Andrea Amici

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Autore: Andrea Amici Page 1 of 23

Wandrers Nachtlied

Johann Wolfgang von Goethe scrisse due brevi poesie dal titolo Wandrers Nachtlied, “Canto notturno del viandante”, una nel 1776 e un’altra nel 1780. La prima, “Der du von dem Himmel bist” (“Tu che sei dal cielo”) è il testo che ho scelto per un mio brano, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 28 ottobre 2018, dal soprano Francesca Sapienza accompagnata al pianoforte da Annalisa Mangano.

Il “canto notturno” è un topos che permea in particolare la letteratura romantica nella sua dimensione europea. La notte è il momento in cui l’uomo si inabissa nel mistero e nell’oscurità può liberarsi del “giorno” per vivere in una dimensione più profonda, vicina all’Essere; immerso nel silenzio del paesaggio notturno, l’Io, il viandante di Goethe, nel suo continuo vagare, è alla ricerca della pace, stanco di andare alla deriva:

Der du von dem Himmel bist,
Alle Freud und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest;
Ach, ich bin des Treibens müde!
Was soll all die Qual und Lust?
Süßer Friede,
Komm, ach komm in meine Brust!

Tu che sei dal cielo,
calmi ogni pena, ogni dolore,
chi è doppiamente infelice
due volte lo riempi di ristoro:
Ah, sono stanco di andare alla deriva!
Cos’è tutto questo dolore e questo desiderio?
Dolce pace,
vieni, ah, vieni nel mio petto!

A parte gli evidenti riferimenti alla tematica di fondo della lirica di Goethe e alle sue inquietudini sulle quali viene modellato un tortuoso percorso musicale, un altro elemento riveste un ruolo fondamentale in questo brano: il dialogo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione lontana, recuperata come nostalgia, pezzi di linguaggio e immagini che ritornano alla memoria.

Si concretizza in questo Wandrers Nachtlied un più o meno scoperto dialogo in primo luogo con una forma musicale, il lied per canto e pianoforte, e con l’autore che più di tutti lo incarna, Franz Schubert, che mise in musica entrambi i Wandrers Nachtlied in due brani, ai quali ci sono espliciti riferimenti nel mio pezzo, ma anche attraverso una scoperta citazione della Rapsodia per contralto di Brahms, anch’essa su testo di Goethe, in corrispondenza di un riferimento concettuale all’inquietudine della ricerca.

Diva – The very best of Anna Netrebko

Qualche sera fa, negli ultimi giorni di dicembre, Rai Due ha proposto in prima serata Principe azzurro cercasi (The Princess Diaries 2: Royal Engagement), grazioso film del 2004, particolarmente adatto a un pubblico familiare – buono per i più piccoli, gradevole per i più grandi – nel periodo delle vacanze natalizie.

Durante una festa all’aperto, all’ombra di un gazebo, la regina di Genovia, interpretata dall’intramontabile Julie Andrews, saluta una “nascente stella della lirica”, Anna Netrebko, dopo che quest’ultima si è esibita, accompagnata da un’arpa e un pianoforte digitale, nell’aria “Sempre libera” della Traviata.

Anna Netrebko in The Princess Diaries

Anna Netrebko in The Princess Diaries

In una commistione di realtà e finzione la Netrebko impersona quindi se stessa, cantando il brano che dà il titolo al suo secondo album uscito proprio nello stesso anno del film, in un momento in cui effettivamente la sua carriera si avvia al suo consolidamento: dopo essersi fatta ampiamente notare, sin dal 1994, nella sua patria, in Russia, grazie soprattutto al celebre direttore d’orchestra Valery Gergiev, inizia a farsi apprezzare per le sue doti negli Stati Uniti e quindi nel resto del mondo, cantando nei più importanti teatri, avviandosi a divenire la diva oggi conosciuta, grazie anche a una sapiente pianificazione di interpretazioni, incisioni e marketing.

Diva - The very best of Anna Netrebko - Deutsche Grammophon

È del 2018 questo “Diva – The very best of Anna Netrebko“, edito dalla Deutsche Grammophon, che riunisce estratti da altre incisioni del soprano russo, con brani che abbracciano un vasto repertorio, con autori quali Mozart, Bellini, Delibes, Offenbach, Grieg, Verdi, Puccini, Giordano, Boito e Rachmaninov, con una puntata sul Non ti scordar di me di Ernesto de Curtis e la musica del compositore ucraino Igor Krutoy.

Compilare un’antologia come questa non è ovviamente operazione semplice: condensare in poco più di un’ora momenti salienti dell’arte di una cantante d’opera (le cui doti fra l’altro andrebbero comunque misurate nell’arco complessivo dell’interpretazione di un personaggio nell’unicità di un melodramma) non è operazione semplice, tanto più se i brani, come in questo caso, provengono da più sorgenti diverse; la casa discografica, infatti, nel confezionare il prodotto deve tener conto del target di acquirenti o fruitori che vanno dal semplice melomane, non necessariamente smaliziato o avanzato nelle sue conoscenze del repertorio, in cerca comunque del bell’effetto o del brano già sentito e apprezzato, al più raffinato palato che cerca il gusto inedito, il tutto con un piede saldo naturalmente sulle esigenze dell’immagine e del mercato discografico.

Un compito difficile ma che, in questo caso, riesce ad avere un esito molto gradevole, grazie anche a un giusto ordine nella proposizione delle varie tracce, e, pure, riesce nel compito di tratteggiare un profilo che renda abbastanza giustizia alle doti vocali della Netrebko.

Cantante dalle indubbie, poderose qualità vocali, il soprano ha dalla sua una pregevole rotondità del timbro e una variegata sensibilità che le consente, grazie anche a una notevole padronanza tecnica, di affrontare un vasto arco temporale del repertorio lirico con esiti decisamente positivi.

Naturalmente, come si evince anche in questa antologia, la Netrebko si mette in particolare risalto con pagine comunemente indicate come “veriste“, per quanto questo termine sia fuori luogo e poco (o non diffusamente) appropriato, ma in questo contesto adatto per dare una collocazione temporale a quelle opere scritte tra gli ultimi scorci dell’Ottocento e i primi decenni del XX Secolo, nelle quali, sull’esempio dell’ultimo Verdi e sotto le influenze del wagnerismo e del sinfonismo francese e austrotedesco del periodo, la vocalità diviene più declamata e aperta: proprio in questi ruoli, dalle pucciniane Tosca e Cio-Cio-San a Maddalena dello Chénier di Giordano e Margherita nel Mefistofele di Boito, Anna Netrebko risulta sicuramente convincente, soprattutto timbricamente, ma anche per la capacità di governare l’intero arco espressivo del brano nella sua totalità senza cedimenti.

Anna Netrebko

Una voce di tal fatta, come quella della Netrebko, gioca primariamente sulla carta della potenza, seguendo una tipica prassi esecutiva, in questo repertorio, che pone al centro la forza espressiva talvolta a scapito dell’introspezione e di un maggiore spettro dinamico (si confronti ad esempio Un bel dì vedremo di questa incisione con quello di una Mirella Freni nelle incisioni con Karajan o Sinopoli); il risultato è comunque, in questi esempi, di alto pregio, ricco e intenso.

Altrettanto interessanti e positivi sono gli esiti su pagine di grande notorietà quali il Duetto dei fiori da Lakmé, l’opéra-lyrique di Delibes e la Barcarolle da Les contes d’Hoffman di Offenbach, tributi (gradevoli) alle esigenze compilative di cui sopra. Davvero belle e pregevoli poi le prove su Rachmaninov, dove si va dritti al cuore della cantante, la Canzone di Solveig dal Peer Gynt di Grieg, e, per me che conoscevo più l’aspetto “verista” nell’accezione di cui si parlava prima, sorprendenti le interpretazioni di Padre, Germani, addio! dal mozartiano Idomeneo e anche Casta diva dalla Norma di Bellini.

Dove personalmente mi convince poco è in “O mio babbino caro“, dove c’è quasi nulla della tenerezza del personaggio di Lauretta, e soprattutto nel Libiamo della Traviata, purtroppo scadente, come spesso si ascolta, e sbilanciata verso una confusionaria atmosfera poco consona, a mio avviso, all’apparente frivolezza dell’eroina verdiana.

Completano l’antologia Cantami di Igor Krutoy, musicista ucraino, classe 1954, attivo come compositore, performer e produttore, brano improntato a un facile melodismo, tutto all’insegna del “già sentito” e il celeberrimo Non ti scordar di me: com’è prassi di tutti i cantanti lirici popolari e graditi al grande pubblico, anche la Netrebko si concede delle incursioni nel repertorio meno colto, ma non per questo meno interessante e terreno sempre di sfide vocali da non sottovalutare.

Un album da ascoltare, gradevole nella sua confezione, per un ritratto abbastanza esaustivo di un’interessante diva del Ventunesimo Secolo operistico.

Assassino nella Cattedrale

Il 29 dicembre la Chiesa Cattolica fa memoria di Thomas Becket che, per essersi opposto al re Enrico II, fu prima esiliato in Francia, dove rimase per sei anni, quindi, dopo aver fatto ritorno in Inghilterra pur consapevole dei gravi rischi ai quali andava incontro, fu assassinato nella Cattedrale della città di Canterbury, della quale era arcivescovo, proprio il 29 dicembre del 1170.

Alla sua figura, divenuta ben presto simbolo di lotta per la libertà e l’indipendenza religiosa nei confronti delle ingerenze politiche e contro l’assolutismo, sono ispirate in vario modo diverse opere letterarie: basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, dove la cornice narrativa nella quale sono collocati alcuni racconti è proprio il pellegrinaggio alla tomba di San Tommaso Becket a Canterbury o ancora al dramma Murder in the Cathedral di Thomas Stearns Eliot del 1935, fino alla presenza dell’assassinio dell’arcivescovo nell’ultima parte del romanzo I pilastri della terra di Ken Follett.

Proprio al dramma di Elliot è direttamente ricondotta l’opera lirica di un grande compositore italiano del Novecento, Ildebrando Pizzetti, purtroppo oggi poco eseguito e spesso dimenticato, dal titolo Assassinio nella Cattedrale. L’opera, su libretto realizzato dallo stesso compositore operando una riduzione della traduzione italiana di Alberto Castelli del dramma di Elliot, è suddivisa in due atti separati da un interludio e fu presentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 1° marzo del 1958, diretta da Gianandrea Gavazzeni.

Ildebrando Pizzetti
Ildebrando Pizzetti

In un’atmosfera cupa, sottolineata dalla densità polifonica e strumentale della scrittura, si svolge il dramma della figura solitaria e ieratica del protagonista, l’arcivescovo Becket, che si avvia progressivamente e sempre più coscientemente al martirio, facendo confluire la propria volontà nell’accettazione del volere divino, configurando così un dramma con poca azione ma moltissima introspezione. Tutto infatti nell’opera si svolge sul piano dell’interiorità del protagonista, dal momento che anche gli altri personaggi e il coro, presente con una funzione simile a quella della tragedia greca, in realtà riflettono la psicologia e la religiosità dell’arcivescovo, amplificandone e rifrangendone, per così dire, il dramma interiore. 

Questo particolare impianto, che avvicina l’opera più alla ieraticità dell’oratorio che al vero e proprio dramma lirico, prende forma innanzitutto grazie alla particolarissima vocalità della scrittura pizzettiana, caratterizzata da un andamento declamato spesso sillabico, su intervalli melodici minimi, derivato direttamente dalla forma del canto gregoriano, al quale il compositore parmigiano si ispirava quale radice e fondamento della cultura musicale italiana, con delle improvvise accensioni, non in contraddizione con l’impianto generale, ma anch’esse tipiche dell’andamento melismatico dell’era pre polifonica. Il canto, protagonista indiscusso anche se non alla maniera tradizionale dell’opera lirica, è immerso in strutture modali arcaizzanti, in forme che spesso si rifanno all’innodia cristiana, ma anche in una scrittura sinfonica di grande pregio e suggestione, con colori che non dimenticano la grande lezione pucciniana e comunque del sinfonismo europeo contemporaneo all’autore.

Un’ottima versione dell’opera è sicuramente quella che è possibile ascoltare e vedere nella bella edizione Decca con Ruggero Raimondi nella parte del protagonista, registrata dal vivo nella Basilica di San Nicola a Bari, perfetta ambientazione per un allestimento in forma semi scenica, con l’orchestra a vista attorno alla quale si muovono il coro e i cantanti in costume negli spazi dell’abside dell’architettura romanica, mettendo particolarmente in rilievo gli aspetti oratoriali dell’opera.

Assassino nella Cattedrale - Decca

Un vero capolavoro, questo Assassinio nella Cattedrale, di grande pregio, ricco di contenuti e pervaso da un profondo misticismo religioso, da ascoltare e scoprire con grande attenzione.

Su Spotify è possibile ascoltare l’opera nella pregevole incisione del cast della prima diretta da Gianandrea Gavazzeni.

https://open.spotify.com/album/0sx26sgkNxRHwpc8ynPA6U?si=HjirA3VPQhS0DQoqmzi3IA

 

Ricordo di Michel Petrucciani

Nell’anniversario della nascita

Ero studente del liceo a Messina, nella seconda metà degli ormai lontani anni Ottanta, quando ebbi l’opportunità di assistere a un concerto di Michel Petrucciani.

Anche se non ne ricordo esattamente la data, né purtroppo ho ritrovato alcun riferimento sul web, ho nella mente un’immagine vivida di quella sera al Teatro Vittorio Emanuele della città dello Stretto. Erano gli anni in cui il Brass Group, la società concertistica palermitana che all’epoca aveva anche una sezione messinese, organizzava eventi con figure di grande spicco del panorama internazionale del jazz, fra le quali ricordo Herbie Hancock, Art Blakey, Oscar Peterson e tanti altri.

Petrucciani, che oggi avrebbe compiuto 56 anni, apparve sul palco in braccio a un assistente che lo depose sul seggiolino del pianoforte; avevo già ascoltato il musicista dai suoi album, ma l’avevo visto soltanto in fotografia (YouTube ancora, ovviamente, non esisteva…) e la sua fragile figura, dal vivo, com’è naturale, impressionò subito tutti; il grande pianista francese, già considerato una delle massime vette del jazz internazionale, con un gran sorriso e un’incredibile naturalezza, si lanciò con il suo trio in un lungo e articolato viaggio fra i grandi standard di repertorio e sue composizioni, regalando anche intensi momenti affidati alla poesia del solo pianoforte.

Michel Petrucciani

La tecnica assolutamente straordinaria, il rigore delle sue improvvisazioni sempre ricche di grandi spunti melodici e mai sfoggio di eventuali pur ben confezionati cliché, lo portavano a vette realmente inarrivabili, tanto più se si considerano gli enormi limiti fisici imposti dalla sua disabilità e i dolori causati anche durante le sue esecuzioni (e quindi anche durante quella sera a Messina) dalle continue fratture ossee dovute alla sua malattia.

Eppure il grande pianista continuava a dispensare la sua splendida musica, nonostante tutto, con una caparbia fiducia nella vita, nella bellezza dell’arte, prendendosi ogni tanto qualche breve pausa chiudendo il copri tastiera del pianoforte e appoggiandovisi sopra, come sulla spalla di un vecchio e fedele compagno di vita, ricominciando subito un inesauribile vortice di idee musicali che si inseguivano con una rapidità tale da non dare neanche il tempo di riflettere su quanto stesse accadendo senza che già si passasse oltre verso sempre nuove trovate.

Le qualità che apprezzai quella sera, affinatesi in seguito sempre di più oltre il già enorme livello allora dimostrato, sarebbero state compagne di tanti altri ascolti discografici, perché continuai a seguire Petrucciani nel corso degli anni, fino ad oggi, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, la cui ricorrenza sarà il prossimo 6 gennaio.

In questo 28 dicembre, giorno del suo compleanno, mi piace ricordare così il pianista francese, con questa mia esperienza personale e il ricordo vivo di un musicista veramente impareggiabile ma anche di un grande esempio di fiducia nella vita e di capacità di andare oltre i propri limiti.

Terremoto a Catania

Quella di Santo Stefano è stata una notte di paura per la città di Catania, scossa alle 3:19 del mattino da un terremoto di magnitudo 4.8, con epicentro a 2km nord di Viagrande e ipocentro a un solo chilometro di profondità.

Dal centro urbano notizie di paura, gente in strada, ma pare nessun danno degno di nota, mentre nelle zone più a nord, a Fleri, Zafferana Etnea e Santa Venerina, il terremoto ha provocato danni e feriti, con crolli e cittadini che si definiscono “salvi per miracolo”. Anche un tratto della già precaria autostrada A18 Messina-Catania è stato chiuso al traffico all’altezza di Acireale per lesioni sospette apparse a seguito del sisma.

INGV terremoto Catania 26 dicembre 2018

Negli ultimi giorni l’Etna è interessato da un’importante attività eruttiva intensificatasi dalla Vigilia di Natale, con una nuova frattura su un versante e tre delle cinque bocche attive caratterizzate, secondo l’INGV, da un “graduale incremento del degassamento dall’area craterica sommitale”; lo sciame sismico che già si era verificato, dovuto a una complessa interazione tra il magma che spinge i fianchi della montagna sollecitando di conseguenza le zolle, è quindi culminato in quest’ultimo forte evento.

Quanto si è verificato in questa notte, nel bel mezzo delle festività natalizie, deve far seriamente riflettere le istituzioni a tutti i livelli, per un’analisi delle responsabilità di competenza in materia di prevenzione. Questo tipo di eventi non è assolutamente prevedibile per quanto concerne la loro corretta individuazione spazio-temporale, tuttavia è evidente la gravità della situazione nella quale versa il territorio, caratterizzato in generale da un elevatissimo rischio sismico e dalla presenza del vulcano attivo più alto d’Europa; tale contesto obbliga a un’efficace e permanente opera di educazione e preparazione a situazioni che potrebbero essere anche particolarmente distruttive, nonché a una corretta revisione dello stato del territorio e dell’edilizia, in modo da delimitare il più possibile danni e perdite in vite umane. Altre zone del nostro pianeta, interessate da simili fattori di rischio, si presentano ben preparate ed è il caso di seguirne l’esempio, prima di dover fare il solito excursus a posteriori sulle responsabilità e sul cosa andava fatto quando ormai il debito pagato alla natura fosse, purtroppo, già alto.

Concerto 28 ottobre 2018

…l’immagine più debole di un suono… Castello Ursino 28 ottobre 2018

IMG_1007Dopo “Scritture e riscritture sonore” e “Notturno”, la musica di Andrea Amici ritorna al Castello Ursino di Catania domenica 28 ottobre 2018 alle ore 21, nell’ambito del ciclo di concerti del Centro Culturale e Teatrale “Magma” di Catania diretto da Salvo Nicotra con la consulenza artistica di Davide Sciacca.

Protagonisti del concerto sono musicisti di prim’ordine, con i quali l’autore collabora intensamente ormai da anni: la pianista Annalisa Mangano e la violinista Marianatalia Ruscica, il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca, ai quali si unirà il giovane soprano Francesca Sapienza, alla sua prima collaborazione con Andrea Amici.

Locandina concerto 28.10.2018 Castello Ursino

Programma

Mine Eyes unto the Hills (Psalm 121) per violino e chitarra 

Composto in onore di Sua Maestà la Regina Elisabetta II ed eseguito in prima assoluta alla Sua presenza.

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra

…l’immagine più debole di un suono… per chitarra, violino ed elettronica

Marianatalia Ruscica, violino – Davide Sciacca, chitarra – Andrea Amici – live electronics

Three Irish Folksongs

  1. Red is the Rose
  2. Peggy Gordon
  3. Danny Boy

Versioni parallele per soprano e pianoforte e per flauto e chitarra

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Wandrers Nachtlied per soprano e pianoforte (prima esecuzione assoluta)

Francesca Sapienza, soprano – Annalisa Mangano, pianoforte

El Tango per flauto e chitarra

Domenico Testaì, flauto – Davide Sciacca, chitarra

Note introduttive dell'autore

L’idea della distanza, nel tempo e nello spazio, reale o solo ideale, nelle sue pressoché infinite correlazioni con la nostalgia, la ricerca e la malinconia, è il filo conduttore di un percorso musicale che trova la sua suggestione più profonda e il suo più intimo significato in un endecasillabo, “l’immagine più debole di un suono”, posto quasi al cuore de “La terra impareggiabile”, la lirica di Salvatore Quasimodo (eponima anche della raccolta del 1958 che la contiene), che meglio esprime quel sentimento di profonda nostalgia tradotta in un canto che emerge dalla solitudine e si rivolge a un luogo mitizzato, la Sicilia «terra impareggiabile» appunto, con una densità che supera ogni orpello tecnico, alla ricerca di quelle “parole d’amore”, “forse quelle che ogni giorno sfuggono”, secondo le parole del Poeta, sfocate, proprio come “l’immagine più debole di un suono affettuoso”. 

Queste parole, che ritornano spesso ormai da anni alla mia memoria, sono negli ultimi tempi divenute un motivo conduttore per la scrittura di alcuni brani che si ritrovano in esse o più profondamente nell’idea del lontano, nella riflessione sul tempo e la distanza, la speranza e il dialogo, quest’ultimo come cifra dell’espressione musicale, “segni inevitabili in dialogo”, prendendo ancora in prestito le parole di Quasimodo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione anch’essa lontana, perduta ma recuperata come nostalgia, brandelli di un linguaggio, di immagini sfuocate che ritornano con affetto alla memoria. 

Ecco quindi una serie di immagini, musiche che si intrecciano segretamente con parole ad esse sottese: la lontananza di un luogo mai vissuto ma solo ascoltato nella sua tradizione popolare (Three Irish Folksongs); le polverose strade sterrate di Borges, alla cui poesia “El Tango” si ispira il mio omonimo brano, i vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”) che il tempo travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, El Tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”); l’inquietudine e la ricerca di un luogo di pace, meta di un continuo quanto inesorabile vagare (Wandrers Nachtlied, su testo di Goethe); la risposta della fede, la speranza riposta nell’alzare lo sguardo verso i monti (Mine Eyes unto the Hills), dimensione di preghiera e dialogo, lode e fiducia, e naturalmente il brano che dà il titolo all’intero percorso “…l’immagine più debole di un suono…”, nel quale l’elaborazione elettronica del suono crea un tempo e uno spazio dilatati, dimensioni irrecuperabili, nostalgie, ricordi. 

Sono immagini deboli, più deboli del suono stesso nel quale si perdono, immagini della memoria, difficili da definire con dei contorni netti, ma che vivono in una dimensione profonda e si esprimono attraverso analogie segrete, spesso per frammenti, fino ad affievolirsi nel silenzio. 

Le Temps des Cathédrales

Il 16 settembre 2018 al Palais des Congrès di Parigi veniva rappresentata per la prima volta “Notre Dame de Paris“, l’opera popolare scritta da Riccardo Cocciante su tesi di Luc Plamondon.

In occasione del XX anniversario della première (16 settembre 2018) ho realizzato un arrangiamento sinfonico del brano di apertura, “Le Temps des Cathédrales“, pubblicato anche sul mio canale YouTube, arricchito da un disegno di mia figlia Elena.

Ho visto lo scorso anno lo spettacolo dal vivo, in versione italiana, all’Arena di Verona, ricevendone un’impressione positiva; lo spettacolo, nella sua globalità, è sicuramente d’effetto e proprio nella sua interezza va visto, nell’insieme scenico e musicale.

Il mio arrangiamento si discosta dall’originale, per l’assenza della parte vocale e per il taglio sinfonico.

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse

il tonfo nella mente non fa udire

le mie parole d’amore o la paura

dell’eco arbitraria che sfoca

l’immagine più debole d’un suono

affettuoso: o toccano l’invisibile

ironia, la sua natura di scure

o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)

Alexander Desplat vince l’Oscar con The Shape of Water

Una grande sfida agli Oscar 2018 nella sezione colonne sonore con, fra gli altri, tre grandi nomi a contendersi la prestigiosa statuetta: John Williams con Star Wars – The Last Jedi, Hans Zimmer con Dunkyrk e Alexander Desplat con The Shape of Water. A spuntarla è stato proprio quest’ultimo, che si aggiudica così il premio per l’introversa e densa partitura per il film di Guillermo Del Toro.

Alexander Desplat, premio Oscar 2018

Desplat, che ha dedicato il prestigioso riconoscimento in primis alla madre novantenne e allo stesso regista con il quale ha affermato di aver lavorato in perfetta sintonia, non è nuovo all’Oscar, avendone già vinto uno con Grand Hotel Budapest ed essendo stato anche in passato doppiamente nominato nel medesimo anno, caso appartenuto solo a John Williams.

La partitura, di grande finezza, ruota attorno ai poli fondamentali rappresentati dai temi dei due personaggi principali cui la musica dona quella “voce” che nessuno dei due ha fisicamente sulla scena. Da un lato il tema della donna delle pulizie caratterizzato dal fischio dello stesso Desplat, dall’altro quello della creatura anfibia tratteggiato dalla presenza del bandoneòn sudamericano, il tutto immerso in una qualità orchestrale e timbrica che lo stesso autore ha definito “organica” e con un andamento affine al movimento dell’acqua che è lo sfondo e il motivo conduttore di tutto il film.

L’ascolto è particolarmente avvincente e coinvolgente, e la musica è capace di imprimersi stabilmente nella memoria, pur non essendo ovvia; pagine di grande bellezza si susseguono veicolando emozioni profonde, soprattutto nei momenti di maggiore malinconia, dove Desplat con equilibrio riesce a evocare le atmosfere del più intimo Bernard Herrmann; il tutto in generale senza mai cedere alle mode armoniche e timbriche del momento, mantenendo sempre una tipica originalità che fa del compositore francese una via alternativa a tanta musica da film che ormai sembra sempre più indugiare sui luoghi comuni di strade sempre uguali.

Muore a 48 anni Jóhann Jóhannsson

Mentre in Italia imperversa la febbre dell’ultima serata del Festival di Sanremo e i social network, almeno dalle nostre parti, si saturano di immagini e pensieri canori e televisivi, proprio da Facebook, Twitter e Instagram ho appreso con grande sorpresa, verificando con scrupolo le fonti per non incappare nelle ormai più che frequenti fake news, che nella notte del 9 febbraio a Berlino, a soli 48 anni, è morto il compositore islandese Jóhann Jóhannsson, una delle voci più intense e interessanti della nuova via della musica colta che incrocia classica, avanguardia ed elettronica, affacciandosi, con molta originalità, anche alla musica da film, dove Jóhannsson fra l’altro ha vinto il Golden Globe per la colonna sonora de La teoria del tutto, distinguendosi poi anche per l’azzeccatissima ricerca sonora delle musiche per Arrival, film escluso dalla competizione per gli Oscar in quanto contiene, come brano iniziale e conclusivo, “On the Nature of Daylight” di Max Richter, altra voce autorevole di questa nuova tendenza che fa dell’apparente semplicità il suo punto di partenza.
Ho ascoltato spesso il suo Orphée, l’ultimo estremamente ricercato e interessante album uscito nel 2016 per Deutsche Grammophon, una riflessione musicale sul tema del cambiamento, vissuto dal compositore in prima persona nel trasferimento a Berlino assieme alla sua famiglia, sul denominatore comune dell’arte e della bellezza, un lavoro discografico denso di profonda spiritualità.

Una musica, quella di Jóhannsson, che gravita attorno alla concentrazione e al silenzio, fondendo nella strumentazione vecchio e nuovo, orchestra e strumenti classici con mai fini a se stesse elaborazioni elettroniche, sulla base di un ritorno alle funzioni elementari dell’armonia modale e tonale, sulla quale si sviluppano elementi melodici in lenta evoluzione.
Ci auguriamo, unendoci ai sentimenti di gratitudine, stima e amicizia espressi nel tweet della prestigiosa casa discografica tedesca Deutsche Grammophon, che la sua musica continui a sopravvivere ai fragori del caos della quotidianità e a toccare il cuore e la mente degli esseri umani di oggi e domani.

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