Andrea Amici

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Diva – The very best of Anna Netrebko

Qualche sera fa, negli ultimi giorni di dicembre, Rai Due ha proposto in prima serata Principe azzurro cercasi (The Princess Diaries 2: Royal Engagement), grazioso film del 2004, particolarmente adatto a un pubblico familiare – buono per i più piccoli, gradevole per i più grandi – nel periodo delle vacanze natalizie.

Durante una festa all’aperto, all’ombra di un gazebo, la regina di Genovia, interpretata dall’intramontabile Julie Andrews, saluta una “nascente stella della lirica”, Anna Netrebko, dopo che quest’ultima si è esibita, accompagnata da un’arpa e un pianoforte digitale, nell’aria “Sempre libera” della Traviata.

Anna Netrebko in The Princess Diaries

Anna Netrebko in The Princess Diaries

In una commistione di realtà e finzione la Netrebko impersona quindi se stessa, cantando il brano che dà il titolo al suo secondo album uscito proprio nello stesso anno del film, in un momento in cui effettivamente la sua carriera si avvia al suo consolidamento: dopo essersi fatta ampiamente notare, sin dal 1994, nella sua patria, in Russia, grazie soprattutto al celebre direttore d’orchestra Valery Gergiev, inizia a farsi apprezzare per le sue doti negli Stati Uniti e quindi nel resto del mondo, cantando nei più importanti teatri, avviandosi a divenire la diva oggi conosciuta, grazie anche a una sapiente pianificazione di interpretazioni, incisioni e marketing.

Diva - The very best of Anna Netrebko - Deutsche Grammophon

È del 2018 questo “Diva – The very best of Anna Netrebko“, edito dalla Deutsche Grammophon, che riunisce estratti da altre incisioni del soprano russo, con brani che abbracciano un vasto repertorio, con autori quali Mozart, Bellini, Delibes, Offenbach, Grieg, Verdi, Puccini, Giordano, Boito e Rachmaninov, con una puntata sul Non ti scordar di me di Ernesto de Curtis e la musica del compositore ucraino Igor Krutoy.

Compilare un’antologia come questa non è ovviamente operazione semplice: condensare in poco più di un’ora momenti salienti dell’arte di una cantante d’opera (le cui doti fra l’altro andrebbero comunque misurate nell’arco complessivo dell’interpretazione di un personaggio nell’unicità di un melodramma) non è operazione semplice, tanto più se i brani, come in questo caso, provengono da più sorgenti diverse; la casa discografica, infatti, nel confezionare il prodotto deve tener conto del target di acquirenti o fruitori che vanno dal semplice melomane, non necessariamente smaliziato o avanzato nelle sue conoscenze del repertorio, in cerca comunque del bell’effetto o del brano già sentito e apprezzato, al più raffinato palato che cerca il gusto inedito, il tutto con un piede saldo naturalmente sulle esigenze dell’immagine e del mercato discografico.

Un compito difficile ma che, in questo caso, riesce ad avere un esito molto gradevole, grazie anche a un giusto ordine nella proposizione delle varie tracce, e, pure, riesce nel compito di tratteggiare un profilo che renda abbastanza giustizia alle doti vocali della Netrebko.

Cantante dalle indubbie, poderose qualità vocali, il soprano ha dalla sua una pregevole rotondità del timbro e una variegata sensibilità che le consente, grazie anche a una notevole padronanza tecnica, di affrontare un vasto arco temporale del repertorio lirico con esiti decisamente positivi.

Naturalmente, come si evince anche in questa antologia, la Netrebko si mette in particolare risalto con pagine comunemente indicate come “veriste“, per quanto questo termine sia fuori luogo e poco (o non diffusamente) appropriato, ma in questo contesto adatto per dare una collocazione temporale a quelle opere scritte tra gli ultimi scorci dell’Ottocento e i primi decenni del XX Secolo, nelle quali, sull’esempio dell’ultimo Verdi e sotto le influenze del wagnerismo e del sinfonismo francese e austrotedesco del periodo, la vocalità diviene più declamata e aperta: proprio in questi ruoli, dalle pucciniane Tosca e Cio-Cio-San a Maddalena dello Chénier di Giordano e Margherita nel Mefistofele di Boito, Anna Netrebko risulta sicuramente convincente, soprattutto timbricamente, ma anche per la capacità di governare l’intero arco espressivo del brano nella sua totalità senza cedimenti.

Anna Netrebko

Una voce di tal fatta, come quella della Netrebko, gioca primariamente sulla carta della potenza, seguendo una tipica prassi esecutiva, in questo repertorio, che pone al centro la forza espressiva talvolta a scapito dell’introspezione e di un maggiore spettro dinamico (si confronti ad esempio Un bel dì vedremo di questa incisione con quello di una Mirella Freni nelle incisioni con Karajan o Sinopoli); il risultato è comunque, in questi esempi, di alto pregio, ricco e intenso.

Altrettanto interessanti e positivi sono gli esiti su pagine di grande notorietà quali il Duetto dei fiori da Lakmé, l’opéra-lyrique di Delibes e la Barcarolle da Les contes d’Hoffman di Offenbach, tributi (gradevoli) alle esigenze compilative di cui sopra. Davvero belle e pregevoli poi le prove su Rachmaninov, dove si va dritti al cuore della cantante, la Canzone di Solveig dal Peer Gynt di Grieg, e, per me che conoscevo più l’aspetto “verista” nell’accezione di cui si parlava prima, sorprendenti le interpretazioni di Padre, Germani, addio! dal mozartiano Idomeneo e anche Casta diva dalla Norma di Bellini.

Dove personalmente mi convince poco è in “O mio babbino caro“, dove c’è quasi nulla della tenerezza del personaggio di Lauretta, e soprattutto nel Libiamo della Traviata, purtroppo scadente, come spesso si ascolta, e sbilanciata verso una confusionaria atmosfera poco consona, a mio avviso, all’apparente frivolezza dell’eroina verdiana.

Completano l’antologia Cantami di Igor Krutoy, musicista ucraino, classe 1954, attivo come compositore, performer e produttore, brano improntato a un facile melodismo, tutto all’insegna del “già sentito” e il celeberrimo Non ti scordar di me: com’è prassi di tutti i cantanti lirici popolari e graditi al grande pubblico, anche la Netrebko si concede delle incursioni nel repertorio meno colto, ma non per questo meno interessante e terreno sempre di sfide vocali da non sottovalutare.

Un album da ascoltare, gradevole nella sua confezione, per un ritratto abbastanza esaustivo di un’interessante diva del Ventunesimo Secolo operistico.

Assassino nella Cattedrale

Il 29 dicembre la Chiesa Cattolica fa memoria di Thomas Becket che, per essersi opposto al re Enrico II, fu prima esiliato in Francia, dove rimase per sei anni, quindi, dopo aver fatto ritorno in Inghilterra pur consapevole dei gravi rischi ai quali andava incontro, fu assassinato nella Cattedrale della città di Canterbury, della quale era arcivescovo, proprio il 29 dicembre del 1170.

Alla sua figura, divenuta ben presto simbolo di lotta per la libertà e l’indipendenza religiosa nei confronti delle ingerenze politiche e contro l’assolutismo, sono ispirate in vario modo diverse opere letterarie: basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, dove la cornice narrativa nella quale sono collocati alcuni racconti è proprio il pellegrinaggio alla tomba di San Tommaso Becket a Canterbury o ancora al dramma Murder in the Cathedral di Thomas Stearns Eliot del 1935, fino alla presenza dell’assassinio dell’arcivescovo nell’ultima parte del romanzo I pilastri della terra di Ken Follett.

Proprio al dramma di Elliot è direttamente ricondotta l’opera lirica di un grande compositore italiano del Novecento, Ildebrando Pizzetti, purtroppo oggi poco eseguito e spesso dimenticato, dal titolo Assassinio nella Cattedrale. L’opera, su libretto realizzato dallo stesso compositore operando una riduzione della traduzione italiana di Alberto Castelli del dramma di Elliot, è suddivisa in due atti separati da un interludio e fu presentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 1° marzo del 1958, diretta da Gianandrea Gavazzeni.

Ildebrando Pizzetti
Ildebrando Pizzetti

In un’atmosfera cupa, sottolineata dalla densità polifonica e strumentale della scrittura, si svolge il dramma della figura solitaria e ieratica del protagonista, l’arcivescovo Becket, che si avvia progressivamente e sempre più coscientemente al martirio, facendo confluire la propria volontà nell’accettazione del volere divino, configurando così un dramma con poca azione ma moltissima introspezione. Tutto infatti nell’opera si svolge sul piano dell’interiorità del protagonista, dal momento che anche gli altri personaggi e il coro, presente con una funzione simile a quella della tragedia greca, in realtà riflettono la psicologia e la religiosità dell’arcivescovo, amplificandone e rifrangendone, per così dire, il dramma interiore. 

Questo particolare impianto, che avvicina l’opera più alla ieraticità dell’oratorio che al vero e proprio dramma lirico, prende forma innanzitutto grazie alla particolarissima vocalità della scrittura pizzettiana, caratterizzata da un andamento declamato spesso sillabico, su intervalli melodici minimi, derivato direttamente dalla forma del canto gregoriano, al quale il compositore parmigiano si ispirava quale radice e fondamento della cultura musicale italiana, con delle improvvise accensioni, non in contraddizione con l’impianto generale, ma anch’esse tipiche dell’andamento melismatico dell’era pre polifonica. Il canto, protagonista indiscusso anche se non alla maniera tradizionale dell’opera lirica, è immerso in strutture modali arcaizzanti, in forme che spesso si rifanno all’innodia cristiana, ma anche in una scrittura sinfonica di grande pregio e suggestione, con colori che non dimenticano la grande lezione pucciniana e comunque del sinfonismo europeo contemporaneo all’autore.

Un’ottima versione dell’opera è sicuramente quella che è possibile ascoltare e vedere nella bella edizione Decca con Ruggero Raimondi nella parte del protagonista, registrata dal vivo nella Basilica di San Nicola a Bari, perfetta ambientazione per un allestimento in forma semi scenica, con l’orchestra a vista attorno alla quale si muovono il coro e i cantanti in costume negli spazi dell’abside dell’architettura romanica, mettendo particolarmente in rilievo gli aspetti oratoriali dell’opera.

Assassino nella Cattedrale - Decca

Un vero capolavoro, questo Assassinio nella Cattedrale, di grande pregio, ricco di contenuti e pervaso da un profondo misticismo religioso, da ascoltare e scoprire con grande attenzione.

Su Spotify è possibile ascoltare l’opera nella pregevole incisione del cast della prima diretta da Gianandrea Gavazzeni.

https://open.spotify.com/album/0sx26sgkNxRHwpc8ynPA6U?si=HjirA3VPQhS0DQoqmzi3IA

 

Le Temps des Cathédrales

Il 16 settembre 2018 al Palais des Congrès di Parigi veniva rappresentata per la prima volta “Notre Dame de Paris“, l’opera popolare scritta da Riccardo Cocciante su tesi di Luc Plamondon.

In occasione del XX anniversario della première (16 settembre 2018) ho realizzato un arrangiamento sinfonico del brano di apertura, “Le Temps des Cathédrales“, pubblicato anche sul mio canale YouTube, arricchito da un disegno di mia figlia Elena.

Ho visto lo scorso anno lo spettacolo dal vivo, in versione italiana, all’Arena di Verona, ricevendone un’impressione positiva; lo spettacolo, nella sua globalità, è sicuramente d’effetto e proprio nella sua interezza va visto, nell’insieme scenico e musicale.

Il mio arrangiamento si discosta dall’originale, per l’assenza della parte vocale e per il taglio sinfonico.

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L’Otello del San Carlo in TV

Otello

Una scena dell’Otello nell’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, trasmesso da Rai 5

Chiusa definitivamente una stagione d’oro della lirica, una nuova generazione di talenti stenta a emergere e imporsi alla ribalta internazionale, mentre ormai appare palese il declino del teatro d’opera come istituzione artistica e culturale, almeno in Italia.
È quanto emerge dalla visione dell’Otello di Verdi, trasmesso in prima serata da Rai Cinque il 24 aprile, un allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, uno spettacolo tutto sommato accettabile e nel complesso privo di grosse cadute di stile, ma ben lungi dal raggiungere risultati artistici significativi.
Il punto debole più evidente dell’intera produzione è il protagonista, l’Otello di Marco Berti, vocalmente instabile e non all’altezza della situazione dal punto di vista interpretativo, soprattutto nel primo atto. Estremamente piatto nell’interpretazione, Berti è ben lontano da quelle caratteristiche di potenza e di “tenebra” di cui è intriso il personaggio verdiano. Più convincenti invece Jago (Roberto Frontali) e Desdemona (Lianna Haroutounian) che comunque, assieme ai tanti comprimari, non ascendono a particolari vette drammatiche e interpretative.
Regia, scene e costumi si adeguano con moderazione alla moda attuale, senza però dare scandalo, ma immobile la prima e con le solite – a mio avviso – dubbie estrinsecazioni di significati più o meno nascosti attraverso la presenza sulla scena di simbologie, in questo caso pagliacci e mimi.

Decorosa la prova dell’orchestra del Teatro, diretta da Nicola Luisotti, che tiene bene l’intero arco drammaturgico, con tempi adeguati e un’interpretazione convincente, sebbene non priva di alcune sbavature.

Al termine gli applausi più meritati dovrebbero andare al genio di Giuseppe Verdi, che a settantaquattro anni, al massimo della sua forza creativa, continuava a sperimentare vie nuove con esiti di impareggiabile forza artistica, creando opere che ancora oggi hanno tanto da dire all’uomo contemporaneo.

Rimane il pregio, da parte della Rai, di dedicare un canale interamente alla divulgazione della cultura e dell’opera in particolare, su piattaforme gratuite come il digitale terrestre e il web, con attenzione – nella prima – a fasce orarie non proibitive come accadeva in genere sui canali “storici”; sarebbe auspicabile, dato il carattere artisticamente limitato delle produzioni attuali specialmente italiane, dare spazio anche ai grandi allestimenti che hanno fatto la storia dell’interpretazione, fortunatamente disponibili in video.

Per rivedere l’opera on demand su Rai Cinque:http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5d440908-6376-453a-b5de-87636eb73416.html

 

Una triste Traviata da dimenticare

Una triste serata da dimenticare, la prima alla Scala del 7 dicembre 2013, specchio del profondo degrado culturale e umano che imperversa sul nostro Paese, immerso in una crisi economica, politica, morale e spirituale senza precedenti, che affligge e contagia anche l’arte, forse l’unico spiraglio che potrebbe infondere vita anche nel grigiore di una situazione così devastata.
In scena uno dei titoli più eccezionali dell’intero patrimonio artistico e culturale di tutti i tempi,La Traviata, di Giuseppe Verdi, uno scrigno traboccante di bellezza, significati, tecnica e genialità, reso nella maniera più squallida che si potesse immaginare.
L’evidenza maggiore del disastro al quale si è potuto assistere in diretta televisiva è stata la regia/scenografia a dir poco ingiuriosa firmata da Dmitri Tcherniakov; un orribile incongruente pasticcio, sullo sfondo di pessimi ambienti e di discutibili figure, movimenti assolutamente antitetici a quanto ispirato dalla musica e soprattutto trovate che sarebbero esilaranti se non fossero tragiche: un crescendo di stupidaggini che culminano nella prima parte del secondo atto, soprattutto quando si giunge a sfiorare il ridicolo con Alfredo massaio che impasta mentre ascolta suo padre, si taglia un dito mentre affetta gli ortaggi per poi ciucciarselo come un bimbetto ferito; qualunque fosse la volontà del regista di mettere probabilmente in scena l’immaturità del protagonista, certo la trovata è talmente di cattivo gusto, assieme a tantissime altre che non stiamo qui a elencare, da rasentare il ridicolo e l’offesa nei confronti del genio verdiano.

Durante il Preludio del Primo Atto.

L’elemento regia è quello che è saltato ovviamente in maniera più particolare all’occhio e trascina verso il basso l’intero spettacolo, rovinandolo irrimediabilmente e in maniera irreparabile, ma non è l’unico protagonista di questa serata di emblematica negatività.
Chi è sulla scena, a partire dai due protagonisti, dimostra un livello non certo da prima di un teatro che dovrebbe aspirare a essere uno dei massimi al mondo. Un Alfredo (Piotr Beczala) povero nelle intenzioni e nella qualità vocale, impacciato e deludente, attorniato da un padre (Zeliko Lucic) gelido e spesso fuori dal tempo musicale, una onnipresente Annina travestita, come molti su Twitter hanno simpaticamente commentato, da Wanna Marchi, interpretata da Mara Zampieri, che anni or sono avevo apprezzato in una Fanciulla del West diretta da Maazel proprio alla Scala, ma qui appiattita nello scarsissimo valore generale dello spettacolo; la protagonista, la Violetta di Diana Damrau, ha messo in grande rilievo la difficoltà di un ruolo così importante e ricco come quello che ha affrontato; è noto che la parte di Violetta è di una difficoltà interpretativa estrema e in questa prima alla Scala tali difficoltà sono emerse tutte, senza soluzioni. Un primo atto con una Violetta inguardabile e soprattutto inascoltabile, facile preda di tutte le insidie disseminate nella mirabile partitura verdiana: colori assolutamente inadeguati, mancanza totale di smalto e agilità, nevrosi manifeste e un ultimo acuto del tutto preso male, sgraziato e calante, che ha coronato un primo atto completamente fuori ruolo. La situazione è leggermente migliorata nel secondo e nel terzo atto, nelle parti più drammatiche, senza comunque raggiungere risultati di eccellenza, anche perché comunque alla non convincente prova vocale si è purtroppo aggiunta la pressoché totale mancanza scenica; pubblico e critica hanno dimostrato di apprezzare la performance del soprano, che francamente non mi ha convinto proprio per niente.

E si giunge infine alla peggiore nota della serata, quella del direttore d’orchestra, artefice di una lettura priva di totale senso drammatico. Daniele Gatti sicuramente (spero) non in serata, con tempi strascicati, spesso farraginosi, inadeguati alla resa della “parola scenica” verdiana, ma soprattutto privi di proporzioni e logico svolgimento drammatico. Un suono appesantito, molto piatto dal punto di vista dinamico e un coordinamento delle masse sonore poco efficace.
Anche il rapporto orchestra-palcoscenico è parso molto aleatorio, con episodi di scarso affiatamento, culminando in un momento di empasse, quando alla festa del secondo atto improvvisamente non si sente per varie battute nessuno cantare.

Una Traviata da dimenticare, specchio del degrado culturale della nostra Italia: un’occasione che avrebbe dovuto rappresentare un momento di alta intensità artistica e umana vissuto a livello di collettività che purtroppo ha avuto come unico discutibile pregio quello di dibattere più o meno animatamente e ironicamente sui social-network di un totale e degradante sfascio.

La zona franca dell’opera lirica

Foto ANSA

Foto ANSA

La prima del recente allestimento del Ballo in maschera verdiano andato in scena al Teatro alla Scala il 9 luglio ha ricondotto l’attenzione sull’annoso problema della regia nel teatro d’opera. Si è assistito a un vero e proprio fortunale con annessa scrosciante pioggia di volantini che ha materializzato lo sdegno di coloro che vedono in taluni allestimenti più radicali forzature dettate da manie di protagonismo e ignoranza.

Nella fattispecie il Ballo verdiano è stato oggetto di una fortissima contestazione principalmente a causa della trasposizione, operata dal regista Damiano Michieletto, della vicenda a un’ipotetica contemporanea campagna elettorale, con un protagonista, Riccardo, che diviene un personaggio politico, Renato come suo responsabile della sicurezza, e il ballo finale che si trasforma in un party elettorale.

Il pubblico scaligero si è furiosamente spaccato: uno spettacolo troppo estremo, soprattutto se “ai danni” di Verdi; da un lato, quindi, i vivaci contestatori organizzati, dall’altro coloro che a tutti i costi difendono la novità, gridando al miracolo. Alla fine anche la critica non è concorde: da una parte, soprattutto a caldo, si parla di fiasco, dall’altra emerge una solidale difesa a oltranza del regista e anche un rimprovero al pubblico contestatore per una sua presunta grossolanità nella pur legittima protesta.

Un primo particolare mi è saltato all’occhio, leggendo varie recensioni: si discute pochissimo di musica sommersa e soppiantata com’è dalla scena, eppure stiamo parlando di un’opera di Giuseppe Verdi, che offre tantissimi aspetti interpretativi sui quali ci sarebbe tanto da discutere.

Personalmente non ho né visto né ascoltato lo spettacolo, ma ho solo letto le recensioni e osservato varie immagini, quindi mi limiterò a delle considerazioni personali generali su alcune tendenze dello spettacolo operistico.

Sembra che ci sia ormai uno scollamento concettuale fra la musica e la scena, intendo per quanto riguarda la mera realizzazione. Le note sono quelle, si pretende anzi che siano sempre più rigorosamente sfrondate da qualsiasi incrostazione del tempo: si cerca giustamente un ritorno al suono originale inteso come intenzione del compositore. La regia e la scena, invece, hanno presuntuosamente il diritto (e pare ora anche il dovere) di tradurre e spiegare presunte intenzioni del librettista e del compositore, prevalentemente attraverso uno spostamento temporale della vicenda o preferibilmente un’attualizzazione. Ecco quindi che ormai diviene raro, o comunque considerato intellettualmente poco valido, un allestimento che mantenga le indicazioni originali del libretto e all’interno delle sue didascalie cerchi una verità interpretativa.

A mio parere, fermo restando che comunque vanno valutati caso per caso gli esiti, in linea di principio l’attualizzazione o comunque lo stravolgimento di quanto presente nelle indicazioni del libretto è assolutamente privo di fondamento teorico e per questo ingiustificabile. Mostrare sulla scena, da parte del regista, la propria interpretazione in maniera esplicita significa in effetti tradire la vera e propria essenza del teatro, che di per sé è un’allegoria: sulla scena si vede scorrere una vicenda, in una più o meno precisa ambientazione, che di per sé ovviamente è un simbolo di un’intenzione più profonda; nei casi ovviamente più riusciti la scena offre un rimando concettuale ad altro, che può essere di per sé più o meno esplicito oppure ancora essere spiegato e quindi ricostruibile attraverso la testimonianza dell’autore stesso, ma l’importanza della presenza della “lettera” è fondamentale: non esiste simbolo se non esiste l’immagine che a esso rimanda.

Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

Per tornare al Ballo in Maschera, è evidente che Verdi abbia voluto, attraverso una non molto specifica individuazione storica (tant’è che nelle varie versioni dell’opera il luogo dell’azione si sposta e con esso anche i nomi del protagonista), creare un’allegoria di una serie di ideali, fra i quali naturalmente anche la corruzione politica, le problematiche del potere, lo scontro fra l’idealità e il compromesso con l’azione di governo e con la propria debolezza umana. Ma non è solo questo, anzi, molto di più: concetti e ideali, sentimenti, delusioni, odio, amore, esasperazione e squilibrio, magia e oscurità, tutto portato agli estremi attraverso la potenza della musica che alla fine trova il suo luogo ideale non tanto sulla scena quanto nell’animo dell’ascoltatore; l’attualizzazione vista alla Scala quindi forza alla lettura parziale di quanto il codice ricchissimo e comunque aperto mette sulla scena attraverso delle immagini e dei simboli. Si tratta quindi, al di là del buono o cattivo gusto, in ogni caso di una perdita o di una diminuzione di significato: se l’allegoria viene spiegata direttamente nel luogo in cui le figure agiscono come portatrici di un significato, sostituendo il significato al codice, l’allegoria stessa viene negata e viene negata anche quella possibilità di andare in maniera aperta oltre il codice stesso.

Al di là di questa considerazione teorica sulla valenza allegorica del teatro, mi sembra opportuno anche un’altra parallela considerazione. Se si considera, come ho accennato prima, il grande progresso nell’interpretazione musicale dell’opera lirica dai tempi di Toscanini fino ai giorni nostri, soprattutto negli esempi migliori delle varie generazioni, si è effettivamente giunti a un grado di valorizzazione del testo musicale scritto veramente molto elevato.La precisione del dettaglio vocale e strumentale, la qualità delle orchestre, l’attenzione alla filologia e alla storicità della musica, hanno permesso effettivamente di ottenere interpretazioni musicalmente molto valide, che si tramandano, con un effetto volano, anche verso le giovani generazioni grazie alle incisioni; per nominare solo alcuni grandi interpreti, si pensi al già citato Toscanini (che ha praticamente dato l’avvio a un certo modo di dirigere e realizzare l’opera), De Sabata, Karajan, Solti,  Giulini, Abbado, Muti e tanti altri, hanno fatto in modo che l’opera lirica poggiasse sulla realizzazione musicale il suo fondamento, valorizzando quanto scritto dal compositore, il che non significa assolutamente seguire pedissequamente la pagina scritta ma trovare all’interno di essa quanto più possibile di ciò che il segno può esprimere. In questo modo si è creato uno standard imprescindibile.

Cosa si penserebbe se si togliesse dal teatro l’orchestra sinfonica e si sostituisse con strumenti elettronici, oggi più attuali di oggetti ormai presenti da secoli? Se ancora si passasse dalla voce “lirica” a quella “non-lirica” semplicemente amplificandola? Cosa accadrebbe se si ricominciasse a operare tagli, cambiare l’orchestrazione, modificare le linee vocali? Assolutamente impossibile, la musica è quello che è scritto e nessuno ormai si sognerebbe minimamente di modernizzare, attualizzare.

Allora perché l’esistenza di una zona franca dell’opera lirica nella quale è possibile effettuare qualunque cosa a dispetto di quanto è scritto? Forse che anche nel testo scritto, nelle “lettere” dico, non è possibile trovare l’interpretazione nel senso di arricchimento del simbolo lasciandolo esteriormente qual è?

Il Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano

Ebbene a mio parere questo strano fenomeno, al quale si assiste ormai da vari anni, spesso con esiti disastrosi ma comunque sempre con una forzatura nei termini che ho espresso prima, ha una sua spiegazione ben più profonda, dovuta allo scollamento del teatro d’opera dall’attualità. Se oggi si continuasse, come è avvenuto nei secoli passati sin dalla sua nascita, a commissionare nuove opere liriche, ricche oltre che dei valori universali anche dell’attualità, sarebbe possibile anche un teatro nel quale la regia, su un libretto “moderno” potrebbe esprimere a pieno se stessa e la propria modernità, senza soffrire della deminutio di dover operare sempre su qualcosa che sa di museale. Se nel teatro d’opera fosse presente il repertorio ma nel contempo anche la contemporaneità, la musica contemporanea stessa avrebbe bisogno di una regia contemporanea, non attualizzante ma attuale, ma anche di tecnologie musicali e teatrali adeguate al momento; il teatro stesso non sarebbe sempre uguale a se stesso e quindi, per alcuni, frustrante.

Ormai, però, la committenza di nuovi spettacoli d’opera è contrario allo spirito dei tempi, o forse solo è troppo rischioso e culturalmente inadeguato all’attualità; si assiste pertanto al paradosso di voler proseguire la presentazione del passato da una parte valorizzandone l’elemento musicale come ormai unico proponibile, dall’altro inserendo la novità sull’aspetto scenico dove il “vecchio” non è più proponibile: di qui lo stridente contrasto di un ballo in maschera che da festa galante della fine del XVII secolo diviene impropriamente e forzatamente più o meno velatamente l’Italia contemporanea.

Addio a Luciano Pavarotti

Luciano Pavarotti

Il mondo della lirica, della musica, dello spettacolo vivono un intenso momento di lutto per la morte di Luciano Pavarotti. La notizia ha da subito fatto il giro del mondo e non poteva essere diversamente: la popolarità del tenore modenese è talmente vasta e trasversale da meritarsi ampio spazio su tutti i media.

Il valore di Pavarotti è indiscusso e dispiace che all’indomani della sua morte molti suoi detrattori si siano così ferocemente accaniti tanto da, a mio parere, meritare il monito pariniano del noli insaevire in mortuos. Personalmente non sono un fan del Big Luciano e sicuramente sono convinto del fatto che le incursioni nella musica di estremo consumo, anche se peraltro in nome della beneficenza, siano comunque molto discutibili soprattutto per la mancanza di una pariteticità dei ruoli: è stato infatti il Pavarotti della lirica che si è piegato al consumismo della musica leggera fin quasi ad annullarsi in essa; non quindi l’idea di beneficenza (ovviamente) ad essere deprecabile ma l’esito artistico e il minor rilievo qualitativo.

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Invito all'Opera – De Agostini

In edicola la terza uscita di Invito all’Opera, una collana dedicata alla lirica in dvd, con una eccezionale riproposizione di un Rigoletto verdiano datato 1977, con un cast d’eccellenza guidato dalla strepitosa bacchetta del maestro James Levine. Anche la prima e la seconda uscita avevano visto come protagoniste sempre produzioni del Metropolitan: una Bohème di grande rilievo con Pavarotti e la Cossotto e un’altrettanto famosa Carmen con Agnes Baltsa, tutte dirette sempre da James Levine. Conoscevo già il dvd della Carmen, in quanto già parte dell’ottima collezione marcata Del Prado, conclusasi di recente dopo oltre sessanta uscite, mentre ho acquistato Boheme e Rigoletto che si sono confermate come interpretazioni, a mio avviso, tra le più interessanti in commercio.

Come tutte le produzioni testimoniate dai dvd del Metropolitan (Turandot, Flauto Magico, Ballo in Maschera…) anche queste adesso offerte al grande pubblico dalla De Agostini sono a mio giudizio delle pietre miliari di un modo di fare teatro che per tanti punti di vista dovrebbe essere preso a modello. Il MET di questi spettacoli è il baluardo della messa in scena di stampo tradizionale, nell’accezione più nobile del termine, uno spettacolo in cui le scene, la regia, l’interpretazione cercano il più possibile di attenersi alle indicazioni teatrali degli autori.

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Viva Verdi! Considerazioni sull'Aida alla Scala

Ogni volta che mi si presenta l’occasione, spinto da una motivazione determinata, ritorno a immergermi nelle letture verdiane, in primis naturalmente nelle partiture ma anche nei i vari testi di critica dedicati a questo autore che abbondano nella mia personale biblioteca; e ogni volta ancora di più mi appassiona questa grande personalità artistica, la sua profondità e le peculiarità di ognuna delle sue opere.

Questa volta l’occasione era veramente d’eccezione e l’opera da riconsiderare ancora una volta un grandissimo capolavoro, sicuramente nel cuore di tutti i melomani: l’Aida messa in scena per l’inaugurazione della stagione operistica del Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre 2006.

Premetto che quanto ho da dire prima di tutto si riferisce all’autore, che sopra ogni altro continua a meritarsi il plauso perenne e incondizionato al di là delle stelle che sulla sua musica costruiscono i propri castelli interpretativi (ma d’altronde la musica vive dell’interpretazione e senza di essa sarebbe appannaggio di pochissimi eletti) e in secondo luogo esclusivamente alla resa musicale, in quanto della – dicono – bellissima messa in scena di Franco Zeffirelli non ho potuto che assaggiare solo qualche fotografia e qualche brevissima sequenza che gli avari telegiornali ci hanno mostrato tra un’intervista a Romano Prodi o al premier tedesco Angela Merkel (sua ospite) o a tutti i vari vip i cui volti usurpano ogni volta tanto spazio allo spettacolo vero.

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