Andrea Amici

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Tag: Opera

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L’Otello del San Carlo in TV

Otello

Una scena dell’Otello nell’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, trasmesso da Rai 5

Chiusa definitivamente una stagione d’oro della lirica, una nuova generazione di talenti stenta a emergere e imporsi alla ribalta internazionale, mentre ormai appare palese il declino del teatro d’opera come istituzione artistica e culturale, almeno in Italia.
È quanto emerge dalla visione dell’Otello di Verdi, trasmesso in prima serata da Rai Cinque il 24 aprile, un allestimento del Teatro San Carlo di Napoli, uno spettacolo tutto sommato accettabile e nel complesso privo di grosse cadute di stile, ma ben lungi dal raggiungere risultati artistici significativi.
Il punto debole più evidente dell’intera produzione è il protagonista, l’Otello di Marco Berti, vocalmente instabile e non all’altezza della situazione dal punto di vista interpretativo, soprattutto nel primo atto. Estremamente piatto nell’interpretazione, Berti è ben lontano da quelle caratteristiche di potenza e di “tenebra” di cui è intriso il personaggio verdiano. Più convincenti invece Jago (Roberto Frontali) e Desdemona (Lianna Haroutounian) che comunque, assieme ai tanti comprimari, non ascendono a particolari vette drammatiche e interpretative.
Regia, scene e costumi si adeguano con moderazione alla moda attuale, senza però dare scandalo, ma immobile la prima e con le solite – a mio avviso – dubbie estrinsecazioni di significati più o meno nascosti attraverso la presenza sulla scena di simbologie, in questo caso pagliacci e mimi.

Decorosa la prova dell’orchestra del Teatro, diretta da Nicola Luisotti, che tiene bene l’intero arco drammaturgico, con tempi adeguati e un’interpretazione convincente, sebbene non priva di alcune sbavature.

Al termine gli applausi più meritati dovrebbero andare al genio di Giuseppe Verdi, che a settantaquattro anni, al massimo della sua forza creativa, continuava a sperimentare vie nuove con esiti di impareggiabile forza artistica, creando opere che ancora oggi hanno tanto da dire all’uomo contemporaneo.

Rimane il pregio, da parte della Rai, di dedicare un canale interamente alla divulgazione della cultura e dell’opera in particolare, su piattaforme gratuite come il digitale terrestre e il web, con attenzione – nella prima – a fasce orarie non proibitive come accadeva in genere sui canali “storici”; sarebbe auspicabile, dato il carattere artisticamente limitato delle produzioni attuali specialmente italiane, dare spazio anche ai grandi allestimenti che hanno fatto la storia dell’interpretazione, fortunatamente disponibili in video.

Per rivedere l’opera on demand su Rai Cinque:http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5d440908-6376-453a-b5de-87636eb73416.html

 

Una triste Traviata da dimenticare

Una triste serata da dimenticare, la prima alla Scala del 7 dicembre 2013, specchio del profondo degrado culturale e umano che imperversa sul nostro Paese, immerso in una crisi economica, politica, morale e spirituale senza precedenti, che affligge e contagia anche l’arte, forse l’unico spiraglio che potrebbe infondere vita anche nel grigiore di una situazione così devastata.
In scena uno dei titoli più eccezionali dell’intero patrimonio artistico e culturale di tutti i tempi,La Traviata, di Giuseppe Verdi, uno scrigno traboccante di bellezza, significati, tecnica e genialità, reso nella maniera più squallida che si potesse immaginare.
L’evidenza maggiore del disastro al quale si è potuto assistere in diretta televisiva è stata la regia/scenografia a dir poco ingiuriosa firmata da Dmitri Tcherniakov; un orribile incongruente pasticcio, sullo sfondo di pessimi ambienti e di discutibili figure, movimenti assolutamente antitetici a quanto ispirato dalla musica e soprattutto trovate che sarebbero esilaranti se non fossero tragiche: un crescendo di stupidaggini che culminano nella prima parte del secondo atto, soprattutto quando si giunge a sfiorare il ridicolo con Alfredo massaio che impasta mentre ascolta suo padre, si taglia un dito mentre affetta gli ortaggi per poi ciucciarselo come un bimbetto ferito; qualunque fosse la volontà del regista di mettere probabilmente in scena l’immaturità del protagonista, certo la trovata è talmente di cattivo gusto, assieme a tantissime altre che non stiamo qui a elencare, da rasentare il ridicolo e l’offesa nei confronti del genio verdiano.

Durante il Preludio del Primo Atto.

L’elemento regia è quello che è saltato ovviamente in maniera più particolare all’occhio e trascina verso il basso l’intero spettacolo, rovinandolo irrimediabilmente e in maniera irreparabile, ma non è l’unico protagonista di questa serata di emblematica negatività.
Chi è sulla scena, a partire dai due protagonisti, dimostra un livello non certo da prima di un teatro che dovrebbe aspirare a essere uno dei massimi al mondo. Un Alfredo (Piotr Beczala) povero nelle intenzioni e nella qualità vocale, impacciato e deludente, attorniato da un padre (Zeliko Lucic) gelido e spesso fuori dal tempo musicale, una onnipresente Annina travestita, come molti su Twitter hanno simpaticamente commentato, da Wanna Marchi, interpretata da Mara Zampieri, che anni or sono avevo apprezzato in una Fanciulla del West diretta da Maazel proprio alla Scala, ma qui appiattita nello scarsissimo valore generale dello spettacolo; la protagonista, la Violetta di Diana Damrau, ha messo in grande rilievo la difficoltà di un ruolo così importante e ricco come quello che ha affrontato; è noto che la parte di Violetta è di una difficoltà interpretativa estrema e in questa prima alla Scala tali difficoltà sono emerse tutte, senza soluzioni. Un primo atto con una Violetta inguardabile e soprattutto inascoltabile, facile preda di tutte le insidie disseminate nella mirabile partitura verdiana: colori assolutamente inadeguati, mancanza totale di smalto e agilità, nevrosi manifeste e un ultimo acuto del tutto preso male, sgraziato e calante, che ha coronato un primo atto completamente fuori ruolo. La situazione è leggermente migliorata nel secondo e nel terzo atto, nelle parti più drammatiche, senza comunque raggiungere risultati di eccellenza, anche perché comunque alla non convincente prova vocale si è purtroppo aggiunta la pressoché totale mancanza scenica; pubblico e critica hanno dimostrato di apprezzare la performance del soprano, che francamente non mi ha convinto proprio per niente.

E si giunge infine alla peggiore nota della serata, quella del direttore d’orchestra, artefice di una lettura priva di totale senso drammatico. Daniele Gatti sicuramente (spero) non in serata, con tempi strascicati, spesso farraginosi, inadeguati alla resa della “parola scenica” verdiana, ma soprattutto privi di proporzioni e logico svolgimento drammatico. Un suono appesantito, molto piatto dal punto di vista dinamico e un coordinamento delle masse sonore poco efficace.
Anche il rapporto orchestra-palcoscenico è parso molto aleatorio, con episodi di scarso affiatamento, culminando in un momento di empasse, quando alla festa del secondo atto improvvisamente non si sente per varie battute nessuno cantare.

Una Traviata da dimenticare, specchio del degrado culturale della nostra Italia: un’occasione che avrebbe dovuto rappresentare un momento di alta intensità artistica e umana vissuto a livello di collettività che purtroppo ha avuto come unico discutibile pregio quello di dibattere più o meno animatamente e ironicamente sui social-network di un totale e degradante sfascio.

La zona franca dell’opera lirica

Foto ANSA

Foto ANSA

La prima del recente allestimento del Ballo in maschera verdiano andato in scena al Teatro alla Scala il 9 luglio ha ricondotto l’attenzione sull’annoso problema della regia nel teatro d’opera. Si è assistito a un vero e proprio fortunale con annessa scrosciante pioggia di volantini che ha materializzato lo sdegno di coloro che vedono in taluni allestimenti più radicali forzature dettate da manie di protagonismo e ignoranza.

Nella fattispecie il Ballo verdiano è stato oggetto di una fortissima contestazione principalmente a causa della trasposizione, operata dal regista Damiano Michieletto, della vicenda a un’ipotetica contemporanea campagna elettorale, con un protagonista, Riccardo, che diviene un personaggio politico, Renato come suo responsabile della sicurezza, e il ballo finale che si trasforma in un party elettorale.

Il pubblico scaligero si è furiosamente spaccato: uno spettacolo troppo estremo, soprattutto se “ai danni” di Verdi; da un lato, quindi, i vivaci contestatori organizzati, dall’altro coloro che a tutti i costi difendono la novità, gridando al miracolo. Alla fine anche la critica non è concorde: da una parte, soprattutto a caldo, si parla di fiasco, dall’altra emerge una solidale difesa a oltranza del regista e anche un rimprovero al pubblico contestatore per una sua presunta grossolanità nella pur legittima protesta.

Un primo particolare mi è saltato all’occhio, leggendo varie recensioni: si discute pochissimo di musica sommersa e soppiantata com’è dalla scena, eppure stiamo parlando di un’opera di Giuseppe Verdi, che offre tantissimi aspetti interpretativi sui quali ci sarebbe tanto da discutere.

Personalmente non ho né visto né ascoltato lo spettacolo, ma ho solo letto le recensioni e osservato varie immagini, quindi mi limiterò a delle considerazioni personali generali su alcune tendenze dello spettacolo operistico.

Sembra che ci sia ormai uno scollamento concettuale fra la musica e la scena, intendo per quanto riguarda la mera realizzazione. Le note sono quelle, si pretende anzi che siano sempre più rigorosamente sfrondate da qualsiasi incrostazione del tempo: si cerca giustamente un ritorno al suono originale inteso come intenzione del compositore. La regia e la scena, invece, hanno presuntuosamente il diritto (e pare ora anche il dovere) di tradurre e spiegare presunte intenzioni del librettista e del compositore, prevalentemente attraverso uno spostamento temporale della vicenda o preferibilmente un’attualizzazione. Ecco quindi che ormai diviene raro, o comunque considerato intellettualmente poco valido, un allestimento che mantenga le indicazioni originali del libretto e all’interno delle sue didascalie cerchi una verità interpretativa.

A mio parere, fermo restando che comunque vanno valutati caso per caso gli esiti, in linea di principio l’attualizzazione o comunque lo stravolgimento di quanto presente nelle indicazioni del libretto è assolutamente privo di fondamento teorico e per questo ingiustificabile. Mostrare sulla scena, da parte del regista, la propria interpretazione in maniera esplicita significa in effetti tradire la vera e propria essenza del teatro, che di per sé è un’allegoria: sulla scena si vede scorrere una vicenda, in una più o meno precisa ambientazione, che di per sé ovviamente è un simbolo di un’intenzione più profonda; nei casi ovviamente più riusciti la scena offre un rimando concettuale ad altro, che può essere di per sé più o meno esplicito oppure ancora essere spiegato e quindi ricostruibile attraverso la testimonianza dell’autore stesso, ma l’importanza della presenza della “lettera” è fondamentale: non esiste simbolo se non esiste l’immagine che a esso rimanda.

Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

Per tornare al Ballo in Maschera, è evidente che Verdi abbia voluto, attraverso una non molto specifica individuazione storica (tant’è che nelle varie versioni dell’opera il luogo dell’azione si sposta e con esso anche i nomi del protagonista), creare un’allegoria di una serie di ideali, fra i quali naturalmente anche la corruzione politica, le problematiche del potere, lo scontro fra l’idealità e il compromesso con l’azione di governo e con la propria debolezza umana. Ma non è solo questo, anzi, molto di più: concetti e ideali, sentimenti, delusioni, odio, amore, esasperazione e squilibrio, magia e oscurità, tutto portato agli estremi attraverso la potenza della musica che alla fine trova il suo luogo ideale non tanto sulla scena quanto nell’animo dell’ascoltatore; l’attualizzazione vista alla Scala quindi forza alla lettura parziale di quanto il codice ricchissimo e comunque aperto mette sulla scena attraverso delle immagini e dei simboli. Si tratta quindi, al di là del buono o cattivo gusto, in ogni caso di una perdita o di una diminuzione di significato: se l’allegoria viene spiegata direttamente nel luogo in cui le figure agiscono come portatrici di un significato, sostituendo il significato al codice, l’allegoria stessa viene negata e viene negata anche quella possibilità di andare in maniera aperta oltre il codice stesso.

Al di là di questa considerazione teorica sulla valenza allegorica del teatro, mi sembra opportuno anche un’altra parallela considerazione. Se si considera, come ho accennato prima, il grande progresso nell’interpretazione musicale dell’opera lirica dai tempi di Toscanini fino ai giorni nostri, soprattutto negli esempi migliori delle varie generazioni, si è effettivamente giunti a un grado di valorizzazione del testo musicale scritto veramente molto elevato.La precisione del dettaglio vocale e strumentale, la qualità delle orchestre, l’attenzione alla filologia e alla storicità della musica, hanno permesso effettivamente di ottenere interpretazioni musicalmente molto valide, che si tramandano, con un effetto volano, anche verso le giovani generazioni grazie alle incisioni; per nominare solo alcuni grandi interpreti, si pensi al già citato Toscanini (che ha praticamente dato l’avvio a un certo modo di dirigere e realizzare l’opera), De Sabata, Karajan, Solti,  Giulini, Abbado, Muti e tanti altri, hanno fatto in modo che l’opera lirica poggiasse sulla realizzazione musicale il suo fondamento, valorizzando quanto scritto dal compositore, il che non significa assolutamente seguire pedissequamente la pagina scritta ma trovare all’interno di essa quanto più possibile di ciò che il segno può esprimere. In questo modo si è creato uno standard imprescindibile.

Cosa si penserebbe se si togliesse dal teatro l’orchestra sinfonica e si sostituisse con strumenti elettronici, oggi più attuali di oggetti ormai presenti da secoli? Se ancora si passasse dalla voce “lirica” a quella “non-lirica” semplicemente amplificandola? Cosa accadrebbe se si ricominciasse a operare tagli, cambiare l’orchestrazione, modificare le linee vocali? Assolutamente impossibile, la musica è quello che è scritto e nessuno ormai si sognerebbe minimamente di modernizzare, attualizzare.

Allora perché l’esistenza di una zona franca dell’opera lirica nella quale è possibile effettuare qualunque cosa a dispetto di quanto è scritto? Forse che anche nel testo scritto, nelle “lettere” dico, non è possibile trovare l’interpretazione nel senso di arricchimento del simbolo lasciandolo esteriormente qual è?

Il Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano

Ebbene a mio parere questo strano fenomeno, al quale si assiste ormai da vari anni, spesso con esiti disastrosi ma comunque sempre con una forzatura nei termini che ho espresso prima, ha una sua spiegazione ben più profonda, dovuta allo scollamento del teatro d’opera dall’attualità. Se oggi si continuasse, come è avvenuto nei secoli passati sin dalla sua nascita, a commissionare nuove opere liriche, ricche oltre che dei valori universali anche dell’attualità, sarebbe possibile anche un teatro nel quale la regia, su un libretto “moderno” potrebbe esprimere a pieno se stessa e la propria modernità, senza soffrire della deminutio di dover operare sempre su qualcosa che sa di museale. Se nel teatro d’opera fosse presente il repertorio ma nel contempo anche la contemporaneità, la musica contemporanea stessa avrebbe bisogno di una regia contemporanea, non attualizzante ma attuale, ma anche di tecnologie musicali e teatrali adeguate al momento; il teatro stesso non sarebbe sempre uguale a se stesso e quindi, per alcuni, frustrante.

Ormai, però, la committenza di nuovi spettacoli d’opera è contrario allo spirito dei tempi, o forse solo è troppo rischioso e culturalmente inadeguato all’attualità; si assiste pertanto al paradosso di voler proseguire la presentazione del passato da una parte valorizzandone l’elemento musicale come ormai unico proponibile, dall’altro inserendo la novità sull’aspetto scenico dove il “vecchio” non è più proponibile: di qui lo stridente contrasto di un ballo in maschera che da festa galante della fine del XVII secolo diviene impropriamente e forzatamente più o meno velatamente l’Italia contemporanea.

Addio a Luciano Pavarotti

Luciano Pavarotti

Il mondo della lirica, della musica, dello spettacolo vivono un intenso momento di lutto per la morte di Luciano Pavarotti. La notizia ha da subito fatto il giro del mondo e non poteva essere diversamente: la popolarità del tenore modenese è talmente vasta e trasversale da meritarsi ampio spazio su tutti i media.

Il valore di Pavarotti è indiscusso e dispiace che all’indomani della sua morte molti suoi detrattori si siano così ferocemente accaniti tanto da, a mio parere, meritare il monito pariniano del noli insaevire in mortuos. Personalmente non sono un fan del Big Luciano e sicuramente sono convinto del fatto che le incursioni nella musica di estremo consumo, anche se peraltro in nome della beneficenza, siano comunque molto discutibili soprattutto per la mancanza di una pariteticità dei ruoli: è stato infatti il Pavarotti della lirica che si è piegato al consumismo della musica leggera fin quasi ad annullarsi in essa; non quindi l’idea di beneficenza (ovviamente) ad essere deprecabile ma l’esito artistico e il minor rilievo qualitativo.

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Invito all'Opera – De Agostini

In edicola la terza uscita di Invito all’Opera, una collana dedicata alla lirica in dvd, con una eccezionale riproposizione di un Rigoletto verdiano datato 1977, con un cast d’eccellenza guidato dalla strepitosa bacchetta del maestro James Levine. Anche la prima e la seconda uscita avevano visto come protagoniste sempre produzioni del Metropolitan: una Bohème di grande rilievo con Pavarotti e la Cossotto e un’altrettanto famosa Carmen con Agnes Baltsa, tutte dirette sempre da James Levine. Conoscevo già il dvd della Carmen, in quanto già parte dell’ottima collezione marcata Del Prado, conclusasi di recente dopo oltre sessanta uscite, mentre ho acquistato Boheme e Rigoletto che si sono confermate come interpretazioni, a mio avviso, tra le più interessanti in commercio.

Come tutte le produzioni testimoniate dai dvd del Metropolitan (Turandot, Flauto Magico, Ballo in Maschera…) anche queste adesso offerte al grande pubblico dalla De Agostini sono a mio giudizio delle pietre miliari di un modo di fare teatro che per tanti punti di vista dovrebbe essere preso a modello. Il MET di questi spettacoli è il baluardo della messa in scena di stampo tradizionale, nell’accezione più nobile del termine, uno spettacolo in cui le scene, la regia, l’interpretazione cercano il più possibile di attenersi alle indicazioni teatrali degli autori.

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Viva Verdi! Considerazioni sull'Aida alla Scala

Ogni volta che mi si presenta l’occasione, spinto da una motivazione determinata, ritorno a immergermi nelle letture verdiane, in primis naturalmente nelle partiture ma anche nei i vari testi di critica dedicati a questo autore che abbondano nella mia personale biblioteca; e ogni volta ancora di più mi appassiona questa grande personalità artistica, la sua profondità e le peculiarità di ognuna delle sue opere.

Questa volta l’occasione era veramente d’eccezione e l’opera da riconsiderare ancora una volta un grandissimo capolavoro, sicuramente nel cuore di tutti i melomani: l’Aida messa in scena per l’inaugurazione della stagione operistica del Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre 2006.

Premetto che quanto ho da dire prima di tutto si riferisce all’autore, che sopra ogni altro continua a meritarsi il plauso perenne e incondizionato al di là delle stelle che sulla sua musica costruiscono i propri castelli interpretativi (ma d’altronde la musica vive dell’interpretazione e senza di essa sarebbe appannaggio di pochissimi eletti) e in secondo luogo esclusivamente alla resa musicale, in quanto della – dicono – bellissima messa in scena di Franco Zeffirelli non ho potuto che assaggiare solo qualche fotografia e qualche brevissima sequenza che gli avari telegiornali ci hanno mostrato tra un’intervista a Romano Prodi o al premier tedesco Angela Merkel (sua ospite) o a tutti i vari vip i cui volti usurpano ogni volta tanto spazio allo spettacolo vero.

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