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22 agosto 2007

Marco Enrico Bossi: Missa pro defunctis op.83 (Tactus)

Un piccolo gioiello dell'arte corale italiana in una dimensione assolutamente atemporale: questa la prima impressione all'ascolto di questa pregevolissima incisione della Missa pro defunctis op. 83 di Marco Enrico Bossi, grande organista e caposcuola di alcune tendenze organistiche in Italia ed eccellente compositore.

La Missa, nata nel 1906 nel clima del Movimento Ceciliano che si proponeva un ritorno all'antica severità rinascimentale per la musica sacra, va ben oltre la piena osservanza dei dettami di una corrente stilistica imposta dall'alto, anzi ne fa talmente proprio lo spirito da riproporlo non nella sua esteriorità ma nella sua essenzialità.

All'ascolto di quest'opera, infatti, si viene a contatto con un pensiero compositivo che riesce a fondere antico e moderno in una creazione artistica di notevole pregio. La coralità di Bossi affonda le sue radici nella grande tradizione della polifonia italiana rinascimentale, con il suo intrinseco legame con il canto gregoriano che informa le movenze melodiche nelle strutture intervallari e nella sintassi delle frasi; vi è una sostanziale predilezione per l'andamento contrappuntistico e in generale le voci sono interessate da continui movimenti imitativi che, come nella polifonia rinascimentale, creano la forma dei vari episodi orientandosi verso clausole omoritmiche che polarizzano il discorso musicale.

La bravura del compositore sta nella sua evidente capacità di ricreare uno stile nella contemporaneità del proprio linguaggio; la mente naturalmente va ad analoghi esiti di "musica al quadrato" come le tarde elaborazioni stravinskiane dei madrigali di Gesualdo da Venosa o la Messa; il linguaggio compositivo di Bossi è naturalmente lontano dalle asprezze del russo, ma i presupposti sono simili, sopratutto se si paragona il rapporto della coralità con la tradizione di origine: la polifonia rinascimentale per l'italiano, quella russo-ortodossa per Stravinsky.

L'esecuzione del Coro Euridice di Bologna, diretto da Pier Paolo Scattolin si rivela esemplare nella sua correttezza stilistica; anche l'organico corale con le voci bianche per le parti acute, e quindi l'assenza delle voci femminili, riconduce il brano al suo archetipo polifonico. Il contrappunto risulta sempre chiaro, con le parti ben proporzionate e sempre nel giusto rilievo dinamico, mentre l'accompagnamento organistico si mantiene nella sua funzione di supporto timbrico-armonico, senza "invasioni di campo".

Veramente quindi un'incisione da consigliare, sia per l'indubbio valore documentaristico (trattandosi di una prima incisione della Missa), sia per il pregio interpretativo che si fa ammirare per l'ottimo orientamento stilistico, sia, infine, per la (ri)scoperta di un importante compositore quale Marco Enrico Bossi, purtroppo non molto conosciuto se non al di fuori della didattica dell'organo.

Corredano il CD alcuni brani per organo, eseguiti da Andrea Macinanti, che rivelano ancora di più l'originalità compositiva di Bossi; al suo strumento, infatti, il compositore sviluppa un suo linguaggio ricco di sottili riferimenti ancora una volta alla tradizione rinascimentale (come nel primo brano, Tempo di Suonata per Organo a Pieno op.3b), a peregrinazioni armoniche e melodiche di vago sapore lisztiano nel Corteggio Funebre op.132 n.2, al sinfonismo organistico francese nel Chant du soir op.92 n.1, il tutto sempre rivissuto con grande personlità e originalità.


Un'ultima nota: ora che con il suo Motu Proprio sua Santità Benedetto XVI ha finalmente ridato la possibilità di vivere la liturgia cattolica nelle sue forme culturalmente più profonde, sarebbe auspicabile, in talune occasioni, anche una riproposizione di musica organistica e corale come quella di Marco Enrico Bossi, nata a corredo di una liturgia che sposta la comunicatività a un livello più profondo e la riveste di un'atmosfera capace di ricondurre all'essenzialità dello spirito, in un “silenzio” estatico, fatto di colori sonori che, a mio giudizio, si propone come la via migliore per raggiungere un contatto con l'infinito.

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06 agosto 2007

Giovanni Sollima: "Works" (2005)

Uno dei sostantivi più usati fra gli artisti e la critica di questo inizio di ventunesimo secolo è senza dubbio contaminazione; per la verità già dagli ultimi anni del secolo scorso si usava a proposito e a sproposito, ma era sicuramente appannaggio maggiore della musica jazz, fusion (termine coniato ad hoc per definire un determinato genere musicale fra rock, pop, latino e jazz) e di sperimentalismi vari e indipendenti, piuttosto che del teatro e del pubblico della "musica classica".

G.Sollima: Works

Come spesso accade, la moda è facile a montarsi e naturalmente porta con sé risultati fra loro estremamente diseguali: molti esiti infatti sono a dir poco disastrosi, come se bastasse l'uso di qualche scala esotica (con prevalente predilezione per quelle mediorientali) su cui costruire due o tre accordi, appoggiati su un vuoto di pensiero, da ripetere minimalisticamente ad libitum, per fare qualcosa di "originale" da sbandierare come ultima novità.

Non è questo il caso di Giovanni Sollima e del sua disco Works, del 2005, nel quale contaminazione ce n'è (e molta) ma sostenuta da un pensiero musicale creativo e organico che offre all'ascoltatore un percorso ideale complesso ed estremamente sfaccettato, ricco di alta qualità artistica e vivo e fresco nella sua originalità.

Intanto, all'ascolto del cd, si evidenziano due caratteri fondamentali: l'estrema cura della realizzazione e anche la qualità del compositore/strumentista Sollima. Il musicista palermitano, infatti, appartiene a quella categoria di compositori il cui lavoro si estrinseca nel contatto anche fisico oltre che ideale con uno strumento musicale (in questo caso il violoncello), che si configura come una vera e propria estensione del corpo umano. Il violoncello è quindi il grande protagonista di questo cd e la qualità tecnica e sonora è veramente eccellente.

Il pensiero compositivo di Sollima si estrinseca in tutta la sua chiarezza sin nel brano di apertura del cd, Terra Aria, dove si manifesta una stratificazione del linguaggio sottolineata dai vari livelli sonori su cui si dispongono le linee dei violoncelli: se questo strumento rappresenta l'anima del compositore, allora il brano diviene metafora della sua formazione, dei suoi interessi e della sua visione generale della vita e dell'arte; lo strato portante è un ostinato melodico-ritmico di evidentissima derivazione bachiana (quindi la grande tradizione della musica colta europea) sul quale si appoggia una melodia suonata in un registro e con inflessioni e portamenti che riconducono il timbro del violoncello a un'atmosfera dai vaghi sapori arabi, mentre tutti gli altri strati sonori propongono in maniera discreta e perfettamente integrata con l'atmosfera generale del brano una serie di orpelli sonori che, senza appesantire il discorso, costellano lo spazio sonoro di particolari che denotano una cura del singolo dettaglio fuori dal comune.


Lo spirito di fondo di questo primo esempio mi riporta alla mente la curiosità e ampiezza di aperture che la città di Palermo sembra per sua natura sollecitare in chi è attento agli stimoli multiculturali delle civiltà che in essa si sono trovate a convivere: il pensiero corre lontano indietro nel tempo a Federico II di Svevia e alla sua capacità di un'identità culturale nella sintesi di culture diverse.


Il primo brano crea con i tre successivi una sorta di blocco unitario, quasi una meditazione ideale sulla fisicità culturale del suono: Terra Aria/Acqua/Danza/Fuoco si collocano infatti al principio di questo Works in un gruppo di quattro brani che meglio estrinseca non solo quello che in genere è stato definito il post-minimalismo nella musica di Sollima ma soprattutto la collocazione di una parte della sua ispirazione nell'area mediterranea, nell'originalità di una visione d'insieme tipicamente siciliana - e palermitana in particolare - caratterizzata dal peculiare incontro di cultura europea, nordafricana e mediorientale che affonda le sue radici nel periodo normanno e che ha conosciuto il suo culmine nel sogno di unificazione federiciano. Così ad esempio sopratutto nel terzo e nel quarto brano gli influssi mediterranei si fanno più preponderanti e il violoncello di Sollima si mostra in tutta la sua estrema variabilità timbrica e nei modi di attacco del suono più originali mentre l'accompagnamento diviene più percussivo e le percussioni stesse a loro volta passano attraverso un percorso timbrico dall'acustico all'elettronico.


Il secondo blocco (sempre di quattro brani) è rappresentato dai pezzi tratti da Songs From The Divine Comedy, un ciclo del 2004, che rivisitano in maniera del tutto originale la Commedia dantesca. Fra questi due gruppi di quattro brani si colloca Zobeide, già apparso nel cd Viaggio in Italia, in cui l'ispirazione onirica e sensuale del mito della città sognata da più uomini alla ricerca della bellezza femminile trova una materializzazione sonora in cellule motiviche e spazi intervallari di notevole bellezza sonora.


Caratteristica dei brani d'ispirazione dantesca è la presenza fisica del testo fra la musica, il ritmo e l'elettronica tranne che in Hell I; i frammenti testuali prima della Profezia di Dante di Byron e poi quelli del Poeta in italiano e in traduzione inglese compaiono fra gli spazi sonori sempre più ricchi e densi di stimoli culturali diversi; in particolare il rock che rende ancora più disperato il senso di protesta politica dell'episodio del Conte Ugolino in Hell VI e la splendida atmosfera creata dalla lettura del Paradiso dantesco affidata, nel brano La Spera Ottava, alla voce di un bimbo che si rifrange in effetti elettronici, il tutto in una sferica ripetitività creata dalla musica.



 




Gli ultimi tre brani completano il percorso musicale offerto da questo interessantissimo cd con un'ulteriore divagazione fra il minimalismo e le sonorità elettroniche in Inversion Recovery, ancora cantabilità e bellezza nel Trio, scritto per il ballo, per annullarsi completamente negli effetti dell'ultimo pezzo, Notte, nel quale tutto si spegne in pochi semplici ostinati ritmici.

Ho più volte riascoltato questo compact disc, con attenzione, riscoprendo ogni volta particolari nuovi: il linguaggio musicale di Giovanni Sollima è estremamente interessante, maturo e profondo, personale pur nella pluralità di influssi che si stratificano nell'utopia di un suono onnicomprensivo della pluralità e multidimensionalità dell'esperienza umana.

Per chi non conoscesse l'autore e volesse apprezzarne anche visivamente le doti musicali, segnalo il bellissimo video in due parti del regista Lasse Gjertsen, che su YouTube ha pubblicato Sogno ad Occhi Aperti (Daydream), nel quale, con un personalissimo stile, due esecuzioni di Giovanni Sollima acquistano una degna traduzione visiva.


 

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