Musica per il Natale - Olivier Messiaen: Quartet for the end of time, Improvisations

Dopo il precedente post, rimaniamo in tema natalizio con un altro interessantissimo titolo, legato in parte allo stesso tema e questa volta particolarmente prezioso, trattandosi di un DVD che, nella sua prima parte, riprende delle improvvisazioni all'organo di Olivier Messiaen su temi natalizi del canto gregoriano.
Messiaen proviene da una tradizione organistica che ha riservato uno spazio molto importante - direi fondamentale - all'attività improvvisativa, nata come esigenza di lavoro, ma in realtà grande crogiuolo di idee, momento di sperimentazione creativa nel quale si consolida la ricerca sul linguaggio e, nel caso di Messiaen, anche di approfondimento spirituale.
In questo DVD è quindi possibile salire in cantoria e ammirare da vicino l'anziano maestro che dopo aver meditato sulla registrazione organistica da adottare e aver letto un versetto che fa da guida alla sua creatività, si lancia, con disarmante naturalezza, in avventure sonore di grande complessità, dimostrando una padronanza dello strumento e una maturità del proprio originale linguaggio assolutamente incomparabili.
La grande cattedrale sonora che si erge da un apparentemente impassibile improvvisatore è di una bellezza e profondità veramente esemplari; ho ascoltato più volte con attenzione queste musiche e si ritrova una coerenza concettuale che le rende immortali, al di là dell'effimera estemporaneità delle idee.
Il video YouTube qui proposto a sinistra mostra un breve estratto del DVD (non il più brillante, ma vicino, invece, allo spirito della Nativité du Seigneur di cui abbiamo parlato nel precedente post), nel quale si vede proprio la naturalezza con cui Messiaen improvvisa il suo brano e l'atmosfera mistica della sua musica, ispirata al momento in cui i Magi vedono la stella e si dirigono verso Nazareth e basata sull'incipit del tema gregoriano Puer Natus Est.
Come del resto le grandi improvvisazioni di Marcel Dupré (ricordiamo, ad esempio la Symphonie Passion Op.23) che trascritte e poco rifinite venivano rilasciate come composizioni definitive, anche Messiaen era evidentemente capace di creare in maniera estemporanea brani musicali di grande compiutezza e significato ed è una grande fortuna che questa performance sia stata filmata per dare la possibilità a tutti di poter gustare la profondità di un musicista fondamentale per la musica di tutti i tempi.
Completa il DVD l'esecuzione del Quatuor pour la fin du temps per pianoforte, clarinetto, violino e violoncello composto ed eseguito nel 1941 in una condizione estrema nel campo di concentramento Stalag VIII A di Görlitz, al confine Sud-Ovest della Polonia, una meditazione profonda sull'escatologia, caratterizzata da un'incrollabile fede nelle certezze delle verità cristiane, proposta in un momento in cui l'umanità sembra aver raggiunto gli abissi più profondi della sua brutalità.
Etichette: messiaen, musica contemporanea, musica per organo
07 novembre 2007
Il Requiem Polacco di Penderecki

La Polonia canta la sua storia di oppressione e il suo desiderio di libertà prima ancora spirituale, oltre che politica, con la forza di una fede, come quella cattolica, che ha anche significato fiera opposizione al materialismo sia esso nazionalsocialista o sovietico.
L'avanguardia polacca è stata nelle arti, e in particolare nella musica, uno strumento di protesta, ma non fine a se stessa: compositori come Lutoslawsky, Gorecki o Penderecki hanno profuso nella loro musica ragioni psicologiche, politiche, spirituali e religiose ricercando di volta in volta un linguaggio spesso di rottura, ma sempre finalizzato all'espressione, senza mai cedere alla pura astrazione dei segni. Ciò ha portato a un'arte della comunicazione dove ogni nuova conquista anche tecnica (proprio come nel linguaggio di Penderecki) è sempre stata dettata da un'esigenza di rapporto col pubblico, nel senso più nobile della necessità di trasmissione di idee.
E proprio dai tre nomi sopra menzionati nasce dalla Polonia una nuova musica, quando ancora Darmstadt si dibatteva su un logico astrattismo dei segni, estremamente comunicativa e per questo spesso bollata come reazionaria in tutti i sensi possibili, anche e soprattutto politici.

Il Requiem Polacco è un'opera importantissima, un grande affresco che testimonia la poetica della maturità del suo autore. Penderecki ricerca, dopo gli sperimentalismi strumentali delle sue prime composizioni, le grandi forme e si appoggia alla voce umana, portatrice di un messaggio autentico e intelleggibile, recuperando il passato e integrandolo nelle conquiste linguistiche degli anni precedenti. Il risultato è un'imponente messaggio di fede e umanità di enorme valore artistico e di grande modernità.
Il Requiem nasce da svariate suggestioni e sostanzialmente da un ampliamento di un nucleo iniziale costituito da alcune sezioni come l'Agnus Dei o il Lacrymosa, pagine isolate scritte per alcune precise circostanze che poco per volta sono divenute nuclei costitutivi di un organismo musicale più ampio. Qualche diseguaglianza pertanto è palese, tuttavia è evidente che il filo conduttore di questa partitura è un eclettismo di fondo che affonda le sue radici in un'esigenza comunicativa; ogni stilema, ogni tecnica, ha una precisa rispondenza ideale e serve a realizzare uno scopo: tutto è perfettamente integrato e trova il suo posto nell'opera.
Eclettismo, quindi, ma nel senso più nobile del termine, non certo una contaminazione ma recupero di dimensioni narrative tipiche del discorso sinfonico-corale, di un senso della forma basato sulle esigenze del testo, recupero di un passato più o meno remoto proiettato nella modernità attraverso la genialità della creazione artistica che mescola tutte le esperienze culturali e umane anche a un livello di inconsapevolezza proprio della creazione artistica al suo massimo grado di integrazione di componenti culturali, di studio, di ascolto e più in generale di vita.
Questo doppio cd è una vera perla da collezione, tanto più che sembra ormai fuori dai cataloghi della Deutsche Grammophon, per il suo grande valore di autenticità. L'autore stesso infatti offre una bella lettura della propria opera, aiutato dai complessi corali e orchestrali della Radio Bavarese, dimostrando appieno le proprie intenzioni compositive.
L'esecuzione, live, procede con tensione narrativa e coinvolgimento emotivo, il coro e l'orchestra affrontano con grande padronanza le indubbie difficoltà tecniche della scrittura di Penderecki e l'unica perplessità, personalmente, ritengo che sia l'eccessivo vibrato lirico delle voci soliste e una certa mancanza di dettaglio nella presa del suono che privilegia l'effetto d'insieme da cattedrale piuttosto che i particolari strumentali.
Si conferma quindi un'ottima operazione culturale e artistica che si spera possa rimanere disponibile come documento sonoro di un'importante opera del tardo XX secolo.
Etichette: musica contemporanea, musica sinfonico-corale, penderecki
06 agosto 2007
Giovanni Sollima: "Works" (2005)
Uno dei sostantivi più usati fra gli artisti e la critica di questo inizio di ventunesimo secolo è senza dubbio contaminazione; per la verità già dagli ultimi anni del secolo scorso si usava a proposito e a sproposito, ma era sicuramente appannaggio maggiore della musica jazz, fusion (termine coniato ad hoc per definire un determinato genere musicale fra rock, pop, latino e jazz) e di sperimentalismi vari e indipendenti, piuttosto che del teatro e del pubblico della "musica classica".

Come spesso accade, la moda è facile a montarsi e naturalmente porta con sé risultati fra loro estremamente diseguali: molti esiti infatti sono a dir poco disastrosi, come se bastasse l'uso di qualche scala esotica (con prevalente predilezione per quelle mediorientali) su cui costruire due o tre accordi, appoggiati su un vuoto di pensiero, da ripetere minimalisticamente ad libitum, per fare qualcosa di "originale" da sbandierare come ultima novità.
Non è questo il caso di Giovanni Sollima e del sua disco Works, del 2005, nel quale contaminazione ce n'è (e molta) ma sostenuta da un pensiero musicale creativo e organico che offre all'ascoltatore un percorso ideale complesso ed estremamente sfaccettato, ricco di alta qualità artistica e vivo e fresco nella sua originalità.
Intanto, all'ascolto del cd, si evidenziano due caratteri fondamentali: l'estrema cura della realizzazione e anche la qualità del compositore/strumentista Sollima. Il musicista palermitano, infatti, appartiene a quella categoria di compositori il cui lavoro si estrinseca nel contatto anche fisico oltre che ideale con uno strumento musicale (in questo caso il violoncello), che si configura come una vera e propria estensione del corpo umano. Il violoncello è quindi il grande protagonista di questo cd e la qualità tecnica e sonora è veramente eccellente.
Il pensiero compositivo di Sollima si estrinseca in tutta la sua chiarezza sin nel brano di apertura del cd, Terra Aria, dove si manifesta una stratificazione del linguaggio sottolineata dai vari livelli sonori su cui si dispongono le linee dei violoncelli: se questo strumento rappresenta l'anima del compositore, allora il brano diviene metafora della sua formazione, dei suoi interessi e della sua visione generale della vita e dell'arte; lo strato portante è un ostinato melodico-ritmico di evidentissima derivazione bachiana (quindi la grande tradizione della musica colta europea) sul quale si appoggia una melodia suonata in un registro e con inflessioni e portamenti che riconducono il timbro del violoncello a un'atmosfera dai vaghi sapori arabi, mentre tutti gli altri strati sonori propongono in maniera discreta e perfettamente integrata con l'atmosfera generale del brano una serie di orpelli sonori che, senza appesantire il discorso, costellano lo spazio sonoro di particolari che denotano una cura del singolo dettaglio fuori dal comune.
Lo spirito di fondo di questo primo esempio mi riporta alla mente la curiosità e ampiezza di aperture che la città di Palermo sembra per sua natura sollecitare in chi è attento agli stimoli multiculturali delle civiltà che in essa si sono trovate a convivere: il pensiero corre lontano indietro nel tempo a Federico II di Svevia e alla sua capacità di un'identità culturale nella sintesi di culture diverse.
Il primo brano crea con i tre successivi una sorta di blocco unitario, quasi una meditazione ideale sulla fisicità culturale del suono: Terra Aria/Acqua/Danza/Fuoco si collocano infatti al principio di questo Works in un gruppo di quattro brani che meglio estrinseca non solo quello che in genere è stato definito il post-minimalismo nella musica di Sollima ma soprattutto la collocazione di una parte della sua ispirazione nell'area mediterranea, nell'originalità di una visione d'insieme tipicamente siciliana - e palermitana in particolare - caratterizzata dal peculiare incontro di cultura europea, nordafricana e mediorientale che affonda le sue radici nel periodo normanno e che ha conosciuto il suo culmine nel sogno di unificazione federiciano. Così ad esempio sopratutto nel terzo e nel quarto brano gli influssi mediterranei si fanno più preponderanti e il violoncello di Sollima si mostra in tutta la sua estrema variabilità timbrica e nei modi di attacco del suono più originali mentre l'accompagnamento diviene più percussivo e le percussioni stesse a loro volta passano attraverso un percorso timbrico dall'acustico all'elettronico.
Il secondo blocco (sempre di quattro brani) è rappresentato dai pezzi tratti da Songs From The Divine Comedy, un ciclo del 2004, che rivisitano in maniera del tutto originale la Commedia dantesca. Fra questi due gruppi di quattro brani si colloca Zobeide, già apparso nel cd Viaggio in Italia, in cui l'ispirazione onirica e sensuale del mito della città sognata da più uomini alla ricerca della bellezza femminile trova una materializzazione sonora in cellule motiviche e spazi intervallari di notevole bellezza sonora.
Caratteristica dei brani d'ispirazione dantesca è la presenza fisica del testo fra la musica, il ritmo e l'elettronica tranne che in Hell I; i frammenti testuali prima della Profezia di Dante di Byron e poi quelli del Poeta in italiano e in traduzione inglese compaiono fra gli spazi sonori sempre più ricchi e densi di stimoli culturali diversi; in particolare il rock che rende ancora più disperato il senso di protesta politica dell'episodio del Conte Ugolino in Hell VI e la splendida atmosfera creata dalla lettura del Paradiso dantesco affidata, nel brano La Spera Ottava, alla voce di un bimbo che si rifrange in effetti elettronici, il tutto in una sferica ripetitività creata dalla musica.
Gli ultimi tre brani completano il percorso musicale offerto da questo interessantissimo cd con un'ulteriore divagazione fra il minimalismo e le sonorità elettroniche in Inversion Recovery, ancora cantabilità e bellezza nel Trio, scritto per il ballo, per annullarsi completamente negli effetti dell'ultimo pezzo, Notte, nel quale tutto si spegne in pochi semplici ostinati ritmici.
Ho più volte riascoltato questo compact disc, con attenzione, riscoprendo ogni volta particolari nuovi: il linguaggio musicale di Giovanni Sollima è estremamente interessante, maturo e profondo, personale pur nella pluralità di influssi che si stratificano nell'utopia di un suono onnicomprensivo della pluralità e multidimensionalità dell'esperienza umana.
Per chi non conoscesse l'autore e volesse apprezzarne anche visivamente le doti musicali, segnalo il bellissimo video in due parti del regista Lasse Gjertsen, che su YouTube ha pubblicato Sogno ad Occhi Aperti (Daydream), nel quale, con un personalissimo stile, due esecuzioni di Giovanni Sollima acquistano una degna traduzione visiva.
Etichette: musica contemporanea, sollima
