Andrea Amici

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Veni Domine

Volge al termine il tempo di Natale, quest’anno reso ancora più breve dalla prossimità dell’Epifania e della Solennità del Battesimo di Gesù poste in giorni consecutivi, ma c’è ancora spazio per ascoltare questo “Veni Domine – Advent & Christmas at the Sistine Chapel“, edito dalla Deutsche Grammophon, che vede protagonisti il Coro della Cappella Sistina diretto da Massimo Palombella con la partecipazione speciale di Cecilia Bartoli.

Veni Domine - Sistine Chapel

È il secondo album che la storica formazione incide nel 2017 per il prestigiosissimo marchio discografico e questa volta, come lascia intuire il titolo, il repertorio scelto è interamente dedicato alla musica sacra per l’Avvento e il Natale, dal canto gregoriano a Perotinus ai grandi maestri della polifonia, fra i quali spiccano naturalmente i nomi di Josquin Desprez, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Tomas Luis da Victoria e Gregorio Allegri.

L’incisione è stata ovviamente effettuata sotto l’occhio vigile del Giudizio Universale di Michelangelo e delle altre magnifiche opere d’arte della Sistina, con il suono del coro che “galleggia” nella splendida acustica che è una sede naturale per questi capolavori musicali.

Oltre all’indubbio valore squisitamente musicale, il disco è altresì interessante in quanto tutte le esecuzioni sono state effettuate su nuove edizioni critiche realizzate a partire da manoscritti o prime edizioni a stampa presenti nel fondo della Biblioteca Apostolica Vaticana, con un notevole valore, quindi, anche dal punto di vista filologico, impreziosito anche dalla presenza di tre prime incisioni mondiali.

Un discorso a parte necessita la partecipazione di Cecilia Bartoli; naturalmente è risaputo che all’interno della Cappella Sistina non abbiano mai risuonato, in questo repertori, voci femminili e questa stessa occasione è la prima presenza di una cantante in tale sede, quindi proprio nell’ambito dell’operazione filologica di cui il CD si fa vanto e portavoce il celebre soprano sembra quasi fuori luogo; tuttavia, ascoltando il brano di Perotinus non si può che apprezzare il risultato, in quanto il timbro speciale della cantante sembra proprio a perfetto agio fra il coro.

Mentre si spengono le luci delle feste natalizie e svaniscono le note delle musiche occasionali che prendono il sopravvento in qualunque contesto e rischiano col loro frastuono di sopraffare anche gli stessi sentimenti che apparentemente vorrebbero o penserebbero di auspicare, è bene lasciare spazio a questa musica che, invece, nasce dal silenzio e su di esso poggia, l’unica che realmente dà voce al mistero del Natale e immerge nella riflessione e nella contemplazione, perché della Solennità riesce a comprendere ed esprimere la profonda teologia e può quindi, come dice lo stesso direttore della Sistina Palombella, “aiutare il cammino dell’uomo verso il trascendente“.

Standards & Ballads (Wynton Marsalis)

Quasi per caso mi sono imbattuto in questo album di Wynton Marsalis dal titolo Standards & Ballads, un’antologia di registrazioni che ritraggono l’artista in varie formazioni tra il 1983 e il 1999, raggruppate sul comune denominatore enunciato già nel titolo, del grande repertorio dell’American Songbook, con un taglio spiccatamente intimistico e di grande fascino.

Standard and Ballads

Un terreno comune dato dall’implicito accordo fra musicista e ascoltatore su un repertorio che fa della cantabilità da un lato e delle infinite possibilità di intrecciare sempre nuovi percorsi dall’altro il suo punto di forza, e che crea un’atmosfera lussuosa ed estremamente godibile, che in ultima analisi permette un’esperienza esteticamente positiva:

“Standards supply something that is usually pretty, or so pretty that both the musician and the listener agree upon how good they make them feel“.

Ma dietro queste parole c’è molto di più; l’idea che si ricava dall’ascolto attento, al di là dell’indubbia qualità ed estrema piacevolezza del tutto, è quella di classicità del jazz che costituisce l’approccio generale di Wynton Marsalis, trombettista di formazione a 360 gradi, con alle spalle studi ed esperienze artistiche di altissimo livello, ma soprattutto musicista di grande rigore intellettuale e di grande spessore.

È un jazz che viene di volta in volta fermato nell’istantanea di un pregiato fiore di serra (non a caso Hot House Flowers è il titolo di un emblematico, bellissimo album dello stesso Marsalis, del quale si possono ascoltare alcune tracce in questo Standards & Ballads), da ammirare nella sua rarefatta bellezza che ripropone in maniera artificiale qualcosa di presente altrove nello spazio o nel tempo, e quindi considerato nella sua prospettiva storica, con il suo bagaglio di cultura e tecnica, di cui il musicista, attorniato dai suoi scelti collaboratori, diviene sapiente interprete.

Una musica, quindi, che diviene classica, seppure non possedendo quell’esattezza tipica e formale della notazione di ogni singolo suono, esattezza che poi, anche nel caso della musica classica propriamente detta, non è poi una così grande garanzia di universalità di lettura e infatti ha il grande pregio di lasciare ampio spazio di intervento alla sensibilità dell’esecutore e al continuo approfondimento. La classicità del jazz insiste infatti in un meta-spazio musicale ideale: è sempre non un solo brano, ma un linguaggio, un bagaglio di prassi esecutive fatte di tecniche di fraseggio, armonia, interazione fra musicisti, ed è questo che, nel caso emblematico di queste registrazioni, diviene l’oggetto della speculazione artistica dell’interprete, che affronta una complessa idea di linguaggio musicale con lo stesso rigore con cui un pianista classico prenderebbe in mano una sonata ottocentesca.

Si potrebbe pensare che con un tipo di approccio storicistico come questo si possa perdere un che di originalità e di sperimentalismo, ma guardando il tutto da un’ottica postmoderna, l’estetica del già detto soppianta i vari sperimentalismi delle generazioni precedenti, legittimando invece una più marcata predilezione per ciò che è vicino al piacere del prodotto artistico fine a se stesso e soprattutto “una disincantata rilettura della storia, definitivamente sottratta a ogni finalismo, e per l’abbandono dei grandi progetti” (Treccani).

Un album quindi da ascoltare con grande attenzione e interesse, che ha fra l’altro anche il pregio, come tutte le buone antologie che si rispettino, di far da ponte ad altri ascolti interessanti, andando a curiosare fra i dischi da cui sono tratte le varie tracce.

Maggiori informazioni sull’album nella sezione discografia del sito ufficiale del musicista:

http://wyntonmarsalis.org/discography/title/standards-ballads

E naturalmente l’album disponibile su Spotify:

The Last Jedi

Il 13 dicembre scorso, primo giorno di uscita in Italia, sono andato a vedere The Last Jedi, il nuovo, ottavo, capitolo della saga di Star Wars. A distanza di qualche giorno leggo, nel mio feed Google e in vari post che rimbalzano sui social, varie recensioni negative apparse anche su testate giornalistiche importanti, mentre, a quanto vedo altrove, vari aggregatori danno alti indici di gradimento.

Devo dire in premessa che a me il film è piaciuto parecchio: l’ho trovato ben fatto, con un ritmo narrativo serrato e ben congegnato nella sua consequenzialità e nella giustapposizione e talora sovrapposizione dei vari filoni della sceneggiatura, con interpretazioni abbastanza convincenti, nei limiti delle possibilità offerte dal genere, e naturalmente strepitoso nella fattura scenica, negli effetti speciali mai fini a se stessi, ma subordinati alle esigenze della narrazione, e, cosa ovvia ma sempre da rilevare anche se si sta parlando di John Williams, unico per quanto riguarda la colonna sonora.

Ho trovato particolarmente interessante la continua elaborazione dei personaggi, mai fissi, nel loro presente, nel loro passato e nelle possibilità future, in ruoli o settori di semplicistica suddivisione fra bene e male (o buoni e cattivi, coraggiosi e codardi…), ma ricchi di evoluzioni che si scoprono anche con gradevoli colpi di scena, seppure, occasionalmente, con qualche, forse inevitabile, semplicismo.

Alcune critiche negative, leggo, provengono da una presunta inadeguatezza di questo nuovo capitolo (da definire, secondo me, piuttosto “libro”) della saga. Tali letture, per proseguire nella medesima metafora, si basano a mio avviso su un assunto alquanto debole: Star Wars è sicuramente una mitologia moderna, con buone intenzioni, ma legata molto ai tempi, o meglio alle epoche della cinematografia, e alle sue esigenze, ma anche ai limiti e alle tendenze proprie del medium in sé; mi pare, infatti, che sia maggiore la speculazione intorno alla saga vista come corpus piuttosto che la vera fruizione di ogni singolo film, che non sempre, né tanto meno considerandone l’interezza, mantiene, per varie ragioni, adeguati livelli, fermo restando il valore per la storia del genere e della cinematografia, e questo pesa sul tentativo di questo film di “uscire dal seminato“, per così dire.

Ribaltando invece il punto di vista e guardando con spirito libero e privo di preconcetti legati al passato che a volte, è vero, come diceva Nathaniel Hawthorne, “giace sul Presente come il corpo morto di un gigante”, si può gustare questo “nuovo” Star Wars come appunto qualcosa di nuovo, che pur riesce a mantenere, rielaborandoli, i contatti col suo stesso passato ma in maniera dialettica, eventualmente anche in discordia, ma sicuramente creativa.

E qui un buon merito va riconosciuto all’approccio coraggioso e intelligente di Rian Johnson, che è riuscito, a mio parere, nell’intento di proporre un’evoluzione delle trame di Guerre Stellari, facendole sue e arricchendole, pur strizzando l’occhio, con equilibrio, a tematiche ed eventi precedenti, riuscendo dove il precedente film, timido (forse un po’ troppo) inizio della nuova trilogia, aveva un po’ fallito, introducendo, sì, nuovi personaggi (ma ciò era inevitabile) con relative tematiche, ma legandosi troppo a una variazione, neanche troppo elaborata, sul tema del passato, riprendendo pedissequamente alcuni elementi narrativi sui quali innestare alcune (poche o non del tutto chiare) cose nuove.

A proposito di equilibri, mi pare giusto rilevare come in questi Ultimi Jedi ci sia un felice bilanciamento di registri: il fondo, com’è giusto, è epico, ma c’è anche molta avventura, un certo fragore, il dramma interiore ed esteriore, senza disegnare qualche attimo di ironia dispensato con sapiente parsimonia onde evitare lo scadere nella parodia ma riuscendo invece, ove necessario, a stemperare vagamente la tensione accumulata, e anche qualche vena di romanticismo che fa capolino fra le pieghe della concitazione del ritmo.

Star Wars the Last Jedi

Riservando ad altri momenti qualche considerazione sulla strepitosa colonna sonora, al netto del successo peraltro annunciato, a mio modo di vedere meritato, c’è da chiedersi quale sarà la strada futura di Star Wars: chiavi di sviluppo ce ne sarebbero tante, ma anche altrettante insidie, prima fra tutte, a mio avviso, il pericolo di una certa possibile deriva, che parrebbe gettare qualche sua embrionale ombra in (per adesso) limitati presagi intravisti in alcune scene, in senso sentimentale che secondo me potrebbe orientare, se non governata con sapienza, in senso semplicistico il promettente progresso narrativo.

Attendiamo gli sviluppi, senza dimenticare il prossimo appuntamento di mezzo che si spera possa essere all’altezza del precedente.

Andrea Amici

17 dicembre 2017

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L’Otello del San Carlo in TV

Otello

Una scena dell’Otello nell’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, trasmesso da Rai 5

Chiusa definitivamente una stagione d’oro della lirica, una nuova generazione di talenti stenta a emergere e imporsi alla ribalta internazionale, mentre ormai appare palese il declino del teatro d’opera come istituzione artistica e culturale, almeno in Italia.
È quanto emerge dalla visione dell’Otello di Verdi, trasmesso in prima serata da Rai Cinque il 24 aprile, un allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, uno spettacolo tutto sommato accettabile e nel complesso privo di grosse cadute di stile, ma ben lungi dal raggiungere risultati artistici significativi.
Il punto debole più evidente dell’intera produzione è il protagonista, l’Otello di Marco Berti, vocalmente instabile e non all’altezza della situazione dal punto di vista interpretativo, soprattutto nel primo atto. Estremamente piatto nell’interpretazione, Berti è ben lontano da quelle caratteristiche di potenza e di “tenebra” di cui è intriso il personaggio verdiano. Più convincenti invece Jago (Roberto Frontali) e Desdemona (Lianna Haroutounian) che comunque, assieme ai tanti comprimari, non ascendono a particolari vette drammatiche e interpretative.
Regia, scene e costumi si adeguano con moderazione alla moda attuale, senza però dare scandalo, ma immobile la prima e con le solite – a mio avviso – dubbie estrinsecazioni di significati più o meno nascosti attraverso la presenza sulla scena di simbologie, in questo caso pagliacci e mimi.

Decorosa la prova dell’orchestra del Teatro, diretta da Nicola Luisotti, che tiene bene l’intero arco drammaturgico, con tempi adeguati e un’interpretazione convincente, sebbene non priva di alcune sbavature.

Al termine gli applausi più meritati dovrebbero andare al genio di Giuseppe Verdi, che a settantaquattro anni, al massimo della sua forza creativa, continuava a sperimentare vie nuove con esiti di impareggiabile forza artistica, creando opere che ancora oggi hanno tanto da dire all’uomo contemporaneo.

Rimane il pregio, da parte della Rai, di dedicare un canale interamente alla divulgazione della cultura e dell’opera in particolare, su piattaforme gratuite come il digitale terrestre e il web, con attenzione – nella prima – a fasce orarie non proibitive come accadeva in genere sui canali “storici”; sarebbe auspicabile, dato il carattere artisticamente limitato delle produzioni attuali specialmente italiane, dare spazio anche ai grandi allestimenti che hanno fatto la storia dell’interpretazione, fortunatamente disponibili in video.

Per rivedere l’opera on demand su Rai Cinque:http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5d440908-6376-453a-b5de-87636eb73416.html

 

Morricone

La Musica e oltre – Colloqui con Ennio Morricone

D. Ceramia, La musica e oltre – Colloqui con Ennio Morricone

Quando in libreria, un po’ distrattamente, ho acquistato questo libro, basandomi sulle avare note di copertina e per la verità senza esplorare il contenuto, pensavo di trovarmi di fronte all’ennesimo volumetto-intervista all’interno del quale, in mezzo a curiosità biografiche e domande più o meno banali che tipicamente si rivolgono ai compositori, avrei forse trovato qualche interessante spunto di riflessione. E trattandosi di Ennio Morricone, non avendo – se non ricordo male – un libro in proposito, ho acquistato proprio questo “La Musica e oltre – Colloqui con Ennio Morricone” di Donatella Caramia, pubblicato nel 2012 da Morcelliana.
La lettura, invece, si è rivelata una piacevolissima sorpresa, un affascinante viaggio attraverso il genio musicale visto attraverso l’occhio delle neuroscienze e della psicoanalisi, guidato e illustrato dall’autrice, la dott.ssa Caramia, medico neurologo, analista junghiana e musicista, docente di Neurologia e Psicologia musicale all’Università Tor Vergata di Roma, e inframmezzato da sei colloqui con Ennio Morricone: molto di più, quindi, di un libro-intervista, dove anche la stessa presenza del grande compositore è funzionale alla discussione di una tematica ben specifica e di grande interesse.
Il libro propone un’analisi molto dettagliata, anche se con un taglio decisamente divulgativo, delle ragioni per cui la musica rivesta nella vita dell’individuo e della collettività un ruolo così fondamentale.
La formula domanda/risposta tra l’autrice e il compositore occupa solo una parte, forse minore, dell’intero volumetto, mentre largo spazio è dato all’approfondimento delle tematiche relative alla stretta connessione fra vita e musica attraverso l’attività cerebrale conscia e inconscia, sotto un profilo a tratti molto profondo e “meta-scientifico”, o meglio dando un taglio che supera nettamente un criterio meccanicistico, proprio di certe correnti di derivazione positivista, che lega biologia ed emozioni, facendo delle seconde un mero risultato di processi fisici.
Quando infatti l’autrice parla delle strette connessioni fra creatività e attività cerebrale a livello neurobiologico, di implicazioni fra la socialità a livello profondo e la musica, parla appunto di una conferma a livello biologico di quanto avviene nella humanitas, come un tutto organico, quindi valorizzando appunto gli aspetti profondi e non riducendo il tutto a una formula matematico-scientifica.

Il libro diviene quindi un interessantissimo spunto di riflessione e anche, per i musicisti, di autoanalisi: quanto avviene all’interno della personalità del musicista è per lui stesso un mistero, se non addirittura qualcosa cui neanche si pensa, immersi come si è nella quotidianità che spesso fa dimenticare la grandezza di un “dono” che si cela al proprio interno; questo libro aiuta a svelare ciò che accade nel profondo di una “mente musicale”, lasciando comunque aperto un margine alla meraviglia, pur trattandosi di una trattazione essenzialmente scientifica.

Una lettura da non perdere, quindi, per chi volesse approfondire – per usare le parole del maestro Morricone – l’ “altrove profondo che non esiste nella realtà” da cui proviene la musica.

Morricone

Una triste Traviata da dimenticare

Una triste serata da dimenticare, la prima alla Scala del 7 dicembre 2013, specchio del profondo degrado culturale e umano che imperversa sul nostro Paese, immerso in una crisi economica, politica, morale e spirituale senza precedenti, che affligge e contagia anche l’arte, forse l’unico spiraglio che potrebbe infondere vita anche nel grigiore di una situazione così devastata.
In scena uno dei titoli più eccezionali dell’intero patrimonio artistico e culturale di tutti i tempi,La Traviata, di Giuseppe Verdi, uno scrigno traboccante di bellezza, significati, tecnica e genialità, reso nella maniera più squallida che si potesse immaginare.
L’evidenza maggiore del disastro al quale si è potuto assistere in diretta televisiva è stata la regia/scenografia a dir poco ingiuriosa firmata da Dmitri Tcherniakov; un orribile incongruente pasticcio, sullo sfondo di pessimi ambienti e di discutibili figure, movimenti assolutamente antitetici a quanto ispirato dalla musica e soprattutto trovate che sarebbero esilaranti se non fossero tragiche: un crescendo di stupidaggini che culminano nella prima parte del secondo atto, soprattutto quando si giunge a sfiorare il ridicolo con Alfredo massaio che impasta mentre ascolta suo padre, si taglia un dito mentre affetta gli ortaggi per poi ciucciarselo come un bimbetto ferito; qualunque fosse la volontà del regista di mettere probabilmente in scena l’immaturità del protagonista, certo la trovata è talmente di cattivo gusto, assieme a tantissime altre che non stiamo qui a elencare, da rasentare il ridicolo e l’offesa nei confronti del genio verdiano.

Durante il Preludio del Primo Atto.

L’elemento regia è quello che è saltato ovviamente in maniera più particolare all’occhio e trascina verso il basso l’intero spettacolo, rovinandolo irrimediabilmente e in maniera irreparabile, ma non è l’unico protagonista di questa serata di emblematica negatività.
Chi è sulla scena, a partire dai due protagonisti, dimostra un livello non certo da prima di un teatro che dovrebbe aspirare a essere uno dei massimi al mondo. Un Alfredo (Piotr Beczala) povero nelle intenzioni e nella qualità vocale, impacciato e deludente, attorniato da un padre (Zeliko Lucic) gelido e spesso fuori dal tempo musicale, una onnipresente Annina travestita, come molti su Twitter hanno simpaticamente commentato, da Wanna Marchi, interpretata da Mara Zampieri, che anni or sono avevo apprezzato in una Fanciulla del West diretta da Maazel proprio alla Scala, ma qui appiattita nello scarsissimo valore generale dello spettacolo; la protagonista, la Violetta di Diana Damrau, ha messo in grande rilievo la difficoltà di un ruolo così importante e ricco come quello che ha affrontato; è noto che la parte di Violetta è di una difficoltà interpretativa estrema e in questa prima alla Scala tali difficoltà sono emerse tutte, senza soluzioni. Un primo atto con una Violetta inguardabile e soprattutto inascoltabile, facile preda di tutte le insidie disseminate nella mirabile partitura verdiana: colori assolutamente inadeguati, mancanza totale di smalto e agilità, nevrosi manifeste e un ultimo acuto del tutto preso male, sgraziato e calante, che ha coronato un primo atto completamente fuori ruolo. La situazione è leggermente migliorata nel secondo e nel terzo atto, nelle parti più drammatiche, senza comunque raggiungere risultati di eccellenza, anche perché comunque alla non convincente prova vocale si è purtroppo aggiunta la pressoché totale mancanza scenica; pubblico e critica hanno dimostrato di apprezzare la performance del soprano, che francamente non mi ha convinto proprio per niente.

E si giunge infine alla peggiore nota della serata, quella del direttore d’orchestra, artefice di una lettura priva di totale senso drammatico. Daniele Gatti sicuramente (spero) non in serata, con tempi strascicati, spesso farraginosi, inadeguati alla resa della “parola scenica” verdiana, ma soprattutto privi di proporzioni e logico svolgimento drammatico. Un suono appesantito, molto piatto dal punto di vista dinamico e un coordinamento delle masse sonore poco efficace.
Anche il rapporto orchestra-palcoscenico è parso molto aleatorio, con episodi di scarso affiatamento, culminando in un momento di empasse, quando alla festa del secondo atto improvvisamente non si sente per varie battute nessuno cantare.

Una Traviata da dimenticare, specchio del degrado culturale della nostra Italia: un’occasione che avrebbe dovuto rappresentare un momento di alta intensità artistica e umana vissuto a livello di collettività che purtroppo ha avuto come unico discutibile pregio quello di dibattere più o meno animatamente e ironicamente sui social-network di un totale e degradante sfascio.

Olivier Messiaen e Leonard Bernstein

Messiaen, Bernstein e il canto d’amore della musica contemporanea

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La copertina della partitura della Sinfonia Turangalila

La Sinfonia Turangalîla fu composta da Olivier Messiaen a partire dal 1945, quando questi ricevette la commissione per una composizione sinfonica dal celebre direttore Serge Koussevitzky per la Boston Symphony Orchestra. Il titolo è una parola sanscrita composta da turanga, il tempo che scorre velocemente, e lila, la creazione che riempie il tempo; turangalîla è però anche in sanscrito una figura ritmica formata da quattro elementi, due dispari e due pari (3-3-2-2) che in totale danno il numero dieci, un nome femminile e un canto d’amore popolare: una polisemia che trova innumerevoli voci, simboli e significati nella complessa partitura di Messiaen.

Divisa in dieci movimenti (come il numero della figura ritmica sanscrita), con una durata di circa un’ora e mezza, la Sinfonia è da intendersi come un grande canto d’amore o canto all’amore, inteso come sentimento e forza che trascende la stessa esistenza umana nella sua dimensione cosmica e religiosa; per questo è spesso associata al mito wagneriano di Tristano, sebbene un’interessante testimonianza raccolta da Sergio Sablich direttamente dalla voce dell’autore sposti completamente (e giustamente) l’asse dell’interpretazione verso la dimensione religiosa che ingloba tutta l’arte di Messiaen e la sua concezione dell’universo:  «Per me l’amore, che trascende il nostro pianeta ed è cosmico, non conduce alla morte, ma alla vita, alla luce, alla scoperta del valore di tutte le cose. Come il canto degli uccelli, la voce dell’anima e della natura. Come l’organo della Trinità. Forse, più che Tristano, Parsifal…». (Sergio Sablich, Il Cantico del Creatorehttp://www.sergiosablich.org/dettaglio.asp?L1=55&L2=228&L3=234&c=13&id_inf=759)

A comporre questo grandioso canto e inno all’amore contemporaneamente divino e umano, in quanto per Messiaen ogni amore proviene cristianamente da Dio, intervengono tutte le caratteristiche della musica del compositore francese: modi a trasposizione limitata, ritmi non retrogradabili, canti degli uccelli, personaggi ritmici, imponenti agglomerati armonici, testure che si assottigliano fino alla trasparenza, e anche una peculiare e originalissima orchestrazione che fa proprie suggestioni orientali che coesistono con la tradizionale compagine sinfonica, il pianoforte e le onde Martenot che hanno un ruolo di solisti, nonché alcuni occasionali riferimenti alla musica afroamericana.

Olivier Messiaen e Leonard Bernstein

Olivier Messiaen e Leonard Bernstein

Koussevitzky affidò la premiere della Sinfonia Turangalîla alla bacchetta del giovane ed emergente trentunenne Leonard Bernstein; al concerto, il 2 dicembre del 1949, Koussevitzky si espresse in maniera assolutamente entusiastica nei confronti del lavoro di Messiaen (“Today will be a big day in music“), avvisando il pubblico che si sarebbe trovato di fronte a un grande capolavoro di calibro, impatto e potenza paragonabili a Le Sacre du Printemps di Stravinsky, una nuova pietra miliare nella storia della musica: «I cannot say much because I haven’t studied profoundly the score, but my opinion is this symphony, after Le Sacre du Printemps, is the greatest composition composed in our century»  (Turangalila Premiere, dal sito della Philharmonia Orchestra http://www.philharmonia.co.uk/messiaen/music/turangalila_boston.html).

Bernstein, invece, sebbene avesse curato con la massima professionalità e il massimo impegno l’esecuzione, rimase probabilmente abbastanza freddo nei confronti dell’imponente e sterminata partitura francese. A tal proposito si riferisce una definizione della sinfonia come “the Messiaen Monster“, spesso riferita a Bernstein stesso, ma in realtà scritta da Aaron Copland in una lettera a Irving Fine, nella quale si dice che mentre Koussevitzky era assolutamente “pazzo” per la Turangalîla, Bernstein era “freddo, a dispetto di una brillante prova nella direzione“: «The Messiaen Monster produced various reactions – more illuminating as to the person reacting than as to the piece itself. Kouss was mad for it; L.B. cold, in spite of a brilliant job of conducting.» (Philip Ramey, Irving Fine – An American Composer in His Time – Lives in Music, pag. 126).

Un preziosissimo documento sonoro relativo alla prima della Sinfonia Turangalila si trova nell’album “Leonard Bernstein – Historical Recordings 1941-1961“, disponibile anche su Spotify all’indirizzo https://open.spotify.com/album/275ZplKHUg8HJvWjBB9Uyc. Si tratta di un estratto delle prove, precedute dal discorso introduttivo di Serge Koussevitzky.

Il giovane Bernstein si dimostra perfettamente padrone dell’innovativa partitura e perfettamente a suo agio nella concertazione; è un vero peccato che non esista in commercio un’incisione del concerto completo.

 


Bernstein e Koussevitzky

Leonard Bernstein e Serge Koussevitzky al termine di un’esecuzione della Seconda Sinfonia “The Age of Anxiety”

Un altro importante evento accadde proprio nello stesso anno 1949: l’8 aprile, otto mesi prima della premiere della Sinfonia di Messiaen, Koussevitzky aveva diretto la Boston Symphony Orchestra nella prima esecuzione della Sinfonia n.2 “The Age of Anxiety, di Leonard Bernstein, con l’autore al pianoforte, brano che lo stesso Koussevitzky aveva commissionato al suo giovane e geniale “protetto”, dimostrando di credere molto anche nelle doti di compositore del giovane Lenny e non solo nelle sue evidenti qualità di direttore d’orchestra.

Grazie a Koussevitzy, quindi, due sinfonie erano state realizzate e presentate al pubblico lo stesso anno, due brani esteriormente molto diversi fra loro, ma entrambi con una grande ricchezza in comune.

La Sinfonia n.2, anch’essa per pianoforte e orchestra, è ispirata al poema di W. H. Auden “The Age of Anxiety“, del quale riprende tematiche e struttura.

Tema principale della Sinfonia di Bernstein, come del poema di Auden, è la crisi della fede e la ricerca del rapporto con Dio; la crisi della fede è musicalmente simboleggiata dalla dissonanza, anzi l’emblema della la crisi dell’identità della fede è proprio per Bernstein il serialismo: non a caso “The Dirge” – la quarta sezione della sinfonia – inizia con una serie di dodici suoni esposta dal pianoforte e culmina con un grande accordo di dodici note, costruito prevalentemente per terze, come quello della Decima Sinfonia di Mahler.

Tutta la sinfonia quindi, nel dialogo fra il pianoforte (“the pianist provides an almost autobiographical protagonist“) e l’orchestra, nel continuo ondeggiare fra diatonismo e cromatismo, tra consonanze e dissonanze, non in senso classico ma come maggiore o minore distensione fra gli intervalli costitutivi dell’armonia, simboleggia la complessa ricerca di significato e di fede e alla fine dell’Epilogo giunge a un grande accordo consonante che unisce il pianoforte e l’orchestra, l’uomo e Dio, in un recuperato rapporto di fede; anche Turangalîla si chiude con un luminosissimo accordo conclusivo, in un gigantesco abbraccio fra umano, natura e divino.

In Messiaen si ha quindi una celebrazione, seppure non esente da momenti di drammaticità, un canto cosmico dell’amore all’interno della fede, in Bernstein la ricerca, che culmina nella conquista della fede. Sono modi diversi di raggiungere una medesima meta, ma sempre comunque una forma di comunione superiore che riempie di grande contenuto la ricchezza del linguaggio musicale.

Entrambi gli autori, anche nel prosieguo della loro attività artistica, non cedono mai all’idea di far prevalere il segno sul suono e sul contenuto, Messiaen approfondendo sempre di più il rapporto tra l’uomo, la fede e la natura, Bernstein ripensando sempre al tormentato percorso dell’uomo contemporaneo alla ricerca della fede, entrambi sempre tenendo saldo e presente il legame tra l’umano e il divino in un secolo in cui si è vissuto concretamente (e in maniera assolutamente fallimentare) il tentativo di estromissione di Dio.

Queste due sinfonie, così diverse ma così significative, accomunate da persone e da un anno, ma soprattutto dall’espressione di una profonda spiritualità, sono ormai molto diffuse nel repertorio sinfonico; soprattutto Turangalîla è effettivamente ormai un “classico” del XX secolo e della letteratura sinfonica, ma anche The Age of Anxiety è riuscita a ritagliarsi a buon diritto un proprio spazio.

La prima volta che ho ascoltato la Seconda Sinfonia di Bernstein è stata nel corso di una trasmissione televisiva di un concerto alla Scala di Milano, diretta da Seiji Ozawa; ormai sono tante anche le incisioni, a partire dalle tre in CD e DVD dello stesso Bernstein, e le programmazioni in concerto; ho trovato proprio in questi giorni su YouTube la registrazione della prima esecuzione assoluta, con Bernstein al pianoforte e Koussevitzky sul podio. Da notare che nel 1965 Bernstein pubblicò una nuova revisione della Sinfonia, che soprattutto incide sull’Epilogo, che quindi (per chi ha già sentito le più recenti incisioni) è qui un po’ diverso.

Il CD Deutsche Grammophone della Turangalila-Symphonie diretta da Chung

Il CD Deutsche Grammophone della Turangalila-Symphonie diretta da Chung

Il mio primo ascolto della Turangalîla è avvenuto grazie alla pregevole incisione Deutsche Grammophone del 1991 diretta Myung-Whun Chung, effettuata alla presenza del compositore.

Oggi sono numerose le interpretazioni reperibili sul mercato e molte di alto valore, a testimonianza della definitiva affermazione di questo grande capolavoro.

 

Alla Digital Concert Hall l’apertura della stagione sinfonica

La Digital Concert Hall

La Digital Concert Hall

Grazie all’invito promozionale della Deutsche Bank ho ricevuto per e-mail un link per seguire in diretta su internet il concerto di apertura della stagione sinfonica 2012/13 dei Berliner Philharmoniker, tenutosi il 24 agosto scorso nel tardo pomeriggio; l’orchestra, che tutti da tempo siamo abituati a riconoscere come una delle più importanti al mondo, era diretta dal suo direttore principale, Sir Simon Rattle.

Da tempo ero registrato sul sito della Digital Concert Hall, www.digitalconcerthall.com, la sala da concerti virtuale che porta sui monitor dei computer e sui modelli più recenti di televisori e lettori blu-ray della Sony la Philharmonie di Berlino, per vedere le interviste esclusive ai musicisti e anche una volta per seguire una parte di un concerto gratuito dedicato alle famiglie, ma non avevo mai assistito per intero a un concerto dei Berliner in diretta web.

Con grande curiosità mi sono quindi collegato per lo streaming anche attirato dall’interessante programma che ha accostato due capolavori indiscussi del XIX e del XXI secolo: il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms e la Terza Sinfonia di Witold Lutoslawski.

Linea guida del concerto è la coincidenza di un principio generale insito nella missione di una grande orchestra sinfonica con la sfida artistica di due grandi compositori del XIX e del XX secolo: “breathing fresh life into old art“, portare un soffio di vita nuova in un’arte antica; come infatti una grande orchestra, rivisitando il grande repertorio, lo riporta in vita attraverso l’approfondimento l’interpretazione, allo stesso modo un grande compositore può scegliere di porsi di fronte a una forma tradizionale, come può essere il concerto o la sinfonia, e ripensarla, ricrearla, immettendovi uno spirito nuovo e così portarla sempre verso nuovi e inaspettati orizzonti. È il caso proprio di Brahms e Lutoslawski, apparentemente così lontani ma in realtà animati dallo stesso spirito.

Al termine del Secondo Concerto di Brahms

Yefim Bronfman e Simon Rattle con i Berliner Philharmoniker al termine del Secondo Concerto di Brahms

Con il suo Secondo Concerto per pianoforte e orchestra Brahms spinge la fusione del concerto e della sinfonia a un livello di coesione straordinario: la sua capacità di integrare le due forme è veramente nuova e inaudita; il pianoforte è alternativamente solista ma anche parte integrante dell’orchestra, dimenticando in vari punti ormai del tutto l’idea originaria del concertare, salvo poi recuperare appunto in modo assolutamente nuovo alcuni tratti vitali del dialogo fra solista e orchestra, anche allargando il ruolo solistico al violoncello, comprimario dello splendido e contemplativo terzo movimento. Primariamente il risultato è ottenuto non già tramite l’abolizione di concessioni al virtuosismo o alla spettacolarizzazione, spesso presenti nell’impervia parte pianistica, ma nella fusione delle parti attraverso procedimenti compositivi omogenei, che si trasferiscono e si fondono con grande plasticità fra lo strumento solista e l’orchestra, primariamente mediante la tecnica della variazione che si interseca con quella della durchfürung, lo sviluppo.

Quasi un secolo dopo il Concerto di Brahms, e dopo dieci anni di lavoro, vede la luce l’imponente Terza Sinfonia di Lutoslawski. I punti di contatto con la forma della sinfonia romantica sono tanti: dal motto iniziale, un poderoso motivo in note ribattute che ritorna quasi ciclicamente fra le varie sezioni dell’unico lungo movimento, a riferimenti al rondò e alla forma sonata, tutti rivissuti in una modernità mai fine a se stessa; per il compositore polacco, infatti, un brano non può far risiedere il proprio fondamento nella sola “novità”, che lo porterebbe rapidamente all’oblio, come di fatti è accaduto per gran parte della musica dei secoli passati e del XX in particolare.

La fresh life nella Sinfonia di Lutoslawski filtra da una vera e propria costellazione di geniali intuizioni compositive: la capacità di creare una macro-forma che ingloba le varie strutture formali che fra di loro si susseguono o si sovrappongono; la tecnica dell’alea limitata, la presenza cioè di sezioni in cui solo alcuni elementi sono espressi in notazione, mentre altri, in un limite ben preciso, vengono lasciati all’orchestra, creando l’idea di una “scultura che può essere vista da varie e cangianti prospettive“, secondo una definizione dell’autore; l’originalità delle testure orchestrali; la bellezza espressiva di numerosi episodi.

Simon Rattle

Simon Rattle

Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker hanno offerto una performance assolutamente mozzafiato: uno splendido concerto di altissimo livello con una tensione tecnica ed espressiva continua ed estremamente coinvolgente; Yefim Bronfman ha offerto una prova di grande talento, con un suono e una pronuncia autenticamente brahmsiani. In Lutoslawski, poi, i Berliner Philharmoniker si sono dimostrati assolutamente superlativi, guidati da Simon Rattle che ha dominato le enormi difficoltà tecniche della Sinfonia, evidenziandone con incomparabile maestria ed espressione i ponti con il secolo a lei precedente, impersonato dal brano sentito nella prima parte del concerto.

La regia, sobria ed elegante, si è dimostrata funzionale alla musica, con una cura del dettaglio ben bilanciata con l’insieme; nel complesso quindi un grande concerto e una bella opportunità di partecipare, grazie alla tecnologia, a momenti di così elevata qualità artistica e culturale.

Per tutti gli abbonati alla Digital Concert Hall e tutti coloro che volessero “curiosare”, questo è il link alla pagina del concerto: http://www.digitalconcerthall.com/en/concert/4496/rattle-bronfman-brahms-lutosławski

 

Un Prokofiev triste al Bellini di Catania

20110514-090020.jpgFra gli applausi inconsapevoli di una giovane generazione completamente ignara della grande cultura di cui è erede, ho vissuto un momento di enorme tristezza e pena per la decadenza in cui versa inevitabilmente un ideale di civiltà oggi in maniera inesorabile abbandonato.
Mi sono trovato al Teatro Massimo Bellini di Catania per assistere assieme ai miei alunni a Pierino e il Lupo di Prokofiev. Dopo aver discusso in classe nel giorno precedente sull’importanza sociale di una storica istituzione quale può essere il teatro d’opera, come lievito di civiltà e luogo d’eccellenza nel quale prendono vita i sogni di bellezza dell’uomo, e dopo aver la mattina stessa, pur essendo docente di lettere, fatto una speciale introduzione alla partitura per orchestra del brano del compositore russo (mostrandola e facendo vedere materialmente come è fatta e qual è il compito degli interpreti e del direttore d’orchestra), giunto nella magica atmosfera di un palco di secondo ordine nell’impareggiabile cornice del Massimo catanese, ho avuto la sorpresa di un pasticcio teatrale, fatto di pressappochismo, superficialità e soprattutto direi totalmente anti teatrale.
Prima sgradita sorpresa, la presentazione in forma di balletto dal sapore vagamente carnascialesco, con costumi da libro illustrato per bambini e un attore con ruolo di voce recitante dal tono grottesco.
Ma non era la peggiore: a far risuonare fra gli stucchi della sala e i diaframmi dei suoi occupanti altro non era se non una pessima base musicale preregistrata e montata alla meno peggio che partiva da un portatile della Apple diffondendosi attraverso uno scarsissimo impianto di amplificazione del resto bastante in un posto dove gli amplificatori dovrebbero servire soltanto per degli annunci.
Della splendida musica di Prokofiev non giungeva quindi che uno sbiadito e pallido fantasma, mentre delle intenzioni dell’autore di promuovere la conoscenza della musica sinfonica e degli strumenti dell’orchestra non restava assolutamente niente: l’intento didattico ormai totalmente defunto, quello musicale e artistico inesistente.
Eppure lo spettacolo ha avuto successo, perché l’ignoranza non è contrastata da alcuna forma di coscienza o conoscenza, chi è uscito fuori dal Teatro, poiché si trattava di un pubblico inesperto e inconsapevole, è tornato a casa pensando che anche l’arte sia alla fin fine come tutte le banalità che vengono propinate in televisione, pertanto qualcosa di effimero, superficiale e alla fine inutile.

Due autorevoli opinioni su due miei brani

Lorganista americano Jon Gillock

L'organista americano Jon Gillock

Jon Gillock, uno dei più autorevoli organisti al mondo, specialista del repertorio francese “spirituale” e in particolare della musica di Olivier Messiaen, che per lui ebbe parole di grande apprezzamento, così si è espresso a proposito delle mie Tre Preghiere per organo,  che ha ascoltato recentemente sul sito del Consortium Internationale Compositorum (www.compositorum.com):

“Andrea, I just listened to your Three Prayers for organ. I liked all of them immediately. Perhaps I had a preference for 1 & 3, but that’s probably because I’m more familiar with their chants.

You write in a style I wish I could improvise in! Your harmonic language, while unique, is very evocative and impressionistic. The phrases always seemed logical building to a certain point. Also, the change of colors was extremely effective.

You should find a way to promote them because I think a lot of organists would like them.”

Il pianista Richard Grayson

Il pianista Richard Grayson

Richard Grayson, docente all’Occidental College Los Angeles, CA, alla Music Faculty, Crossroads School Santa Monica, CA  e alla New Roads School Santa Monica, CA, nonché eccellente pianista e improvvisatore, così si è espresso sul mio Salmo 116 per coro e pianoforte:

“I listened to your setting of Psalm 116, and it was very beautiful. A very beautiful piece, fine vocal writing, nice use of harmony and counterpoint, with a sensitive piano accompaniment. You are a musical and sophisticated composer. I will listen to more.”


Un ringraziamento particolare a questi due autorevoli musicisti per le loro parole di apprezzamento e incoraggiamento!


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