Andrea Amici

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Wandrers Nachtlied

Johann Wolfgang von Goethe scrisse due brevi poesie dal titolo Wandrers Nachtlied, “Canto notturno del viandante”, una nel 1776 e un’altra nel 1780. La prima, “Der du von dem Himmel bist” (“Tu che sei dal cielo”) è il testo che ho scelto per un mio brano, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 28 ottobre 2018, dal soprano Francesca Sapienza accompagnata al pianoforte da Annalisa Mangano.

Il “canto notturno” è un topos che permea in particolare la letteratura romantica nella sua dimensione europea. La notte è il momento in cui l’uomo si inabissa nel mistero e nell’oscurità può liberarsi del “giorno” per vivere in una dimensione più profonda, vicina all’Essere; immerso nel silenzio del paesaggio notturno, l’Io, il viandante di Goethe, nel suo continuo vagare, è alla ricerca della pace, stanco di andare alla deriva:

Der du von dem Himmel bist,
Alle Freud und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest;
Ach, ich bin des Treibens müde!
Was soll all die Qual und Lust?
Süßer Friede,
Komm, ach komm in meine Brust!

Tu che sei dal cielo,
calmi ogni pena, ogni dolore,
chi è doppiamente infelice
due volte lo riempi di ristoro:
Ah, sono stanco di andare alla deriva!
Cos’è tutto questo dolore e questo desiderio?
Dolce pace,
vieni, ah, vieni nel mio petto!

A parte gli evidenti riferimenti alla tematica di fondo della lirica di Goethe e alle sue inquietudini sulle quali viene modellato un tortuoso percorso musicale, un altro elemento riveste un ruolo fondamentale in questo brano: il dialogo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione lontana, recuperata come nostalgia, pezzi di linguaggio e immagini che ritornano alla memoria.

Si concretizza in questo Wandrers Nachtlied un più o meno scoperto dialogo in primo luogo con una forma musicale, il lied per canto e pianoforte, e con l’autore che più di tutti lo incarna, Franz Schubert, che mise in musica entrambi i Wandrers Nachtlied in due brani, ai quali ci sono espliciti riferimenti nel mio pezzo, ma anche attraverso una scoperta citazione della Rapsodia per contralto di Brahms, anch’essa su testo di Goethe, in corrispondenza di un riferimento concettuale all’inquietudine della ricerca.

Ricordo di Michel Petrucciani

Nell’anniversario della nascita

Ero studente del liceo a Messina, nella seconda metà degli ormai lontani anni Ottanta, quando ebbi l’opportunità di assistere a un concerto di Michel Petrucciani.

Anche se non ne ricordo esattamente la data, né purtroppo ho ritrovato alcun riferimento sul web, ho nella mente un’immagine vivida di quella sera al Teatro Vittorio Emanuele della città dello Stretto. Erano gli anni in cui il Brass Group, la società concertistica palermitana che all’epoca aveva anche una sezione messinese, organizzava eventi con figure di grande spicco del panorama internazionale del jazz, fra le quali ricordo Herbie Hancock, Art Blakey, Oscar Peterson e tanti altri.

Petrucciani, che oggi avrebbe compiuto 56 anni, apparve sul palco in braccio a un assistente che lo depose sul seggiolino del pianoforte; avevo già ascoltato il musicista dai suoi album, ma l’avevo visto soltanto in fotografia (YouTube ancora, ovviamente, non esisteva…) e la sua fragile figura, dal vivo, com’è naturale, impressionò subito tutti; il grande pianista francese, già considerato una delle massime vette del jazz internazionale, con un gran sorriso e un’incredibile naturalezza, si lanciò con il suo trio in un lungo e articolato viaggio fra i grandi standard di repertorio e sue composizioni, regalando anche intensi momenti affidati alla poesia del solo pianoforte.

Michel Petrucciani

La tecnica assolutamente straordinaria, il rigore delle sue improvvisazioni sempre ricche di grandi spunti melodici e mai sfoggio di eventuali pur ben confezionati cliché, lo portavano a vette realmente inarrivabili, tanto più se si considerano gli enormi limiti fisici imposti dalla sua disabilità e i dolori causati anche durante le sue esecuzioni (e quindi anche durante quella sera a Messina) dalle continue fratture ossee dovute alla sua malattia.

Eppure il grande pianista continuava a dispensare la sua splendida musica, nonostante tutto, con una caparbia fiducia nella vita, nella bellezza dell’arte, prendendosi ogni tanto qualche breve pausa chiudendo il copri tastiera del pianoforte e appoggiandovisi sopra, come sulla spalla di un vecchio e fedele compagno di vita, ricominciando subito un inesauribile vortice di idee musicali che si inseguivano con una rapidità tale da non dare neanche il tempo di riflettere su quanto stesse accadendo senza che già si passasse oltre verso sempre nuove trovate.

Le qualità che apprezzai quella sera, affinatesi in seguito sempre di più oltre il già enorme livello allora dimostrato, sarebbero state compagne di tanti altri ascolti discografici, perché continuai a seguire Petrucciani nel corso degli anni, fino ad oggi, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, la cui ricorrenza sarà il prossimo 6 gennaio.

In questo 28 dicembre, giorno del suo compleanno, mi piace ricordare così il pianista francese, con questa mia esperienza personale e il ricordo vivo di un musicista veramente impareggiabile ma anche di un grande esempio di fiducia nella vita e di capacità di andare oltre i propri limiti.

Concerto 28 ottobre 2018

…l’immagine più debole di un suono… Castello Ursino 28 ottobre 2018

IMG_1007Dopo “Scritture e riscritture sonore” e “Notturno”, la musica di Andrea Amici ritorna al Castello Ursino di Catania domenica 28 ottobre 2018 alle ore 21, nell’ambito del ciclo di concerti del Centro Culturale e Teatrale “Magma” di Catania diretto da Salvo Nicotra con la consulenza artistica di Davide Sciacca.

Protagonisti del concerto sono musicisti di prim’ordine, con i quali l’autore collabora intensamente ormai da anni: la pianista Annalisa Mangano e la violinista Marianatalia Ruscica, il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca, ai quali si unirà il giovane soprano Francesca Sapienza, alla sua prima collaborazione con Andrea Amici.

Locandina concerto 28.10.2018 Castello Ursino

Programma

Mine Eyes unto the Hills (Psalm 121) per violino e chitarra 

Composto in onore di Sua Maestà la Regina Elisabetta II ed eseguito in prima assoluta alla Sua presenza.

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra

…l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra – Andrea Amici – live electronics

Three Irish Folksongs

  1. Red is the Rose
  2. Peggy Gordon
  3. Danny Boy

Versioni parallele per soprano e pianoforte e per flauto e chitarra

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Wandrers Nachtlied per soprano e pianoforte (prima esecuzione assoluta)

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

El Tango per flauto e chitarra

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Note introduttive dell'autore

L’idea della distanza, nel tempo e nello spazio, reale o solo ideale, nelle sue pressoché infinite correlazioni con la nostalgia, la ricerca e la malinconia, è il filo conduttore di un percorso musicale che trova la sua suggestione più profonda e il suo più intimo significato in un endecasillabo, “l’immagine più debole di un suono”, posto quasi al cuore de “La terra impareggiabile”, la lirica di Salvatore Quasimodo (eponima anche della raccolta del 1958 che la contiene), che meglio esprime quel sentimento di profonda nostalgia tradotta in un canto che emerge dalla solitudine e si rivolge a un luogo mitizzato, la Sicilia «terra impareggiabile» appunto, con una densità che supera ogni orpello tecnico, alla ricerca di quelle “parole d’amore”, “forse quelle che ogni giorno sfuggono”, secondo le parole del Poeta, sfocate, proprio come “l’immagine più debole di un suono affettuoso”. 

Queste parole, che ritornano spesso ormai da anni alla mia memoria, sono negli ultimi tempi divenute un motivo conduttore per la scrittura di alcuni brani che si ritrovano in esse o più profondamente nell’idea del lontano, nella riflessione sul tempo e la distanza, la speranza e il dialogo, quest’ultimo come cifra dell’espressione musicale, “segni inevitabili in dialogo”, prendendo ancora in prestito le parole di Quasimodo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione anch’essa lontana, perduta ma recuperata come nostalgia, brandelli di un linguaggio, di immagini sfuocate che ritornano con affetto alla memoria. 

Ecco quindi una serie di immagini, musiche che si intrecciano segretamente con parole ad esse sottese: la lontananza di un luogo mai vissuto ma solo ascoltato nella sua tradizione popolare (Three Irish Folksongs); le polverose strade sterrate di Borges, alla cui poesia “El Tango” si ispira il mio omonimo brano, i vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”) che il tempo travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, El Tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”); l’inquietudine e la ricerca di un luogo di pace, meta di un continuo quanto inesorabile vagare (Wandrers Nachtlied, su testo di Goethe); la risposta della fede, la speranza riposta nell’alzare lo sguardo verso i monti (Mine Eyes unto the Hills), dimensione di preghiera e dialogo, lode e fiducia, e naturalmente il brano che dà il titolo all’intero percorso “…l’immagine più debole di un suono…”, nel quale l’elaborazione elettronica del suono crea un tempo e uno spazio dilatati, dimensioni irrecuperabili, nostalgie, ricordi. 

Sono immagini deboli, più deboli del suono stesso nel quale si perdono, immagini della memoria, difficili da definire con dei contorni netti, ma che vivono in una dimensione profonda e si esprimono attraverso analogie segrete, spesso per frammenti, fino ad affievolirsi nel silenzio. 

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse

il tonfo nella mente non fa udire

le mie parole d’amore o la paura

dell’eco arbitraria che sfoca

l’immagine più debole d’un suono

affettuoso: o toccano l’invisibile

ironia, la sua natura di scure

o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121) – World Premiere

Il 20 agosto 2017 doppia prima esecuzione assoluta di “Mine eyes unto the Hills (Psalm 121)” per violino e chitarra, eseguito dal Ten Strings Duo, la formazione composta da Marianatalia Ruscica e Davide Sciacca, dedicatari del brano.

La mattina è stato eseguito nel corso del servizio religioso alla Crathie Kirk, officiato dal Rev. Kenneth MacKenzie, Ministro della Parrocchia di Braemar e Crathie e Cappellano della Regina d’Inghilterra in Scozia, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e altri membri della Famiglia Reale d’Inghilterra, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip, il Principe di Galles Carlo con la Duchessa di Cornovaglia Camilla, il Principe Andrea Duca di York, il Principe Edward Duca di Essex con la famiglia, il Principe William Duca di Cambridge e la moglie Catherine e Kate Forbes, membro del Parlamento Scozzese.

Mine Eyes unto the Hills - Crathie

Nel pomeriggio il brano è stato riproposto nel concerto che il duo ha tenuto a St. Margarets a Braemar.

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Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.

 

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121)

Si riannoda il filo conduttore della musica di ispirazione sacra, ma soprattutto della musica che trasporta in maniera organica un sistema di simboli in riferimento a un testo religioso: i procedimenti già sperimentati nelle Tre Preghiere per Organo e rielaborati in maniera più esplicita nei Tre Salmi Luterani per coro e pianoforte riaffiorano in questo Mine eyes unto the hills, per violino e chitarra, dedicato al Ten Strings Duo, la formazione composta dalla violinista Marianatalia Ruscica e dal chitarrista Davide Sciacca.

La Crathie Kirk

La Crathie Kirk in Scozia

Il brano è stato eseguito in una doppia prima assoluta il 20 agosto 2017 in Scozia: la mattina nel corso dell’ufficio religioso alla Crathie Kirk, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e di altri membri della famiglia reale, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip e i Principi Charles e William; la seconda in concerto a St Margaret’s Braemar.

Il titolo ripropone parte del primo verso del Salmo 121, “I will lift up mine eyes unto the hills, from whence cometh my help“, nella King James Version (KJV), la traduzione della Bibbia in inglese commissionata dal re Giacomo I e pubblicata nel 1611.

Tutto il brano è ispirato a questo Salmo e in gran parte ne ripercorre la metrica e l’andamento, con una serie di procedimenti compositivi che collegano in maniera diretta il discorso musicale con quello testuale, con una forma generale fondata sulla scomposizione in episodi, in maniera simile al mottetto rinascimentale, che condividono incisi, materiali e frammenti tematici.

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Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.

l'immagine più debole di un suono - 9 luglio 2017 - Ten Strings Duo, Andrea Amici

…l’immagine più debole di un suono… – Ten Strings Duo, 9 luglio 2017

Il 9 luglio 2017, nella splendida e suggestiva cornice notturna della Corte del Castello Ursino di Catania, il Ten Strings Duo, formato da Marianatalia Ruscica al violino e Davide Sciacca alla chitarra, si è esibito in un concerto quasi interamente dedicato alla musica contemporanea, organizzato dall’Associazione Culturale Magma per il ciclo di concerti “Fuorischema”, nell’ambito delle manifestazioni del Comune di Catania denominate “Estate in Città”.

In programma anche la prima esecuzione di un nuovo brano di Andrea Amici, dal titolo …l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica, che ha visto fra l’altro il coinvolgimento diretto dell’autore, impegnato nel coordinamento dell’esecuzione live con l’elettronica generata dal computer.

o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono

…o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…

L’idea di scrivere un brano in ricordo del compositore siciliano Francesco Pennisi nasce da una conversazione della scorsa estate 2016 con il chitarrista Davide Sciacca (al quale il brano è dedicato), che mi propose di comporre un quintetto per archi e chitarra, in vista di una esecuzione in pubblico, prevista per il successivo autunno/inverno.

Francesco Pennisi

Francesco Pennisi

Occorreva quindi iniziare a creare un quadro all’interno del quale muovere i primi passi di questa nuova avventura e, come sempre mi accade, in una prima fase ho svolto una vera e propria ricerca, per aprire la strada a suggestioni, suggerimenti, tutto quanto insomma possa in maniera coerente formare un’idea dalla quale sviluppare un percorso musicale che poi, alla fine, pur prendendo magari l’avvio da quanto pianificato, si evolve quasi sempre verso strade imprevedibili.

Il primo pensiero è stato ovviamente quello di ragionare su come instaurare una relazione con la musica di Pennisi. Ho una profonda ammirazione nei confronti di questo grande del XX secolo, ma mi apparve subito chiaro che non sarebbe stato possibile scrivere “a la manière de…” cercando di imitarne, seppure con l’intento di un omaggio, lo stile e le caratteristiche peculiari. La sua musica e quella dei suoi contemporanei, anche se ognuno con la sua specificità, ha infatti un denominatore comune che è lontano dalla mia sensibilità anche solo per essere inglobato in toto in un processo di dialogo.

Occorreva quindi indagare su altre strade, altri possibili legami che agissero a un livello più profondo.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Come spesso accade, d’improvviso si apre qualche spiraglio che permette di gettare uno sguardo alla realtà da una prospettiva diversa, in questo caso l’evidenza di una comune radice consistente nel profondo legame con la Sicilia; e pensando alla Sicilia dalla mia prospettiva, ma anche immaginandola da quella di Pennisi, l’espressione più adatta che mi è venuta in mente è stata quella dei versi de “La terra impareggiabile” di un altro grandissimo siciliano, Salvatore Quasimodo.

Ecco quindi trovato il primo punto di incontro, la prima fondamentale suggestione, che sta alla base del brano e ne diviene anche il titolo:

Da tempo ti devo parole d’amore:

o sono forse quelle che ogni giorno

sfuggono rapide appena percosse

e la memoria le teme, che muta

i segni inevitabili in dialogo

nemico a picco con l’anima. …

Da questi versi, e dall’universo di significati che sottendono, prende l’avvio il percorso musicale del Quintetto dove si intrecciano in maniera evocativa e analogica vari fili sotterranei, fra i quali l’altro elemento fondamentale, sottilmente collegato al primo appena esposto, costituito dalla citazione ed elaborazione, prevalentemente armonica e contrappuntistica, del tema della Siciliana dai Cinque Pezzi Infantili per pianoforte a quattro mani di Francesco Pennisi, che costituisce l’elemento estrinseco di questo ricordo in musica. Il tema scelto per l’omaggio è tratto da un brano di stampo tradizionale, del tutto lontano dalle ricerche linguistiche che sono state il fulcro di tutta la parabola stilistica di Pennisi, ma proprio in questo suo carattere “antico”, nell’uso della tonalità e di una forma preclassica ho visto una forte corrispondenza con l’assunto fondamentale e ispiratore del mio Quintetto, un’espressione di questo passato mitico, al confine con l’inesistente (la terra impareggiabile), ulteriormente suggerito dal titolo di Siciliana che, per quanto molto probabilmente da un punto di vista storico la forma così chiamata abbia poco a che fare con la Sicilia, tuttavia è innegabile che possa esercitare una profonda suggestione da un punto di vista simbolico e analogico.

Il Quintetto procede quindi così, fra suggestioni, citazioni, intrecci, su uno sfondo estremamente indefinito e malinconico, guardando con gli occhi del presente a un passato fatto di nostalgia per quanto non detto o mai esistito, un passato che comunque non ha una collocazione storica ma potrebbe essere anche prossimo o personale, fino a un ultimo interrogativo sospeso, un qualcosa che comunque sfugge, inafferrabile.

Il Quintetto per archi e chitarra è stato eseguito in pubblico per la prima volta al Castello Ursino di Catania il 29 dicembre 2016, nel corso del concerto intitolato “Scritture e riscritture sonore”, dal dedicatario Davide Sciacca alla chitarra, Rosa Alba Nicolosi e Marianatalia Ruscica rispettivamente primo e secondo violino, Rosaria Milici alla viola e Stefania Puccia violoncello.

Un’orchestra russa fra le rovine di Palmira

Ho letto con interesse, ma non senza alcune perplessità, la notizia del concerto che l’Orchestra Sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha tenuto il 6 maggio scorso nell’antico anfiteatro romano di Palmira, la città della Siria centrale che è stata protagonista della furia distruttiva e omicida dell’Isis e che il mese scorso è stata conquistata dall’esercito di Assad, con il decisivo intervento delle forze russe. Fra queste splendide testimonianze del passato passaggio dei Romani, lo ricordiamo, i terroristi del “Califfo nero” hanno perpetrato terribili delitti poi trasmessi in tutto il mondo e lo stesso patrimonio archeologico, magnifico nella sua conservazione, è stato più volte deturpato con sistematicità. 


Protagonista del concerto, fra le comprensibili imponenti misure di sicurezza, dovute anche al fatto che a pochissima distanza dal sito ancora si combatte e imperversano i bombardamenti, il maestro russo Valery Gergiev, grande direttore d’orchestra di indiscusso valore artistico, nonché grande amico e sostenitore di Vladimir Putin, non nuovo a queste manifestazioni culturali a ridosso di eventi di guerra. 

Proprio lo stesso presidente è apparso su un grande schermo, davanti al pubblico composto prevalentemente da soldati russi, civili siriani, rappresentanti di alcuni governi, tra i quali Francia, Serbia, Perù e Siria, e dell’UNESCO e alla presenza del ministro della cultura russo. 

Putin ha espresso la propria gratitudine nei confronti di coloro che si impegnano attivamente nella lotta contro il terrorismo e ha salutato questo concerto, intitolato “Preghiera per Palmira. La musica dà vita alle antiche mura“, come un «un simbolo di gratitudine, memoria e speranza». 

A ulteriore conferma del marchio esclusivo di questo concerto, il programma, anch’esso quasi interamente russo, con musiche di Bach, Shchedrin e Prokofiev. 

Poco da eccepire da un punto di vista formale, per questo segno di riconquista di un prezioso luogo simbolo della cultura e della storia affermato tramite il concerto, ma molte sono le perplessità dal punto di vista della sostanza. 

Che il concerto si configuri come un simbolo auto celebrativo della “Grande Madre Russia” appare innegabile, del tutto simile del resto a eventi simili del passato. Confermato dalla diretta televisiva dell’emittente di stato di Mosca che ha diffuso le immagini del concerto alternandole con quelle delle truppe militari russe impegnate attivamente a sostegno della liberazione di Palmira. Ricorda le operazioni “culturali” come l’Ouverture 1812 di Čaikovsky o Alexander Nevskij, il film del 1938 di Ejzenštein con musiche di Prokofiev, che però appartengono a un passato che al giorno d’oggi forse avremmo voluto superato. 

La musica quindi è stata di fatto spogliata del suo profondo significato di linguaggio universale simbolo di fratellanza fra popoli e culture diverse, di pace e armonia nella bellezza, per ridursi a strumento di propaganda di un’operazione, fra l’altro, sulla quale si addensano pesanti nubi e responsabilità più o meno occulte della nazione organizzatrice ma anche di tutta la comunità internazionale. 

La questione infatti non è tanto la matrice russa di questo evento, quanto l’evento in sé, concepito in maniera unilaterale, propagandistico, parziale, perché non decisivo e soprattutto, ripeto, in un clima tutt’altro che chiaro per quanto concerne le responsabilità internazionali. 

La condanna ferma del terrorismo e l’impegno del mondo della cultura devono sicuramente prendere le distanze da qualsivoglia intento di auto celebrazione nazionalistica e quindi operare a un livello sovranazionale ed esprimere chiaramente un ideale universale tramite un linguaggio anch’esso universale e così da tutti espresso e recepito. Diversamente, pur nella validità dell’esito artistico, si ricondurrà il tutto a una insanabile frattura che in questo caso porta alla perplessità e poi all’oblio se non alla diffidenza, nel caso invece di un “prodotto” artistico occorre del tempo e una oggettivizzazione per liberarlo da scomode sovrastrutture. 

Ma la modernità, purtroppo, è fatta di immagine, non di ideale, e questo in tutti i campi, nel bene e nel male, e anche fra le “vie di mezzo”, che rasentano l’una e l’altra parte. 

Il Santuario di Loreto (foto Leonardo Ciampa)

Musica per organo di Andrea Amici a Loreto

La sera del 21 luglio 2015 nella magnifica cornice della Basilica della Santa Casa di Loreto il Maestro Leonardo Ciampa, organista e compositore di Boston, terrà un concerto d’organo nell’ambito della sua tournée italiana; aprirà il programma con la Preghiera per Organo Sub tuum praesidium confugimus di Andrea Amici, composta nel 2008 e dedicata, assieme alle altre due Preghiere per organo, allo stesso M° Ciampa che le ha eseguite in prima assoluta in Austria e negli Stati Uniti.

La partitura delle Preghiere per Organo di Andrea Amici sul leggio dell'organo della Basilica di Loreto

La partitura delle Preghiere per Organo di Andrea Amici sul leggio dell’organo della Basilica di Loreto (Foto: L. Ciampa)

Le Preghiere per organo sono una meditazione musicale su un testo sacro latino, riportato in partitura, ed espresso nel suo intimo significato attraverso le note; la musica tende  a “meditare” e approfondire stati d’animo propri della preghiera, cercando di interpretare ciò che prova lo spirito nell’atto di recitare un testo sacro fermandosi, ripetendo, meditando, ritornando indietro a rivivere momenti spiritualmente profondi e intimi.

Maggiori informazioni sulle Tre Preghiere per Organo.

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