Andrea Amici

musicamultimedia.net

Category: Sinfonica

Leonard Bernstein

La Sinfonia "Dal Nuovo Mondo" diretta da Bernstein

[object Object]Mi ė capitato oggi di riascoltare una registrazione della Sinfonia n. 9 “dal Nuovo Mondo, pubblicata nel 1998 dalla Deutsche Grammophon, eseguita da Leonard Bernstein alla guida della Israel Philharmonic Orchestra.
Quando acquistai il CD, ormai parecchi anni fa (è stato infatti uno dei primi a entrare nella mia libreria), ricordo che mi fece una grandissima impressione; non avevo mai ascoltato questo grande capolavoro del sinfonismo e farne la conoscenza con questa edizione fu veramente un’esperienza indimenticabile.
Quando più tardi ebbi l’occasione di ascoltarne altre interpretazioni, non sono mai riuscito a trovarne una così convincente come questa, pur avendone sentite dirette da grandi nomi: sempre ben fatte, ma mai come questa.
Ogni particolare dei movimenti rapidi diviene nelle mani di Bernstein a dir poco esplosivo, ogni fraseggio convincente e irresistibile, la carica narrativa della musica addirittura inarrestabile.
La capacità di accendere la miccia nei vari episodi della struttura sinfonica, ognuno con la sua cifra espressiva, ritmica e agogica, è propria delle grandi interpretazioni bernsteiniane e qui trova momenti assolutamente esemplari, ma soprattutto è ammirevole la grande capacità di mantenere un continua cifra espressiva dall’inizio alla fine, un senso di assoluta consequenzialità delle scelte musicali, curando nei minimi dettagli ogni gesto musicale.
Non si fa assolutamente a tempo, soprattutto nei movimenti estremi e ancora di più nel primo, a cogliere e ad accorgersi di un perfetto modo di rendere il particolare musicale dal punto di vista timbrico o ritmico o del fraseggio che già si è inevitabilmente proiettati oltre, verso un nuovo orizzonte, un “nuovo mondo” che non è appunto geografico ma psicologico; tutto però si stratifica nel tempo interiore dove, al termine della più azzeccata interpretazione della chiusa del movimento, appare invece chiara la bellezza fuori dal comune dell’insieme.
Nel grande Adagio del secondo movimento il direttore riesce a creare uno sconfinato paesaggio, staccando un tempo veramente “adagio”, come solo pochi riescono a fare e soprattutto a mantenerlo nel corso del brano; un paesaggio ideale, interiore, quasi sospeso in tanti momenti.
Dopo la misteriosa e ieratica sequenza accordale iniziale, il canto nostalgico e struggente del tema principale viene reso con un senso di nobile humanitas, privo di qualunque enfasi romantica, ma semplicemente per il tratto umano che contiene; così questo grande secondo movimento, che nell’interpretazione di Bernstein sfiora quasi i venti minuti, diviene un’isola contrastante con quanto precede e quanto segue, rendendo proprio quel senso di lontananza che forse il musicista voleva esprimere tra le pieghe di un sinfonismo che, pur nella grande tradizione di ascendenza brahmsiana, nei tre movimenti rapidi strizza l’occhio al descrittivismo mentre nel secondo diviene più intimo, senza mai scadere nel sentimentalismo.
E proprio queste cifre espressive Bernstein riesce a centrare ed esprimere in questa sua indimenticabile interpretazione.

Claudio Abbado

Prometeo – Il mito in musica

Claudio Abbado non è solo uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, ma anche una personalità di indubbia statura intellettuale e culturale, una complessa figura umana che esprime in musica vasti orizzonti.

Prometheus – The Myth in Music
(Martha Argerich, Berliner Philharmoniker, Claudio Abbado)

Una delle sue tantissime interessanti operazioni culturali di qualche tempo fa è un bellissimo compact disc, che in questi giorni ho riascoltato, dal titolo “Prometeo – Il mito in musica“, edito dalla Sony: non un semplice album, ma un avvincente viaggio attraverso la trasposizione musicale di un’idea mitologica che si traduce nella lettura del mondo ideale che ogni compositore ha in ultima analisi della presenza dell’uomo nella storia.

Prometeo, infatti, è una figura carica di significato: l’apportatore di vita e soprattutto del fuoco, simbolo della fiera indipendenza dell’uomo dal mondo delle divinità, è sempre stato figura di indipendenza, forza titanica, superiorità e di volta in volta nel corso del tempo chi si è occupato di questo personaggio lo ha fatto scegliendo una o talatra caratteristica, tradendo così attraverso la propria lettura una visione particolare dell’uomo e della figura dell’eroe.

Il viaggio musicale di Abbado inizia con Beethoven e una scelta di sette brani dalle musiche che il compositore di Bonn realizzò fra il 1800 e il 1801 per il balletto Le Creature di Prometeo, ideato da Salvatore Viganò. L’idealismo beethoveniano trova qui una delle sue più concrete espressioni: Beethoven è di per sé una figura prometeica, tutta protesa nel titanico sforzo di plasmare una materia come la musica arrecandole un ordine utopistico e spirituale trascendente la materia ma evidentemente in un perenne scontro fra ideale e reale. Il Prometeo beethoveniano è in ultima analisi un apportatore di civiltà e l’ideale eroico si fonde con quello titanico nella figurazione di un elemento superiore portatore di un ideale ordine di pace ed equilibrio in nome dell’arte. Tale lettura è evidentemente protoromantica e il sinfonismo beethoveniano è riportato da Abbado ad un suono storicamente estremamente credibile, sfrondato dalle incrostazioni romantiche ma allo stesso tempo idealmente ricco e denso, del tutto lontano dal secco suono della filologia fine a se stessa. Tutti i momenti selezionati sono resi nel loro valore musicale e intellettuale, con un suono rotondo, la giusta dose di assenza di vibrato e una coerenza stilistica perfettamente assecondata dai Berliner Philharmoniker che si confermano una formazione orchestrale di primissimo ordine.

Claudio Abbado

Il viaggio musicale attraverso il mito di Prometeo continua con il poema sinfonico lisztiano, spesso liquidato come pezzo di maniera e d’occasione, un esempio della vacuità dello stile di Liszt che invece è un autore da non sottovalutare nella storia della musica romantica. In mano ad Abbado, infatti, anche alcuni presunti squilibri o convenzionalismi delle pagine di questo poema sinfonico acquisiscono un valore e un peso ideali di grande spessore e consistenza; anche il fugato in apparenza estremamente convenzionale o forse fuori luogo, diviene un elemento allegorico: il Prometeo lisztiano è figura del trionfo della creazione, al di là del destino stesso del creatore e in ultima analisi autoritratto di uno sforzo sovrumano nella tensione di un linguaggio nuovo che trascende il limite della materia: Liszt stesso è infatti titanico nel suo innovativo virtuosismo che Abbado legge in perfetta prospettiva storica, dando corpo al sogno romantico di una musica dell’avvenire.

Il discorso diviene ancora più intricato man mano che si procede nell’ascolto e addentrandosi nella visionarietà di Scriabin e del suo Poema del Fuoco, una visione assolutamente fuori da ogni convenzione basata su innovative concezioni armoniche (l’accordo che costituisce il materiale di base di tutto il pezzo è una fusione tra una struttura per quarte e una scala esatonale), su un’orchestrazione di una brillantezza addirittura smagliante e addirittura un gioco di luci che oggi si potrebbe considerare multimediale. Anche qui il sogno prometeico di dare vita all’inesprimibile attraverso una materia nuova. Qui Abbado riesce con grande maestria a dominare i guizzi infuocati dell’orchestrazione di Scriabin, riuscendo a dare una lettura appassionata e appassionante, senza cedere minimamente al facile effetto. L’orchestra e il coro si adattano a questa visione della partitura, mentre, facendo sempre salvo il livello comunque altissimo, non mi sembra entusiasmante la performance di Martha Argerich che appiattisce un po’ il suono pianistico su un pesante e continuo fortissimo, quasi cercasse disperatamente di non annegare fra i marosi sprigionati dalla potenza orchestrale di Abbado.

Chiude questo splendido compact disc la Suite 1992 del Prometeo di Nono, l’imponente “tragedia dell’ascolto”, come la sottotitolò lo stesso autore, dalla quale qui è possibile ascoltare due momenti. L’opera di Nono, monumentale nell’impiego di mezzi tecnici e nella sua vastità, è estremamente impegnata e impegnativa, come un po’ tutta la musica del compositore veneziano, ma, a differenza delle opere precedenti a Fragmente Stille am Diotima, Prometeo appartiene alla seconda stagione creativa di Nono, quando l’autore abbandona l’ideologia un po’ ostentata dei suoi primi anni, per dedicarsi a un approfondimento di natura più umana e dolente. Prometeo diviene così figura della peregrinazione che non trova ristoro, perde la sua eroicità per divenire più simile alle proprie creature, in un eterno vagare attraverso isole diverse e attraverso la circolarità del suono elettronicamente modificato. Abbado coglie appieno questa umanità all’interno di una musica sicuramente di non facile approccio ma carica di significato e di densità spirituale come quella dei predecessori.

Il percorso si chiude così, nel silenzio del Prometeo di Nono, dai trionfi dell’idealismo preromantico, romantico e postromantico fino alle disillusioni del XX secolo, alla tragedia umana di un secolo che ha lasciato profonde cicatrici nella storia umana.

Un CD assolutamente imperdibile per l’innegabile valore culturale a per l’eccellente interpretazione di Claudio Abbado.

Breve guida alla discografia dell'Incompiuta

All’interno della sezione Musica di questo sito da qualche giorno è online una monografia dedicata alla Sinfonia “Incompiuta” di Franz Schubert, uno dei brani più belli e più eseguiti del compositore viennese.

La discografia di quest’opera è a dir poco sterminata: ogni etichetta ne ha in catalogo numerose versioni e considerando anche tutte le ristampe di edizioni storiche il numero di “Incompiute” è veramente enorme.

Mi è parso opportuno, a completamento dell’analisi della partitura, indicare alcune incisioni particolarmente significative, in particolare quelle che – a mio avviso – hanno segnato la storia interpretativa di questo grande capolavoro.

Seguendo questo link è possibile leggere la mia personale ed essenziale guida alla discografia dell’Incompiuta.

Il numero 1… il numero 500… il numero?

Un po’di storia: come già detto nel post d’introduzione, per la mia formazione l’ascolto è stato importantissimo e lo è anche adesso nelle mie attività. In casa ho un ricco archivio musicale che si alimenta continuamente; agli inizi, naturalmente, si trattava di avere una discografia riguardante la costruzione di un repertorio di base: ricordo i primi acquisti, con un’integrale delle Sinfonie di Beethoven dirette da Bernstein, poi Mozart, Rimsky-Korsakov, le opere di Puccini e di Verdi, e via così, arricchendo l’archivio musicale con incisioni di brani che via via mi interessavano per lo studio o per la curiosità teoretica, rivolgendomi a epoche e periodi diversi; una volta completata una prima stratificazione non mi sono certo fermato, ma sono andato a caccia di interpretazioni significative, per arricchire la conoscenza attraverso il confronto. Ecco quindi l’affacciarsi di una mentalità da collezionista, non fine a se stessa, quindi non destinata semplicemente all’accumulo, ma con finalità ben precise.

La storia della mia collezione – ancora lo ricordo perfettamente – inizia con un primo acquisto targato Deutsche Grammophon: Debussy: La Mer – Images – Prélude à l’après-midi d’un faune – Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, direttore Leonard Bernstein, un’autentica rivelazione di un modo personalissimo di leggere delle pagine celebri e di grande repertorio. Questa release, frutto di registrazioni live, si apre con le Images, un lavoro del 1912, proposte in un ordine che pospone Ibèria, messa in posizione conclusiva, come per accentuare il carattere di indipendenza di questa sezione che costituisce un vero e proprio “trittico nel trittico”. Personalmente non condivido la scelta, ma naturalmente poco importa la semplice disposizione dato il peso interpretativo. Nel CD si prosegue la carrellata di famosi brani debussiani con un salto indietro al 1894 per ascoltare una delle pagine più importanti nella prima evoluzione del pensiero del compositore francese, il Prélude à l’après-midi d’un faune, per concludere con il celebre La Mer.

La cura dell’esecuzione è notevole: Bernstein, da sempre, si era distinto per una notevole libertà e variabilità della dimensione ritmica, approdando, negli ultimi anni della sua brillante carriera, ad esiti veramente notevoli, con un controllo dell’orchestra di tipo pianistico; in queste pagine Bernstein ricerca un virtuosismo timbrico e ritmico di grande effetto, con un’estenuazione del tempo che si avvia verso la sospensione e l’immobilità di alcuni momenti e con una attentissima gradazione timbrica che si riflette e si interscambia nelle scelte del tactus. C’è da dire che non si tratta mai di un virtuosismo fine a stesso: anche se, rispetto ad altre interpretazioni come quelle più strutturalistiche di Pierre Boulez o più incisive di Toscanini, sembra che Bernstein spesso si compiaccia delle sue scelte, in realtà l’opzione interpretativa si rivolge alla ricreazione di un simbolismo sensuale estenuato nella ricerca delle segrete corrispondenze del libro della natura.

Da quel primo acquisto naturalmente è passato del tempo, gli studi, le scelte, gli approfondimenti sono andati avanti e anche la collezione si è arricchita; non ho tenuto conto ovviamente di tutto ciò che è entrato, ma per un occasionale conteggio si presentò anni fa il cinquecentesimo acquisto, che si concretizzò con una novità (per allora) discografica: la prima incisione assoluta di …explosante-fixe… di Pierre Boulez, a testimonianza, ovviamente, di orizzonti musicali che si andavano espandendo alla conoscenza del repertorio della musica contemporanea. Il brano “di copertina” è relegato alla fine del CD ed è preceduto da brani più “storici” del compositore francese: le Douze notations per pianoforte del 1948 e le Structures per due pianoforti del 1957; Pierre-Laurent Aimard e Florent Boffard si confermano pianisti specialisti nel districare i serialismi integrali del giovane strutturalista. …explosante-fixe… è l’esempio di una continua evoluzione del pensiero compositivo del francese, soprattutto nella versione proposta nel CD, cioè quella del 1992-93 che ammoderna l’apparato tecnico con l’introduzione del live electronics che sicuramente realizza una migliore integrazione dei materiali sonori creati dagli strumenti tradizionali con l’elemento informatico.

Oggi il conto si è perso… ma spero di mantenere (e comunicare) l’emozione di scoprire attraverso l’ascolto i sogni di bellezza e i labirintici percorsi di ricerca che la mente umana estrinseca nella creazione musicale.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Navigando fra le pagine di questo sito, ne accetti l'utilizzo dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" autorizzi il loro utilizzo. Consulta la pagina Informativa sui cookie per maggiori informazioni.

Chiudi