Andrea Amici

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Category: Composizioni originali (Page 1 of 2)

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse

il tonfo nella mente non fa udire

le mie parole d’amore o la paura

dell’eco arbitraria che sfoca

l’immagine più debole d’un suono

affettuoso: o toccano l’invisibile

ironia, la sua natura di scure

o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121)

Si riannoda il filo conduttore della musica di ispirazione sacra, ma soprattutto della musica che trasporta in maniera organica un sistema di simboli in riferimento a un testo religioso: i procedimenti già sperimentati nelle Tre Preghiere per Organo e rielaborati in maniera più esplicita nei Tre Salmi Luterani per coro e pianoforte riaffiorano in questo Mine eyes unto the hills, per violino e chitarra, dedicato al Ten Strings Duo, la formazione composta dalla violinista Marianatalia Ruscica e dal chitarrista Davide Sciacca.

La Crathie Kirk

La Crathie Kirk in Scozia

Il brano è stato eseguito in una doppia prima assoluta il 20 agosto 2017 in Scozia: la mattina nel corso dell’ufficio religioso alla Crathie Kirk, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e di altri membri della famiglia reale, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip e i Principi Charles e William; la seconda in concerto a St Margaret’s Braemar.

Il titolo ripropone parte del primo verso del Salmo 121, “I will lift up mine eyes unto the hills, from whence cometh my help“, nella King James Version (KJV), la traduzione della Bibbia in inglese commissionata dal re Giacomo I e pubblicata nel 1611.

Tutto il brano è ispirato a questo Salmo e in gran parte ne ripercorre la metrica e l’andamento, con una serie di procedimenti compositivi che collegano in maniera diretta il discorso musicale con quello testuale, con una forma generale fondata sulla scomposizione in episodi, in maniera simile al mottetto rinascimentale, che condividono incisi, materiali e frammenti tematici.

ten-strings-duo-in-braemar

Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.

o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono

…o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…

L’idea di scrivere un brano in ricordo del compositore siciliano Francesco Pennisi nasce da una conversazione della scorsa estate 2016 con il chitarrista Davide Sciacca (al quale il brano è dedicato), che mi propose di comporre un quintetto per archi e chitarra, in vista di una esecuzione in pubblico, prevista per il successivo autunno/inverno.

Francesco Pennisi

Francesco Pennisi

Occorreva quindi iniziare a creare un quadro all’interno del quale muovere i primi passi di questa nuova avventura e, come sempre mi accade, in una prima fase ho svolto una vera e propria ricerca, per aprire la strada a suggestioni, suggerimenti, tutto quanto insomma possa in maniera coerente formare un’idea dalla quale sviluppare un percorso musicale che poi, alla fine, pur prendendo magari l’avvio da quanto pianificato, si evolve quasi sempre verso strade imprevedibili.

Il primo pensiero è stato ovviamente quello di ragionare su come instaurare una relazione con la musica di Pennisi. Ho una profonda ammirazione nei confronti di questo grande del XX secolo, ma mi apparve subito chiaro che non sarebbe stato possibile scrivere “a la manière de…” cercando di imitarne, seppure con l’intento di un omaggio, lo stile e le caratteristiche peculiari. La sua musica e quella dei suoi contemporanei, anche se ognuno con la sua specificità, ha infatti un denominatore comune che è lontano dalla mia sensibilità anche solo per essere inglobato in toto in un processo di dialogo.

Occorreva quindi indagare su altre strade, altri possibili legami che agissero a un livello più profondo.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Come spesso accade, d’improvviso si apre qualche spiraglio che permette di gettare uno sguardo alla realtà da una prospettiva diversa, in questo caso l’evidenza di una comune radice consistente nel profondo legame con la Sicilia; e pensando alla Sicilia dalla mia prospettiva, ma anche immaginandola da quella di Pennisi, l’espressione più adatta che mi è venuta in mente è stata quella dei versi de “La terra impareggiabile” di un altro grandissimo siciliano, Salvatore Quasimodo.

Ecco quindi trovato il primo punto di incontro, la prima fondamentale suggestione, che sta alla base del brano e ne diviene anche il titolo:

Da tempo ti devo parole d’amore:

o sono forse quelle che ogni giorno

sfuggono rapide appena percosse

e la memoria le teme, che muta

i segni inevitabili in dialogo

nemico a picco con l’anima. …

Da questi versi, e dall’universo di significati che sottendono, prende l’avvio il percorso musicale del Quintetto dove si intrecciano in maniera evocativa e analogica vari fili sotterranei, fra i quali l’altro elemento fondamentale, sottilmente collegato al primo appena esposto, costituito dalla citazione ed elaborazione, prevalentemente armonica e contrappuntistica, del tema della Siciliana dai Cinque Pezzi Infantili per pianoforte a quattro mani di Francesco Pennisi, che costituisce l’elemento estrinseco di questo ricordo in musica. Il tema scelto per l’omaggio è tratto da un brano di stampo tradizionale, del tutto lontano dalle ricerche linguistiche che sono state il fulcro di tutta la parabola stilistica di Pennisi, ma proprio in questo suo carattere “antico”, nell’uso della tonalità e di una forma preclassica ho visto una forte corrispondenza con l’assunto fondamentale e ispiratore del mio Quintetto, un’espressione di questo passato mitico, al confine con l’inesistente (la terra impareggiabile), ulteriormente suggerito dal titolo di Siciliana che, per quanto molto probabilmente da un punto di vista storico la forma così chiamata abbia poco a che fare con la Sicilia, tuttavia è innegabile che possa esercitare una profonda suggestione da un punto di vista simbolico e analogico.

Il Quintetto procede quindi così, fra suggestioni, citazioni, intrecci, su uno sfondo estremamente indefinito e malinconico, guardando con gli occhi del presente a un passato fatto di nostalgia per quanto non detto o mai esistito, un passato che comunque non ha una collocazione storica ma potrebbe essere anche prossimo o personale, fino a un ultimo interrogativo sospeso, un qualcosa che comunque sfugge, inafferrabile.

Il Quintetto per archi e chitarra è stato eseguito in pubblico per la prima volta al Castello Ursino di Catania il 29 dicembre 2016, nel corso del concerto intitolato “Scritture e riscritture sonore”, dal dedicatario Davide Sciacca alla chitarra, Rosa Alba Nicolosi e Marianatalia Ruscica rispettivamente primo e secondo violino, Rosaria Milici alla viola e Stefania Puccia violoncello.

Andrea Amici e l'Orchestra MusiDOC

Notturno

La prima esecuzione di “Notturno”

Notturno è stato composto nel mese di maggio 2013 per la seconda edizione di MusiDOC, il concerto/rassegna dei docenti di strumento musicale delle scuole secondarie di primo grado di Catania, che si è svolto nella Corte del Castello Ursino della città etnea il 6 giugno 2013. Nella versione presentata è scritto per due flauti, due clarinetti, due corni, vibrafono, percussioni, chitarra, due pianoforti, due violini, due violoncelli e contrabbasso, per un totale di sedici musicisti.

Gli interpreti della prima esecuzione, diretti dall’autore, sono stati: Domenico Testaì e Silvana Sorbello (flauti), Gaetano Cristofaro e Alfredo Spoto (clarinetti), Simone Primerano e Alessandro Sanfilippo (corni), Rosario Gioeni (vibrafono), Simone Bruno (percussioni), Massimo Genovese (chitarra), Annalisa Mangano e Vincenzo Contino (pianoforti), Alexandra Dimitrova e Vincenzo Adorna (violini), Raffaella Suriano e Laura Di Lorenzo (violoncelli), Patrizia Privitera (contrabbasso).

Il brano è una meditazione sul tema della notte; il materiale tematico è volutamente ridotto al minimo, per spostare la concentrazione sull’elemento ipnotico e magico di alcuni frammenti motivici e armonici che si rincorrono e si susseguono nella lenta scansione del tempo in maniera irregolare, quasi come ombre di volta in volta misteriose, silenziose o accese nella notte.

Alla base della composizione sono alcune strutture accordali, degli intervalli caratteristici e alcune sequenze orizzontali, tutti basati sulla preponderanza della seconda e della settima maggiori, che attraversano in vario modo le sei brevi sezioni che si susseguono.

La struttura accordale principale e fondamentale (es.1) è caratterizzata dalla presenza contemporanea di intervalli di seconda, terza, quarta e quinta, tutti gli intervalli che si susseguiranno in senso sia orizzontale che verticale durante tutto il brano. Viene esposta nella prima misura, assieme a un “gesto” caratteristico, due terze minori che si susseguono a distanza di un intervallo di seconda maggiore (es. 2).

Es.1: La struttura accordale principale

Esempio 2

Tutta la prima sezione è caratterizzata da un’atmosfera di forte staticità, creata principalmente dall’immobilità delle lunghe note degli archi; brevissimi frammenti motivici attraversano, creando una linea continua, i vari timbri orchestrali (es.3).

Esempio 3

Esempio 4

Nel corso della prima sezione si presentano quindi le strutture principali dal punto di vista armonico e melodico, con l’aggiunta di nuovi elementi fondamentalmente sempre basati su un principio di arricchimento dei precedenti ed esposti con procedimenti imitativi (esempio 4).

L’unico elemento tematico più lungo è quello che si presenta alla fine della prima sezione e che ritornerà ciclicamente, ogni volta con qualche sottile variazione, come cesura degli episodi, fino a diventare preponderante verso la conclusione (esempio 5).

Esempio 5

 

La seconda sezione si basa su una cellula motivica, proveniente dai primi frammenti tematici della sezione precedente; questo elemento ciclicamente si espande su più linee, spostandosi in contrasto con il metro principale creato dall’andamento in sedicesimi della chitarra, creando un contrappunto stratiforme sempre più fitto (esempio 6).

Esempio 6

La sezione successiva contrasta per un carattere maggiormente melodico. Anche in questa parte frammenti uditi nella prima sezione si mescolano per creare un nuovo pannello; il contrappunto è più tradizionale, proponendo un’idea non di stratificazione ma di movimento. L’elemento fondamentale è tratto dalla prima sezione, la cellula motivica che nell’esempio 1 è indicata nel box tratteggiato, e l’intera sezione si chiude con un primo climax basato sull’elemento dell’esempio 2, che ritornerà, come uno scampanio notturno alla fine del brano.

Esempio 7

Segue una parte dal carattere sognante, su un disegno ripetuto dei violini (esempio 7); ritorna l’elemento già ascoltato nell’esempio 3, che viene scomposto ritmicamente e affidato al contrabbasso, mentre il pianoforte,  i corni e il clarinetto creano degli strati sonori in crescendo fino all’apparizione, questa volta in “forte” dell’elemento dell’esempio 5, che dà l’avvio a una sezione più melodica che coinvolge tutti gli strumenti (esempio 8).

Esempio 8

Al culmine del crescendo, l’atmosfera si dirada, per dare spazio a una breve coda che riassume vari elementi precedenti per chiudere sulla riproposizione dell’elemento in terze dell’esempio 2.

 

Andrea Amici, Salmo 8 per coro e pianoforte

Salmo 8 per coro e pianoforte

 

La Chiesa Luterana di Napoli

La Chiesa Luterana di Napoli

Il Salmo 8 per coro e pianoforte (“O Signore, signore nostro quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra“) è stato presentato in prima esecuzione assoluta alla Chiesa Luterana di Napoli il 23 aprile 2013, al concerto delle composizioni finaliste della XIII edizione del concorso di composizione “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri”.

Il testo è uno dei salmi preferiti dal compositore, che da tanto tempo aveva meditato di metterne in musica la versione latina o italiana cattolica; la nuova partecipazione al premio di composizione napoletano ha fatto ricadere la scelta sulla traduzione italiana della Bibbia luterana.

Assieme al Salmo 116 e al Salmo 28 questo brano, sia per il carattere complessivo, sia anche attraverso la fugace citazione dei temi iniziali degli altri due pezzi,  chiude idealmente un trittico di Tre Salmi Luterani scritti nell’arco di quattro anni per la partecipazione a tre diverse edizioni (IX, XII e XIII) della pregevole iniziativa della Chiesa Luterana di Napoli di incrementare il repertorio corale contemporaneo.

Il Salmo 8 mantiene le medesime caratteristiche dei due precedenti: la fitta trama contrappuntistica che intreccia le voci fra di loro e il pianoforte – che partecipa non come elemento di accompagnamento o di sfondo – l’armonia densa, il frequente cambio di testura corale, gli stretti procedimenti imitativi, il discorso logico del testo che si frammenta attraverso le varie voci.

Formalmente il brano riprende l’andamento del mottetto rinascimentale, con una suddivisione in episodi che si saldano fra di loro senza soluzione di continuità o attraverso cesure, seguendo la struttura formale del testo.

Gli episodi presentano alternativamente (o anche al loro interno) delle testure corali contrappuntistiche o accordali, disposizioni a coppie o divisioni delle voci. L’andamento melodico è modellato sempre sulla prosodia del testo, mentre la scansione ritmica è irregolare, in quanto l’idea fondamentale è quella di mantenere un tactus che mantenga sempre uno stretto rapporto con il profilo della parola, anche andando fuori dallo schema tradizionale della suddivisione.

La prima esecuzione assoluta “Salmo 8 per coro e pianoforte“ è stata curata dall’ensemble corale formato da Rosaria La Volpe e Francesca Zurzolo (soprani), Tiziana Fabbricatti e Alessandra Lanzetta (contralti), Guido Ferretti e Roberto Franco (tenori), Andrea Campese e Sergio Petrarca (bassi), provenienti da prestigiose realtà cittadine napoletane, diretti dal maestro Carlo Forni e accompagnati al pianoforte dal giovane spagnolo José Manuel Núñez.

 

L'Eterno è la mia forza incipit

L’Eterno è la mia forza, per coro e pianoforte

 

Composto nei mesi di settembre e ottobre del 2011 e dedicato alla memoria del padre dell’autore, L’Eterno è la mia forza” per coro e pianoforte è stato eseguito per la prima volta a Napoli il 18 aprile 2012 al concerto dei brani finalisti della XII Edizione del Concorso di Composizione “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri e, al termine del concerto, il brano si è aggiudicato il primo premio (“Premio della Giuria”) .

Il testo messo in musica è una parte del Salmo 27/28, nella traduzione della Bibbia luterana:

 

La partitura del brano – Fai clic sull’immagine per acquistare

L’Eterno è la mia forza e il mio scudo
in lui si è confidato il mio cuore,
e sono stato soccorso,
perciò il mio cuore festeggia,
ed io lo celebrerò col mio cantico.
L’Eterno è la forza del suo popolo,
egli è un baluardo di salvezza per il suo unto.
Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità,
e pascili e sostienili in perpetuo.
Il Signore mi dà forza e mi protegge
in lui ho fiducia, da lui ricevo aiuto
il mio cuore esulta di gioia
e col mio canto lo ringrazio.
Il Signore protegge il suo popolo,
difende e salva il re che si è scelto.
Salva il tuo popolo, Signore,
benedici quelli che ti appartengono,
e come un pastore guidali sempre.

 

Come in tutti i brani corali di Andrea Amici, l’aderenza alle esigenze del testo è fondamentale: la forma musicale si modella sugli elementi sintattici e sul senso delle frasi, dividendosi in sezioni fra di loro saldamente collegate da continui richiami melodici e armonici, mentre il ritmo musicale è sempre adattato alla prosodia e alla metrica delle parole.

Dal punto di vista musicale sin dal principio del brano si ritrova una caratterizzazione del materiale melodico in senso circolare, allegoria dell’Eterno, nonché una forte verticalizzazione dell’armonia al pianoforte con ampi accordi che poggiano sulla profondità del registro grave.

Il prof. Daniele Spini premia Andrea Amici

Un altro elemento portante, che pervade moltissimi episodi, è un uso intensivo della polifonia e dell’indipendenza delle singole voci; non è raro infatti incontrare una scrittura canonica fra le varie parti reali, come anche una polifonia che aggrega in procedimenti imitativi a due a due le singole voci.

Particolarmente intenso è l’impiego dinamico ed espressivo del coro, con un continuo cambiamento delle testure, formazioni accordali che arrivano fino a otto voci, e il pianoforte che sostiene le voci, completa l’armonia e spesso partecipa delle trame contrappuntistiche.

A partire dalla misura 75, in corrispondenza delle parole “Il Signore protegge il suo popolo“, inizia un crescendo continuo, dinamico armonico e melodico, che, proprio nel punto di massima forza, fa rimanere improvvisamente sospesa l’atmosfera musicale, per una chiusura più sfumata sulle parole “sempre… sempre“, memore di una più celebre conclusione verso il silenzio sulle uguali parole tedesche “ewig… ewig…

La registrazione presente su questa pagina è quella della prima esecuzione assoluta, al concerto delle composizioni finaliste del concorso “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri”, con i componenti del Gruppo Vocale della Chiesa Luterana di Napoli, diretto dal maestro Carlo Forni e accompagnato al pianoforte da Vincenzo Caiazzo, costituito da Francesca Zurzolo e Rosalia La Volpe (soprani), Tiziana Fabbricatti e Vincenza Cardone (contralti), Andrea Campese e Roberto Franco (tenori), Angelo Florio e Sergio Petrarca (bassi).

Per acquistare una copia della partitura, collegati alla pagina: http://www.lulu.com/shop/andrea-amici/leterno-è-la-mia-forza-per-coro-e-pianoforte/paperback/product-20295829.html

Perpetuum piazza università

Perpetuum, Piccola Rapsodia per Quindici Esecutori

Andrea Amici dirige l’Ensemble MusiDOC

Perpetuum, Piccola Rapsodia per Quindici Esecutori è stato composto espressamente per l’Ensemble MusiDOC, una formazione cameristica composta da quindici docenti delle scuole secondarie di primo grado a indirizzo musicale, ed è stato presentato in prima assoluta, diretto dall’autore, a Catania, durante un concerto organizzato dall’amministrazione comunale nell’ambito delle manifestazioni “Catania in Prima… Vera” tenutosi in Piazza Università il 10 maggio 2012.

L’organico prevede un flauto, due clarinetti, un corno, due chitarre, tre pianoforti, due violini, un violoncello, un contrabbasso e due percussionisti.

Il brano, dedicato ai musicisti che l’hanno eseguito per la prima volta, è diviso in tre sezioni; ognuna rappresenta una diversa meditazione su un particolare aspetto del “tempo”.

Nella prima parte si indaga sulle proprietà combinatorie del “tempo” musicale, inteso come ritmo.

Esempio 1: linea iniziale del violoncello

Una linea melodica affidata al violoncello e al corno (esempio 1) si estende su un pattern ritmico basato su una figurazione di dieci ottavi, suddivisi in uno schema di misure 3/8+3/8+2/8+2/8, che essendo ripetuto due volte, innesca anche una forma di palindromo 3+3+2+2+3+3. Su questa linea si innestano altre figurazioni melodiche esposte da clarinetti e violini che avranno grande parte lungo tutto il brano (esempio 2).

Esempio 2: motivo dei clarinetti

Intanto, con la prima entrata del flauto, lo schema ritmico assume sempre nuove forme: 3+3+2 3+3+2, 4×7, 2, 4+4+3+2 e il tutto diviene sempre più complesso fino a che diventa irregolare la distribuzione degli accenti all’interno di misure più regolari.

Da notare alla misura 27 l’ingresso di un altro motivo, affidato a flauto, clarinetto, marimba e pianoforte, che sarà un elemento ricorrente nell’ultima parte (esempio 3).

Esempio 3

 

Alla sessantanovesima misura inizia la seconda parte, dedicata al tempo come memoria. La scansione metrica diviene più regolare, anche se con un caratteristico spostamento dell’accento armonico di un ottavo indietro in ogni misura (vedi esempio 4, rettangolo blu). L’atmosfera è naturalmente nuova e contrastante con la sezione precedente, con una tinta di malinconica nostalgia.

Tutta questa breve ma intensa sezione si basa fondamentalmente su tre elementi (esempio 4): un frammento tematico (in rosso nell’esempio) che fa da guida in tutta la sezione proposto sempre con procedimenti imitativi tra i vari strumenti dell’ensemble; un elemento armonico (in blu) verticale; un elemento di accompagnamento continuo in semicrome, affidato alla chitarra (in verde).

Esempio 4: motivi fondamentali della seconda sezione


La combinazione di questi elementi e in particolare l’intrecciarsi del primo motivo tematico in continue trasformazioni timbriche e contrappuntistiche in un costante tempo lento porta a un crescendo che si interrompe quasi bruscamente alla misura 91, per l’ingresso del motivo ritmico ostinato (esempio 5) che avvia e caratterizza la terza parte.

Esempio 5: l’inizio della terza parte

L’idea del tempo è adesso quella del continuum che fluisce nel ritmo musicale e nel suo incedere, ora lieve ora travolgente, ingloba “in perpetuo” le precedenti dimensioni, attraverso l’allegoria musicale della ripresa trasfigurata dei vari elementi apparsi nelle altre due sezioni.

Nella prima parte della terza sezione si riprende la divisione in metri irregolari, in una dimensione però più distesa, mentre gli spunti tematici provengono dalla seconda sezione (esempio 6).

Esempio 6: citazioni tematiche nella terza parte

Un breve interludio dalla misura 125 alla 145 ferma momentaneamente l’elemento ritmico ostinato e reintroduce i motivi caratteristici della prima sezione che divengono i protagonisti dell’ultima parte, nella quale attraverso procedimenti di accumulazione, distensione e contrazione degli elementi si procede sempre in crescendo verso la fine dell’intera composizione.

Perpetuum è quindi in ultima analisi un’allegoria della dimensione del tempo nel quale la nostra esistenza e la musica stessa si trovano immerse in maniera inevitabile, partecipando al suo fluire o in contrasto con esso.

La registrazione video presente su questa pagina propone la prima esecuzione assoluta del brano, con l’Ensemble MusiDOC diretto dall’autore, durante il concerto a Piazza Università a Catania, il 10 maggio 2012. Flauto: Joanna Moschella, clarinetti: Gaetano Cristofaro e Alfredo Spoto, corno: Simone Primerano, pianoforti: Antonella Faliti, Annalisa Mangano, Antonio Marchetta, chitarre: Massimo Genovese e Marco Crispo, percussioni: Simone Bruno e Rosario Gioeni, violini: Alexandra Dimitrova e Samantha Fidanza, violoncello: Daniela Perdicaro, contrabbasso: Patrizia Privitera.

Il Lungo Viaggio, colonna sonora di Andrea Amici

Il Lungo Viaggio – Suite per orchestra

 

La locandina del cortometraggio

La Suite per orchestra “Il Lungo Viaggio” è stata composta da Andrea Amici per la colonna sonora dell’omonimo cortometraggio prodotto dal Liceo “G. Seguenza” di Messina in collaborazione con l’Università degli Studi della medesima città, nell’ambito del Progetto Cinema Officina Performativa 2010. Il lavoro è stato presentato in prima visione all’aula magna dell’Università di Messina l’11 giugno 2010.

Il corto, interpretato interamente da giovani liceali, con la regia di Giuliano Pagliaro, mette in scena le problematiche degli adolescenti che si affacciano verso il loro improbabile futuro, dove le possibilità di auto realizzazione sono scarse e i sogni sono destinati a infrangersi scontrandosi con la necessità di limitare le proprie ambizioni al poco che è possibile nel proprio contesto. L’unica soluzione per alcuni sembra quella di intraprendere  “il lungo viaggio” dell’emigrazione che si trasforma per il protagonista nel lungo viaggio interiore attraverso le dimensioni della memoria, dell’amicizia, della necessità di assumere in prima persona determinazioni positive nei confronti della propria realtà di appartenenza.

Nell’età dell’oro della musica da film non era raro che i compositori traessero una suite da concerto dalle grandi partiture sinfoniche che realizzavano spesso per più dell’intera durata della pellicola, per far sì che, come affermava Leonard Bernstein, almeno qualcosa di quella musica sopravvivesse al di fuori della sua destinazione e non finisse tutta fra le polveri degli archivi. Questa pratica è continuata spesso anche in tempi più recenti, basti pensare alle suite da concerto di John Williams o alle nuove versioni sinfoniche delle colonne sonore di Ennio Morricone, anche di quelle che nei film non erano destinate all’orchestra. Oggi, in maniera analoga, il compositore o i suoi assistenti selezionano brani che vengono destinati alla pubblicazione in disco, il tutto comunque a testimonianza del fatto che la musica da film nei suoi esempi migliori, anche se privata dell’immagine, “funziona” perfettamente come musica “assoluta”.

Del tutto diversa è la storia di questa Suite da “Il Lungo Viaggio”; essa infatti è l’antecedente della colonna sonora, in quanto la musica è stata scritta dal compositore prima del montaggio del film, solo leggendone la sceneggiatura, senza aver visto alcuna immagine. La Suite è quindi una sequenza di brani ispirati all’idea del cortometraggio, che poi il regista ha inserito come colonna sonora, probabilmente anche legando il montaggio di alcune scene alla musica stessa. “Il lungo viaggio” è formato da nove brani chiaramente suddivisi in due parti con un brano che nella seconda richiama l’inizio (“La spiaggia”). I primi cinque brevi movimenti sono tutti caratterizzati da elementi tematici frammentati e incerti.

Il primo brano (“La spiaggia“) è di atmosfera rarefatta e misteriosa, in quanto destinato a una scena irreale in cui i giovani si trovano riuniti su una spiaggia e immobili, come un coro di tragedia greca, recitano assieme dei versi. Una singola nota-pedale ripetuta affidata all’arpa e gli armonici dei violini mantengono immobile l’atmosfera generale mentre un soprano solista e altre sezioni dell’orchestra tratteggiano delle rapide pennellate senza direzione.

Un fotogramma ambientato nella Piazza del Duomo di Messina

Il secondo, il terzo e il quinto movimento, “La città e i giovani” e “Sera” (prima e seconda parte), abbandonano momentaneamente la scrittura sinfonica in favore dell’elettronica e del trio o quartetto jazz acustico o elettrico.

Fra le due versioni di “Sera” si trova il quarto brano, “Il Futuro“, l’unico non entrato nella colonna sonora del cortometraggio; gli elementi tematici già in questo movimento iniziano a essere più articolati, anche se privi di sviluppo.

Il sesto movimento, “Partenza“, segna l’inizio della seconda parte; appare un tema più lungo e articolato, che dominerà l’intera suite da questo momento in poi. In questa prima esposizione al pianoforte, con un discreto accompagnamento degli archi, il tema si caratterizza per la sua malinconia: è il momento della partenza del protagonista e del distacco verso l’ignoto.

La partenza; un’inquadratura del cortometraggio

Il settimo brano, “Il lungo viaggio“, rappresenta il cuore dell’intera suite; il tema già ascoltato nel precedente movimento, viene sviluppato nelle sue potenzialità drammatiche. Il breve viaggio per mare – il protagonista attraversa lo Stretto di Messina verso il proprio ignoto futuro accompagnato da un amico – si trasforma in una tensione interiore evocata dalla musica con un’orchestrazione tesa dal sapore tardoromantico.

La ripresa de “La Spiaggia” riporta all’atmosfera iniziale, ma immediatamente sul pedale dell’arpa e sui frammenti già ascoltati precedentemente si innesta un nuovo episodio caratterizzato da una maggiore distensione; le tensioni de “Il lungo viaggio” sono ormai alle spalle e le medesime caratteristiche dell’orchestra servono adesso a esprimere un drastico cambio.

Lo Stretto di Messina è il bellissimo sfondo del “lungo viaggio”

Si giunge quindi alla conclusione, nella quale, gli elementi “elettronici” si fondono con quelli sinfonici e il tema apparso in “Partenza” acquisisce una luce nuova, pur non abbandonando la sua sottile vena di malinconia. Questa esposizione del tema assume un carattere quasi da “melodia infinita” wagnerianamente intesa, volutamente caratterizzata da un senso di sospensione, di inconclusione: il lungo viaggio rimane aperto e sempre attuale…

 

Ritratto per orchestra

Ritratto per pianoforte e orchestra

Ritratto di Rosalia Nigrelli, Montmartre, luglio 2010

Ritratto di Rosalia Nigrelli, Montmartre, luglio 2010

 

Ritratto per pianoforte e orchestra è stato composto nel primo semestre del 2011 ed è dedicato a Rosalia Nigrelli per la duplice ricorrenza del suo quarantesimo compleanno e del decimo anniversario di matrimonio con l’autore.

Il brano riprende come base dei suoi sviluppi un’improvvisazione al pianoforte che l’autore ha registrato verso la fine degli anni Ottanta.

Il tema principale appare più volte nel corso del brano, proposto alternativamente dal pianoforte e dall’orchestra, inframmezzato da sezioni contrastanti che accrescono e diradano la tensione sonora, preparando nuove esposizioni tematiche caratterizzate da atmosfere sempre diverse.

L’orchestrazione è estremamente variegata: dalle rarefatte situazioni timbriche iniziali, caratterizzate dai freddi armonici dei violini, si passa a momenti di maggiore pienezza, di carattere tardo romantico.

Stabat Mater titolo copertina

Stabat Mater per coro e organo

 

Il brano è stato composto nei mesi di novembre e dicembre del 2009 ed è scritto per coro misto con accompagnamento di organo. È stato presentato al V Concorso di Composizione “Premio Iconavetere”, organizzato dall’Associazione Musicale “Iconavetere” della Basilica di Foggia in collaborazione con il Pontificio Istituto di Musica Sacra, dove ha ricevuto la menzione speciale per particolari pregi compositivi per il genere contemporaneo.

[audio:http://www.musicamultimedia.net/composizioni/Andrea%20Amici%20-%20Stabat%20Mater%20per%20coro%20e%20organo%20%28seconda%20versione%29.mp3|titles=Stabat Mater per coro e organo|artists=Andrea Amici]

La registrazione è stata effettuata da Andrea Amici su Apple Computer con EWQL Symphonic Choirs Play Edition

Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.
Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.
O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigéniti !
Quae moerébat et dolébat,
pia mater, cum vidébat
nati poenas íncliti.
Vidit suum dulcem natum
moriéntem desolátum,
dum emísit spíritum.
Eia, mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam.
AMEN

La scrittura corale è caratterizzata in vari punti da un “cromatismo espressivo” e, nel corso dei sei minuti circa di durata, l’autore ha cercato di alternare atmosfere di profonda tensione drammatica con momenti di minore vigore e improntati a un senso di dolorosa rassegnazione.

La parte organistica è scritta per essere eseguita comodamente su uno strumento dotato di due manuali (indicati in partitura come Grand’organo e Positivo) e pedaliera, anche se naturalmente può essere eseguita su strumenti più piccoli o più grandi; le indicazioni per la registrazione servono a dare una guida per la scelta timbrica da parte dell’organista e dei conseguenti piani sonori, anche se naturalmente sono da considerarsi dei punti di partenza, prestandosi la scrittura a particolari effetti sonori su strumenti dotati di un maggior numero di registri.

L’idea di mettere in musica il testo dello “Stabat Mater” è sempre stato per l’autore un progetto lungamente preso in considerazione; per l’occasione della partecipazione al “Premio Iconavetere” sono stati messi in musica alcuni versetti della sequenza, in particolare quelli che interpretano il dolore della Vergine di fronte a un momento di totale sconforto e a un’immane tragedia quale può essere per una madre la morte di un figlio: il dolore di Maria diviene il simbolo del dolore in generale e tutto il brano si configura come una meditazione sul tema della sofferenza umana di fronte all’apparente irrazionalità di una situazione drammatica.

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