Andrea Amici

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Tag: jazz

Standards & Ballads (Wynton Marsalis)

Quasi per caso mi sono imbattuto in questo album di Wynton Marsalis dal titolo Standards & Ballads, un’antologia di registrazioni che ritraggono l’artista in varie formazioni tra il 1983 e il 1999, raggruppate sul comune denominatore enunciato già nel titolo, del grande repertorio dell’American Songbook, con un taglio spiccatamente intimistico e di grande fascino.

Standard and Ballads

Un terreno comune dato dall’implicito accordo fra musicista e ascoltatore su un repertorio che fa della cantabilità da un lato e delle infinite possibilità di intrecciare sempre nuovi percorsi dall’altro il suo punto di forza, e che crea un’atmosfera lussuosa ed estremamente godibile, che in ultima analisi permette un’esperienza esteticamente positiva:

“Standards supply something that is usually pretty, or so pretty that both the musician and the listener agree upon how good they make them feel“.

Ma dietro queste parole c’è molto di più; l’idea che si ricava dall’ascolto attento, al di là dell’indubbia qualità ed estrema piacevolezza del tutto, è quella di classicità del jazz che costituisce l’approccio generale di Wynton Marsalis, trombettista di formazione a 360 gradi, con alle spalle studi ed esperienze artistiche di altissimo livello, ma soprattutto musicista di grande rigore intellettuale e di grande spessore.

È un jazz che viene di volta in volta fermato nell’istantanea di un pregiato fiore di serra (non a caso Hot House Flowers è il titolo di un emblematico, bellissimo album dello stesso Marsalis, del quale si possono ascoltare alcune tracce in questo Standards & Ballads), da ammirare nella sua rarefatta bellezza che ripropone in maniera artificiale qualcosa di presente altrove nello spazio o nel tempo, e quindi considerato nella sua prospettiva storica, con il suo bagaglio di cultura e tecnica, di cui il musicista, attorniato dai suoi scelti collaboratori, diviene sapiente interprete.

Una musica, quindi, che diviene classica, seppure non possedendo quell’esattezza tipica e formale della notazione di ogni singolo suono, esattezza che poi, anche nel caso della musica classica propriamente detta, non è poi una così grande garanzia di universalità di lettura e infatti ha il grande pregio di lasciare ampio spazio di intervento alla sensibilità dell’esecutore e al continuo approfondimento. La classicità del jazz insiste infatti in un meta-spazio musicale ideale: è sempre non un solo brano, ma un linguaggio, un bagaglio di prassi esecutive fatte di tecniche di fraseggio, armonia, interazione fra musicisti, ed è questo che, nel caso emblematico di queste registrazioni, diviene l’oggetto della speculazione artistica dell’interprete, che affronta una complessa idea di linguaggio musicale con lo stesso rigore con cui un pianista classico prenderebbe in mano una sonata ottocentesca.

Si potrebbe pensare che con un tipo di approccio storicistico come questo si possa perdere un che di originalità e di sperimentalismo, ma guardando il tutto da un’ottica postmoderna, l’estetica del già detto soppianta i vari sperimentalismi delle generazioni precedenti, legittimando invece una più marcata predilezione per ciò che è vicino al piacere del prodotto artistico fine a se stesso e soprattutto “una disincantata rilettura della storia, definitivamente sottratta a ogni finalismo, e per l’abbandono dei grandi progetti” (Treccani).

Un album quindi da ascoltare con grande attenzione e interesse, che ha fra l’altro anche il pregio, come tutte le buone antologie che si rispettino, di far da ponte ad altri ascolti interessanti, andando a curiosare fra i dischi da cui sono tratte le varie tracce.

Maggiori informazioni sull’album nella sezione discografia del sito ufficiale del musicista:

http://wyntonmarsalis.org/discography/title/standards-ballads

E naturalmente l’album disponibile su Spotify:

ECM in streaming

Crolla uno degli ultimi baluardi contro le piattaforme di streaming musicale: da oggi il prezioso catalogo ECM è disponibile sulle principali piattaforme quali Spotify e Apple Music, segno evidente del profondo cambiamento delle abitudini di ascolto a livello mondiale.

La casa discografica, fondata nel 1969 da Manfred Eicher a Monaco di Baviera, era riuscita a stare finora in qualche modo ostinatamente fuori dalla grande distribuzione in streaming online, privando di fatto gli utenti di questi servizi di una grossa e importante fetta della storia dell’incisione musicale.

Keith Jarrett e Charlie Haden - Last Dance su Spotify

Per chi non la conoscesse, infatti, la Editions of Contemporary Music (ECM) nella sua quasi cinquantenaria esistenza, ha sfornato dischi di altissimo pregio, musicale ma anche tecnico: seguendo il motto “the Most Beautiful Sound Next to Silence“, sin dall’album di esordio (Free at Last del pianista Mal Waldron) la casa tedesca si è fatta non solo promotrice di qualità artistica nella scelta ragionata di quale musica incidere, ma anche di un’esperienza profonda di ascolto, tenendosi lontana dagli aspetti più commerciali e curando in particolare la qualità del suono, la continuità dell’ascolto in una sequenza ben definita di brani nell’arco dell’intero album, fino alla preziosa veste grafica delle copertine.

Arvo Pärt: The Deer's Cry

La copertina dell’album The Deer’s Cry con musiche di Arvo Pärt

Una linea di eccellenza, quindi, che si è consolidata nel tempo attraverso nomi quali Paul Bley, Jan Gabarek, Pat Metheny e Lyle Mays, Chick Corea e, per citare uno degli esempi che maggiormente coincidono artisticamente con la linea della casa discografica, Keith Jarrett, che nelle sue incisioni per questa etichetta spazia dal jazz alla classica passando per i suoi lunghi ed elaborati “soli” che incrociano con grande disinvoltura e agilità mondi e stili diversi, tenuti insieme dal denominatore comune del suo almeno apparente disinvolto e istintivo approccio con la musica.

E proprio muovendo dal jazz, l’etichetta di Eicher ha poi col tempo allargato i propri confini toccando la world music e quindi, con la creazione della ECM New Series, alcuni aspetti della musica classica antica e contemporanea, sia con gli esperimenti di Jarrett, cui abbiamo fatto menzione prima, sia con incisioni di Tallis e Gesualdo da Venosa, affiancate da Steve Reich, John Adams e soprattutto Arvo Pärt che diviene sicuramente il compositore di punta dell’intera produzione della nuova ECM.

Quali siano le ragioni di questa svolta è ovvio intuirlo: è un segno dei tempi, dicevamo al principio; l’asse delle abitudini di ascolto si è ormai spostato verso il web e il disco, in CD o, per i nostalgici, il redivivo vecchio vinile, è sempre più un prodotto di nicchia, destinato a decrescere sempre più, fino a giungere forse a un vero e proprio tramonto. Ma per l’ECM, se da un lato si perde l’obiettivo di un ascolto concentrato sull’esperienza continuativa dell’album e – a loro modo di vedere – anche l’aspetto qualitativo del suono, è pur vero che questo sbarco sullo streaming online consente a un potenziale enorme pubblico l’accesso a un importante capitolo della storia della musica nel suo nuovo intreccio con la registrazione.

Ma sarà poi realmente vero che il motto e la mission di Eicher vengano in qualche modo tradite dall’ascolto online? È in realtà a mio avviso solo una questione di educazione all’ascolto, perché la stessa indifferenza nei confronti della musica che scorre nel tempo può verificarsi comunque, sia attraverso gli auricolari collegati a uno smartphone sia in un comodo salotto che sembra, con la sua atmosfera, avere tutte le caratteristiche per favorire la concentrazione. La differenza sta nell’atteggiamento del singolo, non nel medium che può anche essere ininfluente: per questo vedo sempre con molto sospetto tutti gli estremismi, in un senso e nell’altro, tra i fautori di mezzi tradizionali e innovatori: la tecnologia porta grandi vantaggi a patto di un utilizzo che non sfoci nella passività, che, ahimè, in una grande fetta della popolazione ormai ha preso il sopravvento mascherata da una potenziale ma del tutto inesistente onnipotenza e onnipresenza.

Con grande soddisfazione apriamo quindi Spotify, o il nostro servizio preferito, e immergiamo la mente in un ascolto di grande qualità, ricordando che siamo di fronte a una grande opportunità, quella di avere, in generale, in mano degli strumenti che permettono di aprire mondi di conoscenza spesso inaspettati, che vanno assaporati con gusto e autocoscienza.

Il comunicato stampa con cui la ECM annuncia la distribuzione in streaming:
https://www.ecmrecords.com/public/docs/ECM_and_Streaming.pdf

Quando il jazz era più freddo

Miles Ahead

La copertina dell’album Miles Ahead di Miles Davis e Gil Evans

Anni fa ho dedicato molto tempo al jazz e anche a riprodurre al pianoforte ciò che ascoltavo, esplorando ciò che questa musica aveva da dire, principalmente nel fraseggio e nell’armonia, ma ben presto fu un percorso che si esaurì, non vedendo personalmente sbocchi nell’evoluzione del linguaggio. Cos’era che mancava principalmente alla mia esperienza jazzistica ovvero a come personalmente vedo l’estetica del jazz? La risposta mi fu chiara col tempo: la possibilità di meditare sull’idea e la strutturazione del pensiero, che se pure possono avere uno spunto dall’improvvisazione, ma difficilmente possono in essa trovare la conclusione.

Personalmente ritengo che nella creazione confluisca quanto di più inconscio e profondo ci possa essere e vedo con occhio diffidente tutti coloro che esauriscono la composizione musicale in un semplice sviluppo del potenziale del materiale, tuttavia non riesco a concepire una musica che evada completamente dalla notazione e dalla riflessione (e spesso dalla lotta) che ciò comporta.

La composizione non può prescindere dalla strutturazione delle idee e dalla riflessione attraverso l’elaborazione e la scrittura che hanno come diretta conseguenza l’esatta presentazione attraverso un codice comune di un pensiero espresso attraverso un mezzo musicale, procedimento complesso che alla fine porta anche alla possibilità di riproduzione di quella complessità attraverso l’interpretazione, ultimo ma non meno fondamentale anello della catena.

Un momento della storia del jazz ha visto una fioritura di alcuni esempi di contatto fra un certo idioma e la strutturazione compositiva che ho prima cercato di riassumere ed è stato nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, con la bellissima esperienza dei tre album che Miles Davis ha realizzato assieme a Gil Evans: Miles Ahead, Sketches of Spain e Porgy and Bess.

Era il periodo del cosiddetto Cool jazz, una nuova esperienza che si lasciava alle spalle tutte le esperienze “calde” degli stili precedenti verso un nuovo genere. Non è tanto l’idea del freddo o del caldo che interessa in questa discussione, bensì il fatto che il jazz diventi, nell’esperienza di Miles Davis e Gil Evans, come la cosiddetta musica classica, un pensiero strutturato dalla notazione, con dei connotati linguistici ben precisi, pur lasciando grande spazio agli interpreti anche con la presenza dell’improvvisazione, cosa comunque non aliena dalla musica classica contemporanea, come nelle eccezionali partiture di Lutoslawski.

Curiosando su YouTube è possibile trovare un estratto di una registrazione video in cui una compagine orchestrale, innovativa per il jazz dell’epoca, diretta da un informale Gil Evans, con Miles Davis al flicorno solista, propone due brani dall’album Miles Ahead. Una musica di più alto livello rispetto alle normali esecuzioni jazzistiche, dato proprio dalla struttura che incornicia l’inventiva.

E come la musica colta basata sulla scrittura, è possibile a distanza di anni ricreare, reinterpretare, far rivivere il pensiero. I brani disponibili su YouTube inseriti qui sotto sono nuove e pregevoli esecuzioni dell’album Miles Ahead; il jazz esce dalla sua effimera vita, seppure nei migliori esempi pregevole, per salire a un grado più elevato.

La necessità di una rifondazione umanistica dell'arte

Il pianista americano Keith Jarrett

Il pianista americano Keith Jarrett

Un pianista improvvisamente fischiato, un pianista che insulta un pubblico che da sempre gli tributa un successo sicuramente meritato ma, a mio avviso, altrettanto alle volte gonfiato da un fanatismo quasi faziosamente alimentato da frange di “estimatori” in visibilio per una presunta capacità di diagonalizzazione a cavallo di stili diversi.

Innegabile il talento di Keith Jarrett che a me pare eternamente da bambino prodigio, ostentatamente alla ricerca di una semplicità e purezza di approccio che forse tradisce l’assenza di mezzi culturali di approfondimento della dimensione teoretica.

Ma torniamo all’attualità, a un insulto verso una città che di per sé meriterebbe rispetto sol perché paga, se non per la sua centenaria tradizione culturale; tutto per un flash, più propriamente per l’assenza di una quarta dimensione che per l’arte non può che coincidere con un’estrinsecazione di umanesimo.

L’episodio di primo acchito può sembrare una di quelle pose tipiche dell’idiosincrasia del divo, ma a ben guardare forse affonda le sue radici in una ben più profonda assenza di una dimensione umana dell’arte.

A sentire le funamboliche improvvisazioni del nostro, accompagnate da quel discutibile vocaleggiare in falsetto che i più osannano come una forma di trance mistica (in un periodo peraltro di totale indifferenza nei confronti dell’estasi compositiva di stampo ultraromantico) sembra che l’arte si limiti ad una superficiale ripetizione di formule, che ruotano su se stesse esaurendosi in un poco approfondito giuoco di esteriorità.

La mancanza di approfondimento si palesa in tutta la sua assenza di problematicità nelle esecuzioni del repertorio classico di Jarrett, dove si evidenziano i limiti di un mancato approfondimento umanistico.

Umanesimo non è solo approfondimento culturale, ma soprattutto sostanzialità di un’universale visione dell’arte inquadrata in valori umani, per la fondazione di un’estetica che alla vacuità sostituisca una profondità di analisi non fine a se stessa ma portatrice di valori. E questi valori accrescono a loro volta la coscienza che l’arte è condivisione, apertura, missione, fratellanza: “alle menschen werden brüder“, secondo le parole di Schiller, sulla base di un comune senso di umanità, di un arricchimento dell’umanità attraverso un sogno di bellezza ben lontano da un insulto alle persone e alla cultura di un luogo che ha come unica colpa l’aver voluto gustare il pianismo di un artista e in particolare la possibilità di portare a casa un’immagine, un ricordo di un’esperienza da condividere.

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