Andrea Amici

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Concerto 28 ottobre 2018

…l’immagine più debole di un suono… Castello Ursino 28 ottobre 2018

IMG_1007Dopo “Scritture e riscritture sonore” e “Notturno”, la musica di Andrea Amici ritorna al Castello Ursino di Catania domenica 28 ottobre 2018 alle ore 21, nell’ambito del ciclo di concerti del Centro Culturale e Teatrale “Magma” di Catania diretto da Salvo Nicotra con la consulenza artistica di Davide Sciacca.

Protagonisti del concerto sono musicisti di prim’ordine, con i quali l’autore collabora intensamente ormai da anni: la pianista Annalisa Mangano e la violinista Marianatalia Ruscica, il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca, ai quali si unirà il giovane soprano Francesca Sapienza, alla sua prima collaborazione con Andrea Amici.

Locandina concerto 28.10.2018 Castello Ursino

Programma

Mine Eyes unto the Hills (Psalm 121) per violino e chitarra 

Composto in onore di Sua Maestà la Regina Elisabetta II ed eseguito in prima assoluta alla Sua presenza.

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra

…l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra – Andrea Amici – live electronics

Three Irish Folksongs

  1. Red is the Rose
  2. Peggy Gordon
  3. Danny Boy

Versioni parallele per soprano e pianoforte e per flauto e chitarra

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Wandrers Nachtlied per soprano e pianoforte (prima esecuzione assoluta)

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

El Tango per flauto e chitarra

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Note introduttive dell'autore

L’idea della distanza, nel tempo e nello spazio, reale o solo ideale, nelle sue pressoché infinite correlazioni con la nostalgia, la ricerca e la malinconia, è il filo conduttore di un percorso musicale che trova la sua suggestione più profonda e il suo più intimo significato in un endecasillabo, “l’immagine più debole di un suono”, posto quasi al cuore de “La terra impareggiabile”, la lirica di Salvatore Quasimodo (eponima anche della raccolta del 1958 che la contiene), che meglio esprime quel sentimento di profonda nostalgia tradotta in un canto che emerge dalla solitudine e si rivolge a un luogo mitizzato, la Sicilia «terra impareggiabile» appunto, con una densità che supera ogni orpello tecnico, alla ricerca di quelle “parole d’amore”, “forse quelle che ogni giorno sfuggono”, secondo le parole del Poeta, sfocate, proprio come “l’immagine più debole di un suono affettuoso”. 

Queste parole, che ritornano spesso ormai da anni alla mia memoria, sono negli ultimi tempi divenute un motivo conduttore per la scrittura di alcuni brani che si ritrovano in esse o più profondamente nell’idea del lontano, nella riflessione sul tempo e la distanza, la speranza e il dialogo, quest’ultimo come cifra dell’espressione musicale, “segni inevitabili in dialogo”, prendendo ancora in prestito le parole di Quasimodo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione anch’essa lontana, perduta ma recuperata come nostalgia, brandelli di un linguaggio, di immagini sfuocate che ritornano con affetto alla memoria. 

Ecco quindi una serie di immagini, musiche che si intrecciano segretamente con parole ad esse sottese: la lontananza di un luogo mai vissuto ma solo ascoltato nella sua tradizione popolare (Three Irish Folksongs); le polverose strade sterrate di Borges, alla cui poesia “El Tango” si ispira il mio omonimo brano, i vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”) che il tempo travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, El Tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”); l’inquietudine e la ricerca di un luogo di pace, meta di un continuo quanto inesorabile vagare (Wandrers Nachtlied, su testo di Goethe); la risposta della fede, la speranza riposta nell’alzare lo sguardo verso i monti (Mine Eyes unto the Hills), dimensione di preghiera e dialogo, lode e fiducia, e naturalmente il brano che dà il titolo all’intero percorso “…l’immagine più debole di un suono…”, nel quale l’elaborazione elettronica del suono crea un tempo e uno spazio dilatati, dimensioni irrecuperabili, nostalgie, ricordi. 

Sono immagini deboli, più deboli del suono stesso nel quale si perdono, immagini della memoria, difficili da definire con dei contorni netti, ma che vivono in una dimensione profonda e si esprimono attraverso analogie segrete, spesso per frammenti, fino ad affievolirsi nel silenzio. 

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse

il tonfo nella mente non fa udire

le mie parole d’amore o la paura

dell’eco arbitraria che sfoca

l’immagine più debole d’un suono

affettuoso: o toccano l’invisibile

ironia, la sua natura di scure

o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121) – World Premiere

Il 20 agosto 2017 doppia prima esecuzione assoluta di “Mine eyes unto the Hills (Psalm 121)” per violino e chitarra, eseguito dal Ten Strings Duo, la formazione composta da Marianatalia Ruscica e Davide Sciacca, dedicatari del brano.

La mattina è stato eseguito nel corso del servizio religioso alla Crathie Kirk, officiato dal Rev. Kenneth MacKenzie, Ministro della Parrocchia di Braemar e Crathie e Cappellano della Regina d’Inghilterra in Scozia, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e altri membri della Famiglia Reale d’Inghilterra, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip, il Principe di Galles Carlo con la Duchessa di Cornovaglia Camilla, il Principe Andrea Duca di York, il Principe Edward Duca di Essex con la famiglia, il Principe William Duca di Cambridge e la moglie Catherine e Kate Forbes, membro del Parlamento Scozzese.

Mine Eyes unto the Hills - Crathie

Nel pomeriggio il brano è stato riproposto nel concerto che il duo ha tenuto a St. Margarets a Braemar.

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Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.

 

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121)

Si riannoda il filo conduttore della musica di ispirazione sacra, ma soprattutto della musica che trasporta in maniera organica un sistema di simboli in riferimento a un testo religioso: i procedimenti già sperimentati nelle Tre Preghiere per Organo e rielaborati in maniera più esplicita nei Tre Salmi Luterani per coro e pianoforte riaffiorano in questo Mine eyes unto the hills, per violino e chitarra, dedicato al Ten Strings Duo, la formazione composta dalla violinista Marianatalia Ruscica e dal chitarrista Davide Sciacca.

La Crathie Kirk

La Crathie Kirk in Scozia

Il brano è stato eseguito in una doppia prima assoluta il 20 agosto 2017 in Scozia: la mattina nel corso dell’ufficio religioso alla Crathie Kirk, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e di altri membri della famiglia reale, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip e i Principi Charles e William; la seconda in concerto a St Margaret’s Braemar.

Il titolo ripropone parte del primo verso del Salmo 121, “I will lift up mine eyes unto the hills, from whence cometh my help“, nella King James Version (KJV), la traduzione della Bibbia in inglese commissionata dal re Giacomo I e pubblicata nel 1611.

Tutto il brano è ispirato a questo Salmo e in gran parte ne ripercorre la metrica e l’andamento, con una serie di procedimenti compositivi che collegano in maniera diretta il discorso musicale con quello testuale, con una forma generale fondata sulla scomposizione in episodi, in maniera simile al mottetto rinascimentale, che condividono incisi, materiali e frammenti tematici.

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Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.

l'immagine più debole di un suono - 9 luglio 2017 - Ten Strings Duo, Andrea Amici

…l’immagine più debole di un suono… – Ten Strings Duo, 9 luglio 2017

Il 9 luglio 2017, nella splendida e suggestiva cornice notturna della Corte del Castello Ursino di Catania, il Ten Strings Duo, formato da Marianatalia Ruscica al violino e Davide Sciacca alla chitarra, si è esibito in un concerto quasi interamente dedicato alla musica contemporanea, organizzato dall’Associazione Culturale Magma per il ciclo di concerti “Fuorischema”, nell’ambito delle manifestazioni del Comune di Catania denominate “Estate in Città”.

In programma anche la prima esecuzione di un nuovo brano di Andrea Amici, dal titolo …l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica, che ha visto fra l’altro il coinvolgimento diretto dell’autore, impegnato nel coordinamento dell’esecuzione live con l’elettronica generata dal computer.

o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono

…o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…

L’idea di scrivere un brano in ricordo del compositore siciliano Francesco Pennisi nasce da una conversazione della scorsa estate 2016 con il chitarrista Davide Sciacca (al quale il brano è dedicato), che mi propose di comporre un quintetto per archi e chitarra, in vista di una esecuzione in pubblico, prevista per il successivo autunno/inverno.

Francesco Pennisi

Francesco Pennisi

Occorreva quindi iniziare a creare un quadro all’interno del quale muovere i primi passi di questa nuova avventura e, come sempre mi accade, in una prima fase ho svolto una vera e propria ricerca, per aprire la strada a suggestioni, suggerimenti, tutto quanto insomma possa in maniera coerente formare un’idea dalla quale sviluppare un percorso musicale che poi, alla fine, pur prendendo magari l’avvio da quanto pianificato, si evolve quasi sempre verso strade imprevedibili.

Il primo pensiero è stato ovviamente quello di ragionare su come instaurare una relazione con la musica di Pennisi. Ho una profonda ammirazione nei confronti di questo grande del XX secolo, ma mi apparve subito chiaro che non sarebbe stato possibile scrivere “a la manière de…” cercando di imitarne, seppure con l’intento di un omaggio, lo stile e le caratteristiche peculiari. La sua musica e quella dei suoi contemporanei, anche se ognuno con la sua specificità, ha infatti un denominatore comune che è lontano dalla mia sensibilità anche solo per essere inglobato in toto in un processo di dialogo.

Occorreva quindi indagare su altre strade, altri possibili legami che agissero a un livello più profondo.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Come spesso accade, d’improvviso si apre qualche spiraglio che permette di gettare uno sguardo alla realtà da una prospettiva diversa, in questo caso l’evidenza di una comune radice consistente nel profondo legame con la Sicilia; e pensando alla Sicilia dalla mia prospettiva, ma anche immaginandola da quella di Pennisi, l’espressione più adatta che mi è venuta in mente è stata quella dei versi de “La terra impareggiabile” di un altro grandissimo siciliano, Salvatore Quasimodo.

Ecco quindi trovato il primo punto di incontro, la prima fondamentale suggestione, che sta alla base del brano e ne diviene anche il titolo:

Da tempo ti devo parole d’amore:

o sono forse quelle che ogni giorno

sfuggono rapide appena percosse

e la memoria le teme, che muta

i segni inevitabili in dialogo

nemico a picco con l’anima. …

Da questi versi, e dall’universo di significati che sottendono, prende l’avvio il percorso musicale del Quintetto dove si intrecciano in maniera evocativa e analogica vari fili sotterranei, fra i quali l’altro elemento fondamentale, sottilmente collegato al primo appena esposto, costituito dalla citazione ed elaborazione, prevalentemente armonica e contrappuntistica, del tema della Siciliana dai Cinque Pezzi Infantili per pianoforte a quattro mani di Francesco Pennisi, che costituisce l’elemento estrinseco di questo ricordo in musica. Il tema scelto per l’omaggio è tratto da un brano di stampo tradizionale, del tutto lontano dalle ricerche linguistiche che sono state il fulcro di tutta la parabola stilistica di Pennisi, ma proprio in questo suo carattere “antico”, nell’uso della tonalità e di una forma preclassica ho visto una forte corrispondenza con l’assunto fondamentale e ispiratore del mio Quintetto, un’espressione di questo passato mitico, al confine con l’inesistente (la terra impareggiabile), ulteriormente suggerito dal titolo di Siciliana che, per quanto molto probabilmente da un punto di vista storico la forma così chiamata abbia poco a che fare con la Sicilia, tuttavia è innegabile che possa esercitare una profonda suggestione da un punto di vista simbolico e analogico.

Il Quintetto procede quindi così, fra suggestioni, citazioni, intrecci, su uno sfondo estremamente indefinito e malinconico, guardando con gli occhi del presente a un passato fatto di nostalgia per quanto non detto o mai esistito, un passato che comunque non ha una collocazione storica ma potrebbe essere anche prossimo o personale, fino a un ultimo interrogativo sospeso, un qualcosa che comunque sfugge, inafferrabile.

Il Quintetto per archi e chitarra è stato eseguito in pubblico per la prima volta al Castello Ursino di Catania il 29 dicembre 2016, nel corso del concerto intitolato “Scritture e riscritture sonore”, dal dedicatario Davide Sciacca alla chitarra, Rosa Alba Nicolosi e Marianatalia Ruscica rispettivamente primo e secondo violino, Rosaria Milici alla viola e Stefania Puccia violoncello.

Un’orchestra russa fra le rovine di Palmira

Ho letto con interesse, ma non senza alcune perplessità, la notizia del concerto che l’Orchestra Sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha tenuto il 6 maggio scorso nell’antico anfiteatro romano di Palmira, la città della Siria centrale che è stata protagonista della furia distruttiva e omicida dell’Isis e che il mese scorso è stata conquistata dall’esercito di Assad, con il decisivo intervento delle forze russe. Fra queste splendide testimonianze del passato passaggio dei Romani, lo ricordiamo, i terroristi del “Califfo nero” hanno perpetrato terribili delitti poi trasmessi in tutto il mondo e lo stesso patrimonio archeologico, magnifico nella sua conservazione, è stato più volte deturpato con sistematicità. 


Protagonista del concerto, fra le comprensibili imponenti misure di sicurezza, dovute anche al fatto che a pochissima distanza dal sito ancora si combatte e imperversano i bombardamenti, il maestro russo Valery Gergiev, grande direttore d’orchestra di indiscusso valore artistico, nonché grande amico e sostenitore di Vladimir Putin, non nuovo a queste manifestazioni culturali a ridosso di eventi di guerra. 

Proprio lo stesso presidente è apparso su un grande schermo, davanti al pubblico composto prevalentemente da soldati russi, civili siriani, rappresentanti di alcuni governi, tra i quali Francia, Serbia, Perù e Siria, e dell’UNESCO e alla presenza del ministro della cultura russo. 

Putin ha espresso la propria gratitudine nei confronti di coloro che si impegnano attivamente nella lotta contro il terrorismo e ha salutato questo concerto, intitolato “Preghiera per Palmira. La musica dà vita alle antiche mura“, come un «un simbolo di gratitudine, memoria e speranza». 

A ulteriore conferma del marchio esclusivo di questo concerto, il programma, anch’esso quasi interamente russo, con musiche di Bach, Shchedrin e Prokofiev. 

Poco da eccepire da un punto di vista formale, per questo segno di riconquista di un prezioso luogo simbolo della cultura e della storia affermato tramite il concerto, ma molte sono le perplessità dal punto di vista della sostanza. 

Che il concerto si configuri come un simbolo auto celebrativo della “Grande Madre Russia” appare innegabile, del tutto simile del resto a eventi simili del passato. Confermato dalla diretta televisiva dell’emittente di stato di Mosca che ha diffuso le immagini del concerto alternandole con quelle delle truppe militari russe impegnate attivamente a sostegno della liberazione di Palmira. Ricorda le operazioni “culturali” come l’Ouverture 1812 di Čaikovsky o Alexander Nevskij, il film del 1938 di Ejzenštein con musiche di Prokofiev, che però appartengono a un passato che al giorno d’oggi forse avremmo voluto superato. 

La musica quindi è stata di fatto spogliata del suo profondo significato di linguaggio universale simbolo di fratellanza fra popoli e culture diverse, di pace e armonia nella bellezza, per ridursi a strumento di propaganda di un’operazione, fra l’altro, sulla quale si addensano pesanti nubi e responsabilità più o meno occulte della nazione organizzatrice ma anche di tutta la comunità internazionale. 

La questione infatti non è tanto la matrice russa di questo evento, quanto l’evento in sé, concepito in maniera unilaterale, propagandistico, parziale, perché non decisivo e soprattutto, ripeto, in un clima tutt’altro che chiaro per quanto concerne le responsabilità internazionali. 

La condanna ferma del terrorismo e l’impegno del mondo della cultura devono sicuramente prendere le distanze da qualsivoglia intento di auto celebrazione nazionalistica e quindi operare a un livello sovranazionale ed esprimere chiaramente un ideale universale tramite un linguaggio anch’esso universale e così da tutti espresso e recepito. Diversamente, pur nella validità dell’esito artistico, si ricondurrà il tutto a una insanabile frattura che in questo caso porta alla perplessità e poi all’oblio se non alla diffidenza, nel caso invece di un “prodotto” artistico occorre del tempo e una oggettivizzazione per liberarlo da scomode sovrastrutture. 

Ma la modernità, purtroppo, è fatta di immagine, non di ideale, e questo in tutti i campi, nel bene e nel male, e anche fra le “vie di mezzo”, che rasentano l’una e l’altra parte. 

Il Santuario di Loreto (foto Leonardo Ciampa)

Musica per organo di Andrea Amici a Loreto

La sera del 21 luglio 2015 nella magnifica cornice della Basilica della Santa Casa di Loreto il Maestro Leonardo Ciampa, organista e compositore di Boston, terrà un concerto d’organo nell’ambito della sua tournée italiana; aprirà il programma con la Preghiera per Organo Sub tuum praesidium confugimus di Andrea Amici, composta nel 2008 e dedicata, assieme alle altre due Preghiere per organo, allo stesso M° Ciampa che le ha eseguite in prima assoluta in Austria e negli Stati Uniti.

La partitura delle Preghiere per Organo di Andrea Amici sul leggio dell'organo della Basilica di Loreto

La partitura delle Preghiere per Organo di Andrea Amici sul leggio dell’organo della Basilica di Loreto (Foto: L. Ciampa)

Le Preghiere per organo sono una meditazione musicale su un testo sacro latino, riportato in partitura, ed espresso nel suo intimo significato attraverso le note; la musica tende  a “meditare” e approfondire stati d’animo propri della preghiera, cercando di interpretare ciò che prova lo spirito nell’atto di recitare un testo sacro fermandosi, ripetendo, meditando, ritornando indietro a rivivere momenti spiritualmente profondi e intimi.

Maggiori informazioni sulle Tre Preghiere per Organo.

Napoli esecuzione 2012

Salmo 8 per coro e pianoforte: Prima esecuzione assoluta

La Chiesa Luterana di Napoli

La Chiesa Luterana di Napoli

Il 23 aprile 2013, alla Chiesa Luterana di Napoli, si è svolta la finale della XIII edizione del concorso di composizione corale su testi sacri indetto dalla Comunità Evangelica Luterana nell’ambito della stagione concertistica “Musica e cultura a Piazza dei Martiri”.

Andrea Amici ha partecipato anche a questa edizione del premio, che ha già vinto per due volte, con il brano “Salmo 8 per coro e pianoforte“, eseguito nella serata in prima esecuzione assoluta dall’ensemble corale formato da Rosaria La Volpe e Francesca Zurzolo (soprani), Tiziana Fabbricatti e Alessandra Lanzetta (contralti), Guido Ferretti e Roberto Franco (tenori), Andrea Campese e Sergio Petrarca (bassi), provenienti da prestigiose realtà cittadine napoletane, diretti dal maestro Carlo Forni e accompagnati al pianoforte dal giovane spagnolo José Manuel Núñez.

Alla Digital Concert Hall l’apertura della stagione sinfonica

La Digital Concert Hall

La Digital Concert Hall

Grazie all’invito promozionale della Deutsche Bank ho ricevuto per e-mail un link per seguire in diretta su internet il concerto di apertura della stagione sinfonica 2012/13 dei Berliner Philharmoniker, tenutosi il 24 agosto scorso nel tardo pomeriggio; l’orchestra, che tutti da tempo siamo abituati a riconoscere come una delle più importanti al mondo, era diretta dal suo direttore principale, Sir Simon Rattle.

Da tempo ero registrato sul sito della Digital Concert Hall, www.digitalconcerthall.com, la sala da concerti virtuale che porta sui monitor dei computer e sui modelli più recenti di televisori e lettori blu-ray della Sony la Philharmonie di Berlino, per vedere le interviste esclusive ai musicisti e anche una volta per seguire una parte di un concerto gratuito dedicato alle famiglie, ma non avevo mai assistito per intero a un concerto dei Berliner in diretta web.

Con grande curiosità mi sono quindi collegato per lo streaming anche attirato dall’interessante programma che ha accostato due capolavori indiscussi del XIX e del XXI secolo: il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms e la Terza Sinfonia di Witold Lutoslawski.

Linea guida del concerto è la coincidenza di un principio generale insito nella missione di una grande orchestra sinfonica con la sfida artistica di due grandi compositori del XIX e del XX secolo: “breathing fresh life into old art“, portare un soffio di vita nuova in un’arte antica; come infatti una grande orchestra, rivisitando il grande repertorio, lo riporta in vita attraverso l’approfondimento l’interpretazione, allo stesso modo un grande compositore può scegliere di porsi di fronte a una forma tradizionale, come può essere il concerto o la sinfonia, e ripensarla, ricrearla, immettendovi uno spirito nuovo e così portarla sempre verso nuovi e inaspettati orizzonti. È il caso proprio di Brahms e Lutoslawski, apparentemente così lontani ma in realtà animati dallo stesso spirito.

Al termine del Secondo Concerto di Brahms

Yefim Bronfman e Simon Rattle con i Berliner Philharmoniker al termine del Secondo Concerto di Brahms

Con il suo Secondo Concerto per pianoforte e orchestra Brahms spinge la fusione del concerto e della sinfonia a un livello di coesione straordinario: la sua capacità di integrare le due forme è veramente nuova e inaudita; il pianoforte è alternativamente solista ma anche parte integrante dell’orchestra, dimenticando in vari punti ormai del tutto l’idea originaria del concertare, salvo poi recuperare appunto in modo assolutamente nuovo alcuni tratti vitali del dialogo fra solista e orchestra, anche allargando il ruolo solistico al violoncello, comprimario dello splendido e contemplativo terzo movimento. Primariamente il risultato è ottenuto non già tramite l’abolizione di concessioni al virtuosismo o alla spettacolarizzazione, spesso presenti nell’impervia parte pianistica, ma nella fusione delle parti attraverso procedimenti compositivi omogenei, che si trasferiscono e si fondono con grande plasticità fra lo strumento solista e l’orchestra, primariamente mediante la tecnica della variazione che si interseca con quella della durchfürung, lo sviluppo.

Quasi un secolo dopo il Concerto di Brahms, e dopo dieci anni di lavoro, vede la luce l’imponente Terza Sinfonia di Lutoslawski. I punti di contatto con la forma della sinfonia romantica sono tanti: dal motto iniziale, un poderoso motivo in note ribattute che ritorna quasi ciclicamente fra le varie sezioni dell’unico lungo movimento, a riferimenti al rondò e alla forma sonata, tutti rivissuti in una modernità mai fine a se stessa; per il compositore polacco, infatti, un brano non può far risiedere il proprio fondamento nella sola “novità”, che lo porterebbe rapidamente all’oblio, come di fatti è accaduto per gran parte della musica dei secoli passati e del XX in particolare.

La fresh life nella Sinfonia di Lutoslawski filtra da una vera e propria costellazione di geniali intuizioni compositive: la capacità di creare una macro-forma che ingloba le varie strutture formali che fra di loro si susseguono o si sovrappongono; la tecnica dell’alea limitata, la presenza cioè di sezioni in cui solo alcuni elementi sono espressi in notazione, mentre altri, in un limite ben preciso, vengono lasciati all’orchestra, creando l’idea di una “scultura che può essere vista da varie e cangianti prospettive“, secondo una definizione dell’autore; l’originalità delle testure orchestrali; la bellezza espressiva di numerosi episodi.

Simon Rattle

Simon Rattle

Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker hanno offerto una performance assolutamente mozzafiato: uno splendido concerto di altissimo livello con una tensione tecnica ed espressiva continua ed estremamente coinvolgente; Yefim Bronfman ha offerto una prova di grande talento, con un suono e una pronuncia autenticamente brahmsiani. In Lutoslawski, poi, i Berliner Philharmoniker si sono dimostrati assolutamente superlativi, guidati da Simon Rattle che ha dominato le enormi difficoltà tecniche della Sinfonia, evidenziandone con incomparabile maestria ed espressione i ponti con il secolo a lei precedente, impersonato dal brano sentito nella prima parte del concerto.

La regia, sobria ed elegante, si è dimostrata funzionale alla musica, con una cura del dettaglio ben bilanciata con l’insieme; nel complesso quindi un grande concerto e una bella opportunità di partecipare, grazie alla tecnologia, a momenti di così elevata qualità artistica e culturale.

Per tutti gli abbonati alla Digital Concert Hall e tutti coloro che volessero “curiosare”, questo è il link alla pagina del concerto: http://www.digitalconcerthall.com/en/concert/4496/rattle-bronfman-brahms-lutosławski

 

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