Andrea Amici

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Categoria: Opera

Diva – The very best of Anna Netrebko

Qualche sera fa, negli ultimi giorni di dicembre, Rai Due ha proposto in prima serata Principe azzurro cercasi (The Princess Diaries 2: Royal Engagement), grazioso film del 2004, particolarmente adatto a un pubblico familiare – buono per i più piccoli, gradevole per i più grandi – nel periodo delle vacanze natalizie.

Durante una festa all’aperto, all’ombra di un gazebo, la regina di Genovia, interpretata dall’intramontabile Julie Andrews, saluta una “nascente stella della lirica”, Anna Netrebko, dopo che quest’ultima si è esibita, accompagnata da un’arpa e un pianoforte digitale, nell’aria “Sempre libera” della Traviata.

Anna Netrebko in The Princess Diaries

Anna Netrebko in The Princess Diaries

In una commistione di realtà e finzione la Netrebko impersona quindi se stessa, cantando il brano che dà il titolo al suo secondo album uscito proprio nello stesso anno del film, in un momento in cui effettivamente la sua carriera si avvia al suo consolidamento: dopo essersi fatta ampiamente notare, sin dal 1994, nella sua patria, in Russia, grazie soprattutto al celebre direttore d’orchestra Valery Gergiev, inizia a farsi apprezzare per le sue doti negli Stati Uniti e quindi nel resto del mondo, cantando nei più importanti teatri, avviandosi a divenire la diva oggi conosciuta, grazie anche a una sapiente pianificazione di interpretazioni, incisioni e marketing.

Diva - The very best of Anna Netrebko - Deutsche Grammophon

È del 2018 questo “Diva – The very best of Anna Netrebko“, edito dalla Deutsche Grammophon, che riunisce estratti da altre incisioni del soprano russo, con brani che abbracciano un vasto repertorio, con autori quali Mozart, Bellini, Delibes, Offenbach, Grieg, Verdi, Puccini, Giordano, Boito e Rachmaninov, con una puntata sul Non ti scordar di me di Ernesto de Curtis e la musica del compositore ucraino Igor Krutoy.

Compilare un’antologia come questa non è ovviamente operazione semplice: condensare in poco più di un’ora momenti salienti dell’arte di una cantante d’opera (le cui doti fra l’altro andrebbero comunque misurate nell’arco complessivo dell’interpretazione di un personaggio nell’unicità di un melodramma) non è operazione semplice, tanto più se i brani, come in questo caso, provengono da più sorgenti diverse; la casa discografica, infatti, nel confezionare il prodotto deve tener conto del target di acquirenti o fruitori che vanno dal semplice melomane, non necessariamente smaliziato o avanzato nelle sue conoscenze del repertorio, in cerca comunque del bell’effetto o del brano già sentito e apprezzato, al più raffinato palato che cerca il gusto inedito, il tutto con un piede saldo naturalmente sulle esigenze dell’immagine e del mercato discografico.

Un compito difficile ma che, in questo caso, riesce ad avere un esito molto gradevole, grazie anche a un giusto ordine nella proposizione delle varie tracce, e, pure, riesce nel compito di tratteggiare un profilo che renda abbastanza giustizia alle doti vocali della Netrebko.

Cantante dalle indubbie, poderose qualità vocali, il soprano ha dalla sua una pregevole rotondità del timbro e una variegata sensibilità che le consente, grazie anche a una notevole padronanza tecnica, di affrontare un vasto arco temporale del repertorio lirico con esiti decisamente positivi.

Naturalmente, come si evince anche in questa antologia, la Netrebko si mette in particolare risalto con pagine comunemente indicate come “veriste“, per quanto questo termine sia fuori luogo e poco (o non diffusamente) appropriato, ma in questo contesto adatto per dare una collocazione temporale a quelle opere scritte tra gli ultimi scorci dell’Ottocento e i primi decenni del XX Secolo, nelle quali, sull’esempio dell’ultimo Verdi e sotto le influenze del wagnerismo e del sinfonismo francese e austrotedesco del periodo, la vocalità diviene più declamata e aperta: proprio in questi ruoli, dalle pucciniane Tosca e Cio-Cio-San a Maddalena dello Chénier di Giordano e Margherita nel Mefistofele di Boito, Anna Netrebko risulta sicuramente convincente, soprattutto timbricamente, ma anche per la capacità di governare l’intero arco espressivo del brano nella sua totalità senza cedimenti.

Anna Netrebko

Una voce di tal fatta, come quella della Netrebko, gioca primariamente sulla carta della potenza, seguendo una tipica prassi esecutiva, in questo repertorio, che pone al centro la forza espressiva talvolta a scapito dell’introspezione e di un maggiore spettro dinamico (si confronti ad esempio Un bel dì vedremo di questa incisione con quello di una Mirella Freni nelle incisioni con Karajan o Sinopoli); il risultato è comunque, in questi esempi, di alto pregio, ricco e intenso.

Altrettanto interessanti e positivi sono gli esiti su pagine di grande notorietà quali il Duetto dei fiori da Lakmé, l’opéra-lyrique di Delibes e la Barcarolle da Les contes d’Hoffman di Offenbach, tributi (gradevoli) alle esigenze compilative di cui sopra. Davvero belle e pregevoli poi le prove su Rachmaninov, dove si va dritti al cuore della cantante, la Canzone di Solveig dal Peer Gynt di Grieg, e, per me che conoscevo più l’aspetto “verista” nell’accezione di cui si parlava prima, sorprendenti le interpretazioni di Padre, Germani, addio! dal mozartiano Idomeneo e anche Casta diva dalla Norma di Bellini.

Dove personalmente mi convince poco è in “O mio babbino caro“, dove c’è quasi nulla della tenerezza del personaggio di Lauretta, e soprattutto nel Libiamo della Traviata, purtroppo scadente, come spesso si ascolta, e sbilanciata verso una confusionaria atmosfera poco consona, a mio avviso, all’apparente frivolezza dell’eroina verdiana.

Completano l’antologia Cantami di Igor Krutoy, musicista ucraino, classe 1954, attivo come compositore, performer e produttore, brano improntato a un facile melodismo, tutto all’insegna del “già sentito” e il celeberrimo Non ti scordar di me: com’è prassi di tutti i cantanti lirici popolari e graditi al grande pubblico, anche la Netrebko si concede delle incursioni nel repertorio meno colto, ma non per questo meno interessante e terreno sempre di sfide vocali da non sottovalutare.

Un album da ascoltare, gradevole nella sua confezione, per un ritratto abbastanza esaustivo di un’interessante diva del Ventunesimo Secolo operistico.

Il Trittico di Puccini diretto da Lorin Maazel

Il Trittico non è certo fra le opere più frequentate né in teatro né in sala d’incisione; negli ultimi tempi a causa di un’evidente saturazione primariamente dei cataloghi e dei cartelloni, ma anche per una giusta naturale tendenza dell’artista a interessarsi dell’inusitato, si assiste a una lieve controtendenza che comunque non rende giustizia al capolavoro pucciniano. Purtroppo è opinione comune che i tre atti unici siano una sorta di emblema di una crisi del linguaggio del compositore, iniziata già ai tempi della Fanciulla del West, e proseguita attraverso la Rondine e il Trittico fino a sfociare in una nuova stagione favorevole con l’ultima incompiuta Turandot (che, seguendo quest’ottica, in realtà dovrebbe essere il coronamento di questa crisi). Se si paragona infatti allo stile pucciniano delle opere fino allo spartiacque del 1900 con Tosca, effettivamente le opere dalla Fanciulla in poi mostrano un allontanamento da una certa cantabilità che comunque veniva inglobata nella ricerca di un linguaggio più aggiornato sia per quanto riguarda il declamato delle parti vocali sia sopratutto per l’orchestrazione e l’armonia.

Già La Fanciulla del West mostra un balzo prepotente verso una prospettiva europea alla ricerca (e alla conquista) di un linguaggio più approfondito e di sviluppi più consapevoli soprattutto nella soluzione di quella tanto discussa crisi del linguaggio musicale occidentale. Puccini carpisce il segreto di una comunicabilità che si fonde con l’espansione lirica dei momenti più salienti: la conciliazione delle esigenze della modernità con quelle del teatro d’opera italiano.

Il Trittico è uno dei risultati più alti della maturità pucciniana, dove l’estetismo decadente viene vissuto in una vena timbrica fuori dal comune espressivamente tesa a sostenere una poetica che se pur lontana ormai (direi affrancata) dall’irruenza patetico-sentimentale delle opere precedenti, non rinuncia ad una matura esposizione di sentimenti umani.

L’incisione che prendiamo come riferimento è questa diretta da Lorin Maazel con un cast vocale veramente d’eccezione. La particolarità è anche quella di poter gustare due modi di vivere l’opera (di Puccini in particolare) perfettamente intersecantesi in una eccellente sintesi.

Le voci, infatti, sopratutto quelle più “anziane”, portano la loro grande carica emozionale e la pluriennale esperienza in ruoli che ereditano una certa prassi esecutiva dalle origini pucciniane: è il caso della splendida Suor Angelica di Renata Scotto o dell’ironico Gianni Schicchi dell’altrettanto glorioso Tito Gobbi, teatralissimo nella sua accentuazione di alcune proposte sceniche dell’autore. Soprattutto se confrontate con alcune edizioni più recenti, sicuramente più attente alla lettera, questa appare più fresca, più umanamente credibile, senza contare l’indubbia qualità delle voci. Impossibile inoltre non evidenziare la smagliante forma di Placido Domingo, perfettamente credibile nei due ruoli assegnatigli, e la delicatezza della Cotrubas, dalla voce elegante e preziosa.

Ma il grande punto di forza è Lorin Maazel, grande direttore pucciniano, nel senso più moderno del termine, capace di una lettura lucida, che nel contempo non rinuncia all’effetto, al pathos, a tutto quanto Puccini, da grande autore di teatro qual era, riusciva a inserire nel suo aggiornamento linguistico conciliandolo con le proprie esigenze stilistiche ed espressive, tutto questo senza perdere di vista l’equilibrio e la correttezza delle prospettive storico-linguistiche.

Un Trittico veramente da collezione, un’edizione di riferimento, completa sotto tutti i punti di vista.

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