Andrea Amici

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Category: idee e opinioni (Page 1 of 2)

Invalsi 2016

INVALSI 2016

Inizia la lunga giornata dell’INVALSI con il suo carnevale di polemiche, tensioni e fatica, che ormai da anni accompagna il momento più critico di tutto l’esame di stato conclusivo del primo ciclo.

Ho vissuto questo giorno sin dalla prima introduzione delle prove, a scopo statistico nel 2008 e nell’anno successivo come effettiva parte integrante dell’esame di stato, prima come docente, poi come presidente di commissione, infine quest’anno anche come genitore, essendo giunta mia figlia al termine del primo grande segmento del suo corso di studi.

Test INVALSISi tratta sicuramente di un elemento di grande criticità, posto a conclusione di un triennio di scuola secondaria di primo grado già di per sé problematico, che andrebbe completamente rinnovato e invece vede da anni una continua stratificazione di provvedimenti che lo hanno reso, nel giro di pochi decenni, un vero e proprio rudere.

Di questa continua stratificazione, avvenuta al posto di un abbattimento in favore di una ricostruzione su nuove e magari più agili basi, è emblema l’esame conclusivo che piomba con la sua elefantiasi innanzitutto sui ragazzi, che fra l’altro non si sono mai cimentanti prima con un esame, vista l’unificazione della scuola primaria e secondaria di primo grado nel primo ciclo di istruzione e la conseguente dismissione del vecchio esame di quinta elementare, ma anche sugli operatori della scuola, che cercano di governare una complessa macchina ripetitiva e spesso farraginosa: si pensi già solo alla quantità delle prove scritte, che nel tempo sono diventate ben quattro, di cui una, quella nazionale INVALSI, appunto, verte nuovamente su due ambiti appena oggetto di prova, l’italiano e la matematica, seppure in maniera differente.

Altra problematica è quella della valutazione, anche qui controversa, con una media matematica su sei prove cui si aggiunge un voto di ammissione, e la considerazione di un percorso triennale, o meglio di un decennio, trattandosi di un ciclo che affonda le sue radici nella scuola dell’infanzia, con tutte le variabili imposte da situazioni personali, sociali e ambientali.

In tutto questo panorama si inserisce la famigerata prova INVALSI, osteggiata prima di tutto dai docenti, anche a causa di un qualcosa che si vede come calato dall’alto e ancora ben lontano e sganciato, nella sua configurazione, dalle modalità di insegnamento e soprattutto non curante di tante situazioni oggettive diffuse in tutta Italia.
Basandomi sulla mia esperienza, sia come docente che come presidente di commissione, vedo con molta perplessità l’esame conclusivo in sé e la prova nazionale è ovviamente gran parte di questa perplessità.

Parto dal presupposto che i test INVALSI, intrinsecamente considerati, non siano da condannare, seppure ovviamente da migliorare; l’idea di una misurazione degli standard non è infatti a mio avviso sbagliata, anzi è un ottimo strumento per il sistema nazionale dell’istruzione al fine di avere un metro di paragone uniforme su tutto il territorio, ma anche fra esso e l’esterno, metro che ovviamente non farà altro, almeno al momento presente, che impietosamente esporre il quadro disastroso del livello delle competenze degli italiani.

Inoltre anche, attraverso la tipologia di misurazione, vagliare quali siano le misure da intraprendere per un innalzamento della qualità del sistema scolastico sarebbe il risvolto fondamentale e positivo della prova standardizzata.

Ma proprio perché si tratta di una misurazione e di uno strumento, il test INVALSI non può essere una valutazione, che mai si può ridurre a un mero fattore numerico: è una rilevazione e come tale deve essere trattata.

Se si vuole che tutti gli alunni, alla conclusione del loro primo ciclo, effettuino tale misurazione, potrebbe considerarsi valido l’inserimento della prova INVALSI nel corso dell’esame, a patto che questa non concorra alla valutazione, che invece va affidata esclusivamente alla commissione, ridotta, in questa circostanza, a operare invece come mero amanuense, privo di qualunque operare critico e personale nei confronti delle prove  degli alunni. Il risultato potrebbe quindi essere proposto a parte, magari nella certificazione delle competenze che viene consegnata alle famiglie.

Rimane comunque il dubbio del notevole carico che, nel corso dell’esame di stato, grava prima di tutto sugli alunni, poi anche sui docenti che si trovano ad affrontare un estenuante lavoro di somministrazione e poi trascrizione delle risposte e dei risultati, spesso non esente da difficoltà di natura tecnica, oltreché strutturali, come più volte avvenuto (http://www.musicamultimedia.net/amici/2011/06/21/alle-prese-con-linvalsi/).

Si spera che finalmente, magari approfittando dell’euforia riformista che caratterizza la politica degli ultimi tempi, si cominci a considerare l’idea di una revisione globale dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo e della scuola secondaria di primo grado in generale.

La road map potrebbe a mio avviso prevedere in primo luogo, come già accennato prima, l’uscita della prova INVALSI dall’esame per confluire in un altro momento, inserendo il risultato nella certificazione delle competenze. Si tratterebbe di un primo periodo transitorio, nel quale intanto tutta la didattica andrebbe sottoposta a revisione assieme all’ordinamento stesso della scuola secondaria di primo grado, per dare più spazio, tempo e risorse alla costruzione delle competenze fondamentali dei due ambiti linguistico/umanistico e logico-matematico, abbandonando un dualismo che oggi è proprio di questo segmento di istruzione nel quale convivono ancora modalità e tempistiche che non sono sicuramente in linea con l’idea di acquisizione di competenze propria della didattica che il test INVALSI misura e uno spirito invece meramente addestrativo nei confronti delle prove standardizzate, che non può in alcun modo portare a un successo strutturale.

Finita la transizione, monitorata dal continuo svolgimento delle prove INVALSI al di fuori degli esami, questi ultimi potrebbero anche essere del tutto basati su prove standardizzate o comunque miste, come avviene per il secondo ciclo.

Ma tutto il percorso non può prescindere da un assunto fondamentale: l’innalzamento dei livelli culturali, e quindi degli esiti misurati, passa sicuramente da un sistema di istruzione adeguato che non può però non essere assistito dalla creazione di condizioni favorevoli, quali il miglioramento delle condizioni sociali, l’abbattimento della disoccupazione e del degrado in cui versano ancora tante famiglie, l’attenzione concreta per il disagio, la realizzazione di ambienti, insomma la creazione di quel contesto di vivibilità che garantisca la dignità propria di tutti gli esseri umani.

Solo allora una sinergia fra tutte le varie componenti potrà finalmente dare vita a un progresso culturale, sociale e umano concreto e quindi misurabile, in un’ottica di miglioramento continuo.

Una ricetta apparentemente semplice e forse ovvia, ma che ancora non vede attuazione, neanche in forme simili che ne condividano almeno in parte gli assunti.

Un’orchestra russa fra le rovine di Palmira

Ho letto con interesse, ma non senza alcune perplessità, la notizia del concerto che l’Orchestra Sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha tenuto il 6 maggio scorso nell’antico anfiteatro romano di Palmira, la città della Siria centrale che è stata protagonista della furia distruttiva e omicida dell’Isis e che il mese scorso è stata conquistata dall’esercito di Assad, con il decisivo intervento delle forze russe. Fra queste splendide testimonianze del passato passaggio dei Romani, lo ricordiamo, i terroristi del “Califfo nero” hanno perpetrato terribili delitti poi trasmessi in tutto il mondo e lo stesso patrimonio archeologico, magnifico nella sua conservazione, è stato più volte deturpato con sistematicità. 


Protagonista del concerto, fra le comprensibili imponenti misure di sicurezza, dovute anche al fatto che a pochissima distanza dal sito ancora si combatte e imperversano i bombardamenti, il maestro russo Valery Gergiev, grande direttore d’orchestra di indiscusso valore artistico, nonché grande amico e sostenitore di Vladimir Putin, non nuovo a queste manifestazioni culturali a ridosso di eventi di guerra. 

Proprio lo stesso presidente è apparso su un grande schermo, davanti al pubblico composto prevalentemente da soldati russi, civili siriani, rappresentanti di alcuni governi, tra i quali Francia, Serbia, Perù e Siria, e dell’UNESCO e alla presenza del ministro della cultura russo. 

Putin ha espresso la propria gratitudine nei confronti di coloro che si impegnano attivamente nella lotta contro il terrorismo e ha salutato questo concerto, intitolato “Preghiera per Palmira. La musica dà vita alle antiche mura“, come un «un simbolo di gratitudine, memoria e speranza». 

A ulteriore conferma del marchio esclusivo di questo concerto, il programma, anch’esso quasi interamente russo, con musiche di Bach, Shchedrin e Prokofiev. 

Poco da eccepire da un punto di vista formale, per questo segno di riconquista di un prezioso luogo simbolo della cultura e della storia affermato tramite il concerto, ma molte sono le perplessità dal punto di vista della sostanza. 

Che il concerto si configuri come un simbolo auto celebrativo della “Grande Madre Russia” appare innegabile, del tutto simile del resto a eventi simili del passato. Confermato dalla diretta televisiva dell’emittente di stato di Mosca che ha diffuso le immagini del concerto alternandole con quelle delle truppe militari russe impegnate attivamente a sostegno della liberazione di Palmira. Ricorda le operazioni “culturali” come l’Ouverture 1812 di Čaikovsky o Alexander Nevskij, il film del 1938 di Ejzenštein con musiche di Prokofiev, che però appartengono a un passato che al giorno d’oggi forse avremmo voluto superato. 

La musica quindi è stata di fatto spogliata del suo profondo significato di linguaggio universale simbolo di fratellanza fra popoli e culture diverse, di pace e armonia nella bellezza, per ridursi a strumento di propaganda di un’operazione, fra l’altro, sulla quale si addensano pesanti nubi e responsabilità più o meno occulte della nazione organizzatrice ma anche di tutta la comunità internazionale. 

La questione infatti non è tanto la matrice russa di questo evento, quanto l’evento in sé, concepito in maniera unilaterale, propagandistico, parziale, perché non decisivo e soprattutto, ripeto, in un clima tutt’altro che chiaro per quanto concerne le responsabilità internazionali. 

La condanna ferma del terrorismo e l’impegno del mondo della cultura devono sicuramente prendere le distanze da qualsivoglia intento di auto celebrazione nazionalistica e quindi operare a un livello sovranazionale ed esprimere chiaramente un ideale universale tramite un linguaggio anch’esso universale e così da tutti espresso e recepito. Diversamente, pur nella validità dell’esito artistico, si ricondurrà il tutto a una insanabile frattura che in questo caso porta alla perplessità e poi all’oblio se non alla diffidenza, nel caso invece di un “prodotto” artistico occorre del tempo e una oggettivizzazione per liberarlo da scomode sovrastrutture. 

Ma la modernità, purtroppo, è fatta di immagine, non di ideale, e questo in tutti i campi, nel bene e nel male, e anche fra le “vie di mezzo”, che rasentano l’una e l’altra parte. 

La stupida ironia del web

Che pena scorrere la fiera dell’insulso nei commenti dei social network all’annuncio odierno della NASA riguardante la scoperta di un pianeta più anziano e più grande della terra, ma situato in una zona “abitabile”, ancorché ovviamente lontano 1400 anni luce da noi.
Che pena considerare lo svilimento dell’uso di una risorsa come Internet e lo stesso social network, che in ultima analisi coincide con lo svilimento dell’odierna coscienza.
Grazie a Internet è possibile fruire in tempo reale di una grande scoperta scientifica; grazie all’ingegno umano è possibile scrutare nelle profondità dello spazio, mantenendo forse lo stesso stupore dei nostri antenati che sognavano volgendo lo sguardo alla volta del cielo; grazie allo spirito di ricerca è possibile guardare a un mondo simile al nostro e studiarne le caratteristiche per una comparazione con il nostro, ormai quasi irrimediabilmente compromesso ambiente; grazie alla coscienza della enormità di quanto ci circonda e che ora sempre di più osserviamo, forse possiamo recuperare un senso di gratitudine per il miracolo di questo mondo che abitiamo, contemplandone un altro.
E cosa scrivono invece gli italiani? Una serie di stupidaggini, di pessimo gusto e di basso rilievo, con banalità, insulti alla classe politica verso la quale si sa solo esprimere freddure ma non certo alternative concrete proposte, in un clima in cui tale commentatore del social network è sempre più facile preda del populismo e del luogo comune.
Per parte mia continuerò, ora più che mai, a guardare in alto nel cielo, sognando, con un fondo lontano di realtà, un altro spazio in un altro tempo, mentre ritornano in mente le parole del Salmo: I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Tutte le informazioni sull’importante scoperta sul sito della NASA:

http://www.nasa.gov/press-release/nasa-kepler-mission-discovers-bigger-older-cousin-to-earth

 

La zona franca dell’opera lirica

Foto ANSA

Foto ANSA

La prima del recente allestimento del Ballo in maschera verdiano andato in scena al Teatro alla Scala il 9 luglio ha ricondotto l’attenzione sull’annoso problema della regia nel teatro d’opera. Si è assistito a un vero e proprio fortunale con annessa scrosciante pioggia di volantini che ha materializzato lo sdegno di coloro che vedono in taluni allestimenti più radicali forzature dettate da manie di protagonismo e ignoranza.

Nella fattispecie il Ballo verdiano è stato oggetto di una fortissima contestazione principalmente a causa della trasposizione, operata dal regista Damiano Michieletto, della vicenda a un’ipotetica contemporanea campagna elettorale, con un protagonista, Riccardo, che diviene un personaggio politico, Renato come suo responsabile della sicurezza, e il ballo finale che si trasforma in un party elettorale.

Il pubblico scaligero si è furiosamente spaccato: uno spettacolo troppo estremo, soprattutto se “ai danni” di Verdi; da un lato, quindi, i vivaci contestatori organizzati, dall’altro coloro che a tutti i costi difendono la novità, gridando al miracolo. Alla fine anche la critica non è concorde: da una parte, soprattutto a caldo, si parla di fiasco, dall’altra emerge una solidale difesa a oltranza del regista e anche un rimprovero al pubblico contestatore per una sua presunta grossolanità nella pur legittima protesta.

Un primo particolare mi è saltato all’occhio, leggendo varie recensioni: si discute pochissimo di musica sommersa e soppiantata com’è dalla scena, eppure stiamo parlando di un’opera di Giuseppe Verdi, che offre tantissimi aspetti interpretativi sui quali ci sarebbe tanto da discutere.

Personalmente non ho né visto né ascoltato lo spettacolo, ma ho solo letto le recensioni e osservato varie immagini, quindi mi limiterò a delle considerazioni personali generali su alcune tendenze dello spettacolo operistico.

Sembra che ci sia ormai uno scollamento concettuale fra la musica e la scena, intendo per quanto riguarda la mera realizzazione. Le note sono quelle, si pretende anzi che siano sempre più rigorosamente sfrondate da qualsiasi incrostazione del tempo: si cerca giustamente un ritorno al suono originale inteso come intenzione del compositore. La regia e la scena, invece, hanno presuntuosamente il diritto (e pare ora anche il dovere) di tradurre e spiegare presunte intenzioni del librettista e del compositore, prevalentemente attraverso uno spostamento temporale della vicenda o preferibilmente un’attualizzazione. Ecco quindi che ormai diviene raro, o comunque considerato intellettualmente poco valido, un allestimento che mantenga le indicazioni originali del libretto e all’interno delle sue didascalie cerchi una verità interpretativa.

A mio parere, fermo restando che comunque vanno valutati caso per caso gli esiti, in linea di principio l’attualizzazione o comunque lo stravolgimento di quanto presente nelle indicazioni del libretto è assolutamente privo di fondamento teorico e per questo ingiustificabile. Mostrare sulla scena, da parte del regista, la propria interpretazione in maniera esplicita significa in effetti tradire la vera e propria essenza del teatro, che di per sé è un’allegoria: sulla scena si vede scorrere una vicenda, in una più o meno precisa ambientazione, che di per sé ovviamente è un simbolo di un’intenzione più profonda; nei casi ovviamente più riusciti la scena offre un rimando concettuale ad altro, che può essere di per sé più o meno esplicito oppure ancora essere spiegato e quindi ricostruibile attraverso la testimonianza dell’autore stesso, ma l’importanza della presenza della “lettera” è fondamentale: non esiste simbolo se non esiste l’immagine che a esso rimanda.

Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

Per tornare al Ballo in Maschera, è evidente che Verdi abbia voluto, attraverso una non molto specifica individuazione storica (tant’è che nelle varie versioni dell’opera il luogo dell’azione si sposta e con esso anche i nomi del protagonista), creare un’allegoria di una serie di ideali, fra i quali naturalmente anche la corruzione politica, le problematiche del potere, lo scontro fra l’idealità e il compromesso con l’azione di governo e con la propria debolezza umana. Ma non è solo questo, anzi, molto di più: concetti e ideali, sentimenti, delusioni, odio, amore, esasperazione e squilibrio, magia e oscurità, tutto portato agli estremi attraverso la potenza della musica che alla fine trova il suo luogo ideale non tanto sulla scena quanto nell’animo dell’ascoltatore; l’attualizzazione vista alla Scala quindi forza alla lettura parziale di quanto il codice ricchissimo e comunque aperto mette sulla scena attraverso delle immagini e dei simboli. Si tratta quindi, al di là del buono o cattivo gusto, in ogni caso di una perdita o di una diminuzione di significato: se l’allegoria viene spiegata direttamente nel luogo in cui le figure agiscono come portatrici di un significato, sostituendo il significato al codice, l’allegoria stessa viene negata e viene negata anche quella possibilità di andare in maniera aperta oltre il codice stesso.

Al di là di questa considerazione teorica sulla valenza allegorica del teatro, mi sembra opportuno anche un’altra parallela considerazione. Se si considera, come ho accennato prima, il grande progresso nell’interpretazione musicale dell’opera lirica dai tempi di Toscanini fino ai giorni nostri, soprattutto negli esempi migliori delle varie generazioni, si è effettivamente giunti a un grado di valorizzazione del testo musicale scritto veramente molto elevato.La precisione del dettaglio vocale e strumentale, la qualità delle orchestre, l’attenzione alla filologia e alla storicità della musica, hanno permesso effettivamente di ottenere interpretazioni musicalmente molto valide, che si tramandano, con un effetto volano, anche verso le giovani generazioni grazie alle incisioni; per nominare solo alcuni grandi interpreti, si pensi al già citato Toscanini (che ha praticamente dato l’avvio a un certo modo di dirigere e realizzare l’opera), De Sabata, Karajan, Solti,  Giulini, Abbado, Muti e tanti altri, hanno fatto in modo che l’opera lirica poggiasse sulla realizzazione musicale il suo fondamento, valorizzando quanto scritto dal compositore, il che non significa assolutamente seguire pedissequamente la pagina scritta ma trovare all’interno di essa quanto più possibile di ciò che il segno può esprimere. In questo modo si è creato uno standard imprescindibile.

Cosa si penserebbe se si togliesse dal teatro l’orchestra sinfonica e si sostituisse con strumenti elettronici, oggi più attuali di oggetti ormai presenti da secoli? Se ancora si passasse dalla voce “lirica” a quella “non-lirica” semplicemente amplificandola? Cosa accadrebbe se si ricominciasse a operare tagli, cambiare l’orchestrazione, modificare le linee vocali? Assolutamente impossibile, la musica è quello che è scritto e nessuno ormai si sognerebbe minimamente di modernizzare, attualizzare.

Allora perché l’esistenza di una zona franca dell’opera lirica nella quale è possibile effettuare qualunque cosa a dispetto di quanto è scritto? Forse che anche nel testo scritto, nelle “lettere” dico, non è possibile trovare l’interpretazione nel senso di arricchimento del simbolo lasciandolo esteriormente qual è?

Il Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano

Ebbene a mio parere questo strano fenomeno, al quale si assiste ormai da vari anni, spesso con esiti disastrosi ma comunque sempre con una forzatura nei termini che ho espresso prima, ha una sua spiegazione ben più profonda, dovuta allo scollamento del teatro d’opera dall’attualità. Se oggi si continuasse, come è avvenuto nei secoli passati sin dalla sua nascita, a commissionare nuove opere liriche, ricche oltre che dei valori universali anche dell’attualità, sarebbe possibile anche un teatro nel quale la regia, su un libretto “moderno” potrebbe esprimere a pieno se stessa e la propria modernità, senza soffrire della deminutio di dover operare sempre su qualcosa che sa di museale. Se nel teatro d’opera fosse presente il repertorio ma nel contempo anche la contemporaneità, la musica contemporanea stessa avrebbe bisogno di una regia contemporanea, non attualizzante ma attuale, ma anche di tecnologie musicali e teatrali adeguate al momento; il teatro stesso non sarebbe sempre uguale a se stesso e quindi, per alcuni, frustrante.

Ormai, però, la committenza di nuovi spettacoli d’opera è contrario allo spirito dei tempi, o forse solo è troppo rischioso e culturalmente inadeguato all’attualità; si assiste pertanto al paradosso di voler proseguire la presentazione del passato da una parte valorizzandone l’elemento musicale come ormai unico proponibile, dall’altro inserendo la novità sull’aspetto scenico dove il “vecchio” non è più proponibile: di qui lo stridente contrasto di un ballo in maschera che da festa galante della fine del XVII secolo diviene impropriamente e forzatamente più o meno velatamente l’Italia contemporanea.

Eamus et nos, ut moriamur cum eo!

San Tommaso

Quando si pensa a San Tommaso il pensiero comune gli associa l’idea di incredulità: «Sono come San Tommaso: se non vedo non credo!», un adagio che chissà quante volte si è ascoltato e che, come spesso accade è indice di una “subcultura della diminuzione” o anche di un prono servilismo a un ignorante pensiero dominante.

Oggi, festa liturgica di San Tommaso, pare opportuno soffermarsi su una figura solo accennata nelle fonti ufficiali, ma tanto quanto basta per delineare alcuni punti salienti che dovrebbero da un lato smontare alcune idee dall’altra offrire un momento di spunto e di confronto a chi vuol impegnarsi concretamente a vivere la propria fede cristiana.

Il più famoso episodio che viene alla mente pensando alla figura di San Tommaso è proprio quello dell’apparizione del Risorto: «Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”.» (Gv 20, 26-28). L’Apostolo, che precedentemente aveva affermato di poter credere solo dopo aver verificato sensibilmente la realtà, risponde – come ha profondamente affermato Benedetto XVI – “con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio!»“.

Di fronte alla visione del Cristo Risorto San Tommaso non tocca con mano: il Vangelo non dice assolutamente che l’Apostolo abbia eseguito quanto il suo Maestro lo invitava a fare, ma che invece sia passato direttamente all’affermazione; d’altronde non aveva ormai alcun senso “toccare” con mano: Tommaso infatti non si limita a riconoscere l’uomo che era stato crocifisso, ma in realtà afferma la sua fede in ciò che comunque, come dice Sant’Agostino, continua a non vedere e lo fa con una determinazione e uno slancio commoventi ed esemplari; con quel “Mio Signore e mio Dio” San Tommaso «confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava» (S. Agostino).

Caravaggio

Niente di più lontano dalla famosa raffigurazione di Caravaggio, nobile esempio di una tradizione che fa parte della visione collettiva comune ed “empirica” del Santo, tanto importante e bella dal punto di vista artistico, quanto inconcludente dal punto di vista teologico. Caravaggio ha avuto naturalmente tutto il diritto di esprimere attraverso il suo genio il proprio dubbio o il proprio tormento interiore, ma l’errore è ovviamente quello di far assurgere a verità, da parte della gente, questa visione interiore dei fatti. Uomini fin troppo anziani, con un’attenzione quasi morbosa a verificare un dato sensibile, in un’atmosfera cupa e completamente lontana da quanto il racconto evangelico propone in tutto il suo splendore di fede.

Uomo di grandi intuizioni, San Tommaso, e di grande risolutezza: basta pensare a un altro dei pochi luoghi in cui si parla concretamente dell’Apostolo, l’episodio della risurrezione di Lazzaro, all’undicesimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni. Gesù manifesta la propria determinazione a ritornare in Giudea, ma i suoi lo sconsigliano: proprio da lì venivano e dopo una minaccia di lapidazione, ma il Maestro spiega qual è il vero senso del ritorno e di quanto sarebbe di lì a poco accaduto e la testimonianza che tutti avrebbero avuto con la risurrezione di Lazzaro. Tommaso diviene in questo momento determinante: «Eamus et nos, ut moriamur cum eo!» (Gv 11,16) “Andiamo anche noi a morire con lui!“, e al versetto successivo si è già nuovamente in Giudea: con una formidabile sinteticità si vede chiaramente quanto questa opinione sia stata decisiva per convincere tutti gli altri.

Non l’avrà certo detto a cuor leggero, ma di sicuro in maniera convincente. San Tommaso offre qui un grandissimo insegnamento: la sequela di Cristo implica una scelta coraggiosa, efficace e definitiva, fino alla morte; di più ancora, un morire ogni giorno a se stessi per seguirlo e andare con Lui.

 

San Benedetto e l’attualità europea

San Benedetto

San Benedetto da Norcia

L’11 luglio, oltre a fare giusta memoria di uno dei più grandi santi della cristianità, è lo spunto per due riflessioni fra di loro collegate.

La prima legata alla fondamentale coscienza delle radici cristiane del continente europeo nella sua dimensione umana, giacché geograficamente non avrebbe neanche una nozione di continente.

La seconda, ben più profonda che lega il passato al presente nella riflessione storica, ricorda a tutti che qualunque tentativo di unione politica fallisce miseramente, mentre un’unione basata su valori più profondi è l’unica che può funzionare.

Oggi assistiamo a un misero fallimento di qualunque “misura” volta a salvare un’Unione Europea basata solo sulla moneta unica e quindi sui vuoti disvalori dell’economia fine a se stessa.

La cristianità insegna invece che, al di là di qualunque momentaneo e contingente incidente di percorso da mettere sempre in conto quando si ha a che fare con la dimensione umana, il valore spirituale dell’uomo è quello fondamentale.

Non può esistere un’Europa senza Dio e ogni cieco tentativo di escludere i più alti valori della persona umana legati all’esperienza religiosa e a una visione spirituale non fa altro che condurre all’autodistruzione.

Sulla vita e il tempo di San Benedetto, ovviamente, c’è un’enorme quantità di materiali, ma ho trovato interessante nella sua semplicità questa pagina: http://www.ora-et-labora.net/iltempodisanBenedetto.html

Inoltre, navigando da questo sito verso tutti i vari collegamenti si giunge a letture molto interessanti, quali ad esempio questa: http://www.ora-et-labora.net/moulin.html intitolata L’idea benedettina dell’uomo e la sua attualità.

 

Uccidere è facile come bere un bicchiere d'acqua

È di queste ore la notizia della possibile introduzione anche in Italia della pillola abortiva RU486, una scelta che come sempre dimostra la leggerezza italiana nell’apertura a modelli di vita superficiali e acriticamente subiti.

Non entro ovviamente nel merito delle questioni mediche, lasciando a penne più esperte la discussione, tuttavia una riflessione personale mi sembra assolutamente doverosa. Il metodo farmacologico, rispetto a quello chirurgico che pure personalmente trovo cosa essenzialmente deprecabile, contiene in sé alcuni aspetti che rendono ancora più evidente da una parte il disprezzo per la vita umana, dall’altro la banalizzazione di esperienze umane che lasciano invece un profondo segno nella crescita e nella maturazione della persona umana.

Per il primo punto, il disprezzo per la vita umana è evidente: se basta effettuare un gesto talmente abituale come bere un bicchiere d’acqua per interrompere una gravidanza e quindi distruggere ogni traccia di una vita umana, mi sembra chiaro che purtroppo ci si scandalizza di fronte alle aberrazioni della storia umana ma nel proprio privato ci si sente assolutamente autorizzati a compiere in maniera assolutamente acritica e superficiale un omicidio; non mi si venga naturalmente ad obiettare che non si tratta di vita umana alle prime settimane nel grembo materno: chi come me ha avuto esperienza – nel mio caso come padre, ma ancor di più immagino per una donna – delle prime ecografie fetali dovrebbe ricredersi.

Ancora più grave è il messaggio che una Nazione dà ai giovani; proprio nel momento in cui la gravissima crisi in cui l’Italia versa necessiterebbe un’insistenza sulla valorizzazione della vita, della solidarietà, della moralità (se ne parla tanto, la si definisce una “questione” ma si rivelano come sempre vuote parole), si indica ai giovani la via più semplice per continuare nella loro sregolatezza – mi riferisco alla facilità con cui viene vissuta la propria fisicità da parte delle giovani generazioni – anziché cercare di creare una coscienza che guidi alla scelta responsabile.

Se per i nostri legislatori uccidere è facile come bere un bicchiere d’acqua, mi sento sempre più lontano da una società che evidentemente per giustificare se stessa cede agli alibi più aberranti.

Da Natale a Pasqua…

Mi accorgo solo adesso, riguardando il mio blog su Musica & Multimedia, che l’ultimo post risale “solamente” al periodo natalizio: da Natale a Pasqua, quindi, senza annotare alcuna idea, alcuna novità. Tutto fermo, allora? Nessuna nuova iniziativa? Nessun nuovo lavoro?

Ebbene i pensieri e i progetti fervono e si susseguono l’un l’altro a velocità vertiginosa, solo il tempo è tiranno fra impegni di lavoro e spazi per la riflessione che – ahimè – si assottigliano sempre di più.

Tuttavia il tempo non passa invano e alle soglie di queste festività pasquali e di un brevissimo stacco dall’attività lavorativa (finché ancora ci si consentirà di usufruire di qualche giorno per potersi concentrare sulla dimensione religiosa, purtroppo oggi molto messa in secondo piano anche dai legislatori che si occupano molto di garanzie ma spesso non tutelano quelle ovvie…) vorrei illustrare alcune idee, alcuni progetti e alcuni lavori che spero presto saranno visibili a tutti su internet.

Se dovessi definire con una sola parola chiave questi ultimi mesi, userei senza dubbio: sperimentazione. E sperimentazione su vari fronti, fra i quali si pone come catalizzatore il computer, la longa manus che ormai permette sempre di più di concretizzare la propria fantasia.

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Il web portatile

La vacanza estiva porta spesso lontano dalla propria sede e dalla propria adsl; abituati ormai ad essere connessi ad alta velocità per tutto l’anno, per passione, per propaggini di lavoro estivo o semplicemente per “sana” abitudine, si rende necessaria una connessione a internet anche in assenza della propria attrezzatura casalinga.

L’infrastruttura dei gestori di telefonia mobile consente oggi effettivamente una discreta connettività che, seppure non consenta di staccarsi ancora dal cordone ombelicale della rete fissa, tuttavia si propone come un valido supporto alla necessità di connettività in movimento.

I limiti tutt’oggi sono costituiti da due fattori, il primo dei quali, alla fin fine non poi così troppo rilevante, è quello della larghezza di banda: se pure l’umts non sia paragonabile all’ampiezza delle ultime linee dati della telefonia fissa, in ogni caso dà la possibilità di fruire di quasi tutti i servizi disponibili senza incappare in estenuanti tempi di attesa che alla fine pregiudicano l’esperienza comunicativa; il vero limite invece sono le tariffe, realmente proibitive, data l’effettiva assenza di un piano flat. Il traffico dati sulle reti mobili prevede alla base una tariffazione “a consumo“, quindi basato sul traffico generato.

A conti fatti quindi la linea mobile, tranne a condizione di essere un ricco industriale, potrebbe servire a mala pena per controllare la propria casella di posta elettronica, senza neanche aprirne tutti i messaggi. Considerando poi che quasi nessun sito presenta una versione ottimizzata per i cellulari, o comunque un’economizzazione delle risorse, il dispendio in fatto di kilobyte è veramente proibitivo.

Entrano in gioco a questo punto le tanto sbandierate offerte dei gestori nostrani mascherate da occasioni imperdibili a suon di divertenti gag, musica e attori o calciatori famosi.

Passandole in rassegna effettivamente il panorama appare vasto, ma non sempre conveniente; per prima cosa, prima di scegliere occorre valutare attentamente le proprie abitudini e capire di cosa si ha bisogno.

Il navigatore occasionale probabilmente potrà accontentarsi di promozioni che scambiano la tariffazione a consumo con quella a tempo, ma ricordo a tutti che fu una grande conquista per il consumatore quando si passò al flat e ci si liberò dell’ansia di consultare le pagine a una velocità che di fatto impone dei tempi di riflessione nulli, soprattutto anche in considerazione dei tempi di rendering delle singole pagine.

Personalmente quindi scarto questo tipo di offerta a priori, in favore di quelle che comunque basano la tariffazione sul consumo, anche se sembra che i gestori tendano a uniformare le loro offerte all’opposto.

La proposta che a mio parere si avvicina maggiormente alle esigenze del “navigatore” moderno è quella della Wind che propone un bonus di traffico dati consistente nel suo piano Mega No Limit.

Con un’offerta di questo tipo è effettivamente possibile consultare il web, la posta ma anche aggiornare il proprio blog, procedere all’upload delle foto delle vacanze da condividere con gli amici e i parenti sui vari servizi come Panoramio, Flickr o Picasa, svolgere attività più avanzate come lo sviluppo di pagine html e della loro grafica e gestire l’aggiornamento di un sito via ftp, ricordando naturalmente che comunque c’è un limite nella gestione di volumi troppo grandi di dati.

Basta quindi in questa condizione attrezzarsi di un telefono cellulare possibilmente umts e via bluetooth utilizzarlo come modem per il computer portatile per crearsi una postazione mobile (sempre) connessa ad internet.

La necessità di una rifondazione umanistica dell'arte

Il pianista americano Keith Jarrett

Il pianista americano Keith Jarrett

Un pianista improvvisamente fischiato, un pianista che insulta un pubblico che da sempre gli tributa un successo sicuramente meritato ma, a mio avviso, altrettanto alle volte gonfiato da un fanatismo quasi faziosamente alimentato da frange di “estimatori” in visibilio per una presunta capacità di diagonalizzazione a cavallo di stili diversi.

Innegabile il talento di Keith Jarrett che a me pare eternamente da bambino prodigio, ostentatamente alla ricerca di una semplicità e purezza di approccio che forse tradisce l’assenza di mezzi culturali di approfondimento della dimensione teoretica.

Ma torniamo all’attualità, a un insulto verso una città che di per sé meriterebbe rispetto sol perché paga, se non per la sua centenaria tradizione culturale; tutto per un flash, più propriamente per l’assenza di una quarta dimensione che per l’arte non può che coincidere con un’estrinsecazione di umanesimo.

L’episodio di primo acchito può sembrare una di quelle pose tipiche dell’idiosincrasia del divo, ma a ben guardare forse affonda le sue radici in una ben più profonda assenza di una dimensione umana dell’arte.

A sentire le funamboliche improvvisazioni del nostro, accompagnate da quel discutibile vocaleggiare in falsetto che i più osannano come una forma di trance mistica (in un periodo peraltro di totale indifferenza nei confronti dell’estasi compositiva di stampo ultraromantico) sembra che l’arte si limiti ad una superficiale ripetizione di formule, che ruotano su se stesse esaurendosi in un poco approfondito giuoco di esteriorità.

La mancanza di approfondimento si palesa in tutta la sua assenza di problematicità nelle esecuzioni del repertorio classico di Jarrett, dove si evidenziano i limiti di un mancato approfondimento umanistico.

Umanesimo non è solo approfondimento culturale, ma soprattutto sostanzialità di un’universale visione dell’arte inquadrata in valori umani, per la fondazione di un’estetica che alla vacuità sostituisca una profondità di analisi non fine a se stessa ma portatrice di valori. E questi valori accrescono a loro volta la coscienza che l’arte è condivisione, apertura, missione, fratellanza: “alle menschen werden brüder“, secondo le parole di Schiller, sulla base di un comune senso di umanità, di un arricchimento dell’umanità attraverso un sogno di bellezza ben lontano da un insulto alle persone e alla cultura di un luogo che ha come unica colpa l’aver voluto gustare il pianismo di un artista e in particolare la possibilità di portare a casa un’immagine, un ricordo di un’esperienza da condividere.

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