Archivio per il mese agosto 2007

Il futuro nel passato: Spazio 1999 su Rai.tv

giovedì, 23 agosto 2007

L’estate, in genere, è un periodo di “riciclo” in TV; la Rai, come aveva già fatto alcune estati or sono, ripropone fra l’altro la famosissima serie fantascientifica Spazio 1999, ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson e trasmessa per la prima volta nel 1976, un’occasione, per tutti quelli della mia generazione, di rivedere qualcosa che ci ha fatto fantasticare e giocare di immaginazione nei riguardi di un futuro che ormai è già passato. Rivedendo le immagini di questa serie, certo, si notano ingenuità e soprattutto un modo di recitare e di sceneggiare estremamente datato, tuttavia da adulti, magari, si colgono taluni aspetti di contestazione e denuncia che ancora oggi possono essere attuali: soprattutto nella sua prima serie, infatti, l’intenzione evidente degli autori è quella di mostrare una problematicità del rapporto tra l’uomo e l’esplorazione dell’universo (fortemente condizionata da esigenze politiche e propagandistiche), tra l’uomo e l’ambiente, tra l’uomo e il suo futuro tutt’altro che roseo a causa di uno sviluppo selvaggio, incontrollato e insostenibile. Se consideriamo il disastro ambientale, allora incipiente e paventato, ma di cui oggi siamo primi testimoni in questi anni visto l’assoluto disinteresse della politica internazionale, si nota come il futuro denunciato nella serie televisiva ci abbia attraversato con problematiche irrisolte aprendo scenari che purtroppo non siamo in grado di prevedere. (continua…)

 

Marco Enrico Bossi: Missa pro defunctis op.83 (Tactus)

mercoledì, 22 agosto 2007

Un piccolo gioiello dell’arte corale italiana in una dimensione assolutamente atemporale: questa la prima impressione all’ascolto di questa pregevolissima incisione della Missa pro defunctis op. 83 di Marco Enrico Bossi, grande organista e caposcuola di alcune tendenze organistiche in Italia ed eccellente compositore.

La Missa, nata nel 1906 nel clima del Movimento Ceciliano che si proponeva un ritorno all’antica severità rinascimentale per la musica sacra, va ben oltre la piena osservanza dei dettami di una corrente stilistica imposta dall’alto, anzi ne fa talmente proprio lo spirito da riproporlo non nella sua esteriorità ma nella sua essenzialità.

All’ascolto di quest’opera, infatti, si viene a contatto con un pensiero compositivo che riesce a fondere antico e moderno in una creazione artistica di notevole pregio. La coralità di Bossi affonda le sue radici nella grande tradizione della polifonia italiana rinascimentale, con il suo intrinseco legame con il canto gregoriano che informa le movenze melodiche nelle strutture intervallari e nella sintassi delle frasi; vi è una sostanziale predilezione per l’andamento contrappuntistico e in generale le voci sono interessate da continui movimenti imitativi che, come nella polifonia rinascimentale, creano la forma dei vari episodi orientandosi verso clausole omoritmiche che polarizzano il discorso musicale.

La bravura del compositore sta nella sua evidente capacità di ricreare uno stile nella contemporaneità del proprio linguaggio; la mente naturalmente va ad analoghi esiti di “musica al quadrato” come le tarde elaborazioni stravinskiane dei madrigali di Gesualdo da Venosa o la Messa; il linguaggio compositivo di Bossi è naturalmente lontano dalle asprezze del russo, ma i presupposti sono simili, sopratutto se si paragona il rapporto della coralità con la tradizione di origine: la polifonia rinascimentale per l’italiano, quella russo-ortodossa per Stravinsky.

L’esecuzione del Coro Euridice di Bologna, diretto da Pier Paolo Scattolin si rivela esemplare nella sua correttezza stilistica; anche l’organico corale con le voci bianche per le parti acute, e quindi l’assenza delle voci femminili, riconduce il brano al suo archetipo polifonico. Il contrappunto risulta sempre chiaro, con le parti ben proporzionate e sempre nel giusto rilievo dinamico, mentre l’accompagnamento organistico si mantiene nella sua funzione di supporto timbrico-armonico, senza “invasioni di campo”.

Veramente quindi un’incisione da consigliare, sia per l’indubbio valore documentaristico (trattandosi di una prima incisione della Missa), sia per il pregio interpretativo che si fa ammirare per l’ottimo orientamento stilistico, sia, infine, per la (ri)scoperta di un importante compositore quale Marco Enrico Bossi, purtroppo non molto conosciuto se non al di fuori della didattica dell’organo.

Corredano il CD alcuni brani per organo, eseguiti da Andrea Macinanti, che rivelano ancora di più l’originalità compositiva di Bossi; al suo strumento, infatti, il compositore sviluppa un suo linguaggio ricco di sottili riferimenti ancora una volta alla tradizione rinascimentale (come nel primo brano, Tempo di Suonata per Organo a Pieno op.3b), a peregrinazioni armoniche e melodiche di vago sapore lisztiano nel Corteggio Funebre op.132 n.2, al sinfonismo organistico francese nel Chant du soir op.92 n.1, il tutto sempre rivissuto con grande personlità e originalità.

Un’ultima nota: ora che con il suo Motu Proprio sua Santità Benedetto XVI ha finalmente ridato la possibilità di vivere la liturgia cattolica nelle sue forme culturalmente più profonde, sarebbe auspicabile, in talune occasioni, anche una riproposizione di musica organistica e corale come quella di Marco Enrico Bossi, nata a corredo di una liturgia che sposta la comunicatività a un livello più profondo e la riveste di un’atmosfera capace di ricondurre all’essenzialità dello spirito, in un “silenzio” estatico, fatto di colori sonori che, a mio giudizio, si propone come la via migliore per raggiungere un contatto con l’infinito.

 

L’Incompiuta di Schubert

lunedì, 20 agosto 2007

 

Giovanni Sollima: “Works” (2005)

lunedì, 6 agosto 2007

Uno dei sostantivi più usati fra gli artisti e la critica di questo inizio di ventunesimo secolo è senza dubbio contaminazione; per la verità già dagli ultimi anni del secolo scorso si usava a proposito e a sproposito, ma era sicuramente appannaggio maggiore della musica jazz, fusion (termine coniato ad hoc per definire un determinato genere musicale fra rock, pop, latino e jazz) e di sperimentalismi vari e indipendenti, piuttosto che del teatro e del pubblico della “musica classica”.

G.Sollima: Works

Come spesso accade, la moda è facile a montarsi e naturalmente porta con sé risultati fra loro estremamente diseguali: molti esiti infatti sono a dir poco disastrosi, come se bastasse l’uso di qualche scala esotica (con prevalente predilezione per quelle mediorientali) su cui costruire due o tre accordi, appoggiati su un vuoto di pensiero, da ripetere minimalisticamente ad libitum, per fare qualcosa di “originale” da sbandierare come ultima novità.

Non è questo il caso di Giovanni Sollima e del sua disco Works, del 2005, nel quale contaminazione ce n’è (e molta) ma sostenuta da un pensiero musicale creativo e organico che offre all’ascoltatore un percorso ideale complesso ed estremamente sfaccettato, ricco di alta qualità artistica e vivo e fresco nella sua originalità.

Intanto, all’ascolto del cd, si evidenziano due caratteri fondamentali: l’estrema cura della realizzazione e anche la qualità del compositore/strumentista Sollima. Il musicista palermitano, infatti, appartiene a quella categoria di compositori il cui lavoro si estrinseca nel contatto anche fisico oltre che ideale con uno strumento musicale (in questo caso il violoncello), che si configura come una vera e propria estensione del corpo umano. Il violoncello è quindi il grande protagonista di questo cd e la qualità tecnica e sonora è veramente eccellente. (continua…)