Andrea Amici

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Alexander Desplat vince l’Oscar con The Shape of Water

Una grande sfida agli Oscar 2018 nella sezione colonne sonore con, fra gli altri, tre grandi nomi a contendersi la prestigiosa statuetta: John Williams con Star Wars – The Last Jedi, Hans Zimmer con Dunkyrk e Alexander Desplat con The Shape of Water. A spuntarla è stato proprio quest’ultimo, che si aggiudica così il premio per l’introversa e densa partitura per il film di Guillermo Del Toro.

Alexander Desplat, premio Oscar 2018

Desplat, che ha dedicato il prestigioso riconoscimento in primis alla madre novantenne e allo stesso regista con il quale ha affermato di aver lavorato in perfetta sintonia, non è nuovo all’Oscar, avendone già vinto uno con Grand Hotel Budapest ed essendo stato anche in passato doppiamente nominato nel medesimo anno, caso appartenuto solo a John Williams.

La partitura, di grande finezza, ruota attorno ai poli fondamentali rappresentati dai temi dei due personaggi principali cui la musica dona quella “voce” che nessuno dei due ha fisicamente sulla scena. Da un lato il tema della donna delle pulizie caratterizzato dal fischio dello stesso Desplat, dall’altro quello della creatura anfibia tratteggiato dalla presenza del bandoneòn sudamericano, il tutto immerso in una qualità orchestrale e timbrica che lo stesso autore ha definito “organica” e con un andamento affine al movimento dell’acqua che è lo sfondo e il motivo conduttore di tutto il film.

L’ascolto è particolarmente avvincente e coinvolgente, e la musica è capace di imprimersi stabilmente nella memoria, pur non essendo ovvia; pagine di grande bellezza si susseguono veicolando emozioni profonde, soprattutto nei momenti di maggiore malinconia, dove Desplat con equilibrio riesce a evocare le atmosfere del più intimo Bernard Herrmann; il tutto in generale senza mai cedere alle mode armoniche e timbriche del momento, mantenendo sempre una tipica originalità che fa del compositore francese una via alternativa a tanta musica da film che ormai sembra sempre più indugiare sui luoghi comuni di strade sempre uguali.

Muore a 48 anni Jóhann Jóhannsson

Mentre in Italia imperversa la febbre dell’ultima serata del Festival di Sanremo e i social network, almeno dalle nostre parti, si saturano di immagini e pensieri canori e televisivi, proprio da Facebook, Twitter e Instagram ho appreso con grande sorpresa, verificando con scrupolo le fonti per non incappare nelle ormai più che frequenti fake news, che nella notte del 9 febbraio a Berlino, a soli 48 anni, è morto il compositore islandese Jóhann Jóhannsson, una delle voci più intense e interessanti della nuova via della musica colta che incrocia classica, avanguardia ed elettronica, affacciandosi, con molta originalità, anche alla musica da film, dove Jóhannsson fra l’altro ha vinto il Golden Globe per la colonna sonora de La teoria del tutto, distinguendosi poi anche per l’azzeccatissima ricerca sonora delle musiche per Arrival, film escluso dalla competizione per gli Oscar in quanto contiene, come brano iniziale e conclusivo, “On the Nature of Daylight” di Max Richter, altra voce autorevole di questa nuova tendenza che fa dell’apparente semplicità il suo punto di partenza.
Ho ascoltato spesso il suo Orphée, l’ultimo estremamente ricercato e interessante album uscito nel 2016 per Deutsche Grammophon, una riflessione musicale sul tema del cambiamento, vissuto dal compositore in prima persona nel trasferimento a Berlino assieme alla sua famiglia, sul denominatore comune dell’arte e della bellezza, un lavoro discografico denso di profonda spiritualità.

Una musica, quella di Jóhannsson, che gravita attorno alla concentrazione e al silenzio, fondendo nella strumentazione vecchio e nuovo, orchestra e strumenti classici con mai fini a se stesse elaborazioni elettroniche, sulla base di un ritorno alle funzioni elementari dell’armonia modale e tonale, sulla quale si sviluppano elementi melodici in lenta evoluzione.
Ci auguriamo, unendoci ai sentimenti di gratitudine, stima e amicizia espressi nel tweet della prestigiosa casa discografica tedesca Deutsche Grammophon, che la sua musica continui a sopravvivere ai fragori del caos della quotidianità e a toccare il cuore e la mente degli esseri umani di oggi e domani.

Importante aggiornamento per OneDrive

Con la versione 11 iOS ha fatto un grande balzo in avanti, con tutta una serie di novità e miglioramenti che hanno reso realmente maturo il sistema operativo per i dispositivi mobili della Apple. Non ho un iPhone, ma sul mio iPad le prestazioni e la produttività sono nettamente migliorate.

Fra le novità chiave di iOS 11 c’è sicuramente l’app di sistema File, una sorta di Finder in miniatura del MacOS, con la quale è possibile navigare fra le varie cartelle all’interno del dispositivo e archiviate nei servizi cloud configurati fra le preferenze di sistema. L’integrazione con iCloud della stessa Apple ovviamente era scontata a priori, ma sin da subito altri servizi sono stati supportati all’interno dell’App, consentendo di sfogliare gli elementi presenti, fra gli altri, su Google Drive, Dropbox e Box.

Diverso era il caso del servizio OneDrive, che rimaneva finora accessibile ma in una piccola finestra separata. Con l’ultimo aggiornamento dell’app alla versione 10.1 invece anche il servizio cloud della Microsoft risulta completamente integrato all’interno di File di iOS e quindi in tutte le altre applicazioni che vi hanno accesso per caricare o scaricare documenti.

L’integrazione riguarda anche le annotazioni ed evidenziazioni sui PDF e soprattutto una certa continuità fra la modifica su File e nell’app OneDrive.

Non sono solo queste però le uniche novità; l’app si presenta con una grafica rinnovata, una migliore disposizione degli elementi della vista a elenco, con file e cartelle tutti disposti sulla sinistra e non su più colonne, un funzionamento più efficace degli elementi recenti, la personalizzazione dell’ordinamento semplicemente toccando la riga di intestazione, anteprime più dettagliate e di più tipi di file.

Altra importante novità è il supporto del trascinamento degli elementi: tenendo premuto un file è possibile spostarlo all’interno di una nuova destinazione, ma anche trascinarlo in un’altra app; il trascinamento funziona anche selezionando più elementi.

L’app OneDrive su iOS

OneDrive, che, lo ricordiamo, è un servizio cloud offerto anche in versione gratuita dalla Microsoft, completamente integrato con il pacchetto Office (le cui app sono naturalmente disponibili anche per iOS), è scaricabile gratuitamente dall’App Store all’indirizzo: https://itunes.apple.com/it/app/microsoft-onedrive/id477537958?mt=8 e necessita per funzionare della creazione di un account Microsoft, anch’esso gratuito per la versione base.

The Last Jedi

Il 13 dicembre scorso, primo giorno di uscita in Italia, sono andato a vedere The Last Jedi, il nuovo, ottavo, capitolo della saga di Star Wars. A distanza di qualche giorno leggo, nel mio feed Google e in vari post che rimbalzano sui social, varie recensioni negative apparse anche su testate giornalistiche importanti, mentre, a quanto vedo altrove, vari aggregatori danno alti indici di gradimento.

Devo dire in premessa che a me il film è piaciuto parecchio: l’ho trovato ben fatto, con un ritmo narrativo serrato e ben congegnato nella sua consequenzialità e nella giustapposizione e talora sovrapposizione dei vari filoni della sceneggiatura, con interpretazioni abbastanza convincenti, nei limiti delle possibilità offerte dal genere, e naturalmente strepitoso nella fattura scenica, negli effetti speciali mai fini a se stessi, ma subordinati alle esigenze della narrazione, e, cosa ovvia ma sempre da rilevare anche se si sta parlando di John Williams, unico per quanto riguarda la colonna sonora.

Ho trovato particolarmente interessante la continua elaborazione dei personaggi, mai fissi, nel loro presente, nel loro passato e nelle possibilità future, in ruoli o settori di semplicistica suddivisione fra bene e male (o buoni e cattivi, coraggiosi e codardi…), ma ricchi di evoluzioni che si scoprono anche con gradevoli colpi di scena, seppure, occasionalmente, con qualche, forse inevitabile, semplicismo.

Alcune critiche negative, leggo, provengono da una presunta inadeguatezza di questo nuovo capitolo (da definire, secondo me, piuttosto “libro”) della saga. Tali letture, per proseguire nella medesima metafora, si basano a mio avviso su un assunto alquanto debole: Star Wars è sicuramente una mitologia moderna, con buone intenzioni, ma legata molto ai tempi, o meglio alle epoche della cinematografia, e alle sue esigenze, ma anche ai limiti e alle tendenze proprie del medium in sé; mi pare, infatti, che sia maggiore la speculazione intorno alla saga vista come corpus piuttosto che la vera fruizione di ogni singolo film, che non sempre, né tanto meno considerandone l’interezza, mantiene, per varie ragioni, adeguati livelli, fermo restando il valore per la storia del genere e della cinematografia, e questo pesa sul tentativo di questo film di “uscire dal seminato“, per così dire.

Ribaltando invece il punto di vista e guardando con spirito libero e privo di preconcetti legati al passato che a volte, è vero, come diceva Nathaniel Hawthorne, “giace sul Presente come il corpo morto di un gigante”, si può gustare questo “nuovo” Star Wars come appunto qualcosa di nuovo, che pur riesce a mantenere, rielaborandoli, i contatti col suo stesso passato ma in maniera dialettica, eventualmente anche in discordia, ma sicuramente creativa.

E qui un buon merito va riconosciuto all’approccio coraggioso e intelligente di Rian Johnson, che è riuscito, a mio parere, nell’intento di proporre un’evoluzione delle trame di Guerre Stellari, facendole sue e arricchendole, pur strizzando l’occhio, con equilibrio, a tematiche ed eventi precedenti, riuscendo dove il precedente film, timido (forse un po’ troppo) inizio della nuova trilogia, aveva un po’ fallito, introducendo, sì, nuovi personaggi (ma ciò era inevitabile) con relative tematiche, ma legandosi troppo a una variazione, neanche troppo elaborata, sul tema del passato, riprendendo pedissequamente alcuni elementi narrativi sui quali innestare alcune (poche o non del tutto chiare) cose nuove.

A proposito di equilibri, mi pare giusto rilevare come in questi Ultimi Jedi ci sia un felice bilanciamento di registri: il fondo, com’è giusto, è epico, ma c’è anche molta avventura, un certo fragore, il dramma interiore ed esteriore, senza disegnare qualche attimo di ironia dispensato con sapiente parsimonia onde evitare lo scadere nella parodia ma riuscendo invece, ove necessario, a stemperare vagamente la tensione accumulata, e anche qualche vena di romanticismo che fa capolino fra le pieghe della concitazione del ritmo.

Star Wars the Last Jedi

Riservando ad altri momenti qualche considerazione sulla strepitosa colonna sonora, al netto del successo peraltro annunciato, a mio modo di vedere meritato, c’è da chiedersi quale sarà la strada futura di Star Wars: chiavi di sviluppo ce ne sarebbero tante, ma anche altrettante insidie, prima fra tutte, a mio avviso, il pericolo di una certa possibile deriva, che parrebbe gettare qualche sua embrionale ombra in (per adesso) limitati presagi intravisti in alcune scene, in senso sentimentale che secondo me potrebbe orientare, se non governata con sapienza, in senso semplicistico il promettente progresso narrativo.

Attendiamo gli sviluppi, senza dimenticare il prossimo appuntamento di mezzo che si spera possa essere all’altezza del precedente.

Andrea Amici

17 dicembre 2017

Semplici regole per arricchire l’armonia

Capita di imbattersi su Internet in qualche risorsa che riesce a puntualizzare in maniera efficace alcuni semplici concetti magari già studiati in passato. È il caso di questo video su YouTube relativo all’utilizzo degli accordi al di fuori della tonalità scelta per realizzare delle progressioni più interessanti.

Il concetto di base è riassunto in questa schermata: la progressione armonica può contenere accordi con una o più note al di fuori della scala, ma per essere gradevole deve in generale contenere almeno una nota della scala e soprattutto collegarsi con gli accordi precedenti e successivi attraverso note comuni.

È un concetto abbastanza semplice, che fra l’altro riprende precetti di base dell’armonia tradizionale.

Ecco anche il video completo:

Forse non tutti sanno che…: creare PDF da immagini in iBooks per iPad e iPhone

I dispositivi iOS contengono tutta una serie di strumenti integrati ma spesso nascosti o comunque non immediatamente raggiungibili, tuttavia estremamente utili e versatili.

Può capitare di voler creare un PDF a partire da immagini salvate sul rullino fotografico: per farlo è sufficiente selezionare le foto, quindi, come illustrato in figura, attivare la funzione di condivisione e scegliere l’icona “Salva PDF su iBooks“; a questo punto le immagini verranno unite in un unico file PDF e aperte nell’ applicazione di lettura ebook di serie sui sistemi Apple.

Il passaggio successivo sarà quello di rinominare il file creato, al quale di default viene affidato l’anonimo “senza titolo“. Dallo scaffale di iBooks si passa alla vista elenco, quindi si preme su “Seleziona”; con un semplice Tap sul file da rinominare apparirà la tastiera consentendo così di completare l’operazione.

Il file è così pronto e disponibile in iBooks e su iCloud.

Di seguito un quadro riassuntivo, in stile Pinterest… Altro su www.pinterest.com/profamici

ECM in streaming

Crolla uno degli ultimi baluardi contro le piattaforme di streaming musicale: da oggi il prezioso catalogo ECM è disponibile sulle principali piattaforme quali Spotify e Apple Music, segno evidente del profondo cambiamento delle abitudini di ascolto a livello mondiale.

La casa discografica, fondata nel 1969 da Manfred Eicher a Monaco di Baviera, era riuscita a stare finora in qualche modo ostinatamente fuori dalla grande distribuzione in streaming online, privando di fatto gli utenti di questi servizi di una grossa e importante fetta della storia dell’incisione musicale.

Keith Jarrett e Charlie Haden - Last Dance su Spotify

Per chi non la conoscesse, infatti, la Editions of Contemporary Music (ECM) nella sua quasi cinquantenaria esistenza, ha sfornato dischi di altissimo pregio, musicale ma anche tecnico: seguendo il motto “the Most Beautiful Sound Next to Silence“, sin dall’album di esordio (Free at Last del pianista Mal Waldron) la casa tedesca si è fatta non solo promotrice di qualità artistica nella scelta ragionata di quale musica incidere, ma anche di un’esperienza profonda di ascolto, tenendosi lontana dagli aspetti più commerciali e curando in particolare la qualità del suono, la continuità dell’ascolto in una sequenza ben definita di brani nell’arco dell’intero album, fino alla preziosa veste grafica delle copertine.

Arvo Pärt: The Deer's Cry

La copertina dell’album The Deer’s Cry con musiche di Arvo Pärt

Una linea di eccellenza, quindi, che si è consolidata nel tempo attraverso nomi quali Paul Bley, Jan Gabarek, Pat Metheny e Lyle Mays, Chick Corea e, per citare uno degli esempi che maggiormente coincidono artisticamente con la linea della casa discografica, Keith Jarrett, che nelle sue incisioni per questa etichetta spazia dal jazz alla classica passando per i suoi lunghi ed elaborati “soli” che incrociano con grande disinvoltura e agilità mondi e stili diversi, tenuti insieme dal denominatore comune del suo almeno apparente disinvolto e istintivo approccio con la musica.

E proprio muovendo dal jazz, l’etichetta di Eicher ha poi col tempo allargato i propri confini toccando la world music e quindi, con la creazione della ECM New Series, alcuni aspetti della musica classica antica e contemporanea, sia con gli esperimenti di Jarrett, cui abbiamo fatto menzione prima, sia con incisioni di Tallis e Gesualdo da Venosa, affiancate da Steve Reich, John Adams e soprattutto Arvo Pärt che diviene sicuramente il compositore di punta dell’intera produzione della nuova ECM.

Quali siano le ragioni di questa svolta è ovvio intuirlo: è un segno dei tempi, dicevamo al principio; l’asse delle abitudini di ascolto si è ormai spostato verso il web e il disco, in CD o, per i nostalgici, il redivivo vecchio vinile, è sempre più un prodotto di nicchia, destinato a decrescere sempre più, fino a giungere forse a un vero e proprio tramonto. Ma per l’ECM, se da un lato si perde l’obiettivo di un ascolto concentrato sull’esperienza continuativa dell’album e – a loro modo di vedere – anche l’aspetto qualitativo del suono, è pur vero che questo sbarco sullo streaming online consente a un potenziale enorme pubblico l’accesso a un importante capitolo della storia della musica nel suo nuovo intreccio con la registrazione.

Ma sarà poi realmente vero che il motto e la mission di Eicher vengano in qualche modo tradite dall’ascolto online? È in realtà a mio avviso solo una questione di educazione all’ascolto, perché la stessa indifferenza nei confronti della musica che scorre nel tempo può verificarsi comunque, sia attraverso gli auricolari collegati a uno smartphone sia in un comodo salotto che sembra, con la sua atmosfera, avere tutte le caratteristiche per favorire la concentrazione. La differenza sta nell’atteggiamento del singolo, non nel medium che può anche essere ininfluente: per questo vedo sempre con molto sospetto tutti gli estremismi, in un senso e nell’altro, tra i fautori di mezzi tradizionali e innovatori: la tecnologia porta grandi vantaggi a patto di un utilizzo che non sfoci nella passività, che, ahimè, in una grande fetta della popolazione ormai ha preso il sopravvento mascherata da una potenziale ma del tutto inesistente onnipotenza e onnipresenza.

Con grande soddisfazione apriamo quindi Spotify, o il nostro servizio preferito, e immergiamo la mente in un ascolto di grande qualità, ricordando che siamo di fronte a una grande opportunità, quella di avere, in generale, in mano degli strumenti che permettono di aprire mondi di conoscenza spesso inaspettati, che vanno assaporati con gusto e autocoscienza.

Il comunicato stampa con cui la ECM annuncia la distribuzione in streaming:
https://www.ecmrecords.com/public/docs/ECM_and_Streaming.pdf

Google Assistant

Lo sviluppo di sistemi che consentano l’interazione naturale tramite la voce con i dispositivi elettronici è un mondo in continuo sviluppo che già inizia a far vedere i suoi primi frutti.

Oltre a essere un modo più naturale e affascinante di affiancarsi alla tecnologia, la voce permette di superare notevoli limiti fisici e di evitare anche problematiche di salute legate alla ripetitività dei gesti.

Per qualche giorno ho provato con grande curiosità Google Assistant in inglese, in attesa dello sbarco della versione italiana sul mio Huawei P8, che, visto il corretto funzionamento della versione in lingua originale, è evidentemente pronto per la nuova versione localizzata nella nostra lingua.

Google Assistant

Le prime impressioni sono realmente ottime. Intanto il sistema riesce perfettamente a comprendermi, anche se la mia pronunciation non è certamente delle migliori. Finora nessun problema rilevato e tutte le mie richieste sono state regolarmente decifrate.

La pertinenza delle risposte è stata anch’essa notevole: ci si rivolge all’assistente in maniera ovviamente elementare, ma naturale, potendo praticamente garantire un’esperienza di utilizzo molto fluida e soprattutto gradevole.

Simpaticissimo fra l’altro quando ieri pomeriggio ho detto di avere sonno e l’assistente si è offerto di aiutarmi a contare le pecore, con tanto di verso dell’animale.

Passando a cose più serie, ho apprezzato il controllo superiore sullo smartphone e l’interazione completa con i servizi proprietari di Google e anche con applicazioni di terze parti, per esempio Spotify.

Che dire in conclusione? Si sa già che la versione italiana sarà più limitata, ma il problema maggiore è che già dopo un giorno di utilizzo mi sono abituato a usarlo e farne a meno è una grossa privazione nell’interazione col dispositivo.

Il fatto però che l’Assistant esista in italiano e che sia collegato anche alla vendita del nuovo smartphone Pixel e agli apparecchi per la domotica di Google lascia ben sperare in un continuo miglioramento di questo nuovo e interessante strumento.

Composer's cameos

Quando il compositore diviene attore

Qualche sera fa la Rai ha riproposto un grande classico del cinema italiano d’autore, Ieri oggi domani, uno degli indiscussi capolavori di Vittorio De Sica, che in tre episodi “d’autore” offre, con un’alternanza di atmosfere contrastanti, altrettanti quadri dell’Italia del dopoguerra, affidati alla qualità incomparabile della coppia Mastroianni-Loren ma anche a tutto un contorno che, nelle mani del grande regista, crea un risultato di assoluta eccezione, premiato, fra l’altro, con l’Oscar come miglior film straniero.
La colonna sonora del film è firmata da Armando Trovajoli, uno dei grandi nomi della musica italiana e internazionale della seconda metà del Novecento.

Armando Trovajoli

Armando Trovajoli

Nel secondo episodio del film, Anna, la bella e ricca signora milanese (interpretata da Sofia Loren) che finge un’evasione dall’aridità del suo quotidiano attraverso un tentativo di intraprendere una relazione amorosa con un uomo di più modesta condizione sociale (Marcello Mastroianni), dopo un incidente stradale, che ne rivela agli occhi dell’amante la vera natura, viene aiutata da un suo “pari”, Giorgio Ferrario, altra espressione dell’alta ed efficiente borghesia milanese, che si trova casualmente a passare con la sua macchina di lusso sportiva e mette a disposizione della donna non solo la propria perizia tecnica ma anche la propria “valutazione” sul caso, offrendosi infine di riaccompagnarla a casa. Ad interpretare questo personaggio è proprio il compositore Armando Trovajoli, che si dimostra perfettamente all’altezza della situazione e a proprio agio nelle vesti di attore.

Il mondo del cinema non è affatto nuovo a questo tipo di espedienti, che impreziosiscono di particolari da intenditori prodotti già di per sé interessanti; registi, attori e personaggi famosi fanno la loro comparsa all’interno di pellicole alle quali in qualche maniera sono legati, fino a giungere al caso di Alfred Hitchcock il cui cameo è praticamente un appuntamento fisso di ogni suo film.

Più volte anche il compositore diviene attore: eccone alcuni esempi.

Bernard Herrmann interpreta se stesso nella magnifica sequenza del grande concerto d’occasione alla Royal Albert Hall, come direttore d’orchestra della splendida Storm Clouds Cantata di Arthur Benjamin ne L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock, con uno strepitoso risultato drammatico; le inquadrature del regista mettono in grande rilievo non solo la perfetta corrispondenza delle trame musicali con l’incombente senso di pericolo e di angoscia vissuto dalla protagonista, ma anche valorizzano la figura del direttore d’orchestra che con grandissima professionalità porta avanti con grande perizia tecnica la compagine sinfonico-corale.

Bernard Herrmann

Bernard Herrmann direttore d’orchestra ne L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock

Un altro grande successo dei primi anni Cinquanta, Come sposare un milionario, interpretato dalle tre stelle del momento Betty Grable, Marilyn Monroe e Lauren Bacall, inizia con una sequenza musicale che ha come protagonista la 20th Century Fox Orchestra diretta da Alfred Newman, la pluripremiata icona dell’età dell’oro della musica da film, compositore anche dell’efficace colonna sonora della commedia. La sequenza, che non ha alcun legame con la trama del film, ha lo scopo di enfatizzare il nuovo standard del Cinemascope con formato widescreen e suono stereofonico.

Alfred Newman - How to marry a millionaire

Alfred Newman dirige l’orchestra nella sequenza iniziale di Come sposare un milionario

Nel recente Tomorrowland – Il mondo di domani è Michael Giacchino che appare nelle vesti di un operatore dell’attrazione “Small World“. Il compositore, fra l’altro, è presente più volte nascosto fra i personaggi e le comparse di film: è uno stormtrooper in Star Wars Il Risveglio della Forza ed è anche la voce di un reporter in Ratatouille.

Michael Giacchino in Tomorrowland

Michael Giacchino in Tomorrowland

Ma un caso realmente eccentrico è la presenza di Howard Shore nelle vesti del direttore dell’orchestra del teatro newyorchese da cui scappa King Kong, nell’omonimo film del 2005. Un vero e proprio paradosso, dal momento che la partitura di Howard Shore fu respinta dalla produzione del film e rimpiazzata dalla nuova scritta da James Newton-Howard, nonostante la partitura fosse pressoché completa. La scena era stata evidentemente già girata prima che la decisione sulla colonna sonora fosse presa e per ovvie ragioni non poteva essere più sostituita, così la presenza di Shore aleggia su questa non del tutto chiara vicenda del rifiuto della partitura.

Howard Shore direttore d'orchestra in King Kong del 2005

Howard Shore direttore d’orchestra in King Kong del 2005

E sono veramente tantissimi i compositori che spuntano qua e là fra i fotogrammi dei loro film: Jerry Goldsmith in Gremlins del 1984, James Horner di passaggio fra l’equipaggio dell’Enterprise in Star Trek II – L’ira di Khan, David Newman che impersona un poliziotto intento a puntare la sua pistola in The Runestone e il grande Miklós Rózsa nel ruolo di direttore d’orchestra in Vita privata di Sherlock Holmes di Billy Wilder.

James Horner in Star Trek II

James Horner in Star Trek II

Vi viene in mente qualche altro esempio? Segnalatemelo nei commenti o attraverso la pagina Facebook di Musica & Multimedia…

Andrea Amici

3 agosto 2017

Papa Francesco durante i suoi discorsi

La qualità letteraria dei discorsi di Papa Francesco

Cercando informazioni su una tematica che volevo approfondire (ebbene sì, esiste anche il web come fonte di ricerca oltre che come social), come spesso capita, mi sono imbattuto in qualcosa di non del tutto pertinente ma senz’altro di realmente interessante: un articolo di Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Liturgia a Padova, presso l’Abbazia di Santa Giustina, dal titolo Il segreto dei “sermoni” di Francesco. La forma inquieta dei discorsi e la loro “orationis ratio”.

L’autore, prendendo spunto da un discorso del Pontefice del 10 novembre 2015 (l’articolo è del giorno dopo) tenuto a S. Maria del Fiore a Firenze, analizza le peculiarità di punti di forza certamente non casuali della retorica del Papa.

La gretta ironia di tanti utenti social e la strumentalizzazione, sia in positivo che in negativo, della stampa bollano troppo spesso con estrema superficialità le parole di Francesco, o peggio estrapolano per secondi fini singole porzioni di ben più ampie architetture che si celano sotto una comunicativa che fa dell’apparente semplicità la sua efficacia.

Per tantissimi, cattolici e non, sono pressoché irresistibili la simpatia e la carica umana che si sprigionano da questa figura che già dai suoi esordi si è imposta all’attenzione mondiale, diventando un modello di riferimento grazie soprattutto al fatto di unire alle parole i fatti, e fatti di inconfutabile concretezza.

Il prof. Grillo, però, offre qualche ulteriore spunto di approfondimento, proprio da un punto di vista squisitamente retorico, mostrando come ci sia una rigorosa struttura dietro quell’apparente semplicità, una capacità di creare un «intreccio raffinato tra “testo biblico”, “lettura sapienziale” e “associazioni inattese”, che spesso attingono al “senso comune”». L’associazione inattesa di quel 10 novembre 2015, ad esempio, fu quella sequenza fra santità reale di Francesco d’Assisi e Filippo Neri e schietta pastorale di una figura inventata quale il don Camillo, a tutti noto con il volto di Fernandel, ma citato dal Papa con il “volto”, quello originale, delle parole di Guareschi.

E a questi intrecci fanno corona cambi di soggetti, vere e proprie sceneggiature, ironie e “casi seri”, tutto un armamentario retorico, insomma, che farebbe pensare a una logografia segreta, a ghost writers che affianchino il Pontefice; sono invece incisive le ultime frasi che chiudono l’articolo del prof. Grillo che, rivendicando l’originalità del materiale, indaga invece in breve sulle ragioni ultime di questa grande abilità, parole che vale la pena di riportare integralmente:

Per concludere questa breve rassegna di osservazioni su un “fenomeno” come quello dei discorsi di Francesco, non bisognerebbe mai dimenticare che questa “perizia retorica” deriva da un interesse molto antico e molto coltivato da J. M. Bergoglio. Come potrebbe oggi costruire discorsi così potenti se non si fosse messo, già da giovane, alla scuola dei grandi romanzieri della letteratura spagnola, italiana, russa; se non avesse guardato con interesse il grande cinema italiano; e se non avesse, come giovane professore, invitato nel suo liceo J. L.Borges, il grande poeta argentino, a tenere corsi di “scrittura creativa”? In questi discorsi “ufficiali” risuona la libertà della poesia di Borges, il neorealismo del cinema italiano, la forza della grande letteratura europea e americana del XIX e XX secolo.

Personalmente mi trovo pienamente d’accordo con questa linea interpretativa, aggiungendo che Papa Francesco è una dimostrazione di come l’assimilazione profonda della cultura umanistica, in qualunque settore dell’arte, della retorica, della letteratura, porti a un’espressione sintetica che mette insieme, quasi misteriosamente, tutti i pezzi del puzzle, tutte le tessere del mosaico in un esito personale e originale, perfettamente organizzato e di grande forza; non è questione di tecnica o pianificazione: noi analizziamo una forma che si mostra nella sua interezza, ritrovandone le motivazioni e i collegamenti, che nei casi più alti, come questo, semplicemente appaiono, e la cui costruzione è il frutto di intuizione.

Per chi volesse leggere integralmente l’articolo, eccone il link:

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-segreto-dei-sermoni-di-francesco-la-forma-inquieta-dei-discorsi-e-la-loro-orationis-ratio/

Andrea Amici, 29 luglio 2017

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