Andrea Amici

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Concerto 28 ottobre 2018

…l’immagine più debole di un suono… Castello Ursino 28 ottobre 2018

IMG_1007Dopo “Scritture e riscritture sonore” e “Notturno”, la musica di Andrea Amici ritorna al Castello Ursino di Catania domenica 28 ottobre 2018 alle ore 21, nell’ambito del ciclo di concerti del Centro Culturale e Teatrale “Magma” di Catania diretto da Salvo Nicotra con la consulenza artistica di Davide Sciacca.

Protagonisti del concerto sono musicisti di prim’ordine, con i quali l’autore collabora intensamente ormai da anni: la pianista Annalisa Mangano e la violinista Marianatalia Ruscica, il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca, ai quali si unirà il giovane soprano Francesca Sapienza, alla sua prima collaborazione con Andrea Amici.

Locandina concerto 28.10.2018 Castello Ursino

Programma

Mine Eyes unto the Hills (Psalm 121) per violino e chitarra 

Composto in onore di Sua Maestà la Regina Elisabetta II ed eseguito in prima assoluta alla Sua presenza.

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra

…l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra – Andrea Amici – live electronics

Three Irish Folksongs

  1. Red is the Rose
  2. Peggy Gordon
  3. Danny Boy

Versioni parallele per soprano e pianoforte e per flauto e chitarra

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Wandrers Nachtlied per soprano e pianoforte (prima esecuzione assoluta)

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

El Tango per flauto e chitarra

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Note introduttive dell'autore

L’idea della distanza, nel tempo e nello spazio, reale o solo ideale, nelle sue pressoché infinite correlazioni con la nostalgia, la ricerca e la malinconia, è il filo conduttore di un percorso musicale che trova la sua suggestione più profonda e il suo più intimo significato in un endecasillabo, “l’immagine più debole di un suono”, posto quasi al cuore de “La terra impareggiabile”, la lirica di Salvatore Quasimodo (eponima anche della raccolta del 1958 che la contiene), che meglio esprime quel sentimento di profonda nostalgia tradotta in un canto che emerge dalla solitudine e si rivolge a un luogo mitizzato, la Sicilia «terra impareggiabile» appunto, con una densità che supera ogni orpello tecnico, alla ricerca di quelle “parole d’amore”, “forse quelle che ogni giorno sfuggono”, secondo le parole del Poeta, sfocate, proprio come “l’immagine più debole di un suono affettuoso”. 

Queste parole, che ritornano spesso ormai da anni alla mia memoria, sono negli ultimi tempi divenute un motivo conduttore per la scrittura di alcuni brani che si ritrovano in esse o più profondamente nell’idea del lontano, nella riflessione sul tempo e la distanza, la speranza e il dialogo, quest’ultimo come cifra dell’espressione musicale, “segni inevitabili in dialogo”, prendendo ancora in prestito le parole di Quasimodo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione anch’essa lontana, perduta ma recuperata come nostalgia, brandelli di un linguaggio, di immagini sfuocate che ritornano con affetto alla memoria. 

Ecco quindi una serie di immagini, musiche che si intrecciano segretamente con parole ad esse sottese: la lontananza di un luogo mai vissuto ma solo ascoltato nella sua tradizione popolare (Three Irish Folksongs); le polverose strade sterrate di Borges, alla cui poesia “El Tango” si ispira il mio omonimo brano, i vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”) che il tempo travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, El Tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”); l’inquietudine e la ricerca di un luogo di pace, meta di un continuo quanto inesorabile vagare (Wandrers Nachtlied, su testo di Goethe); la risposta della fede, la speranza riposta nell’alzare lo sguardo verso i monti (Mine Eyes unto the Hills), dimensione di preghiera e dialogo, lode e fiducia, e naturalmente il brano che dà il titolo all’intero percorso “…l’immagine più debole di un suono…”, nel quale l’elaborazione elettronica del suono crea un tempo e uno spazio dilatati, dimensioni irrecuperabili, nostalgie, ricordi. 

Sono immagini deboli, più deboli del suono stesso nel quale si perdono, immagini della memoria, difficili da definire con dei contorni netti, ma che vivono in una dimensione profonda e si esprimono attraverso analogie segrete, spesso per frammenti, fino ad affievolirsi nel silenzio. 

Le Temps des Cathédrales

Il 16 settembre 2018 al Palais des Congrès di Parigi veniva rappresentata per la prima volta “Notre Dame de Paris“, l’opera popolare scritta da Riccardo Cocciante su tesi di Luc Plamondon.

In occasione del XX anniversario della première (16 settembre 2018) ho realizzato un arrangiamento sinfonico del brano di apertura, “Le Temps des Cathédrales“, pubblicato anche sul mio canale YouTube, arricchito da un disegno di mia figlia Elena.

Ho visto lo scorso anno lo spettacolo dal vivo, in versione italiana, all’Arena di Verona, ricevendone un’impressione positiva; lo spettacolo, nella sua globalità, è sicuramente d’effetto e proprio nella sua interezza va visto, nell’insieme scenico e musicale.

Il mio arrangiamento si discosta dall’originale, per l’assenza della parte vocale e per il taglio sinfonico.

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse

il tonfo nella mente non fa udire

le mie parole d’amore o la paura

dell’eco arbitraria che sfoca

l’immagine più debole d’un suono

affettuoso: o toccano l’invisibile

ironia, la sua natura di scure

o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)

Alexander Desplat vince l’Oscar con The Shape of Water

Una grande sfida agli Oscar 2018 nella sezione colonne sonore con, fra gli altri, tre grandi nomi a contendersi la prestigiosa statuetta: John Williams con Star Wars – The Last Jedi, Hans Zimmer con Dunkyrk e Alexander Desplat con The Shape of Water. A spuntarla è stato proprio quest’ultimo, che si aggiudica così il premio per l’introversa e densa partitura per il film di Guillermo Del Toro.

Alexander Desplat, premio Oscar 2018

Desplat, che ha dedicato il prestigioso riconoscimento in primis alla madre novantenne e allo stesso regista con il quale ha affermato di aver lavorato in perfetta sintonia, non è nuovo all’Oscar, avendone già vinto uno con Grand Hotel Budapest ed essendo stato anche in passato doppiamente nominato nel medesimo anno, caso appartenuto solo a John Williams.

La partitura, di grande finezza, ruota attorno ai poli fondamentali rappresentati dai temi dei due personaggi principali cui la musica dona quella “voce” che nessuno dei due ha fisicamente sulla scena. Da un lato il tema della donna delle pulizie caratterizzato dal fischio dello stesso Desplat, dall’altro quello della creatura anfibia tratteggiato dalla presenza del bandoneòn sudamericano, il tutto immerso in una qualità orchestrale e timbrica che lo stesso autore ha definito “organica” e con un andamento affine al movimento dell’acqua che è lo sfondo e il motivo conduttore di tutto il film.

L’ascolto è particolarmente avvincente e coinvolgente, e la musica è capace di imprimersi stabilmente nella memoria, pur non essendo ovvia; pagine di grande bellezza si susseguono veicolando emozioni profonde, soprattutto nei momenti di maggiore malinconia, dove Desplat con equilibrio riesce a evocare le atmosfere del più intimo Bernard Herrmann; il tutto in generale senza mai cedere alle mode armoniche e timbriche del momento, mantenendo sempre una tipica originalità che fa del compositore francese una via alternativa a tanta musica da film che ormai sembra sempre più indugiare sui luoghi comuni di strade sempre uguali.

Muore a 48 anni Jóhann Jóhannsson

Mentre in Italia imperversa la febbre dell’ultima serata del Festival di Sanremo e i social network, almeno dalle nostre parti, si saturano di immagini e pensieri canori e televisivi, proprio da Facebook, Twitter e Instagram ho appreso con grande sorpresa, verificando con scrupolo le fonti per non incappare nelle ormai più che frequenti fake news, che nella notte del 9 febbraio a Berlino, a soli 48 anni, è morto il compositore islandese Jóhann Jóhannsson, una delle voci più intense e interessanti della nuova via della musica colta che incrocia classica, avanguardia ed elettronica, affacciandosi, con molta originalità, anche alla musica da film, dove Jóhannsson fra l’altro ha vinto il Golden Globe per la colonna sonora de La teoria del tutto, distinguendosi poi anche per l’azzeccatissima ricerca sonora delle musiche per Arrival, film escluso dalla competizione per gli Oscar in quanto contiene, come brano iniziale e conclusivo, “On the Nature of Daylight” di Max Richter, altra voce autorevole di questa nuova tendenza che fa dell’apparente semplicità il suo punto di partenza.
Ho ascoltato spesso il suo Orphée, l’ultimo estremamente ricercato e interessante album uscito nel 2016 per Deutsche Grammophon, una riflessione musicale sul tema del cambiamento, vissuto dal compositore in prima persona nel trasferimento a Berlino assieme alla sua famiglia, sul denominatore comune dell’arte e della bellezza, un lavoro discografico denso di profonda spiritualità.

Una musica, quella di Jóhannsson, che gravita attorno alla concentrazione e al silenzio, fondendo nella strumentazione vecchio e nuovo, orchestra e strumenti classici con mai fini a se stesse elaborazioni elettroniche, sulla base di un ritorno alle funzioni elementari dell’armonia modale e tonale, sulla quale si sviluppano elementi melodici in lenta evoluzione.
Ci auguriamo, unendoci ai sentimenti di gratitudine, stima e amicizia espressi nel tweet della prestigiosa casa discografica tedesca Deutsche Grammophon, che la sua musica continui a sopravvivere ai fragori del caos della quotidianità e a toccare il cuore e la mente degli esseri umani di oggi e domani.

Importante aggiornamento per OneDrive

Con la versione 11 iOS ha fatto un grande balzo in avanti, con tutta una serie di novità e miglioramenti che hanno reso realmente maturo il sistema operativo per i dispositivi mobili della Apple. Non ho un iPhone, ma sul mio iPad le prestazioni e la produttività sono nettamente migliorate.

Fra le novità chiave di iOS 11 c’è sicuramente l’app di sistema File, una sorta di Finder in miniatura del MacOS, con la quale è possibile navigare fra le varie cartelle all’interno del dispositivo e archiviate nei servizi cloud configurati fra le preferenze di sistema. L’integrazione con iCloud della stessa Apple ovviamente era scontata a priori, ma sin da subito altri servizi sono stati supportati all’interno dell’App, consentendo di sfogliare gli elementi presenti, fra gli altri, su Google Drive, Dropbox e Box.

Diverso era il caso del servizio OneDrive, che rimaneva finora accessibile ma in una piccola finestra separata. Con l’ultimo aggiornamento dell’app alla versione 10.1 invece anche il servizio cloud della Microsoft risulta completamente integrato all’interno di File di iOS e quindi in tutte le altre applicazioni che vi hanno accesso per caricare o scaricare documenti.

L’integrazione riguarda anche le annotazioni ed evidenziazioni sui PDF e soprattutto una certa continuità fra la modifica su File e nell’app OneDrive.

Non sono solo queste però le uniche novità; l’app si presenta con una grafica rinnovata, una migliore disposizione degli elementi della vista a elenco, con file e cartelle tutti disposti sulla sinistra e non su più colonne, un funzionamento più efficace degli elementi recenti, la personalizzazione dell’ordinamento semplicemente toccando la riga di intestazione, anteprime più dettagliate e di più tipi di file.

Altra importante novità è il supporto del trascinamento degli elementi: tenendo premuto un file è possibile spostarlo all’interno di una nuova destinazione, ma anche trascinarlo in un’altra app; il trascinamento funziona anche selezionando più elementi.

L’app OneDrive su iOS

OneDrive, che, lo ricordiamo, è un servizio cloud offerto anche in versione gratuita dalla Microsoft, completamente integrato con il pacchetto Office (le cui app sono naturalmente disponibili anche per iOS), è scaricabile gratuitamente dall’App Store all’indirizzo: https://itunes.apple.com/it/app/microsoft-onedrive/id477537958?mt=8 e necessita per funzionare della creazione di un account Microsoft, anch’esso gratuito per la versione base.

Veni Domine

Volge al termine il tempo di Natale, quest’anno reso ancora più breve dalla prossimità dell’Epifania e della Solennità del Battesimo di Gesù poste in giorni consecutivi, ma c’è ancora spazio per ascoltare questo “Veni Domine – Advent & Christmas at the Sistine Chapel“, edito dalla Deutsche Grammophon, che vede protagonisti il Coro della Cappella Sistina diretto da Massimo Palombella con la partecipazione speciale di Cecilia Bartoli.

Veni Domine - Sistine Chapel

È il secondo album che la storica formazione incide nel 2017 per il prestigiosissimo marchio discografico e questa volta, come lascia intuire il titolo, il repertorio scelto è interamente dedicato alla musica sacra per l’Avvento e il Natale, dal canto gregoriano a Perotinus ai grandi maestri della polifonia, fra i quali spiccano naturalmente i nomi di Josquin Desprez, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Tomas Luis da Victoria e Gregorio Allegri.

L’incisione è stata ovviamente effettuata sotto l’occhio vigile del Giudizio Universale di Michelangelo e delle altre magnifiche opere d’arte della Sistina, con il suono del coro che “galleggia” nella splendida acustica che è una sede naturale per questi capolavori musicali.

Oltre all’indubbio valore squisitamente musicale, il disco è altresì interessante in quanto tutte le esecuzioni sono state effettuate su nuove edizioni critiche realizzate a partire da manoscritti o prime edizioni a stampa presenti nel fondo della Biblioteca Apostolica Vaticana, con un notevole valore, quindi, anche dal punto di vista filologico, impreziosito anche dalla presenza di tre prime incisioni mondiali.

Un discorso a parte necessita la partecipazione di Cecilia Bartoli; naturalmente è risaputo che all’interno della Cappella Sistina non abbiano mai risuonato, in questo repertori, voci femminili e questa stessa occasione è la prima presenza di una cantante in tale sede, quindi proprio nell’ambito dell’operazione filologica di cui il CD si fa vanto e portavoce il celebre soprano sembra quasi fuori luogo; tuttavia, ascoltando il brano di Perotinus non si può che apprezzare il risultato, in quanto il timbro speciale della cantante sembra proprio a perfetto agio fra il coro.

Mentre si spengono le luci delle feste natalizie e svaniscono le note delle musiche occasionali che prendono il sopravvento in qualunque contesto e rischiano col loro frastuono di sopraffare anche gli stessi sentimenti che apparentemente vorrebbero o penserebbero di auspicare, è bene lasciare spazio a questa musica che, invece, nasce dal silenzio e su di esso poggia, l’unica che realmente dà voce al mistero del Natale e immerge nella riflessione e nella contemplazione, perché della Solennità riesce a comprendere ed esprimere la profonda teologia e può quindi, come dice lo stesso direttore della Sistina Palombella, “aiutare il cammino dell’uomo verso il trascendente“.

Standards & Ballads (Wynton Marsalis)

Quasi per caso mi sono imbattuto in questo album di Wynton Marsalis dal titolo Standards & Ballads, un’antologia di registrazioni che ritraggono l’artista in varie formazioni tra il 1983 e il 1999, raggruppate sul comune denominatore enunciato già nel titolo, del grande repertorio dell’American Songbook, con un taglio spiccatamente intimistico e di grande fascino.

Standard and Ballads

Un terreno comune dato dall’implicito accordo fra musicista e ascoltatore su un repertorio che fa della cantabilità da un lato e delle infinite possibilità di intrecciare sempre nuovi percorsi dall’altro il suo punto di forza, e che crea un’atmosfera lussuosa ed estremamente godibile, che in ultima analisi permette un’esperienza esteticamente positiva:

“Standards supply something that is usually pretty, or so pretty that both the musician and the listener agree upon how good they make them feel“.

Ma dietro queste parole c’è molto di più; l’idea che si ricava dall’ascolto attento, al di là dell’indubbia qualità ed estrema piacevolezza del tutto, è quella di classicità del jazz che costituisce l’approccio generale di Wynton Marsalis, trombettista di formazione a 360 gradi, con alle spalle studi ed esperienze artistiche di altissimo livello, ma soprattutto musicista di grande rigore intellettuale e di grande spessore.

È un jazz che viene di volta in volta fermato nell’istantanea di un pregiato fiore di serra (non a caso Hot House Flowers è il titolo di un emblematico, bellissimo album dello stesso Marsalis, del quale si possono ascoltare alcune tracce in questo Standards & Ballads), da ammirare nella sua rarefatta bellezza che ripropone in maniera artificiale qualcosa di presente altrove nello spazio o nel tempo, e quindi considerato nella sua prospettiva storica, con il suo bagaglio di cultura e tecnica, di cui il musicista, attorniato dai suoi scelti collaboratori, diviene sapiente interprete.

Una musica, quindi, che diviene classica, seppure non possedendo quell’esattezza tipica e formale della notazione di ogni singolo suono, esattezza che poi, anche nel caso della musica classica propriamente detta, non è poi una così grande garanzia di universalità di lettura e infatti ha il grande pregio di lasciare ampio spazio di intervento alla sensibilità dell’esecutore e al continuo approfondimento. La classicità del jazz insiste infatti in un meta-spazio musicale ideale: è sempre non un solo brano, ma un linguaggio, un bagaglio di prassi esecutive fatte di tecniche di fraseggio, armonia, interazione fra musicisti, ed è questo che, nel caso emblematico di queste registrazioni, diviene l’oggetto della speculazione artistica dell’interprete, che affronta una complessa idea di linguaggio musicale con lo stesso rigore con cui un pianista classico prenderebbe in mano una sonata ottocentesca.

Si potrebbe pensare che con un tipo di approccio storicistico come questo si possa perdere un che di originalità e di sperimentalismo, ma guardando il tutto da un’ottica postmoderna, l’estetica del già detto soppianta i vari sperimentalismi delle generazioni precedenti, legittimando invece una più marcata predilezione per ciò che è vicino al piacere del prodotto artistico fine a se stesso e soprattutto “una disincantata rilettura della storia, definitivamente sottratta a ogni finalismo, e per l’abbandono dei grandi progetti” (Treccani).

Un album quindi da ascoltare con grande attenzione e interesse, che ha fra l’altro anche il pregio, come tutte le buone antologie che si rispettino, di far da ponte ad altri ascolti interessanti, andando a curiosare fra i dischi da cui sono tratte le varie tracce.

Maggiori informazioni sull’album nella sezione discografia del sito ufficiale del musicista:

http://wyntonmarsalis.org/discography/title/standards-ballads

E naturalmente l’album disponibile su Spotify:

The Last Jedi

Il 13 dicembre scorso, primo giorno di uscita in Italia, sono andato a vedere The Last Jedi, il nuovo, ottavo, capitolo della saga di Star Wars. A distanza di qualche giorno leggo, nel mio feed Google e in vari post che rimbalzano sui social, varie recensioni negative apparse anche su testate giornalistiche importanti, mentre, a quanto vedo altrove, vari aggregatori danno alti indici di gradimento.

Devo dire in premessa che a me il film è piaciuto parecchio: l’ho trovato ben fatto, con un ritmo narrativo serrato e ben congegnato nella sua consequenzialità e nella giustapposizione e talora sovrapposizione dei vari filoni della sceneggiatura, con interpretazioni abbastanza convincenti, nei limiti delle possibilità offerte dal genere, e naturalmente strepitoso nella fattura scenica, negli effetti speciali mai fini a se stessi, ma subordinati alle esigenze della narrazione, e, cosa ovvia ma sempre da rilevare anche se si sta parlando di John Williams, unico per quanto riguarda la colonna sonora.

Ho trovato particolarmente interessante la continua elaborazione dei personaggi, mai fissi, nel loro presente, nel loro passato e nelle possibilità future, in ruoli o settori di semplicistica suddivisione fra bene e male (o buoni e cattivi, coraggiosi e codardi…), ma ricchi di evoluzioni che si scoprono anche con gradevoli colpi di scena, seppure, occasionalmente, con qualche, forse inevitabile, semplicismo.

Alcune critiche negative, leggo, provengono da una presunta inadeguatezza di questo nuovo capitolo (da definire, secondo me, piuttosto “libro”) della saga. Tali letture, per proseguire nella medesima metafora, si basano a mio avviso su un assunto alquanto debole: Star Wars è sicuramente una mitologia moderna, con buone intenzioni, ma legata molto ai tempi, o meglio alle epoche della cinematografia, e alle sue esigenze, ma anche ai limiti e alle tendenze proprie del medium in sé; mi pare, infatti, che sia maggiore la speculazione intorno alla saga vista come corpus piuttosto che la vera fruizione di ogni singolo film, che non sempre, né tanto meno considerandone l’interezza, mantiene, per varie ragioni, adeguati livelli, fermo restando il valore per la storia del genere e della cinematografia, e questo pesa sul tentativo di questo film di “uscire dal seminato“, per così dire.

Ribaltando invece il punto di vista e guardando con spirito libero e privo di preconcetti legati al passato che a volte, è vero, come diceva Nathaniel Hawthorne, “giace sul Presente come il corpo morto di un gigante”, si può gustare questo “nuovo” Star Wars come appunto qualcosa di nuovo, che pur riesce a mantenere, rielaborandoli, i contatti col suo stesso passato ma in maniera dialettica, eventualmente anche in discordia, ma sicuramente creativa.

E qui un buon merito va riconosciuto all’approccio coraggioso e intelligente di Rian Johnson, che è riuscito, a mio parere, nell’intento di proporre un’evoluzione delle trame di Guerre Stellari, facendole sue e arricchendole, pur strizzando l’occhio, con equilibrio, a tematiche ed eventi precedenti, riuscendo dove il precedente film, timido (forse un po’ troppo) inizio della nuova trilogia, aveva un po’ fallito, introducendo, sì, nuovi personaggi (ma ciò era inevitabile) con relative tematiche, ma legandosi troppo a una variazione, neanche troppo elaborata, sul tema del passato, riprendendo pedissequamente alcuni elementi narrativi sui quali innestare alcune (poche o non del tutto chiare) cose nuove.

A proposito di equilibri, mi pare giusto rilevare come in questi Ultimi Jedi ci sia un felice bilanciamento di registri: il fondo, com’è giusto, è epico, ma c’è anche molta avventura, un certo fragore, il dramma interiore ed esteriore, senza disegnare qualche attimo di ironia dispensato con sapiente parsimonia onde evitare lo scadere nella parodia ma riuscendo invece, ove necessario, a stemperare vagamente la tensione accumulata, e anche qualche vena di romanticismo che fa capolino fra le pieghe della concitazione del ritmo.

Star Wars the Last Jedi

Riservando ad altri momenti qualche considerazione sulla strepitosa colonna sonora, al netto del successo peraltro annunciato, a mio modo di vedere meritato, c’è da chiedersi quale sarà la strada futura di Star Wars: chiavi di sviluppo ce ne sarebbero tante, ma anche altrettante insidie, prima fra tutte, a mio avviso, il pericolo di una certa possibile deriva, che parrebbe gettare qualche sua embrionale ombra in (per adesso) limitati presagi intravisti in alcune scene, in senso sentimentale che secondo me potrebbe orientare, se non governata con sapienza, in senso semplicistico il promettente progresso narrativo.

Attendiamo gli sviluppi, senza dimenticare il prossimo appuntamento di mezzo che si spera possa essere all’altezza del precedente.

Andrea Amici

17 dicembre 2017

Three Irish Folksongs per flauto e chitarra

Il ciclo delle Three Irish Folksongs è stato inizialmente realizzato per il Counter Irish Project (C.I.P.), formato dal controtenore Riccardo Angelo Strano e dal chitarrista Davide Sciacca, ed è stato eseguito in vari concerti del duo.

Nel mese di settembre del 2017 è stata presentata in pubblico una nuova versione, questa volta per flauto e chitarra, eseguita dal flautista Domenico Testaì e sempre da Davide Sciacca alla chitarra, in prima assoluta al concerto Notturno al Castello Ursino a Catania.

Il ripercorrere le tradizioni e il folklore di un luogo lontano, con la nostalgia tipica del “non visto” o del “mai vissuto”, è il motivo conduttore di questa raccolta, che nella nuova veste, mettendo da parte il canto, si concentra su un approfondimento in chiave squisitamente strumentale degli aspetti musicali ed extramusicali che si legano a questi nobili esempi della tradizione irlandese, arricchendo ognuno dei brani con variazioni spesso vicine allo spirito dell’improvvisazione.

Nei tre video seguenti, tratti dal canale YouTube di musicamultimedia.net, le Folksongs sono eseguite da Domenico Testaì al flauto e da Davide Sciacca alla chitarra nel corso di un concerto tenuto all’ex Convento di Dan Francesco a Ortigia (Siracusa), nel 2017.

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