Andrea Amici

musicamultimedia.net

Tag: orchestra

Art Drawing and Music

Episode 5 – Drawing Lucy Hale as Aria

Il quinto episodio della serie “Art Drawing and Music” è dedicato al finale della serie TV “Pretty Little Liars“; Elena Amici propone nella sua speed art il ritratto di Lucy Hale nel ruolo di Aria, mentre la musica è un arrangiamento e orchestrazione di Andrea Amici del tema principale della serie, “Secret” di The Pierces.

Alle pendici dell'Etna il paradosso si integra -banner

Alle pendici dell’Etna il paradosso si integra

Il 4 giugno 2015 presso la sala Refettorio di Palazzo Platamone è stato presentato il cortometraggio dal titolo “Alle pendici dell’Etna il paradosso di integra“, realizzato dal Centro E.d.A. n.4 dell’I.C. Pestalozzi di Catania in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti della medesima città.

Il cortometraggio, interamente interpretato da ragazzi frequentanti il centro territoriale permanente per l’educazione degli adulti dell’Istituto Comprensivo Pestalozzi di Catania, si inserisce nelle realizzazioni per Expo 2015, dove verrà presentato il 6 luglio nell’ambito del Cluster Bio-Mediterraneum.

Le musiche sono state espressamente composte, orchestrate e realizzate da Andrea Amici.

Maggiori informazioni sull’evento alla pagina:

http://www.pestalozzi.cc/ic/2015/06/alle-pendici-delletna-il-paradosso-si-integra-presentazione-del-cortometraggio/

 

Collage Alfred Hitchcock Presents

Alfred Hitchcock Presents

Alfred Hitchcock Presents…
Un omaggio musicale ad Alfred Hitchcock e ai “suoi” compositori
A musical tribute to Alfred Hitchcock and “his” composers

Arrangiamento e orchestrazione – Arrangement and orchestration:
Andrea Amici

Ho pubblicato sul mio canale YouTube un mio nuovo brano, un collage di musiche scritte per i film di Alfred Hitchcock, da me arrangiato, orchestrato e realizzato; per la pubblicazione in video ho montato una serie di immagini tratte dai film del grande maestro.

Il collage musicale inizia con la Marche funèbre d’une marionnette di Charles Gounod, sigla iniziale della serie di telefilm dal titolo Alfred Hitchcock presents…, prosegue con brani di Bernard Herrmann tratti dal Preludio di North by Northwest (conosciuto in Italia con il titolo Intrigo Internazionale), dalla Scene d’amour di Vertigo (La donna che visse due volte) e dal Prelude di Psycho (completamente riorchestrato rispetto all’originale per orchestra sinfonica e non per soli archi), e si conclude con il tema principale di Spellbound (Io ti salverò) di Miklos Rózsa.

Per coloro che invece preferiscono ascoltare solo la musica, senza le immagini:

 

Il “mockup” orchestrale è stato realizzato con:
East West Quantum Leap Symphonic Orchestra Gold Edition
East West Quantum Leap Hollywood Strings
Apple Logic Pro X

Video editing: Andrea Amici
Images from:
the.hitchcock.zone
www.hitchcockmania.it

(marzo 2015)

Sven Helbig

Le “Sinfonie tascabili” di Sven Helbig

Sven Helbig

La copertina dell’album Pocket Symphonies

Si intitola “Pocket Symphonies” l’album d’esordio con la Deutsche Grammophon del compositore, arrangiatore e percussionista tedesco Sven Helbig, dodici brevi brani per quartetto d’archi e orchestra sinfonica della durata media di tre/quattro minuti ciascuno, affidati al Faure Quartet e alla MDR Leipzig Radio Symphony Orchestra diretta da Kristjan Järvi, per un affascinante viaggio fra dodici atmosfere diverse.
Si tratta di un album che può essere ascoltato a vari livelli; prima di tutto, infatti, si caratterizza per una semplicità apparente, concepita – come chiarisce lo stesso autore – per l’attuale modalità di ascolto: una musica pronta a essere inserita nel proprio iPod da ascoltare brano per brano, anche indipendentemente l’uno dall’altro, perfettamente incasellata nella velocità della vita contemporanea, fra una stazione e l’altra della metropolitana, nel tragitto in macchina da casa a lavoro o semplicemente durante una passeggiata, mantenendo però sempre un respiro sinfonico: una musica sinfonica “tascabile” quindi, moderna per il mondo moderno.
Quanto poteva essere espresso in passato nel corso della storia della musica con durate variabili fra i venti-trenta minuti di una sinfonia classica fino ad arrivare all’ora e mezza delle sinfonie di Bruckner o Mahler, viene condensato da Helbig in pochi minuti per una società abituata ormai a ritmi più incalzanti e a durate proprie della musica di consumo.
Ma come diceva il filosofo Bergson, il tempo e la durata sono due nozioni ben distinte ed è così che negli esempi più riusciti di queste Pocket Symphonies la breve durata si fa giusto tempo di una speciale esperienza sinfonica e artistica; un particolare stato d’animo pressoché singolo è alla base di ogni brano e in quello si rimane coinvolti e si vive un’intensità emotiva di grande potenza comunicativa.
Nella concezione di queste Pocket Symphonies si ritrovano elementi che risalgono alla biografia dell’autore che sfociano in una sua particolare filosofia della musica, che lui stesso definisce “crossover“, proprio facendo riferimento alla aproblematica coesistenza di più modi diversi di concepire la musica e quindi alla coesistenza non tanto di più stili ma proprio di più modalità diverse del riferirsi all’arte dei suoni, inglobando elementi colti e della musica “di consumo” senza voler necessariamente abbassare i primi o nobilitare i secondi, ma semplicemente unendone i due modi di pensiero.
Alla base di questa sintesi, si diceva, stanno elementi biografici; nel presentare il suo lavoro Helbig parla della propria infanzia in una città della Germania dell’Est (alla quale fra l’altro è dedicato un brano), all’epoca evidentemente del Muro di Berlino, quando vi era una scarsa possibilità di accesso a tutta quella cultura considerata contraria ai dettami propagandistici dell’Unione Sovietica, e della propria passione per la costruzione di rudimentali apparecchi radio che da bambino gli permisero di affacciarsi dapprima alla musica sinfonica, poi alla musica di consumo. Proprio dall’accostamento iniziale di questi due grandi filoni, uniti fra di loro nella vita senza alcuna contrapposizione, nasce la sintesi delle Pocket symphonies, che, composte, a detta dell’autore, completamente lontano dal pianoforte o altri strumenti, si affidano per intero a parametri della musica perfettamente riconoscibili, come la tonalità e il tematismo, senza scadere nel qualunquismo, né dando l’impressione del “già sentito”.
Sven Helbig dimostra una buona padronanza dell’orchestrazione e anche di aver personalmente assimilato in maniera creativa le più disparate tendenze della musica colta e di consumo. Ecco quindi che procedimenti inclini al minimalismo si intrecciano con discorsi tematicamente più elaborati e vicini anche alla tradizione melodica del passato, mentre altri brani fanno di un ostinato ritmico la loro base e altri ancora, strizzando l’occhio alle attuali tendenze della musica da film, non disdegnano forti soluzioni a effetto.
Nel complesso quindi si tratta di un album artisticamente interessante oltre che estremamente gradevole, da ascoltare e riascoltare con attenzione per cogliere e approfondire tanti pregevoli elementi che si celano dietro un’apparente semplicità comunicativa.

Sul canale YouTube di Sven Helbig è possibile ascoltare brani e interviste del musicista tedesco.

https://www.youtube.com/user/SvenHelbigComposer/

Il sito internet di Sven Helbig: http://www.svenhelbig.com/en/home/

 

Spigolature musicali nel tempo di Pasqua

Nel corso delle prossime feste pasquali potrà forse capitare di ascoltare durante una funzione in chiesa un inno che fino a qualche tempo fa era protagonista della musica cattolica nel tempo di Pasqua, soprattutto prima che una triste moda cancellasse irrimediabilmente un certo tipo di repertorio a favore di uno “nuovo”, caratterizzato spesso da superficiali banalità non solo musicali ma in molti casi purtroppo anche testuali, piatto nel suo ritmo scandito da un grattare, spesso sempre uguale a se stesso, di mani destre su corde che sinistre dilettanti e inesperte irrigidiscono su posizioni armoniche povere e prive di consequenzialità.

L’inno “Cristo Risusciti”

Mi riferisco all’inno “Cristo risusciti“, per la verità non un grande brano, non sicuramente “bello”, ma certo consono all’occasione e comunque non banale. Si tratta di un adattamento di una melodia antica, risalente a una lauda del XII secolo, con un testo italiano scritto nel 1966 da G. Stefani, e proposto in genere in una armonizzazione a corale che crea un interessante effetto, dato dalla sovrapposizione di una melodia dal sapore modale e arcaico su una funzionalità armonica appunto da “corale”, per chi ha dimestichezza con le testure e le pratiche dell’armonia tradizionale.

La melodia utilizzata in questo brano pasquale la si può facilmente riconoscere in un quadro delle “Feste Romane“, il grandioso affresco musicale scritto da Ottorino Respighi nel 1928, terzo in ordine di composizione dei poemi sinfonici dedicati alla Città eterna. La stessa antica melodia diviene infatti una sorta di cantus firmus che percorre tutto il brano intitolato “Giubileo“, il secondo dei quattro pezzi per orchestra che celebrano la romanità in quattro distinti momenti della storia e dell’anno. In particolare Respighi, con la sua fenomenale abilità timbrica e tecnica, fa del tema della lauda il simbolo del canto dei pellegrini che stanchi si avvicinano pregando a Roma, dopo il lungo viaggio, circondandolo nella prima parte del brano di una splendida atmosfera sospesa, trasfigurandolo poco a poco in un momento di alto trionfo spirituale, simboleggiando la vista dei pellegrini della meta del loro viaggio.

Una pagina di “Giubileo” dalle Feste Romane di Respighi, con una citazione della lauda del XII secolo

Nei poemi sinfonici di Respighi non è raro trovare citazioni di altri materiali, prevalentemente afferenti alla tradizione musicale italiana antica, si pensi ad esempio alla bellissima melodia del Kyrie Clemens Rector nei Pini presso una catacomba, terzo dei Pini di Roma, senza contare le trascrizioni delle Antiche arie e danze o l’uso del canto gregoriano nel Concerto Gregoriano per violino e orchestra o semplicemente al riecheggiare continuo dell’antica tradizione pre-classica italiana nei temi e nell’uso creativo del modalismo.

La citazione del “Kyrie Clemens Rector” nel brano “Pini presso una catacomba” di Respighi

Nelle stesse Feste Romane, oltre alla citazione della lauda del XII secolo, ci sono tantissimi echi di materiali preesistenti o comunque riferimenti a movenze popolari, utilizzati con una tecnica stratiforme, nuova rispetto ai precedenti poemi sinfonici romani.

L’uso di questo tema nelle Feste indica chiaramente che la melodia della lauda era già nel 1928 particolarmente cara e apprezzata alla tradizione cattolica italiana, per entrare così emblematicamente in un poema sinfonico dal carattere tanto profondamente comunicativo, e continuò a esserlo, visto che nel 1966 ne venne fatto questo adattamento con testo italiano per adeguarlo alle esigenze post-conciliari.

Ecco quindi due collegamenti su YouTube per ascoltare i due brani:

Cristo Risusciti, in versione monodica:

 

 

Un adattamento polifonico:

 

 

E infine lo splendido affresco sinfonico di Respighi:

 

 

Per chi volesse ascoltare l’intero poema sinfonico, ecco una bella interpretazione della National Youth Orchestra of Great Britain diretta da Vasily Petrenko ai Proms 2009 di Londra

 

 

 

 

La zona franca dell’opera lirica

Foto ANSA

Foto ANSA

La prima del recente allestimento del Ballo in maschera verdiano andato in scena al Teatro alla Scala il 9 luglio ha ricondotto l’attenzione sull’annoso problema della regia nel teatro d’opera. Si è assistito a un vero e proprio fortunale con annessa scrosciante pioggia di volantini che ha materializzato lo sdegno di coloro che vedono in taluni allestimenti più radicali forzature dettate da manie di protagonismo e ignoranza.

Nella fattispecie il Ballo verdiano è stato oggetto di una fortissima contestazione principalmente a causa della trasposizione, operata dal regista Damiano Michieletto, della vicenda a un’ipotetica contemporanea campagna elettorale, con un protagonista, Riccardo, che diviene un personaggio politico, Renato come suo responsabile della sicurezza, e il ballo finale che si trasforma in un party elettorale.

Il pubblico scaligero si è furiosamente spaccato: uno spettacolo troppo estremo, soprattutto se “ai danni” di Verdi; da un lato, quindi, i vivaci contestatori organizzati, dall’altro coloro che a tutti i costi difendono la novità, gridando al miracolo. Alla fine anche la critica non è concorde: da una parte, soprattutto a caldo, si parla di fiasco, dall’altra emerge una solidale difesa a oltranza del regista e anche un rimprovero al pubblico contestatore per una sua presunta grossolanità nella pur legittima protesta.

Un primo particolare mi è saltato all’occhio, leggendo varie recensioni: si discute pochissimo di musica sommersa e soppiantata com’è dalla scena, eppure stiamo parlando di un’opera di Giuseppe Verdi, che offre tantissimi aspetti interpretativi sui quali ci sarebbe tanto da discutere.

Personalmente non ho né visto né ascoltato lo spettacolo, ma ho solo letto le recensioni e osservato varie immagini, quindi mi limiterò a delle considerazioni personali generali su alcune tendenze dello spettacolo operistico.

Sembra che ci sia ormai uno scollamento concettuale fra la musica e la scena, intendo per quanto riguarda la mera realizzazione. Le note sono quelle, si pretende anzi che siano sempre più rigorosamente sfrondate da qualsiasi incrostazione del tempo: si cerca giustamente un ritorno al suono originale inteso come intenzione del compositore. La regia e la scena, invece, hanno presuntuosamente il diritto (e pare ora anche il dovere) di tradurre e spiegare presunte intenzioni del librettista e del compositore, prevalentemente attraverso uno spostamento temporale della vicenda o preferibilmente un’attualizzazione. Ecco quindi che ormai diviene raro, o comunque considerato intellettualmente poco valido, un allestimento che mantenga le indicazioni originali del libretto e all’interno delle sue didascalie cerchi una verità interpretativa.

A mio parere, fermo restando che comunque vanno valutati caso per caso gli esiti, in linea di principio l’attualizzazione o comunque lo stravolgimento di quanto presente nelle indicazioni del libretto è assolutamente privo di fondamento teorico e per questo ingiustificabile. Mostrare sulla scena, da parte del regista, la propria interpretazione in maniera esplicita significa in effetti tradire la vera e propria essenza del teatro, che di per sé è un’allegoria: sulla scena si vede scorrere una vicenda, in una più o meno precisa ambientazione, che di per sé ovviamente è un simbolo di un’intenzione più profonda; nei casi ovviamente più riusciti la scena offre un rimando concettuale ad altro, che può essere di per sé più o meno esplicito oppure ancora essere spiegato e quindi ricostruibile attraverso la testimonianza dell’autore stesso, ma l’importanza della presenza della “lettera” è fondamentale: non esiste simbolo se non esiste l’immagine che a esso rimanda.

Giuseppe Verdi

Giuseppe Verdi

Per tornare al Ballo in Maschera, è evidente che Verdi abbia voluto, attraverso una non molto specifica individuazione storica (tant’è che nelle varie versioni dell’opera il luogo dell’azione si sposta e con esso anche i nomi del protagonista), creare un’allegoria di una serie di ideali, fra i quali naturalmente anche la corruzione politica, le problematiche del potere, lo scontro fra l’idealità e il compromesso con l’azione di governo e con la propria debolezza umana. Ma non è solo questo, anzi, molto di più: concetti e ideali, sentimenti, delusioni, odio, amore, esasperazione e squilibrio, magia e oscurità, tutto portato agli estremi attraverso la potenza della musica che alla fine trova il suo luogo ideale non tanto sulla scena quanto nell’animo dell’ascoltatore; l’attualizzazione vista alla Scala quindi forza alla lettura parziale di quanto il codice ricchissimo e comunque aperto mette sulla scena attraverso delle immagini e dei simboli. Si tratta quindi, al di là del buono o cattivo gusto, in ogni caso di una perdita o di una diminuzione di significato: se l’allegoria viene spiegata direttamente nel luogo in cui le figure agiscono come portatrici di un significato, sostituendo il significato al codice, l’allegoria stessa viene negata e viene negata anche quella possibilità di andare in maniera aperta oltre il codice stesso.

Al di là di questa considerazione teorica sulla valenza allegorica del teatro, mi sembra opportuno anche un’altra parallela considerazione. Se si considera, come ho accennato prima, il grande progresso nell’interpretazione musicale dell’opera lirica dai tempi di Toscanini fino ai giorni nostri, soprattutto negli esempi migliori delle varie generazioni, si è effettivamente giunti a un grado di valorizzazione del testo musicale scritto veramente molto elevato.La precisione del dettaglio vocale e strumentale, la qualità delle orchestre, l’attenzione alla filologia e alla storicità della musica, hanno permesso effettivamente di ottenere interpretazioni musicalmente molto valide, che si tramandano, con un effetto volano, anche verso le giovani generazioni grazie alle incisioni; per nominare solo alcuni grandi interpreti, si pensi al già citato Toscanini (che ha praticamente dato l’avvio a un certo modo di dirigere e realizzare l’opera), De Sabata, Karajan, Solti,  Giulini, Abbado, Muti e tanti altri, hanno fatto in modo che l’opera lirica poggiasse sulla realizzazione musicale il suo fondamento, valorizzando quanto scritto dal compositore, il che non significa assolutamente seguire pedissequamente la pagina scritta ma trovare all’interno di essa quanto più possibile di ciò che il segno può esprimere. In questo modo si è creato uno standard imprescindibile.

Cosa si penserebbe se si togliesse dal teatro l’orchestra sinfonica e si sostituisse con strumenti elettronici, oggi più attuali di oggetti ormai presenti da secoli? Se ancora si passasse dalla voce “lirica” a quella “non-lirica” semplicemente amplificandola? Cosa accadrebbe se si ricominciasse a operare tagli, cambiare l’orchestrazione, modificare le linee vocali? Assolutamente impossibile, la musica è quello che è scritto e nessuno ormai si sognerebbe minimamente di modernizzare, attualizzare.

Allora perché l’esistenza di una zona franca dell’opera lirica nella quale è possibile effettuare qualunque cosa a dispetto di quanto è scritto? Forse che anche nel testo scritto, nelle “lettere” dico, non è possibile trovare l’interpretazione nel senso di arricchimento del simbolo lasciandolo esteriormente qual è?

Il Teatro alla Scala di Milano

Il Teatro alla Scala di Milano

Ebbene a mio parere questo strano fenomeno, al quale si assiste ormai da vari anni, spesso con esiti disastrosi ma comunque sempre con una forzatura nei termini che ho espresso prima, ha una sua spiegazione ben più profonda, dovuta allo scollamento del teatro d’opera dall’attualità. Se oggi si continuasse, come è avvenuto nei secoli passati sin dalla sua nascita, a commissionare nuove opere liriche, ricche oltre che dei valori universali anche dell’attualità, sarebbe possibile anche un teatro nel quale la regia, su un libretto “moderno” potrebbe esprimere a pieno se stessa e la propria modernità, senza soffrire della deminutio di dover operare sempre su qualcosa che sa di museale. Se nel teatro d’opera fosse presente il repertorio ma nel contempo anche la contemporaneità, la musica contemporanea stessa avrebbe bisogno di una regia contemporanea, non attualizzante ma attuale, ma anche di tecnologie musicali e teatrali adeguate al momento; il teatro stesso non sarebbe sempre uguale a se stesso e quindi, per alcuni, frustrante.

Ormai, però, la committenza di nuovi spettacoli d’opera è contrario allo spirito dei tempi, o forse solo è troppo rischioso e culturalmente inadeguato all’attualità; si assiste pertanto al paradosso di voler proseguire la presentazione del passato da una parte valorizzandone l’elemento musicale come ormai unico proponibile, dall’altro inserendo la novità sull’aspetto scenico dove il “vecchio” non è più proponibile: di qui lo stridente contrasto di un ballo in maschera che da festa galante della fine del XVII secolo diviene impropriamente e forzatamente più o meno velatamente l’Italia contemporanea.

Andrea Amici e l'Orchestra MusiDOC

Notturno

La prima esecuzione di “Notturno”

Notturno è stato composto nel mese di maggio 2013 per la seconda edizione di MusiDOC, il concerto/rassegna dei docenti di strumento musicale delle scuole secondarie di primo grado di Catania, che si è svolto nella Corte del Castello Ursino della città etnea il 6 giugno 2013. Nella versione presentata è scritto per due flauti, due clarinetti, due corni, vibrafono, percussioni, chitarra, due pianoforti, due violini, due violoncelli e contrabbasso, per un totale di sedici musicisti.

Gli interpreti della prima esecuzione, diretti dall’autore, sono stati: Domenico Testaì e Silvana Sorbello (flauti), Gaetano Cristofaro e Alfredo Spoto (clarinetti), Simone Primerano e Alessandro Sanfilippo (corni), Rosario Gioeni (vibrafono), Simone Bruno (percussioni), Massimo Genovese (chitarra), Annalisa Mangano e Vincenzo Contino (pianoforti), Alexandra Dimitrova e Vincenzo Adorna (violini), Raffaella Suriano e Laura Di Lorenzo (violoncelli), Patrizia Privitera (contrabbasso).

Il brano è una meditazione sul tema della notte; il materiale tematico è volutamente ridotto al minimo, per spostare la concentrazione sull’elemento ipnotico e magico di alcuni frammenti motivici e armonici che si rincorrono e si susseguono nella lenta scansione del tempo in maniera irregolare, quasi come ombre di volta in volta misteriose, silenziose o accese nella notte.

Alla base della composizione sono alcune strutture accordali, degli intervalli caratteristici e alcune sequenze orizzontali, tutti basati sulla preponderanza della seconda e della settima maggiori, che attraversano in vario modo le sei brevi sezioni che si susseguono.

La struttura accordale principale e fondamentale (es.1) è caratterizzata dalla presenza contemporanea di intervalli di seconda, terza, quarta e quinta, tutti gli intervalli che si susseguiranno in senso sia orizzontale che verticale durante tutto il brano. Viene esposta nella prima misura, assieme a un “gesto” caratteristico, due terze minori che si susseguono a distanza di un intervallo di seconda maggiore (es. 2).

Es.1: La struttura accordale principale

Esempio 2

Tutta la prima sezione è caratterizzata da un’atmosfera di forte staticità, creata principalmente dall’immobilità delle lunghe note degli archi; brevissimi frammenti motivici attraversano, creando una linea continua, i vari timbri orchestrali (es.3).

Esempio 3

Esempio 4

Nel corso della prima sezione si presentano quindi le strutture principali dal punto di vista armonico e melodico, con l’aggiunta di nuovi elementi fondamentalmente sempre basati su un principio di arricchimento dei precedenti ed esposti con procedimenti imitativi (esempio 4).

L’unico elemento tematico più lungo è quello che si presenta alla fine della prima sezione e che ritornerà ciclicamente, ogni volta con qualche sottile variazione, come cesura degli episodi, fino a diventare preponderante verso la conclusione (esempio 5).

Esempio 5

 

La seconda sezione si basa su una cellula motivica, proveniente dai primi frammenti tematici della sezione precedente; questo elemento ciclicamente si espande su più linee, spostandosi in contrasto con il metro principale creato dall’andamento in sedicesimi della chitarra, creando un contrappunto stratiforme sempre più fitto (esempio 6).

Esempio 6

La sezione successiva contrasta per un carattere maggiormente melodico. Anche in questa parte frammenti uditi nella prima sezione si mescolano per creare un nuovo pannello; il contrappunto è più tradizionale, proponendo un’idea non di stratificazione ma di movimento. L’elemento fondamentale è tratto dalla prima sezione, la cellula motivica che nell’esempio 1 è indicata nel box tratteggiato, e l’intera sezione si chiude con un primo climax basato sull’elemento dell’esempio 2, che ritornerà, come uno scampanio notturno alla fine del brano.

Esempio 7

Segue una parte dal carattere sognante, su un disegno ripetuto dei violini (esempio 7); ritorna l’elemento già ascoltato nell’esempio 3, che viene scomposto ritmicamente e affidato al contrabbasso, mentre il pianoforte,  i corni e il clarinetto creano degli strati sonori in crescendo fino all’apparizione, questa volta in “forte” dell’elemento dell’esempio 5, che dà l’avvio a una sezione più melodica che coinvolge tutti gli strumenti (esempio 8).

Esempio 8

Al culmine del crescendo, l’atmosfera si dirada, per dare spazio a una breve coda che riassume vari elementi precedenti per chiudere sulla riproposizione dell’elemento in terze dell’esempio 2.

 

Il Lungo Viaggio, colonna sonora di Andrea Amici

Il Lungo Viaggio – Suite per orchestra

 

La locandina del cortometraggio

La Suite per orchestra “Il Lungo Viaggio” è stata composta da Andrea Amici per la colonna sonora dell’omonimo cortometraggio prodotto dal Liceo “G. Seguenza” di Messina in collaborazione con l’Università degli Studi della medesima città, nell’ambito del Progetto Cinema Officina Performativa 2010. Il lavoro è stato presentato in prima visione all’aula magna dell’Università di Messina l’11 giugno 2010.

Il corto, interpretato interamente da giovani liceali, con la regia di Giuliano Pagliaro, mette in scena le problematiche degli adolescenti che si affacciano verso il loro improbabile futuro, dove le possibilità di auto realizzazione sono scarse e i sogni sono destinati a infrangersi scontrandosi con la necessità di limitare le proprie ambizioni al poco che è possibile nel proprio contesto. L’unica soluzione per alcuni sembra quella di intraprendere  “il lungo viaggio” dell’emigrazione che si trasforma per il protagonista nel lungo viaggio interiore attraverso le dimensioni della memoria, dell’amicizia, della necessità di assumere in prima persona determinazioni positive nei confronti della propria realtà di appartenenza.

Nell’età dell’oro della musica da film non era raro che i compositori traessero una suite da concerto dalle grandi partiture sinfoniche che realizzavano spesso per più dell’intera durata della pellicola, per far sì che, come affermava Leonard Bernstein, almeno qualcosa di quella musica sopravvivesse al di fuori della sua destinazione e non finisse tutta fra le polveri degli archivi. Questa pratica è continuata spesso anche in tempi più recenti, basti pensare alle suite da concerto di John Williams o alle nuove versioni sinfoniche delle colonne sonore di Ennio Morricone, anche di quelle che nei film non erano destinate all’orchestra. Oggi, in maniera analoga, il compositore o i suoi assistenti selezionano brani che vengono destinati alla pubblicazione in disco, il tutto comunque a testimonianza del fatto che la musica da film nei suoi esempi migliori, anche se privata dell’immagine, “funziona” perfettamente come musica “assoluta”.

Del tutto diversa è la storia di questa Suite da “Il Lungo Viaggio”; essa infatti è l’antecedente della colonna sonora, in quanto la musica è stata scritta dal compositore prima del montaggio del film, solo leggendone la sceneggiatura, senza aver visto alcuna immagine. La Suite è quindi una sequenza di brani ispirati all’idea del cortometraggio, che poi il regista ha inserito come colonna sonora, probabilmente anche legando il montaggio di alcune scene alla musica stessa. “Il lungo viaggio” è formato da nove brani chiaramente suddivisi in due parti con un brano che nella seconda richiama l’inizio (“La spiaggia”). I primi cinque brevi movimenti sono tutti caratterizzati da elementi tematici frammentati e incerti.

Il primo brano (“La spiaggia“) è di atmosfera rarefatta e misteriosa, in quanto destinato a una scena irreale in cui i giovani si trovano riuniti su una spiaggia e immobili, come un coro di tragedia greca, recitano assieme dei versi. Una singola nota-pedale ripetuta affidata all’arpa e gli armonici dei violini mantengono immobile l’atmosfera generale mentre un soprano solista e altre sezioni dell’orchestra tratteggiano delle rapide pennellate senza direzione.

Un fotogramma ambientato nella Piazza del Duomo di Messina

Il secondo, il terzo e il quinto movimento, “La città e i giovani” e “Sera” (prima e seconda parte), abbandonano momentaneamente la scrittura sinfonica in favore dell’elettronica e del trio o quartetto jazz acustico o elettrico.

Fra le due versioni di “Sera” si trova il quarto brano, “Il Futuro“, l’unico non entrato nella colonna sonora del cortometraggio; gli elementi tematici già in questo movimento iniziano a essere più articolati, anche se privi di sviluppo.

Il sesto movimento, “Partenza“, segna l’inizio della seconda parte; appare un tema più lungo e articolato, che dominerà l’intera suite da questo momento in poi. In questa prima esposizione al pianoforte, con un discreto accompagnamento degli archi, il tema si caratterizza per la sua malinconia: è il momento della partenza del protagonista e del distacco verso l’ignoto.

La partenza; un’inquadratura del cortometraggio

Il settimo brano, “Il lungo viaggio“, rappresenta il cuore dell’intera suite; il tema già ascoltato nel precedente movimento, viene sviluppato nelle sue potenzialità drammatiche. Il breve viaggio per mare – il protagonista attraversa lo Stretto di Messina verso il proprio ignoto futuro accompagnato da un amico – si trasforma in una tensione interiore evocata dalla musica con un’orchestrazione tesa dal sapore tardoromantico.

La ripresa de “La Spiaggia” riporta all’atmosfera iniziale, ma immediatamente sul pedale dell’arpa e sui frammenti già ascoltati precedentemente si innesta un nuovo episodio caratterizzato da una maggiore distensione; le tensioni de “Il lungo viaggio” sono ormai alle spalle e le medesime caratteristiche dell’orchestra servono adesso a esprimere un drastico cambio.

Lo Stretto di Messina è il bellissimo sfondo del “lungo viaggio”

Si giunge quindi alla conclusione, nella quale, gli elementi “elettronici” si fondono con quelli sinfonici e il tema apparso in “Partenza” acquisisce una luce nuova, pur non abbandonando la sua sottile vena di malinconia. Questa esposizione del tema assume un carattere quasi da “melodia infinita” wagnerianamente intesa, volutamente caratterizzata da un senso di sospensione, di inconclusione: il lungo viaggio rimane aperto e sempre attuale…

 

scena da Il Lungo Viaggio

Presentazione del cortometraggio “Il lungo viaggio”

La locandina del cortometraggio

La locandina del cortometraggio

L’11 giugno 2010, all’Aula Magna dell’Università degli Studi di Messina, è stato presentato il cortometraggio dal titolo “Il lungo viaggio” realizzato dal Liceo Scientifico “G. Seguenza” in collaborazione con l’Università di Messina nell’ambito del Progetto Cinema Officina Performativa 2010.

La colonna sonora del cortometraggio, interpretato da studenti, con la regia di Giuliano Pagliaro, è stata composta, orchestrata e realizzata da Andrea Amici.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Navigando fra le pagine di questo sito, ne accetti l'utilizzo dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" autorizzi il loro utilizzo. Consulta la pagina Informativa sui cookie per maggiori informazioni.

Chiudi