essere presente sempre di più sulla rete e in contatto virtuale forse con le medesime persone che ritrova – con la replica dei medesimi contenuti – su tutti i social network. Paradossi dell’incomunicabilità moderna…

 

Alle prese con l'Invalsi…

La recente disastrosa avventura della correzione delle prove nazionali INVALSI svoltesi nell’ambito dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo hanno portato alla ribalta nazionale l’evidente inadeguatezza dei mezzi dell’Istituto Nazionale per la Valutazione e anche l’incuria per il lavoro e la dignità dei docenti, caricati di un peso inutile e anche aggravato da errori materiali francamente inammissibili. Il quotidiano La Sicilia, nell’edizione del 23 giugno, ha riportato parte di un mio intervento riguardo le disavventure e i disagi che tutti i docenti abbiamo vissuto nei giorni scorsi (leggi online la pagina). Pubblico qui tutta la storia che fra l’altro ha un finale assolutamente grottesco, con la speranza che, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica, tante proteste riescano in un certo qual modo a far rivedere al Ministero le sue posizioni riguardo queste prove e le procedure a esse connesse.

La prova nazionale dell’INVALSI che si svolge all’interno dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo è una sorta di spettro che incombe innanzi tutto sugli alunni i quali da qualche anno a questa parte, nel corso del loro esame, si trovano a dover fronteggiare qualcosa di misterioso, propinato da un’entità percepita come lontana e oscura, soprattutto perché spesso inconsapevole e incurante delle diverse realtà scolastiche territoriali enormemente diversificate nel panorama del disequilibrio e del divario interregionale e addirittura all’interno della stessa città. Ma la prova nazionale è uno scoglio anche per i docenti che si trovano di fronte quanto meno a una giornata molto impegnativa e a dismisura più lunga della normalità.
Infatti oltre alla somministrazione delle prove, a seguito di procedure di apertura e consegna del materiale degne forse dei più imponenti segreti militari, i docenti hanno il compito di trascrivere le risposte dai questionari degli alunni su appositi moduli cartacei, nel contempo valutando la correttezza di gran parte dei quesiti.
Nonostante ci troviamo ormai in questo primo avanzato scorcio del XXI secolo, all’INVALSI non sono ancora pronti a fare il grande passo dell’abbandono del cartaceo, che rimane sotto forma delle suddette schede di registrazione degli esiti, ma quanto meno si è prevista l’assistenza del mezzo informatico: assieme alla griglia di correzione da scaricare, stampare e utilizzare (che per inciso già era in alcune parti sbagliata al momento della sua prima pubblicazione online, costringendo così l’Istituto Nazionale a una prima tempestiva e-mail di rettifica) era disponibile per il download anche un utile strumento di automazione per il calcolo del voto in base alla rilevazione delle risposte, cosa questa doppiamente utile non solo per venire incontro alle difficoltà dovute al dettagliato calcolo dei valori e dei range, ma soprattutto perché, lo ricordiamo, la prova nazionale ormai è entrata a tutti gli effetti nella valutazione finale dell’esame, partecipando quindi all’attribuzione del voto conclusivo, calcolato secondo una rigorosa, ancorché discutibile, media aritmetica.
Personalmente, poiché utilizzo abbondantemente nella mia attività didattica i fogli di calcolo per automatizzare i processi di valutazione (almeno per quanto riguarda un primo screening dei risultati), ho salutato con entusiasmo la presenza di un file Excel con tanto di macro che avrebbe portato a uno snellimento del lavoro e come me, penso, tanti altri miei colleghi.
Sarebbe bastato quindi inserire le risposte degli alunni (ahimè già trascritte comunque sul buon vecchio e duro a morire supporto cartaceo) per ottenere alla pressione di un pulsante il calcolo del voto finale da attribuire alla prova.
Sarei stato anche disposto a passare sopra al problema dell’assoluta inoperatività del foglio di calcolo con il diffusissimo pacchetto OpenOffice, nonostante io sia un sostenitore del software open-source, ma lo snellimento del lavoro si prospettava realmente notevole.
I condizionali fin qui usati, purtroppo, sono stati d’obbligo, come si suol dire: terminato nel tardo pomeriggio dello stesso giorno della prova il pur comunque estenuante e faticoso lavoro di trascrizione cartacea, verifica e inserimento dei dati al computer, ecco questa mattina la classica “doccia fredda” dall’amaro sapore di una beffa: in una mail spedita alle ore 20:11 del giorno 20 l’INVALSI comunicava che il foglio di calcolo era banalmente sbagliato nella sua programmazione e quindi chi come me si era affidato fiduciosamente alla correzione “computer-aided” era destinato a rivedere praticamente tutte le prove per quanto riguardava due quesiti di matematica e tutti gli elaborati che avessero riportato un risultato inferiore o uguale a venti punti nella prova di italiano. Per la mia classe si è trattato di ben dodici elaborati su sedici, per gli altri, nella scuola in cui lavoro, almeno di una media di un 25% di elaborati. Nella mail si davano pertanto precise istruzioni: ricalcolare il punteggio scaricando una nuova “maschera” dal sito dell’Istituto.
Oltre quindi al controllo della correttezza di due quesiti di matematica si è dovuto procedere al reinserimento da zero dei dati di un gran numero di alunni, onde ottenere il giusto risultato, il tutto fra le proteste generali, il malcontento, la necessità di fare costante appello, per sedare gli animi dei più rivoltosi e riottosi, al senso di professionalità di ciascun docente, ma soprattutto ribadendo la necessità di non penalizzare gli alunni con una votazione sbagliata e ingiusta proprio nell’ultimo momento di questo loro percorso formativo.
Tra le tempeste, comunque, la nave, dopo un’altra mattinata di lavoro e il conseguente ritardo delle seguenti procedure d’esame, alla fine è arrivata in porto, fatte salve eventuali altre novità che dovessero ancora arrivare.
Anche solo a questo punto arrivati, mi si permetta però di dire che era stato fin troppo facile da parte dell’INVALSI chiudere una mail con delle scuse, come ha fatto il responsabile della prova nazionale in una nota inviata alle scuole per posta elettronica, era fin troppo facile sperimentare forse con una certa superficialità sul lavoro dei docenti e sulla valutazione degli studenti: quanto accaduto, anche senza considerare gli ulteriori sviluppi che la faccenda avrebbe avuto di lì a poco, sarebbe sufficiente per aprire un momento di ampia riflessione sulla effettiva serietà della preparazione degli strumenti operativi da parte dell’INVALSI, su quanto ci sia di semplice apparenza e quanta invece sia la reale sostanza di quello che si sta realizzando e soprattutto una ben più ampia riflessione sulla necessità della revisione dei canoni reali di rispetto del lavoro dei docenti, obbligati a un dispendio di energie assolutamente sproporzionato e vessati, come in questo caso, da banali errori che rischiano di compromettere alla fine il clima di serenità e di impegno necessari in una tappa sicuramente fondamentale della crescita degli alunni.
Fin qui la storia che sicuramente la maggior parte ormai conosce, ma l’avventura non era finita, perché alle 15:34 del 21 giugno, quando cioè finalmente, almeno nella mia scuola, si era concluso il lavoro di reinserimento, ricalcolo e confronto con la valutazione precedente (che comunque in molti casi non era sbagliata per quanto concerne il voto finale), ecco l’ennesima mail dell’INVALSI: in allegato un file zip con dentro un nuovo file Excel e un file di istruzioni, con preghiera di “avvalersi di una persona mediamente esperta nell’uso del computer“; seguendo la guida fornita in PDF, nel giro di massimo tre minuti, è bastato aprire il primo file, quello realizzato con il foglio di calcolo sbagliato, contemporaneamente a questo nuovo file ricevuto per email per avere, con un colpo di bacchetta magica, il tutto sistemato, senza dover reinserire niente manualmente e per giunta con evidenziati i risultati finali che hanno avuto variazioni di voto a seguito della procedura di ricalcolo con correzione automatica.
A questo punto, dopo aver speso tante energie, forse sarebbe stato meglio non dire nulla di quest’ultimo sviluppo a tutti coloro che, pur lamentandosi, avevano completato comunque il reinserimento spendendo un’altra mattina di lavoro ignari di questo nuovo strumento che sarebbe
stato rilasciato nel primo pomeriggio, per non scatenare cieche ire nei confronti di un’istituzione come l’INVALSI che già ormai per la classe docente non gode certo di stima, ma l’amore per la verità impone che su tutta la faccenda si faccia la massima e dovuta chiarezza, non potendo far passare sotto silenzio questa ennesima perdita di tempo e di energie, questa nuova beffa di una soluzione all’intoppo totalmente automatica che è arrivata ancora una volta quando ormai tutto il lavoro, o comunque la maggior parte di esso, era stato già per ben due volte portato a termine, una soluzione che invece, se fornita in tempo, avrebbe evitato un ulteriore aggravio di impegno.
Se proprio quindi si pensa che sia così necessaria la presenza di questa prova nazionale all’interno dell’esame di stato, almeno per tempo si pensi di preparare con cura tutte le procedure e soprattutto si pensi a un’adeguata ed equa ripartizione del carico di lavoro, in modo che non sia sproporzionatamente sbilanciato sulle spalle dei docenti.
Prof. Andrea Amici

Io vado a votare, passaparola!

Io vado a votare
Musica & Multimedia non è un sito dedicato alla politica, né tanto meno una testata giornalistica o qualcosa di simile, ma semplicemente un sito personale, nel quale si parla di arte, di musica, e si fa anche un implicito riferimento al collegamento fra l’espressione artistica e le nuove tecnologie.
Ho deciso comunque, da libero cittadino di un paese libero, di condividere temporaneamente sul mio blog il logo dell’iniziativa “io vado a votare, passaparola” perché fermamente convinto dell’utilità teorica e pratica dei quesiti referendari che si pongono al popolo italiano.
Seppure quindi, non manzonianamente, mi ritrovo quattro-cinque lettori, con questi quattro o cinque voglio condividere la mia idea e il mio semplice impegno per fare qualcosa, una piccola goccia che tuttavia influenzerà in qualche modo il futuro.
Prima di tutte una considerazione. Nel mio precedente post di auguri alla Repubblica italiana per il suo sessantacinquesimo compleanno, ho cercato di additare, come peggiore dei mali del nostro stato, la tendenza alla disaffezione all’esercizio della democrazia. Ebbene la prossima chiamata alle urne è sicuramente la forma più alta di partecipazione democratica alla vita pubblica dello stato, poiché si abbandona la rappresentatività e si ha invece l’occasione di vivere in prima persona il proprio impegno civico. E proprio in un momento storico in cui sembra che la rappresentatività sia momentaneamente sospesa, il referendum diviene quindi un momento di altissimo impegno e necessità, creando un vero e proprio imperativo morale che rende tutti gli astensionisti in realtà dei veri e propri assenteisti dal punto di vista civico e sociale.
Secundis l’importanza e la validità dei quesiti. Non stiamo parlando qui, infatti, di piccole scelte, ma di grandi e importanti svolte. La prima ambientalistica, quella sull’energia nucleare: di fronte a chi in maniera subdola cerca soltanto un facile interesse economico e prospetta miracoli senza pensare neanche ai propri eredi, ricordiamo che l’atomo è obsoleto, come tutte le forme di energia che inquinano, petrolio compreso con l’unica differenza di avere un impatto distruttivo minore; ricordiamo che non esiste sicurezza alcuna in nessun impianto, meno che mai in uno stato dove si ha l’abitudine ad aggirare anche le più elementari norme di sicurezza in vista del guadagno; ricordiamo infine che l’Italia è un territorio geologicamente in grave dissesto e sismicamente instabile, dove le forme di energia alternative, come il sole e il vento, sono invece abbondantemente presenti ancorché ignorate.
Occorre quindi una netta presa di posizione e anche un tenere alta la guardia nei confronti di chi sicuramente vorrà eventualmente far rientrare dalla finestra ciò che viene democraticamente fatto uscire dalla porta.
La seconda scelta relativa ai beni primari, in questo caso l’acqua, che devono essere di tutti: non è la presenza del privato che può garantire un elevamento della qualità dei servizi, bensì la moralizzazione dello stato e dei suoi funzionari che ha la capacità di far fruire a tutti in maniera equa e adeguata l’accesso ai beni che sono stati creati per tutti indistintamente.
Infine che dire sul quesito che mette in campo il pronunciamento contro un esempio della legislazione ad personam : qui la risposta viene da sé; si vuole che lo stato italiano proceda sempre meno verso l’equità sociale o si vuole almeno dare un segnale di fiducia nei confronti della giustizia, seppure ribadendo la necessità di un adeguato funzionamento di tutti gli apparati dello stato?
Ci fermiamo qui, ricordando che in queste pagine si parla di arte, ma non esiste arte senza una società e soprattutto non esiste arte in un mondo devastato dall’incuria generale e autodistruttiva di capi che non hanno prospettive.

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