Andrea Amici

musicamultimedia.net

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Importante aggiornamento per OneDrive

Con la versione 11 iOS ha fatto un grande balzo in avanti, con tutta una serie di novità e miglioramenti che hanno reso realmente maturo il sistema operativo per i dispositivi mobili della Apple. Non ho un iPhone, ma sul mio iPad le prestazioni e la produttività sono nettamente migliorate.

Fra le novità chiave di iOS 11 c’è sicuramente l’app di sistema File, una sorta di Finder in miniatura del MacOS, con la quale è possibile navigare fra le varie cartelle all’interno del dispositivo e archiviate nei servizi cloud configurati fra le preferenze di sistema. L’integrazione con iCloud della stessa Apple ovviamente era scontata a priori, ma sin da subito altri servizi sono stati supportati all’interno dell’App, consentendo di sfogliare gli elementi presenti, fra gli altri, su Google Drive, Dropbox e Box.

Diverso era il caso del servizio OneDrive, che rimaneva finora accessibile ma in una piccola finestra separata. Con l’ultimo aggiornamento dell’app alla versione 10.1 invece anche il servizio cloud della Microsoft risulta completamente integrato all’interno di File di iOS e quindi in tutte le altre applicazioni che vi hanno accesso per caricare o scaricare documenti.

L’integrazione riguarda anche le annotazioni ed evidenziazioni sui PDF e soprattutto una certa continuità fra la modifica su File e nell’app OneDrive.

Non sono solo queste però le uniche novità; l’app si presenta con una grafica rinnovata, una migliore disposizione degli elementi della vista a elenco, con file e cartelle tutti disposti sulla sinistra e non su più colonne, un funzionamento più efficace degli elementi recenti, la personalizzazione dell’ordinamento semplicemente toccando la riga di intestazione, anteprime più dettagliate e di più tipi di file.

Altra importante novità è il supporto del trascinamento degli elementi: tenendo premuto un file è possibile spostarlo all’interno di una nuova destinazione, ma anche trascinarlo in un’altra app; il trascinamento funziona anche selezionando più elementi.

L’app OneDrive su iOS

OneDrive, che, lo ricordiamo, è un servizio cloud offerto anche in versione gratuita dalla Microsoft, completamente integrato con il pacchetto Office (le cui app sono naturalmente disponibili anche per iOS), è scaricabile gratuitamente dall’App Store all’indirizzo: https://itunes.apple.com/it/app/microsoft-onedrive/id477537958?mt=8 e necessita per funzionare della creazione di un account Microsoft, anch’esso gratuito per la versione base.

Veni Domine

Volge al termine il tempo di Natale, quest’anno reso ancora più breve dalla prossimità dell’Epifania e della Solennità del Battesimo di Gesù poste in giorni consecutivi, ma c’è ancora spazio per ascoltare questo “Veni Domine – Advent & Christmas at the Sistine Chapel“, edito dalla Deutsche Grammophon, che vede protagonisti il Coro della Cappella Sistina diretto da Massimo Palombella con la partecipazione speciale di Cecilia Bartoli.

Veni Domine - Sistine Chapel

È il secondo album che la storica formazione incide nel 2017 per il prestigiosissimo marchio discografico e questa volta, come lascia intuire il titolo, il repertorio scelto è interamente dedicato alla musica sacra per l’Avvento e il Natale, dal canto gregoriano a Perotinus ai grandi maestri della polifonia, fra i quali spiccano naturalmente i nomi di Josquin Desprez, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Tomas Luis da Victoria e Gregorio Allegri.

L’incisione è stata ovviamente effettuata sotto l’occhio vigile del Giudizio Universale di Michelangelo e delle altre magnifiche opere d’arte della Sistina, con il suono del coro che “galleggia” nella splendida acustica che è una sede naturale per questi capolavori musicali.

Oltre all’indubbio valore squisitamente musicale, il disco è altresì interessante in quanto tutte le esecuzioni sono state effettuate su nuove edizioni critiche realizzate a partire da manoscritti o prime edizioni a stampa presenti nel fondo della Biblioteca Apostolica Vaticana, con un notevole valore, quindi, anche dal punto di vista filologico, impreziosito anche dalla presenza di tre prime incisioni mondiali.

Un discorso a parte necessita la partecipazione di Cecilia Bartoli; naturalmente è risaputo che all’interno della Cappella Sistina non abbiano mai risuonato, in questo repertori, voci femminili e questa stessa occasione è la prima presenza di una cantante in tale sede, quindi proprio nell’ambito dell’operazione filologica di cui il CD si fa vanto e portavoce il celebre soprano sembra quasi fuori luogo; tuttavia, ascoltando il brano di Perotinus non si può che apprezzare il risultato, in quanto il timbro speciale della cantante sembra proprio a perfetto agio fra il coro.

Mentre si spengono le luci delle feste natalizie e svaniscono le note delle musiche occasionali che prendono il sopravvento in qualunque contesto e rischiano col loro frastuono di sopraffare anche gli stessi sentimenti che apparentemente vorrebbero o penserebbero di auspicare, è bene lasciare spazio a questa musica che, invece, nasce dal silenzio e su di esso poggia, l’unica che realmente dà voce al mistero del Natale e immerge nella riflessione e nella contemplazione, perché della Solennità riesce a comprendere ed esprimere la profonda teologia e può quindi, come dice lo stesso direttore della Sistina Palombella, “aiutare il cammino dell’uomo verso il trascendente“.

Standards & Ballads (Wynton Marsalis)

Quasi per caso mi sono imbattuto in questo album di Wynton Marsalis dal titolo Standards & Ballads, un’antologia di registrazioni che ritraggono l’artista in varie formazioni tra il 1983 e il 1999, raggruppate sul comune denominatore enunciato già nel titolo, del grande repertorio dell’American Songbook, con un taglio spiccatamente intimistico e di grande fascino.

Standard and Ballads

Un terreno comune dato dall’implicito accordo fra musicista e ascoltatore su un repertorio che fa della cantabilità da un lato e delle infinite possibilità di intrecciare sempre nuovi percorsi dall’altro il suo punto di forza, e che crea un’atmosfera lussuosa ed estremamente godibile, che in ultima analisi permette un’esperienza esteticamente positiva:

“Standards supply something that is usually pretty, or so pretty that both the musician and the listener agree upon how good they make them feel“.

Ma dietro queste parole c’è molto di più; l’idea che si ricava dall’ascolto attento, al di là dell’indubbia qualità ed estrema piacevolezza del tutto, è quella di classicità del jazz che costituisce l’approccio generale di Wynton Marsalis, trombettista di formazione a 360 gradi, con alle spalle studi ed esperienze artistiche di altissimo livello, ma soprattutto musicista di grande rigore intellettuale e di grande spessore.

È un jazz che viene di volta in volta fermato nell’istantanea di un pregiato fiore di serra (non a caso Hot House Flowers è il titolo di un emblematico, bellissimo album dello stesso Marsalis, del quale si possono ascoltare alcune tracce in questo Standards & Ballads), da ammirare nella sua rarefatta bellezza che ripropone in maniera artificiale qualcosa di presente altrove nello spazio o nel tempo, e quindi considerato nella sua prospettiva storica, con il suo bagaglio di cultura e tecnica, di cui il musicista, attorniato dai suoi scelti collaboratori, diviene sapiente interprete.

Una musica, quindi, che diviene classica, seppure non possedendo quell’esattezza tipica e formale della notazione di ogni singolo suono, esattezza che poi, anche nel caso della musica classica propriamente detta, non è poi una così grande garanzia di universalità di lettura e infatti ha il grande pregio di lasciare ampio spazio di intervento alla sensibilità dell’esecutore e al continuo approfondimento. La classicità del jazz insiste infatti in un meta-spazio musicale ideale: è sempre non un solo brano, ma un linguaggio, un bagaglio di prassi esecutive fatte di tecniche di fraseggio, armonia, interazione fra musicisti, ed è questo che, nel caso emblematico di queste registrazioni, diviene l’oggetto della speculazione artistica dell’interprete, che affronta una complessa idea di linguaggio musicale con lo stesso rigore con cui un pianista classico prenderebbe in mano una sonata ottocentesca.

Si potrebbe pensare che con un tipo di approccio storicistico come questo si possa perdere un che di originalità e di sperimentalismo, ma guardando il tutto da un’ottica postmoderna, l’estetica del già detto soppianta i vari sperimentalismi delle generazioni precedenti, legittimando invece una più marcata predilezione per ciò che è vicino al piacere del prodotto artistico fine a se stesso e soprattutto “una disincantata rilettura della storia, definitivamente sottratta a ogni finalismo, e per l’abbandono dei grandi progetti” (Treccani).

Un album quindi da ascoltare con grande attenzione e interesse, che ha fra l’altro anche il pregio, come tutte le buone antologie che si rispettino, di far da ponte ad altri ascolti interessanti, andando a curiosare fra i dischi da cui sono tratte le varie tracce.

Maggiori informazioni sull’album nella sezione discografia del sito ufficiale del musicista:

http://wyntonmarsalis.org/discography/title/standards-ballads

E naturalmente l’album disponibile su Spotify:

The Last Jedi

Il 13 dicembre scorso, primo giorno di uscita in Italia, sono andato a vedere The Last Jedi, il nuovo, ottavo, capitolo della saga di Star Wars. A distanza di qualche giorno leggo, nel mio feed Google e in vari post che rimbalzano sui social, varie recensioni negative apparse anche su testate giornalistiche importanti, mentre, a quanto vedo altrove, vari aggregatori danno alti indici di gradimento.

Devo dire in premessa che a me il film è piaciuto parecchio: l’ho trovato ben fatto, con un ritmo narrativo serrato e ben congegnato nella sua consequenzialità e nella giustapposizione e talora sovrapposizione dei vari filoni della sceneggiatura, con interpretazioni abbastanza convincenti, nei limiti delle possibilità offerte dal genere, e naturalmente strepitoso nella fattura scenica, negli effetti speciali mai fini a se stessi, ma subordinati alle esigenze della narrazione, e, cosa ovvia ma sempre da rilevare anche se si sta parlando di John Williams, unico per quanto riguarda la colonna sonora.

Ho trovato particolarmente interessante la continua elaborazione dei personaggi, mai fissi, nel loro presente, nel loro passato e nelle possibilità future, in ruoli o settori di semplicistica suddivisione fra bene e male (o buoni e cattivi, coraggiosi e codardi…), ma ricchi di evoluzioni che si scoprono anche con gradevoli colpi di scena, seppure, occasionalmente, con qualche, forse inevitabile, semplicismo.

Alcune critiche negative, leggo, provengono da una presunta inadeguatezza di questo nuovo capitolo (da definire, secondo me, piuttosto “libro”) della saga. Tali letture, per proseguire nella medesima metafora, si basano a mio avviso su un assunto alquanto debole: Star Wars è sicuramente una mitologia moderna, con buone intenzioni, ma legata molto ai tempi, o meglio alle epoche della cinematografia, e alle sue esigenze, ma anche ai limiti e alle tendenze proprie del medium in sé; mi pare, infatti, che sia maggiore la speculazione intorno alla saga vista come corpus piuttosto che la vera fruizione di ogni singolo film, che non sempre, né tanto meno considerandone l’interezza, mantiene, per varie ragioni, adeguati livelli, fermo restando il valore per la storia del genere e della cinematografia, e questo pesa sul tentativo di questo film di “uscire dal seminato“, per così dire.

Ribaltando invece il punto di vista e guardando con spirito libero e privo di preconcetti legati al passato che a volte, è vero, come diceva Nathaniel Hawthorne, “giace sul Presente come il corpo morto di un gigante”, si può gustare questo “nuovo” Star Wars come appunto qualcosa di nuovo, che pur riesce a mantenere, rielaborandoli, i contatti col suo stesso passato ma in maniera dialettica, eventualmente anche in discordia, ma sicuramente creativa.

E qui un buon merito va riconosciuto all’approccio coraggioso e intelligente di Rian Johnson, che è riuscito, a mio parere, nell’intento di proporre un’evoluzione delle trame di Guerre Stellari, facendole sue e arricchendole, pur strizzando l’occhio, con equilibrio, a tematiche ed eventi precedenti, riuscendo dove il precedente film, timido (forse un po’ troppo) inizio della nuova trilogia, aveva un po’ fallito, introducendo, sì, nuovi personaggi (ma ciò era inevitabile) con relative tematiche, ma legandosi troppo a una variazione, neanche troppo elaborata, sul tema del passato, riprendendo pedissequamente alcuni elementi narrativi sui quali innestare alcune (poche o non del tutto chiare) cose nuove.

A proposito di equilibri, mi pare giusto rilevare come in questi Ultimi Jedi ci sia un felice bilanciamento di registri: il fondo, com’è giusto, è epico, ma c’è anche molta avventura, un certo fragore, il dramma interiore ed esteriore, senza disegnare qualche attimo di ironia dispensato con sapiente parsimonia onde evitare lo scadere nella parodia ma riuscendo invece, ove necessario, a stemperare vagamente la tensione accumulata, e anche qualche vena di romanticismo che fa capolino fra le pieghe della concitazione del ritmo.

Star Wars the Last Jedi

Riservando ad altri momenti qualche considerazione sulla strepitosa colonna sonora, al netto del successo peraltro annunciato, a mio modo di vedere meritato, c’è da chiedersi quale sarà la strada futura di Star Wars: chiavi di sviluppo ce ne sarebbero tante, ma anche altrettante insidie, prima fra tutte, a mio avviso, il pericolo di una certa possibile deriva, che parrebbe gettare qualche sua embrionale ombra in (per adesso) limitati presagi intravisti in alcune scene, in senso sentimentale che secondo me potrebbe orientare, se non governata con sapienza, in senso semplicistico il promettente progresso narrativo.

Attendiamo gli sviluppi, senza dimenticare il prossimo appuntamento di mezzo che si spera possa essere all’altezza del precedente.

Andrea Amici

17 dicembre 2017

Three Irish Folksongs per flauto e chitarra

Il ciclo delle Three Irish Folksongs è stato inizialmente realizzato per il Counter Irish Project (C.I.P.), formato dal controtenore Riccardo Angelo Strano e dal chitarrista Davide Sciacca, ed è stato eseguito in vari concerti del duo.

Nel mese di settembre del 2017 è stata presentata in pubblico una nuova versione, questa volta per flauto e chitarra, eseguita dal flautista Domenico Testaì e sempre da Davide Sciacca alla chitarra, in prima assoluta al concerto Notturno al Castello Ursino a Catania.

Il ripercorrere le tradizioni e il folklore di un luogo lontano, con la nostalgia tipica del “non visto” o del “mai vissuto”, è il motivo conduttore di questa raccolta, che nella nuova veste, mettendo da parte il canto, si concentra su un approfondimento in chiave squisitamente strumentale degli aspetti musicali ed extramusicali che si legano a questi nobili esempi della tradizione irlandese, arricchendo ognuno dei brani con variazioni spesso vicine allo spirito dell’improvvisazione.

Nei tre video seguenti, tratti dal canale YouTube di musicamultimedia.net, le Folksongs sono eseguite da Domenico Testaì al flauto e da Davide Sciacca alla chitarra nel corso di un concerto tenuto all’ex Convento di Dan Francesco a Ortigia (Siracusa), nel 2017.

Semplici regole per arricchire l’armonia

Capita di imbattersi su Internet in qualche risorsa che riesce a puntualizzare in maniera efficace alcuni semplici concetti magari già studiati in passato. È il caso di questo video su YouTube relativo all’utilizzo degli accordi al di fuori della tonalità scelta per realizzare delle progressioni più interessanti.

Il concetto di base è riassunto in questa schermata: la progressione armonica può contenere accordi con una o più note al di fuori della scala, ma per essere gradevole deve in generale contenere almeno una nota della scala e soprattutto collegarsi con gli accordi precedenti e successivi attraverso note comuni.

È un concetto abbastanza semplice, che fra l’altro riprende precetti di base dell’armonia tradizionale.

Ecco anche il video completo:

My Fair Lady - Header

My Fair Lady

Era il 15 marzo 1956 quando “My Fair Lady”, il musical di Alan Joy Lerner con le splendide musiche di Frederick Loewe, fece la sua prima apparizione al Mark Hellinger Theatre di New York, con Julie Andrews e Rex Harrison nei ruoli principali, e fu subito un enorme successo, tanto da rimanere in scena per 2717 repliche prima di proseguire il suo trionfale percorso a Londra dove mantenne quasi lo stesso numero di presenze in cartellone. Da lì in poi è sempre stato uno dei musical più amati e acclamati, divenendo anche, nel 1964, un film di successo, per la regia di George Cukor con una eccellente Audrey Hepburn nel ruolo della protagonista.

La storia, tratta dal Pigmalione, una commedia teatrale di George Bernard Shaw del 1913, è incentrata sul personaggio di Eliza Doolittle, un’umile fioraia priva di istruzione e dalla pessima dizione, che diviene oggetto di una scommessa fra il professore Henry Higgins, esperto di fonetica e dal carattere cinico, e il colonnello Pickering: il professore, convinto assertore dell’importanza dell’apparenza e in particolare della forza espressiva della parola nell’affermazione sociale, accetta la sfida di trasformare la ragazza in una dama capace di stare perfettamente a suo agio nell’alta società e di esserne da questa accettata pur non facendone parte date le sue umili origini. La scommessa sarà vinta, ma Eliza avrà la possibilità di esprimere ciò che lei è realmente e la sua nobiltà d’animo e il cinico professor Higgins, suo malgrado, scoprirà di essere capace di profondi sentimenti e di amare la ragazza.

Da un punto di vista musicale My Fair Lady si caratterizza per una grazia e una finezza fuori dal comune. I temi sono ben definiti, di impatto, gradevoli e destinati a rimanere nella memoria, gli arrangiamenti e le orchestrazioni condotti con mano sicura ed esperta: tutto concorre alla creazione di un musical di grande qualità che riesce in più a coinvolgere umanamente ed emotivamente, caratterizzando in maniera piena le trasformazioni dei personaggi, e con al suo interno brani che giustamente sono divenuti dei grandi e immortali successi.

MusicalsWinter Day 1 - My Fair Lady

#MusicalsWinter Day 1

Nel 2012 ho realizzato un collage musicale su temi tratti da My Fair Lady, che ho poi più volte diretto con l’orchestra da camera MusiDOC.  Si susseguono in questo medley alcuni fra i più bei momenti musicali di questo grande capolavoro del teatro musicale americano: si inizia dalla celebre Ouverture, con il tema della scommessa “You Did It!”, per passare poi ai celebri temi “Wouldn’t It Be Loverly?”, “Just You Wait”, “The Rain in Spain”, “On the Street Where You Live” e infine il brano forse più celebre: “I Could Have Danced All Night”.  Qui di seguito il video della prima esecuzione.

Su Spotify, invece, sono disponibili varie incisioni, fra le quali:

La registrazione del cast originale di Broadway:

La versione londinese:

La colonna sonora del film del 1964:

Forse non tutti sanno che…: creare PDF da immagini in iBooks per iPad e iPhone

I dispositivi iOS contengono tutta una serie di strumenti integrati ma spesso nascosti o comunque non immediatamente raggiungibili, tuttavia estremamente utili e versatili.

Può capitare di voler creare un PDF a partire da immagini salvate sul rullino fotografico: per farlo è sufficiente selezionare le foto, quindi, come illustrato in figura, attivare la funzione di condivisione e scegliere l’icona “Salva PDF su iBooks“; a questo punto le immagini verranno unite in un unico file PDF e aperte nell’ applicazione di lettura ebook di serie sui sistemi Apple.

Il passaggio successivo sarà quello di rinominare il file creato, al quale di default viene affidato l’anonimo “senza titolo“. Dallo scaffale di iBooks si passa alla vista elenco, quindi si preme su “Seleziona”; con un semplice Tap sul file da rinominare apparirà la tastiera consentendo così di completare l’operazione.

Il file è così pronto e disponibile in iBooks e su iCloud.

Di seguito un quadro riassuntivo, in stile Pinterest… Altro su www.pinterest.com/profamici

ECM in streaming

Crolla uno degli ultimi baluardi contro le piattaforme di streaming musicale: da oggi il prezioso catalogo ECM è disponibile sulle principali piattaforme quali Spotify e Apple Music, segno evidente del profondo cambiamento delle abitudini di ascolto a livello mondiale.

La casa discografica, fondata nel 1969 da Manfred Eicher a Monaco di Baviera, era riuscita a stare finora in qualche modo ostinatamente fuori dalla grande distribuzione in streaming online, privando di fatto gli utenti di questi servizi di una grossa e importante fetta della storia dell’incisione musicale.

Keith Jarrett e Charlie Haden - Last Dance su Spotify

Per chi non la conoscesse, infatti, la Editions of Contemporary Music (ECM) nella sua quasi cinquantenaria esistenza, ha sfornato dischi di altissimo pregio, musicale ma anche tecnico: seguendo il motto “the Most Beautiful Sound Next to Silence“, sin dall’album di esordio (Free at Last del pianista Mal Waldron) la casa tedesca si è fatta non solo promotrice di qualità artistica nella scelta ragionata di quale musica incidere, ma anche di un’esperienza profonda di ascolto, tenendosi lontana dagli aspetti più commerciali e curando in particolare la qualità del suono, la continuità dell’ascolto in una sequenza ben definita di brani nell’arco dell’intero album, fino alla preziosa veste grafica delle copertine.

Arvo Pärt: The Deer's Cry

La copertina dell’album The Deer’s Cry con musiche di Arvo Pärt

Una linea di eccellenza, quindi, che si è consolidata nel tempo attraverso nomi quali Paul Bley, Jan Gabarek, Pat Metheny e Lyle Mays, Chick Corea e, per citare uno degli esempi che maggiormente coincidono artisticamente con la linea della casa discografica, Keith Jarrett, che nelle sue incisioni per questa etichetta spazia dal jazz alla classica passando per i suoi lunghi ed elaborati “soli” che incrociano con grande disinvoltura e agilità mondi e stili diversi, tenuti insieme dal denominatore comune del suo almeno apparente disinvolto e istintivo approccio con la musica.

E proprio muovendo dal jazz, l’etichetta di Eicher ha poi col tempo allargato i propri confini toccando la world music e quindi, con la creazione della ECM New Series, alcuni aspetti della musica classica antica e contemporanea, sia con gli esperimenti di Jarrett, cui abbiamo fatto menzione prima, sia con incisioni di Tallis e Gesualdo da Venosa, affiancate da Steve Reich, John Adams e soprattutto Arvo Pärt che diviene sicuramente il compositore di punta dell’intera produzione della nuova ECM.

Quali siano le ragioni di questa svolta è ovvio intuirlo: è un segno dei tempi, dicevamo al principio; l’asse delle abitudini di ascolto si è ormai spostato verso il web e il disco, in CD o, per i nostalgici, il redivivo vecchio vinile, è sempre più un prodotto di nicchia, destinato a decrescere sempre più, fino a giungere forse a un vero e proprio tramonto. Ma per l’ECM, se da un lato si perde l’obiettivo di un ascolto concentrato sull’esperienza continuativa dell’album e – a loro modo di vedere – anche l’aspetto qualitativo del suono, è pur vero che questo sbarco sullo streaming online consente a un potenziale enorme pubblico l’accesso a un importante capitolo della storia della musica nel suo nuovo intreccio con la registrazione.

Ma sarà poi realmente vero che il motto e la mission di Eicher vengano in qualche modo tradite dall’ascolto online? È in realtà a mio avviso solo una questione di educazione all’ascolto, perché la stessa indifferenza nei confronti della musica che scorre nel tempo può verificarsi comunque, sia attraverso gli auricolari collegati a uno smartphone sia in un comodo salotto che sembra, con la sua atmosfera, avere tutte le caratteristiche per favorire la concentrazione. La differenza sta nell’atteggiamento del singolo, non nel medium che può anche essere ininfluente: per questo vedo sempre con molto sospetto tutti gli estremismi, in un senso e nell’altro, tra i fautori di mezzi tradizionali e innovatori: la tecnologia porta grandi vantaggi a patto di un utilizzo che non sfoci nella passività, che, ahimè, in una grande fetta della popolazione ormai ha preso il sopravvento mascherata da una potenziale ma del tutto inesistente onnipotenza e onnipresenza.

Con grande soddisfazione apriamo quindi Spotify, o il nostro servizio preferito, e immergiamo la mente in un ascolto di grande qualità, ricordando che siamo di fronte a una grande opportunità, quella di avere, in generale, in mano degli strumenti che permettono di aprire mondi di conoscenza spesso inaspettati, che vanno assaporati con gusto e autocoscienza.

Il comunicato stampa con cui la ECM annuncia la distribuzione in streaming:
https://www.ecmrecords.com/public/docs/ECM_and_Streaming.pdf

Google Assistant

Lo sviluppo di sistemi che consentano l’interazione naturale tramite la voce con i dispositivi elettronici è un mondo in continuo sviluppo che già inizia a far vedere i suoi primi frutti.

Oltre a essere un modo più naturale e affascinante di affiancarsi alla tecnologia, la voce permette di superare notevoli limiti fisici e di evitare anche problematiche di salute legate alla ripetitività dei gesti.

Per qualche giorno ho provato con grande curiosità Google Assistant in inglese, in attesa dello sbarco della versione italiana sul mio Huawei P8, che, visto il corretto funzionamento della versione in lingua originale, è evidentemente pronto per la nuova versione localizzata nella nostra lingua.

Google Assistant

Le prime impressioni sono realmente ottime. Intanto il sistema riesce perfettamente a comprendermi, anche se la mia pronunciation non è certamente delle migliori. Finora nessun problema rilevato e tutte le mie richieste sono state regolarmente decifrate.

La pertinenza delle risposte è stata anch’essa notevole: ci si rivolge all’assistente in maniera ovviamente elementare, ma naturale, potendo praticamente garantire un’esperienza di utilizzo molto fluida e soprattutto gradevole.

Simpaticissimo fra l’altro quando ieri pomeriggio ho detto di avere sonno e l’assistente si è offerto di aiutarmi a contare le pecore, con tanto di verso dell’animale.

Passando a cose più serie, ho apprezzato il controllo superiore sullo smartphone e l’interazione completa con i servizi proprietari di Google e anche con applicazioni di terze parti, per esempio Spotify.

Che dire in conclusione? Si sa già che la versione italiana sarà più limitata, ma il problema maggiore è che già dopo un giorno di utilizzo mi sono abituato a usarlo e farne a meno è una grossa privazione nell’interazione col dispositivo.

Il fatto però che l’Assistant esista in italiano e che sia collegato anche alla vendita del nuovo smartphone Pixel e agli apparecchi per la domotica di Google lascia ben sperare in un continuo miglioramento di questo nuovo e interessante strumento.

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