Archivio per il mese giugno 2011

Final Cut Pro X: Apple dice addio al mercato Pro?

giovedì, 23 giugno 2011

Navigando in rete con il mio iPad, forse il prodotto più significativo dopo l’iPod della capacità della Apple di creare prodotti assolutamente innovativi, di quelli che riescono a cambiare le abitudini e le tendenze di quella grossa fetta di popolazione che della tecnologia fa un uso intensivo nella vita di tutti i giorni, mi sono imbattuto in un’interessante lettura, un articolo di Walter Biscardi, apparso online su Creative Cow Magazine (http://magazine.creativecow.net/article/final-cut-pro-x-whats-missing-for-some-pros) che elenca tutto ciò che manca al nuovo Final Cut Pro X per essere realmente un’applicazione pro.
L’autore, come tanti altri professionisti del settore all’epoca delle prime presentazioni, avevano visto nella nuova versione del software un primo “iMovie Pro“, un programma quindi sicuramente più potente di iMovie, che rappresenta attualmente la migliore piattaforma per l’editing video entry-level, ma non certo il degno erede di Final Cut Studio così come lo conosciamo e abbiamo imparato ad apprezzare.

Che Final Cut avesse bisogno di un po’ di elasticità in più in alcune cose era evidente, così come era evidente che certe semplici feature di iMovie era un peccato non poterle avere (con il debito potenziamento) nell’applicazione pro, ma da qui a eliminare con un colpo di spugna tutto quanto raggiunto negli anni di sviluppo, sembra veramente un’eresia informatica.
Leggendo attentamente però la rapida recensione fatta da Biscardi, ci si accorge purtroppo che è proprio così: a quanto pare Apple ha abbandonato letteralmente le caratteristiche avanzate di Final Cut per privilegiarne altre, mutuate dal mondo consumer o prosumer, come piace oggi definire quella categoria di utenti, fra i quali si ascriverebbe anche il sottoscritto, che utilizzano in maniera più avanzata il computer e il Mac in particolare per creare prodotti dall’aspetto professionale, ma senza essere dei professionisti del settore.
Un grave errore, a mio modesto avviso. Utilizzo Final Cut Studio per i miei lavori video all’Istituto Pestalozzi e con le sue eccezionali caratteristiche di montaggio con le multiclip, con la flessibilità dell’organizzazione dei materiali e delle sequenze, la possibilità di riutilizzare porzioni video in maniera molto plastica, la capacità di portare su più computer il lavoro semplicemente riconnettendo i media mancanti, ho portato a termine vari progetti; con l’integrazione e il work flow avanzato con Motion, SoundTrack Pro e DVD Studio Pro ho anche fatto qualcosa di più complesso e a quanto leggo (non ho avuto modo ancora di provare la nuova versione) bisogna pateticamente dire addio a tutto quanto si è abituati a fare: ci saranno tante novità ma la tradizione, per così dire, è stata spazzata via, non integrata nel nuovo prodotto.
Un grave errore, dicevo. Suite come Final Cut Studio invogliano il prosumer come me ad andare ben oltre l’iMac o il MacBook Pro, per tentare, con i sacrifici del non essere professionisti del settore, ma solo buoni “dilettanti” nell’accezione più nobile del termine, il salto verso un Mac Pro e una piattaforma Apple che dica addio ai compromessi; abbandonare quindi questo settore professionale, oltre al danno nel settore di riferimento, porta inevitabilmente alla disaffezione anche di chi chiede al Mac quel qualcosa in più, di chi anche se non ha esigenze da studio tuttavia vuole padroneggiare le attrezzature con le potenzialità migliori, che aiutino a far venire fuori tutta la creatività.
Un’ultima considerazione. Se questo è toccato a Final Cut Studio, cosa succederà a Logic Studio che dà ancora di più l’impressione di essere un oggetto smarrito? È, secondo me, il software più versatile, ancorché per certi aspetti purtroppo primitivo, per comporre musica e adesso stento a credere che lo si voglia far progredire per quanto concerne gli aspetti ancora spigolosi e arcaici.
A questo punto, se la piattaforma Mac Os sarà ancora valida, sicuramente sarà il caso di orientarsi verso la Adobe per l’editing video o Pro Tools 9 per l’audio, software rampanti che mi sembra credano nel futuro del mercato professionale.

 

Alle prese con l’Invalsi…

martedì, 21 giugno 2011
La recente disastrosa avventura della correzione delle prove nazionali INVALSI svoltesi nell’ambito dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo hanno portato alla ribalta nazionale l’evidente inadeguatezza dei mezzi dell’Istituto Nazionale per la Valutazione e anche l’incuria per il lavoro e la dignità dei docenti, caricati di un peso inutile e anche aggravato da errori materiali francamente inammissibili. Il quotidiano La Sicilia, nell’edizione del 23 giugno, ha riportato parte di un mio intervento riguardo le disavventure e i disagi che tutti i docenti abbiamo vissuto nei giorni scorsi (leggi online la pagina). Pubblico qui tutta la storia che fra l’altro ha un finale assolutamente grottesco, con la speranza che, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica, tante proteste riescano in un certo qual modo a far rivedere al Ministero le sue posizioni riguardo queste prove e le procedure a esse connesse.

La prova nazionale dell’INVALSI che si svolge all’interno dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo è una sorta di spettro che incombe innanzi tutto sugli alunni i quali da qualche anno a questa parte, nel corso del loro esame, si trovano a dover fronteggiare qualcosa di misterioso, propinato da un’entità percepita come lontana e oscura, soprattutto perché spesso inconsapevole e incurante delle diverse realtà scolastiche territoriali enormemente diversificate nel panorama del disequilibrio e del divario interregionale e addirittura all’interno della stessa città. Ma la prova nazionale è uno scoglio anche per i docenti che si trovano di fronte quanto meno a una giornata molto impegnativa e a dismisura più lunga della normalità.
Infatti oltre alla somministrazione delle prove, a seguito di procedure di apertura e consegna del materiale degne forse dei più imponenti segreti militari, i docenti hanno il compito di trascrivere le risposte dai questionari degli alunni su appositi moduli cartacei, nel contempo valutando la correttezza di gran parte dei quesiti.
Nonostante ci troviamo ormai in questo primo avanzato scorcio del XXI secolo, all’INVALSI non sono ancora pronti a fare il grande passo dell’abbandono del cartaceo, che rimane sotto forma delle suddette schede di registrazione degli esiti, ma quanto meno si è prevista l’assistenza del mezzo informatico: assieme alla griglia di correzione da scaricare, stampare e utilizzare (che per inciso già era in alcune parti sbagliata al momento della sua prima pubblicazione online, costringendo così l’Istituto Nazionale a una prima tempestiva e-mail di rettifica) era disponibile per il download anche un utile strumento di automazione per il calcolo del voto in base alla rilevazione delle risposte, cosa questa doppiamente utile non solo per venire incontro alle difficoltà dovute al dettagliato calcolo dei valori e dei range, ma soprattutto perché, lo ricordiamo, la prova nazionale ormai è entrata a tutti gli effetti nella valutazione finale dell’esame, partecipando quindi all’attribuzione del voto conclusivo, calcolato secondo una rigorosa, ancorché discutibile, media aritmetica.
Personalmente, poiché utilizzo abbondantemente nella mia attività didattica i fogli di calcolo per automatizzare i processi di valutazione (almeno per quanto riguarda un primo screening dei risultati), ho salutato con entusiasmo la presenza di un file Excel con tanto di macro che avrebbe portato a uno snellimento del lavoro e come me, penso, tanti altri miei colleghi.
Sarebbe bastato quindi inserire le risposte degli alunni (ahimè già trascritte comunque sul buon vecchio e duro a morire supporto cartaceo) per ottenere alla pressione di un pulsante il calcolo del voto finale da attribuire alla prova.
Sarei stato anche disposto a passare sopra al problema dell’assoluta inoperatività del foglio di calcolo con il diffusissimo pacchetto OpenOffice, nonostante io sia un sostenitore del software open-source, ma lo snellimento del lavoro si prospettava realmente notevole.
I condizionali fin qui usati, purtroppo, sono stati d’obbligo, come si suol dire: terminato nel tardo pomeriggio dello stesso giorno della prova il pur comunque estenuante e faticoso lavoro di trascrizione cartacea, verifica e inserimento dei dati al computer, ecco questa mattina la classica “doccia fredda” dall’amaro sapore di una beffa: in una mail spedita alle ore 20:11 del giorno 20 l’INVALSI comunicava che il foglio di calcolo era banalmente sbagliato nella sua programmazione e quindi chi come me si era affidato fiduciosamente alla correzione “computer-aided” era destinato a rivedere praticamente tutte le prove per quanto riguardava due quesiti di matematica e tutti gli elaborati che avessero riportato un risultato inferiore o uguale a venti punti nella prova di italiano. Per la mia classe si è trattato di ben dodici elaborati su sedici, per gli altri, nella scuola in cui lavoro, almeno di una media di un 25% di elaborati. Nella mail si davano pertanto precise istruzioni: ricalcolare il punteggio scaricando una nuova “maschera” dal sito dell’Istituto.
Oltre quindi al controllo della correttezza di due quesiti di matematica si è dovuto procedere al reinserimento da zero dei dati di un gran numero di alunni, onde ottenere il giusto risultato, il tutto fra le proteste generali, il malcontento, la necessità di fare costante appello, per sedare gli animi dei più rivoltosi e riottosi, al senso di professionalità di ciascun docente, ma soprattutto ribadendo la necessità di non penalizzare gli alunni con una votazione sbagliata e ingiusta proprio nell’ultimo momento di questo loro percorso formativo.
Tra le tempeste, comunque, la nave, dopo un’altra mattinata di lavoro e il conseguente ritardo delle seguenti procedure d’esame, alla fine è arrivata in porto, fatte salve eventuali altre novità che dovessero ancora arrivare.
Anche solo a questo punto arrivati, mi si permetta però di dire che era stato fin troppo facile da parte dell’INVALSI chiudere una mail con delle scuse, come ha fatto il responsabile della prova nazionale in una nota inviata alle scuole per posta elettronica, era fin troppo facile sperimentare forse con una certa superficialità sul lavoro dei docenti e sulla valutazione degli studenti: quanto accaduto, anche senza considerare gli ulteriori sviluppi che la faccenda avrebbe avuto di lì a poco, sarebbe sufficiente per aprire un momento di ampia riflessione sulla effettiva serietà della preparazione degli strumenti operativi da parte dell’INVALSI, su quanto ci sia di semplice apparenza e quanta invece sia la reale sostanza di quello che si sta realizzando e soprattutto una ben più ampia riflessione sulla necessità della revisione dei canoni reali di rispetto del lavoro dei docenti, obbligati a un dispendio di energie assolutamente sproporzionato e vessati, come in questo caso, da banali errori che rischiano di compromettere alla fine il clima di serenità e di impegno necessari in una tappa sicuramente fondamentale della crescita degli alunni.
Fin qui la storia che sicuramente la maggior parte ormai conosce, ma l’avventura non era finita, perché alle 15:34 del 21 giugno, quando cioè finalmente, almeno nella mia scuola, si era concluso il lavoro di reinserimento, ricalcolo e confronto con la valutazione precedente (che comunque in molti casi non era sbagliata per quanto concerne il voto finale), ecco l’ennesima mail dell’INVALSI: in allegato un file zip con dentro un nuovo file Excel e un file di istruzioni, con preghiera di “avvalersi di una persona mediamente esperta nell’uso del computer“; seguendo la guida fornita in PDF, nel giro di massimo tre minuti, è bastato aprire il primo file, quello realizzato con il foglio di calcolo sbagliato, contemporaneamente a questo nuovo file ricevuto per email per avere, con un colpo di bacchetta magica, il tutto sistemato, senza dover reinserire niente manualmente e per giunta con evidenziati i risultati finali che hanno avuto variazioni di voto a seguito della procedura di ricalcolo con correzione automatica.
A questo punto, dopo aver speso tante energie, forse sarebbe stato meglio non dire nulla di quest’ultimo sviluppo a tutti coloro che, pur lamentandosi, avevano completato comunque il reinserimento spendendo un’altra mattina di lavoro ignari di questo nuovo strumento che sarebbe stato rilasciato nel primo pomeriggio, per non scatenare cieche ire nei confronti di un’istituzione come l’INVALSI che già ormai per la classe docente non gode certo di stima, ma l’amore per la verità impone che su tutta la faccenda si faccia la massima e dovuta chiarezza, non potendo far passare sotto silenzio questa ennesima perdita di tempo e di energie, questa nuova beffa di una soluzione all’intoppo totalmente automatica che è arrivata ancora una volta quando ormai tutto il lavoro, o comunque la maggior parte di esso, era stato già per ben due volte portato a termine, una soluzione che invece, se fornita in tempo, avrebbe evitato un ulteriore aggravio di impegno.
Se proprio quindi si pensa che sia così necessaria la presenza di questa prova nazionale all’interno dell’esame di stato, almeno per tempo si pensi di preparare con cura tutte le procedure e soprattutto si pensi a un’adeguata ed equa ripartizione del carico di lavoro, in modo che non sia sproporzionatamente sbilanciato sulle spalle dei docenti.
Prof. Andrea Amici

 

Io vado a votare, passaparola!

sabato, 4 giugno 2011

Io vado a votare
Musica & Multimedia non è un sito dedicato alla politica, né tanto meno una testata giornalistica o qualcosa di simile, ma semplicemente un sito personale, nel quale si parla di arte, di musica, e si fa anche un implicito riferimento al collegamento fra l’espressione artistica e le nuove tecnologie.
Ho deciso comunque, da libero cittadino di un paese libero, di condividere temporaneamente sul mio blog il logo dell’iniziativa “io vado a votare, passaparola” perché fermamente convinto dell’utilità teorica e pratica dei quesiti referendari che si pongono al popolo italiano.
Seppure quindi, non manzonianamente, mi ritrovo quattro-cinque lettori, con questi quattro o cinque voglio condividere la mia idea e il mio semplice impegno per fare qualcosa, una piccola goccia che tuttavia influenzerà in qualche modo il futuro.
Prima di tutte una considerazione. Nel mio precedente post di auguri alla Repubblica italiana per il suo sessantacinquesimo compleanno, ho cercato di additare, come peggiore dei mali del nostro stato, la tendenza alla disaffezione all’esercizio della democrazia. Ebbene la prossima chiamata alle urne è sicuramente la forma più alta di partecipazione democratica alla vita pubblica dello stato, poiché si abbandona la rappresentatività e si ha invece l’occasione di vivere in prima persona il proprio impegno civico. E proprio in un momento storico in cui sembra che la rappresentatività sia momentaneamente sospesa, il referendum diviene quindi un momento di altissimo impegno e necessità, creando un vero e proprio imperativo morale che rende tutti gli astensionisti in realtà dei veri e propri assenteisti dal punto di vista civico e sociale.
Secundis l’importanza e la validità dei quesiti. Non stiamo parlando qui, infatti, di piccole scelte, ma di grandi e importanti svolte. La prima ambientalistica, quella sull’energia nucleare: di fronte a chi in maniera subdola cerca soltanto un facile interesse economico e prospetta miracoli senza pensare neanche ai propri eredi, ricordiamo che l’atomo è obsoleto, come tutte le forme di energia che inquinano, petrolio compreso con l’unica differenza di avere un impatto distruttivo minore; ricordiamo che non esiste sicurezza alcuna in nessun impianto, meno che mai in uno stato dove si ha l’abitudine ad aggirare anche le più elementari norme di sicurezza in vista del guadagno; ricordiamo infine che l’Italia è un territorio geologicamente in grave dissesto e sismicamente instabile, dove le forme di energia alternative, come il sole e il vento, sono invece abbondantemente presenti ancorché ignorate.
Occorre quindi una netta presa di posizione e anche un tenere alta la guardia nei confronti di chi sicuramente vorrà eventualmente far rientrare dalla finestra ciò che viene democraticamente fatto uscire dalla porta.
La seconda scelta relativa ai beni primari, in questo caso l’acqua, che devono essere di tutti: non è la presenza del privato che può garantire un elevamento della qualità dei servizi, bensì la moralizzazione dello stato e dei suoi funzionari che ha la capacità di far fruire a tutti in maniera equa e adeguata l’accesso ai beni che sono stati creati per tutti indistintamente.
Infine che dire sul quesito che mette in campo il pronunciamento contro un esempio della legislazione ad personam : qui la risposta viene da sé; si vuole che lo stato italiano proceda sempre meno verso l’equità sociale o si vuole almeno dare un segnale di fiducia nei confronti della giustizia, seppure ribadendo la necessità di un adeguato funzionamento di tutti gli apparati dello stato?
Ci fermiamo qui, ricordando che in queste pagine si parla di arte, ma non esiste arte senza una società e soprattutto non esiste arte in un mondo devastato dall’incuria generale e autodistruttiva di capi che non hanno prospettive.

 

Giulini, tra Vivaldi e Verdi

venerdì, 3 giugno 2011

Vivaldi Verdi GiuliniLa recente esecuzione del Credo di Vivaldi, nel corso del concerto offerto al Papa in occasione dell’anniversario della sua elezione al soglio pontificio dal Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, mi ha portato a riascoltare questo compact disc acquistato anni fa.
Si tratta della pregevole incisione della Sony del brano di Vivaldi unito ai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi realizzata da Carlo Maria Giulini alla testa dell’Orchestra Filarmonica di Berlino e dell’Ernst-Senff-Chor.
L’accostamento è pregevole, visto che la composizione dei Quattro Pezzi Sacri è frutto di un momento di riflessione di Giuseppe Verdi sulla tradizione della musica antica vocale italiana di cui il Credo di Vivaldi è sicuramente uno degli esempi più alti e nobili.
Giulini non era direttore da grandi effetti ma dalla pregevole carica umana, uno di quegli spiriti musicali che cercano sempre più in profondità fra le pieghe della pagina, alla ricerca di nascosti significati e analogie fra le note, un tipo di musicista oggi forse non più in voga dal momento che, nei casi peggiori, la tecnica ha ormai preso il sopravvento sull’interpretazione, in quelli migliori l’aspetto storico/analitico su quello puramente umano.
Fra le note di Vivaldi, quindi, Carlo Maria Giulini non ricerca l’esattezza storico-filologica del fraseggio, presentando anzi una lettura molto più “romantica”, ma proprio così fa emergere un’interpretazione che, a distanza di anni, perfettamente si concatena a quanto pochi giorni fa ha affermato il Papa Benedetto XVI a proposito di questo grande capolavoro:

E veniamo al brano di Vivaldi, grande rappresentante del Settecento veneziano. Purtroppo di lui si conosce poco la musica sacra, che racchiude tesori preziosi: ne abbiamo avuto un esempio nel brano di stasera, composto probabilmente nel 1715. Vorrei fare tre annotazioni. Anzitutto un fatto anomalo nella produzione vocale vivaldiana: l’assenza dei solisti, c’è solo il coro. In questo modo, Vivaldi vuole esprimere il “noi” della fede. Il “Credo” è il “noi” della Chiesa che canta, nello spazio e nel tempo, come comunità di credenti, la sua fede; il “mio” affermare “credo” è inserito nel “noi” della comunità. Poi vorrei rilevare i due splendidi quadri centrali: Et incarnatus est e Crucifixus. Vivaldi si sofferma, come era prassi, sul momento in cui il Dio che sembrava lontano si fa vicino, si incarna e dona se stesso sulla Croce. Qui il ripetersi delle parole, le modulazioni continue rendono il senso profondo dello stupore di fronte a questo Mistero e ci invitano alla meditazione, alla preghiera. Un’ultima osservazione. Carlo Goldoni, grande esponente del teatro veneziano, nel suo primo incontro con Vivaldi notava: “Lo trovai circondato di musica e con il Breviario in mano”. Vivaldi era sacerdote e la sua musica nasce dalla sua fede.

In queste parole il Santo Padre, giustamente, riporta la composizione del Credo di Vivaldi alla sua esigenza spirituale piuttosto che a quella occasionale. Più volte si è portati, da una sbagliata e tendenziosa interpretazione presente in vari scritti sulla storia della musica, a rinchiudere la musica sacra, soprattutto quella del XVII e del XVIII secolo, nel cerchio ristretto della committenza e quindi semplicemente del lavoro. Se pure è vero che il musicista, in quei secoli, aveva la necessità di piegarsi alle richieste dei committenti e spesso quindi scriveva musica sacra perché genere molto richiesto da uno dei più importanti e facoltosi committenti dell’epoca, la Chiesa Cattolica, è anche vero che la commissione di un brano in realtà quasi sempre era, ed è tutt’oggi, semplicemente una molla che mette in moto il complesso meccanismo della creazione artistica, che va ben al di là delle richieste e dell’occasionalità per divenire espressione profonda di una persona.
Così Giulini ci porta direttamente al cuore della dimensione spirituale del Credo di Vivaldi, con una forza espressiva che raramente si ritrova in un’interpretazione di musica del Settecento anche se con un senso della misura notevole: non effetto esteriore, infatti, ma introspezione e svisceramento di qualità umane e soprattutto spirituali.
Fra le pagine scritte da Verdi gli effetti ci sono e anche molto forti, in particolare nello Stabat Mater e nel Te Deum; Giulini va alla ricerca, invece, anche qui non tanto di ciò che facilmente è in evidenza ma di quanto va intuito in profondità, cioè di un senso di profonda e critica spiritualità, di ricerca romantica di una dimensione infinita nascosta fra le pieghe dello storicismo e anche di una personalità dalla rude apparenza.
La lettura di Giulini dei Quattro Pezzi Sacri è ripiegata su se stessa e quindi a un primo ascolto può sembrare dai toni sbiaditi o monocolore, ma basta addentrarsi con orecchio attento e animo disposto per scoprirne una grande ricchezza che non mancherà di svelare una visione personale, profonda e pertinente di questi grandi capolavori.

 

Buon compleanno, Repubblica

giovedì, 2 giugno 2011

Sessantacinque anni, portati male.
Nata sotto grandi auspici, con grandi aspettative, grandi ideali, grandi prospettive, la Repubblica votata il 2 giugno dal popolo italiano finalmente scrollava di dosso all’Italia il debito contratto con l’idea monarchica dell’unificazione che pure aveva avuto un indiscusso successo nell’incanalare le forze risorgimentali verso una convergenza pratica, tuttavia imponendo alla neonata nazione un fardello di dipendenza a una casa regnante di non grande levatura politica, che avrebbe infine consegnato se stessa e i destini di tutti alla follia fascista.

La storia italiana dal 1946 a oggi è un percorso controverso, pieno di contraddizioni, di misteri insoluti, di autoinganni e un camminare spesso sull’orlo del precipizio, come anche un percorso di indubbi meriti; il pregio maggiore la democrazia, il difetto maggiore forse quello di sottostimare la democrazia. Così il popolo italiano, abituato per secoli a vedere lo stato come altro da sé, ha visto in tutti questi anni non una rappresentanza degna di sé ma un susseguirsi di imbrogli, promesse non mantenute e abbagli, culminati nella storia più recente, in cui l’illegalità viene fatta passare per normalità, l’arte degenerata di essere sempre in piedi con l’inganno, la compravendita del consenso e l’interesse personalistico diventano uno sfacciato modello di vita da imitare, un modello pronto a raggirare quanto di più fondamentale ci possa essere nell’istituzione repubblicana: la democrazia, la solidarietà sociale, il bene comune e lo sguardo coraggioso e impegnato verso il futuro.

E ci si abitua purtroppo a un livello di vita sociale e statale estremamente ridotto, diremmo dimidiato, come se lo stato sia qualcosa da subire e non da vivere; così una grossa fetta della popolazione, caratterizzata da ignoranza e passività, consegna se stessa a chi riesce a incantarla meglio con promesse a breve termine, arrivando a consegnare anche le chiavi del proprio futuro.

A un passo dalla deriva antidemocratica purtroppo più volte vissuta nella sua centocinquantenaria esistenza, l’Italia sembra oggi essersi svegliata prima di alcune scelte definitive che l’avrebbero definitivamente affondata, ma cosa accadrà adesso è cosa incerta e ancora imprevedibile. Cosa ci si aspetta? Forse l’immaginario collettivo sull’onda dell’entusiasmo attende un colpo di bacchetta magica che improvvisamente faccia sembrare tutto un brutto sogno, ma purtroppo si sa bene che così non sarà e proprio quando la delusione dei più diverrà effettiva, starà proprio alla maggioranza della popolazione dimostrare che veramente qualcosa è cambiato, dando il consenso non a chi promette, ma a chi si impegna almeno a tentare e a pensare a lungo raggio.

E allora, sessantacinque anni portati male: tuttavia, buon compleanno, Repubblica Italiana!

 

La Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” diretta da Bernstein

mercoledì, 1 giugno 2011

[object Object]Mi ė capitato oggi di riascoltare una registrazione della Sinfonia n. 9 “dal Nuovo Mondo, pubblicata nel 1998 dalla Deutsche Grammophon, eseguita da Leonard Bernstein alla guida della Israel Philharmonic Orchestra.
Quando acquistai il CD, ormai parecchi anni fa (è stato infatti uno dei primi a entrare nella mia libreria), ricordo che mi fece una grandissima impressione; non avevo mai ascoltato questo grande capolavoro del sinfonismo e farne la conoscenza con questa edizione fu veramente un’esperienza indimenticabile.
Quando più tardi ebbi l’occasione di ascoltarne altre interpretazioni, non sono mai riuscito a trovarne una così convincente come questa, pur avendone sentite dirette da grandi nomi: sempre ben fatte, ma mai come questa.
Ogni particolare dei movimenti rapidi diviene nelle mani di Bernstein a dir poco esplosivo, ogni fraseggio convincente e irresistibile, la carica narrativa della musica addirittura inarrestabile.
La capacità di accendere la miccia nei vari episodi della struttura sinfonica, ognuno con la sua cifra espressiva, ritmica e agogica, è propria delle grandi interpretazioni bernsteiniane e qui trova momenti assolutamente esemplari, ma soprattutto è ammirevole la grande capacità di mantenere un continua cifra espressiva dall’inizio alla fine, un senso di assoluta consequenzialità delle scelte musicali, curando nei minimi dettagli ogni gesto musicale.
Non si fa assolutamente a tempo, soprattutto nei movimenti estremi e ancora di più nel primo, a cogliere e ad accorgersi di un perfetto modo di rendere il particolare musicale dal punto di vista timbrico o ritmico o del fraseggio che già si è inevitabilmente proiettati oltre, verso un nuovo orizzonte, un “nuovo mondo” che non è appunto geografico ma psicologico; tutto però si stratifica nel tempo interiore dove, al termine della più azzeccata interpretazione della chiusa del movimento, appare invece chiara la bellezza fuori dal comune dell’insieme.
Nel grande Adagio del secondo movimento il direttore riesce a creare uno sconfinato paesaggio, staccando un tempo veramente “adagio”, come solo pochi riescono a fare e soprattutto a mantenerlo nel corso del brano; un paesaggio ideale, interiore, quasi sospeso in tanti momenti.
Dopo la misteriosa e ieratica sequenza accordale iniziale, il canto nostalgico e struggente del tema principale viene reso con un senso di nobile humanitas, privo di qualunque enfasi romantica, ma semplicemente per il tratto umano che contiene; così questo grande secondo movimento, che nell’interpretazione di Bernstein sfiora quasi i venti minuti, diviene un’isola contrastante con quanto precede e quanto segue, rendendo proprio quel senso di lontananza che forse il musicista voleva esprimere tra le pieghe di un sinfonismo che, pur nella grande tradizione di ascendenza brahmsiana, nei tre movimenti rapidi strizza l’occhio al descrittivismo mentre nel secondo diviene più intimo, senza mai scadere nel sentimentalismo.
E proprio queste cifre espressive Bernstein riesce a centrare ed esprimere in questa sua indimenticabile interpretazione.