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07 novembre 2007

Il Requiem Polacco di Penderecki

La Polonia canta la sua storia di oppressione e il suo desiderio di libertà prima ancora spirituale, oltre che politica, con la forza di una fede, come quella cattolica, che ha anche significato fiera opposizione al materialismo sia esso nazionalsocialista o sovietico.

L'avanguardia polacca è stata nelle arti, e in particolare nella musica, uno strumento di protesta, ma non fine a se stessa: compositori come Lutoslawsky, Gorecki o Penderecki hanno profuso nella loro musica ragioni psicologiche, politiche, spirituali e religiose ricercando di volta in volta un linguaggio spesso di rottura, ma sempre finalizzato all'espressione, senza mai cedere alla pura astrazione dei segni. Ciò ha portato a un'arte della comunicazione dove ogni nuova conquista anche tecnica (proprio come nel linguaggio di Penderecki) è sempre stata dettata da un'esigenza di rapporto col pubblico, nel senso più nobile della necessità di trasmissione di idee.

E proprio dai tre nomi sopra menzionati nasce dalla Polonia una nuova musica, quando ancora Darmstadt si dibatteva su un logico astrattismo dei segni, estremamente comunicativa e per questo spesso bollata come reazionaria in tutti i sensi possibili, anche e soprattutto politici.

Il Requiem Polacco è un'opera importantissima, un grande affresco che testimonia la poetica della maturità del suo autore. Penderecki ricerca, dopo gli sperimentalismi strumentali delle sue prime composizioni, le grandi forme e si appoggia alla voce umana, portatrice di un messaggio autentico e intelleggibile, recuperando il passato e integrandolo nelle conquiste linguistiche degli anni precedenti. Il risultato è un'imponente messaggio di fede e umanità di enorme valore artistico e di grande modernità.

Il Requiem nasce da svariate suggestioni e sostanzialmente da un ampliamento di un nucleo iniziale costituito da alcune sezioni come l'Agnus Dei o il Lacrymosa, pagine isolate scritte per alcune precise circostanze che poco per volta sono divenute nuclei costitutivi di un organismo musicale più ampio. Qualche diseguaglianza pertanto è palese, tuttavia è evidente che il filo conduttore di questa partitura è un eclettismo di fondo che affonda le sue radici in un'esigenza comunicativa; ogni stilema, ogni tecnica, ha una precisa rispondenza ideale e serve a realizzare uno scopo: tutto è perfettamente integrato e trova il suo posto nell'opera.

Eclettismo, quindi, ma nel senso più nobile del termine, non certo una contaminazione ma recupero di dimensioni narrative tipiche del discorso sinfonico-corale, di un senso della forma basato sulle esigenze del testo, recupero di un passato più o meno remoto proiettato nella modernità attraverso la genialità della creazione artistica che mescola tutte le esperienze culturali e umane anche a un livello di inconsapevolezza proprio della creazione artistica al suo massimo grado di integrazione di componenti culturali, di studio, di ascolto e più in generale di vita.

Questo doppio cd è una vera perla da collezione, tanto più che sembra ormai fuori dai cataloghi della Deutsche Grammophon, per il suo grande valore di autenticità. L'autore stesso infatti offre una bella lettura della propria opera, aiutato dai complessi corali e orchestrali della Radio Bavarese, dimostrando appieno le proprie intenzioni compositive. 

L'esecuzione, live, procede con tensione narrativa e coinvolgimento emotivo, il coro e l'orchestra affrontano con grande padronanza le indubbie difficoltà tecniche della scrittura di Penderecki e l'unica perplessità, personalmente, ritengo che sia l'eccessivo vibrato lirico delle voci soliste e una certa mancanza di dettaglio nella presa del suono che privilegia l'effetto d'insieme da cattedrale piuttosto che i particolari strumentali.

Si conferma quindi un'ottima operazione culturale e artistica che si spera possa rimanere disponibile come documento sonoro di un'importante opera del tardo XX secolo.


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02 novembre 2007

Musiche per film di Bernard Herrmann

Tramontati (fortunatamente) i furori manichei tra buona e cattiva musica, tra musica che ha senso scrivere, e quindi ascoltare, e musica che questo senso non ce l'ha, è tempo di rivedere il repertorio del ventesimo secolo e giustamente includervi una grossa fetta di musica sinfonica nata come musica d'uso per il cinema ma che di diritto merita, per la sua alta qualità di scrittura e per il suo contenuto ideale che va ben al di là dell'accompagnamento o del commento delle immagini per cui era stata scritta, il suo posto fra le grandi partiture del Novecento.

Autori che hanno scritto per Hollywood come Miklos Rozsa, Max Steiner, Alfred Newman, proprio nel cinema hanno potuto ritrovare e riposizionare una materia espressiva altrimenti bollata come reazionaria in sala da concerto e in ultima istanza anche destinare proprio alla sala da concerto delle "suite" realizzate per togliere dagli archivi un materiale altrimenti destinato a rimanere nella polvere.

Oggi, grazie anche all'impegno di importanti direttori d'orchestra come Esa-Pekka Salonen e alla "maturità" dei tempi, si evita il rischio di far rimanere lettera morta una musica di grande rispetto.

La musica di Bernard Herrmann è legata indissolubilmente al nome di Alfred Hitchcock e il grande compositore ha sicuramente dato un grande contributo nella creazione delle atmosfere del geniale regista: l'inquietudine di Psycho, la nevrosi di Marnie, il mistero del bellissimo Vertigo (in scadente titolazione italiana "La donna che visse due volte"), devono molto alla presenza della musica di Bernard Herrmann, alle sue poderose orchestrazioni, ai suoi incisivi ostinati, alla precisione della sua scrittura, alla cifra delle sue idee musicali, alla romantica effusione lirica di tanti momenti, alle soluzioni strumentali e ritmiche che il corpositore riusciva a sfornare con grande fantasia e originalità.

Estrapolate dalle immagini, queste partiture divengono eccellenti brani di musica "assoluta" che è possibile gustare anche senza conoscere i film. Herrmann infatti non si limita a commentare, ma realizza pienamente delle idee musicali concrete che vivono per il loro intrinseco valore ideale, al di là della suggestione extramusicale: come possiamo apprezzare il Till Eulenspiegel di Strauss senza conoscerne l'antecedente letterario, allo stesso modo non ci verrà precluso il senso musicale delle partiture di Herrmann prescindendo dai film per i quali sono state scritte.

Il cd Decca "Portrait d'Alfred Hitchcock" è dedicato esclusivamente alle musiche per Hitchcock e la direzione è affidata allo stesso compositore alla guida della London Philharmonic Orchestra, che offre una lettura vigorosa ed estremamente convincente. Si vedano ad esempio i primi due brani da Vertigo, con i particolari che si stagliano a tutto tondo su un percorso musicale caratterizzato da una implacabile direzionalità, con le pesanti entrate di tutta l'orchestra perfettamente rotonda nel timbro fra gli enigmatici arpeggi in piano nel primo pezzo o l'energia ritmica nel brano dell'incubo fra i richiami spagnoleggianti del fantasma di Carlotta Valdes e la chiusura con tutta l'orchestra che si insegue su un vortice sonoro creato da una stessa melodia ritmata a valori differenti. Tutte le letture proposte dall'autore si distinguono quindi per una nettezza dei particolari e per una poderosa resa timbrica.

Eccellente è anche però l'interpretazione di Salonen (Bernard Herrmann - The Film Scores / Los Angeles Phil. · Sony) che si dimostra grande artista, oltre che, in questo caso, anche ammirevole divulgatore. Anche se proprio in Vertigo non sembra centrare appieno le intenzioni dell'autore o forse è troppo occupato dal voler dire a tutti i costi qualcosa di diverso rispetto all'indubbio modello dell'interpretazione originale, tuttavia in alcuni momenti il direttore svedese trova nelle pagine di Herrmann una poesia senza precedenti, in certi stacchi di tempo più lenti, come ad esempio nel bellissimo tema secondario di Marnie, che si effonde lirico e struggente grazie a una lieve dilatazione temporale possibile grazie al fatto che ormai la musica sia completamente slegata dalle immagini e dai tempi imposti dal film, che tutto sommato permangono nella memoria interpretativa di Bernard Herrmann anche quando incide le sue musiche per la Decca.

Salonen (del quale su YouTube è possibile vedere un assaggio di un'interpretazione di musiche di Bernard Hermann) restituisce una visione musicale di grande rilievo, fornendo un'interpretazione sempre coerente con le sue premesse e ricca di inventiva, di fascino e di qualità timbrica. Inoltre il cd ha il notevole pregio di presentare anche brani non presenti nell'altro album diretto dall'autore, come la sigla iniziale de L'uomo che sapeva troppo, nonché altre due partiture composte non per Hitchcock, che servono a completare il ritratto di un grande musicista come Herrmann che va sicuramente rivalutato e apprezzato per le sue indiscutibili qualità artistiche e per il pregio della sua scrittura.

Un ultimo appunto sulla qualità tecnica: contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il cd Decca si distingue per un suono nettamente superiore rispetto alla più moderna incisione di Salonen, molto più povera dal punto di vista della qualità sonora.

Due dischi, quindi, assolutamente necessari per la conoscenza di questo straordinario compositore.

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