Andrea Amici

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Sergio Fiorentino

Un grande pianista: Sergio Fiorentino

Sfogliando le pagine di un vecchio numero del Giornale della Musica, ho casualmente incrociato il nome di un pianista a me totalmente sconosciuto, Sergio Fiorentino. Nell’articolo si parlava di una sua grande abilità nel suonare sue trascrizioni e si sottolineava non solo la sua particolare abilità tecnica, ma anche la modestia che lo portava a guardare con semplicità quanto faceva. 

Su YouTube ho trovato un’intervista fatta più di musica che di parole, dove il pianista sciorina un fiume di note, senza l’aiuto di alcuna partitura, suonando frammenti più o meno lunghi del repertorio sinfonico, operistico, pianistico, con incursioni nel musical e nel mondo delle colonne sonore, tutto con una naturalezza al limite dell’incredibile. 

Testimone di un’arte a sé, quella della trascrizione, Fiorentino dimostra una padronanza dello strumento degna dei più grandi maestri della tastiera, ma soprattutto una confidenza assoluta e intima con la musica che lo portava fra l’altro a rifuggire l’esibizionismo tipico di un certo (pur apprezzato e apprezzabile) filone delle parafrasi da concerto di ascendenza lisztiana, per andare invece al cuore dei brani, restituendoli, pur nel passaggio da un mezzo a un’altro, il pianoforte, alla loro essenza e alla loro bellezza.

Davide Sciacca on-air su London One Radio

Gli studi di London One Radio, the official Italian radio in London, hanno accolto oggi, 24 gennaio 2020, Davide Sciacca, ospite del programma Mind the Gap, per un’intervista a trecentosessanta gradi sulla sua attività musicale e i suoi progetti, con particolare attenzione anche al suo prossimo concerto del 26 gennaio al Founding Museum di Londra.

Davide è un musicista di talento, ottimo chitarrista, ricercatore presso il Royal Northern College of Music di Manchester, operoso organizzatore musicale tanto da meritarsi la nomina a coordinatore delle attività musicali del Consolato Onorario Italiano a Liverpool, nonché caro amico con il quale ho instaurato una proficua collaborazione che dura ormai da parecchi anni e ha avuto un impatto abbastanza netto sul catalogo delle mie composizioni, arricchitosi di un buon numero di brani che in vario modo comprendono la chitarra.

L’intervista è stata occasione per passare in rassegna alcuni dei progetti discografici già editi o tuttora in cantiere, che vedono tutti la mia presenza assieme ad altri compositori prevalentemente siciliani ma non solo, fra i quali il CD El Tango, nella formazione del duo Opus Ludere, assieme al flautista Domenico Testaì, con il mio brano che fa da title track, ispirato all’omonima poesia di Borges, e il Counter Irish Project, con il controtenore Riccardo Angelo Strano.

Myung-Whun Chung, il sacerdote e il santo

Compie sessantasette anni il direttore d’orchestra sud coreano Myung-Whun Chung, ormai uno dei più autorevoli protagonisti del podio a livello mondiale, che ha al suo attivo un’intensa attività non solo nel repertorio tradizionale ma anche nella musica contemporanea.

Terza Pagina su Wattpad
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Ho imparato ad apprezzare il rigore e la profondità di questo artista anni fa, grazie a una bella incisione della Sinfonia Turangalîla di Olivier Messiaen, capolavoro di grande complessità, nella scrittura musicale ma soprattutto anche nella profondità dei significati metalinguistici presenti. Un’incisione che si può considerare di riferimento per la qualità e anche per una “investitura” conferita dalla presenza del compositore stesso al processo di registrazione.

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Messiaen Chung Turangalila

Il direttore d’orchestra riesce a padroneggiare in maniera sicura gli sterminati e vertiginosi paesaggi di Messiaen, fra imponenti sculture di poderosi ottoni, canti di uccelli, profonde e lunghe frasi costellate di “personaggi ritmici” che si diramano come una melodia infinita, il canto che vuole racchiudere in sé l’amore che pervade l’intero universo.

Ci riesce senza eccedere negli effetti, con una concertazione efficace e una sicurezza che fra l’altro pervade dal gesto preciso e privo di orpelli ma chiaro nella sua intrinseca musicalità.

Myun-Whun Chung è direttore di grande professionalità, poco appariscente e spettacolare ma musicalmente ineccepibile, legato a una concezione anti divistica del proprio ruolo, fondata invece sulla scrupolosa preparazione della partitura prima da solo e poi con l’orchestra, con l’obiettivo di riuscire alla fine a far fluire la musica, quasi facendo scomparire la figura della guida (che però poi in realtà è sempre ben presente e salda), atteggiamento mutuato sicuramente anche dalla presenza nella sua carriera di Carlo Maria Giulini, del quale fu assistente, definito in un’intervista al Corriere di qualche anno fa “un asceta del podio”, “sacerdote” della musica.

Nella medesima intervista, ma anche altrove, proseguendo in questa metafora sacrale della musica, Chung si riferisce pure a Messiaen, definito, per purezza e umiltà, il santo, testimoniando così non solo una smisurata stima ma anche una profonda compenetrazione in un universo di pensiero e di spiritualità sicuramente fuori dal comune e quasi senza precedenti nella storia della musica.

Ed effettivamente quando si parla di Messiaen, Chung ne diviene a buon diritto uno dei più esperti interpreti che fra l’altro ha al suo attivo un gran numero di incisioni, per il marchio Deutsche Grammophon, di opere del grande compositore francese, fra le quali non si può non ricordare l’album contenente il Concert à quatre, dedicato nel 1994 da Messiaen proprio a Chung che ne ha curato la première.

Messiaen Concert a quatre Chung

Ancora Eclairs Sur L’Au-Dela, con l’Orchestre de l’Opera Bastille; con la medesima orchestra L’Ascension, abbinata alla Sinfonia n. 3 di Saint-Saëns, l’altra bellissima raccolta con Trois Petites Liturgies de la présence divine, Couleurs de la Cité Céleste e Hymne au Saint-Sacrement con l’Orchestre Philharmonique de Radio France; Des Canyons Aux Étoiles, altro imponente e difficilissimo affresco sinfonico, La Transfiguration de Notre-Seigneus Jésus-Christ, senza naturalmente dimenticare il Quatuor Pour La Fin Du Temps nel quale Chung è in veste di pianista.

Myun-Whun Chung Messiaen Album

Un’interessante e bella discografia, questa dedicata a Messiaen da Myun-Whun Chung, per accostarsi a un pilastro della musica del XX secolo e non solo, attraverso un’interpretazione profonda, accurata e autentica di un direttore, o “anti-direttore”, secondo la sua auto definizione, di grande pregio.

Al via le Domeniche in Musica e la Stagione del Pietro Vinci

Primo appuntamento ieri, domenica 20 gennaio 2020, per due stagioni concertistiche che si preannunciano ricche di importanti e significativi eventi per il pubblico siciliano: le Domeniche in Musica edizione 2020, presso la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania, dove si è esibito il basso Dario Russo, accompagnato al pianoforte da Giulia Russo, in un programma interamente dedicato al repertorio liederistico internazionale, e la Stagione Concertistica dell’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone(che quest’anno festeggia il ventennale dalla sua costituzione), con il primo recital del pianista Alberto Ferro all’Auditorium Steve Martland, con un omaggio a Chopin, fra poesia, vitalità, dramma e malinconia. 

Le due stagioni vedono il coordinamento artistico del M° Davide Sciacca, chitarrista, ricercatore e organizzatore musicale, e condividono alcuni eventi che verranno proposti sia a Catania che a Caltagirone. 

Locandina Stagione Concertistica 2020 - Istituto Musicale Pietro Vinci Caltagirone

Dopo i primi appuntamenti di ieri, si prosegue al Pietro Vinci di Caltagirone, sabato 22 febbraio con il tenore Riccardo Palazzo accompagnato dalla pianista Graziella Concas, con un programma dedicato alla musica russa di Čajkovskij e Rimskij-Korsakov, mentre il giorno successivo, 23 febbraio, alla Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania si esibiranno Andrea Maria Virzì e Federica Reale, flauto e pianoforte, con musiche del periodo romantico. 

Nel mese di marzo, sabato 21 e domenica 22, rispettivamente a Caltagirone e a Catania, sarà di scena il M° Carlo Ambrosio, nome di assoluto spicco ed eccellenza del panorama chitarristico internazionale.

Carlo Ambrosio
Carlo Ambrosio

Sabato 23 e domenica 24 maggio, sempre prima a Caltagirone e poi a Catania, il duo di chitarre Le Permute, formato da Davide Sciacca e Vittorio Verdi, presenterà il work in progress Loving The Beatles, con arrangiamenti di musiche del famosissimo e amato quartetto di Liverpool, espressamente realizzati per due chitarre da me stesso, Andrea Amici, e da Joe Schittino, Andrea Schiavo e Giuseppe Torrisi.

Le Permute
Le Permute (Vittorio Verdi & Davide Sciacca)

Dopo la pausa estiva, si riprende a ottobre con due appuntamenti, il 24 e il 25, che mi vedono coinvolto in prima persona con il mio progetto musicale del Lydian Ensemble, da me diretto, con un programma dal titolo “Orizzonti della musica contemporanea” con musiche mie e del Mº Joe Schittino.

Andrea Amici e il Lydian Ensemble

Chiudono le due rassegne i concerti del duo Emanuele AnzaloneMario Romeo (clarinetto e fisarmonica) il 21 novembre a Caltagirone e il 22 a Catania.

Duo Anzalone – Romeo

Le due stagioni concertistiche sono il frutto dell’intensa collaborazione e sinergia fra numerosi attori che a vario livello e ognuno con la propria specificità intervengono nella creazione di eventi di alto livello e fondamentali per la crescita culturale e sociale della Sicilia, con uno sguardo verso i più ampi orizzonti internazionali.

In particolare non si possono innanzitutto non citare le due importanti istituzioni organizzatrici e ospiti degli eventi, l’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone, con il suo delegato alla direzione, il M° Joe Schittino, compositore di fama internazionale, che si conferma lungimirante guida di questo importante polo didattico e culturale della città, sul quale l’amministrazione comunale del sindaco, l’avv. Gino Ioppolo, ha particolarmente investito, e la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania, che con il M° P. Salvatore Resca ormai da anni rappresenta un punto di riferimento fondamentale a Catania nella divulgazione della musica, non solo con le rassegne concertistiche ma anche con la bella realtà del Coro Imago Vocis, una creatura del M° Resca che lo ha fondato e da anni lo dirige, diventando fra l’altro anche fucina di nuovi talenti.

Fondamentale, naturalmente, la strategica e infaticabile direzione artistica del M° Davide Sciacca, chitarrista, nonché ricercatore al Royal Northern College of Music di Manchester e appassionato organizzatore, divulgatore ed “esportatore” della cultura e della specificità siciliana nel mondo.

Ancora, fra gli altri collaboratori delle rassegne, si annoverano il Centro Culturale e Teatrale Magma di Catania, diretto dal dott. Salvo Nicotra, un’istituzione presente nel territorio dal 1981 che ha al suo attivo un’intensa attività concertistica, di studio e ricerca e che nella sua ormai storica sala di Via Adua a Catania ha ospitato negli anni artisti internazionali, cicli di studi, masterclass, conferenze e spettacoli teatrali; il Consolato italiano di Liverpool, di cui lo stesso Davide Sciacca è responsabile degli eventi culturali, che ha intrapreso in particolare con l’Istituto Pietro Vinci di Caltagirone una stretta collaborazione a partire dallo Steve Martland Memorial, l’evento che è culminato nell’intitolazione dell’Auditorium del Vinci al compositore di Liverpool, evento al quale ha preso parte anche il Console dott. Marco Boldini; il fotografo Ivana Verdi, abile e discreta presenza che si aggira con i suoi obiettivi a caccia di memorabili immagini degli eventi, e infine il sottoscritto, Andrea Amici, compositore, direttore d’orchestra e docente, che partecipa – come già detto – quest’anno attivamente a due eventi concertistici oltre che con il suo portale Musica & Multimedia (sulle cui pagine state navigando) e la realizzazione delle presentazioni dei concerti, come già in passato, nell’edizione 2019 delle Domeniche in Musica.

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti alla pagina Facebook dell’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone, sul sito web del Coro Imago Vocis, oltre che qui su Musica & Multimedia, di cui ricordiamo sempre di seguire la pagina ufficiale Facebook.

Papa Francesco fra gli alunni romani del Liceo Albertelli

Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ha stupito tutti con le sue “sorprese”, il suo “scendere” a contatto con la gente, con gesti concreti e quotidiani: telefonate, visite inaspettate, interventi, la confessione in mezzo agli altri sacerdoti.

Il 20 dicembre è toccato agli alunni del liceo Pilo Albertelli di Roma essere raggiunti dalla presenza di Papa Francesco che li ha incontrati e con loro ha dialogato con grande naturalezza e spontaneità.

Sono stati numerosi gli argomenti affrontati nell’incontro durato una trentina di minuti in un cortile interno della scuola: il senso di solitudine (e la sua necessità, come ha chiarito il Papa, anche se in piccole quantità), la gratuità della donazione come unica strada dell’amore, la convivenza e la tolleranza, la coerenza con la propria fede e la testimonianza, la condanna del proselitismo, l’importanza di mantenere la capacità di sognare e la disponibilità a giocare, il dono di avere grandi maestri.

Al suono della campanella il Papa ha concluso il suo dialogo, non prima di aver risposto a un’ultima domanda sulla condanna della guerra e della violenza e di aver fatto gli auguri ai giovani, chiedendo loro una preghiera o almeno di inviargli «buone onde, così Dio mi aiuta».

Anche in questa occasione Francesco ha dato un’alta prova del suo saper essere vicino, “farsi prossimo” per usare un’espressione evangelica, un esempio concreto della Chiesa in uscita, capace di ascoltare, dialogare, rispondere prima di tutto con la coerenza; solo in questo modo è infatti possibile sintonizzarsi su lunghezze d’onda anche lontane, come possono essere quelle del mondo giovanile, che riesce così a riconoscere un interlocutore e, se non un modello, almeno un punto saldo nella sua autorevolezza per un confronto dialettico e costruttivo.

Il testo integrale dell’incontro (sito ufficiale del Vaticano)

2010 l’anno del contatto

Mi è capitato oggi di rivedere qualche scena di 2010 l’anno del contatto, il bel film che prosegue la storia di 2001 Odissea nello Spazio.

Lo vidi la prima volta al cinema, quando uscì nel lontano 1984, o forse poco dopo, e subito me ne appassionai. Poi ne acquistai una versione a fumetti quindi lo videoregistrai quando fu trasmesso in tv in modo da poterlo rivedere tante altre volte, cosicché potrei seguirne e anticiparne tutte le scene e i dialoghi. Recentemente ho anche letto tutti i libri della serie.

Il film è stato molto criticato soprattutto per una sua presunta inferiorità al grande capolavoro di Kubrick, ma secondo me è un gran bell’esempio di cinematografia di fantascienza, con un bel ritmo narrativo e un’ottima fattura. È molto legato al suo tempo, con una trasposizione dell’intera vicenda sullo sfondo dell’acuirsi della crisi della Guerra Fredda in un ipotetico (e allora molto realistico futuro), ma valido nella sua realizzazione, nella concretezza narrativa e nel ritmo; praticamente opposto a 2001, come concezione e andamento, ma non per questo di minore pregio

Hal 9000

Nella foto sopra ho catturato il gesto del dott. Chandra che fa tap-tap sull’ “occhio” di HAL 9000.

2010 l’anno del contatto

In quest’ultima invece il dott. Floyd e la comandante dell’astronave sovietica si guardano sgomenti dopo l’improvvisa scomparsa del monolito.

Assassino nella Cattedrale

Il 29 dicembre la Chiesa Cattolica fa memoria di Thomas Becket che, per essersi opposto al re Enrico II, fu prima esiliato in Francia, dove rimase per sei anni, quindi, dopo aver fatto ritorno in Inghilterra pur consapevole dei gravi rischi ai quali andava incontro, fu assassinato nella Cattedrale della città di Canterbury, della quale era arcivescovo, proprio il 29 dicembre del 1170.

Alla sua figura, divenuta ben presto simbolo di lotta per la libertà e l’indipendenza religiosa nei confronti delle ingerenze politiche e contro l’assolutismo, sono ispirate in vario modo diverse opere letterarie: basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, dove la cornice narrativa nella quale sono collocati alcuni racconti è proprio il pellegrinaggio alla tomba di San Tommaso Becket a Canterbury o ancora al dramma Murder in the Cathedral di Thomas Stearns Eliot del 1935, fino alla presenza dell’assassinio dell’arcivescovo nell’ultima parte del romanzo I pilastri della terra di Ken Follett.

Proprio al dramma di Elliot è direttamente ricondotta l’opera lirica di un grande compositore italiano del Novecento, Ildebrando Pizzetti, purtroppo oggi poco eseguito e spesso dimenticato, dal titolo Assassinio nella Cattedrale. L’opera, su libretto realizzato dallo stesso compositore operando una riduzione della traduzione italiana di Alberto Castelli del dramma di Elliot, è suddivisa in due atti separati da un interludio e fu presentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 1° marzo del 1958, diretta da Gianandrea Gavazzeni.

Ildebrando Pizzetti
Ildebrando Pizzetti

In un’atmosfera cupa, sottolineata dalla densità polifonica e strumentale della scrittura, si svolge il dramma della figura solitaria e ieratica del protagonista, l’arcivescovo Becket, che si avvia progressivamente e sempre più coscientemente al martirio, facendo confluire la propria volontà nell’accettazione del volere divino, configurando così un dramma con poca azione ma moltissima introspezione. Tutto infatti nell’opera si svolge sul piano dell’interiorità del protagonista, dal momento che anche gli altri personaggi e il coro, presente con una funzione simile a quella della tragedia greca, in realtà riflettono la psicologia e la religiosità dell’arcivescovo, amplificandone e rifrangendone, per così dire, il dramma interiore. 

Questo particolare impianto, che avvicina l’opera più alla ieraticità dell’oratorio che al vero e proprio dramma lirico, prende forma innanzitutto grazie alla particolarissima vocalità della scrittura pizzettiana, caratterizzata da un andamento declamato spesso sillabico, su intervalli melodici minimi, derivato direttamente dalla forma del canto gregoriano, al quale il compositore parmigiano si ispirava quale radice e fondamento della cultura musicale italiana, con delle improvvise accensioni, non in contraddizione con l’impianto generale, ma anch’esse tipiche dell’andamento melismatico dell’era pre polifonica. Il canto, protagonista indiscusso anche se non alla maniera tradizionale dell’opera lirica, è immerso in strutture modali arcaizzanti, in forme che spesso si rifanno all’innodia cristiana, ma anche in una scrittura sinfonica di grande pregio e suggestione, con colori che non dimenticano la grande lezione pucciniana e comunque del sinfonismo europeo contemporaneo all’autore.

Un’ottima versione dell’opera è sicuramente quella che è possibile ascoltare e vedere nella bella edizione Decca con Ruggero Raimondi nella parte del protagonista, registrata dal vivo nella Basilica di San Nicola a Bari, perfetta ambientazione per un allestimento in forma semi scenica, con l’orchestra a vista attorno alla quale si muovono il coro e i cantanti in costume negli spazi dell’abside dell’architettura romanica, mettendo particolarmente in rilievo gli aspetti oratoriali dell’opera.

Assassino nella Cattedrale - Decca

Un vero capolavoro, questo Assassinio nella Cattedrale, di grande pregio, ricco di contenuti e pervaso da un profondo misticismo religioso, da ascoltare e scoprire con grande attenzione.

Su Spotify è possibile ascoltare l’opera nella pregevole incisione del cast della prima diretta da Gianandrea Gavazzeni.

https://open.spotify.com/album/0sx26sgkNxRHwpc8ynPA6U?si=HjirA3VPQhS0DQoqmzi3IA

 

Ricordo di Michel Petrucciani

Nell’anniversario della nascita

Ero studente del liceo a Messina, nella seconda metà degli ormai lontani anni Ottanta, quando ebbi l’opportunità di assistere a un concerto di Michel Petrucciani.

Anche se non ne ricordo esattamente la data, né purtroppo ho ritrovato alcun riferimento sul web, ho nella mente un’immagine vivida di quella sera al Teatro Vittorio Emanuele della città dello Stretto. Erano gli anni in cui il Brass Group, la società concertistica palermitana che all’epoca aveva anche una sezione messinese, organizzava eventi con figure di grande spicco del panorama internazionale del jazz, fra le quali ricordo Herbie Hancock, Art Blakey, Oscar Peterson e tanti altri.

Petrucciani, che oggi avrebbe compiuto 56 anni, apparve sul palco in braccio a un assistente che lo depose sul seggiolino del pianoforte; avevo già ascoltato il musicista dai suoi album, ma l’avevo visto soltanto in fotografia (YouTube ancora, ovviamente, non esisteva…) e la sua fragile figura, dal vivo, com’è naturale, impressionò subito tutti; il grande pianista francese, già considerato una delle massime vette del jazz internazionale, con un gran sorriso e un’incredibile naturalezza, si lanciò con il suo trio in un lungo e articolato viaggio fra i grandi standard di repertorio e sue composizioni, regalando anche intensi momenti affidati alla poesia del solo pianoforte.

Michel Petrucciani

La tecnica assolutamente straordinaria, il rigore delle sue improvvisazioni sempre ricche di grandi spunti melodici e mai sfoggio di eventuali pur ben confezionati cliché, lo portavano a vette realmente inarrivabili, tanto più se si considerano gli enormi limiti fisici imposti dalla sua disabilità e i dolori causati anche durante le sue esecuzioni (e quindi anche durante quella sera a Messina) dalle continue fratture ossee dovute alla sua malattia.

Eppure il grande pianista continuava a dispensare la sua splendida musica, nonostante tutto, con una caparbia fiducia nella vita, nella bellezza dell’arte, prendendosi ogni tanto qualche breve pausa chiudendo il copri tastiera del pianoforte e appoggiandovisi sopra, come sulla spalla di un vecchio e fedele compagno di vita, ricominciando subito un inesauribile vortice di idee musicali che si inseguivano con una rapidità tale da non dare neanche il tempo di riflettere su quanto stesse accadendo senza che già si passasse oltre verso sempre nuove trovate.

Le qualità che apprezzai quella sera, affinatesi in seguito sempre di più oltre il già enorme livello allora dimostrato, sarebbero state compagne di tanti altri ascolti discografici, perché continuai a seguire Petrucciani nel corso degli anni, fino ad oggi, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, la cui ricorrenza sarà il prossimo 6 gennaio.

In questo 28 dicembre, giorno del suo compleanno, mi piace ricordare così il pianista francese, con questa mia esperienza personale e il ricordo vivo di un musicista veramente impareggiabile ma anche di un grande esempio di fiducia nella vita e di capacità di andare oltre i propri limiti.

Terremoto a Catania

Quella di Santo Stefano è stata una notte di paura per la città di Catania, scossa alle 3:19 del mattino da un terremoto di magnitudo 4.8, con epicentro a 2km nord di Viagrande e ipocentro a un solo chilometro di profondità.

Dal centro urbano notizie di paura, gente in strada, ma pare nessun danno degno di nota, mentre nelle zone più a nord, a Fleri, Zafferana Etnea e Santa Venerina, il terremoto ha provocato danni e feriti, con crolli e cittadini che si definiscono “salvi per miracolo”. Anche un tratto della già precaria autostrada A18 Messina-Catania è stato chiuso al traffico all’altezza di Acireale per lesioni sospette apparse a seguito del sisma.

INGV terremoto Catania 26 dicembre 2018

Negli ultimi giorni l’Etna è interessato da un’importante attività eruttiva intensificatasi dalla Vigilia di Natale, con una nuova frattura su un versante e tre delle cinque bocche attive caratterizzate, secondo l’INGV, da un “graduale incremento del degassamento dall’area craterica sommitale”; lo sciame sismico che già si era verificato, dovuto a una complessa interazione tra il magma che spinge i fianchi della montagna sollecitando di conseguenza le zolle, è quindi culminato in quest’ultimo forte evento.

Quanto si è verificato in questa notte, nel bel mezzo delle festività natalizie, deve far seriamente riflettere le istituzioni a tutti i livelli, per un’analisi delle responsabilità di competenza in materia di prevenzione. Questo tipo di eventi non è assolutamente prevedibile per quanto concerne la loro corretta individuazione spazio-temporale, tuttavia è evidente la gravità della situazione nella quale versa il territorio, caratterizzato in generale da un elevatissimo rischio sismico e dalla presenza del vulcano attivo più alto d’Europa; tale contesto obbliga a un’efficace e permanente opera di educazione e preparazione a situazioni che potrebbero essere anche particolarmente distruttive, nonché a una corretta revisione dello stato del territorio e dell’edilizia, in modo da delimitare il più possibile danni e perdite in vite umane. Altre zone del nostro pianeta, interessate da simili fattori di rischio, si presentano ben preparate ed è il caso di seguirne l’esempio, prima di dover fare il solito excursus a posteriori sulle responsabilità e sul cosa andava fatto quando ormai il debito pagato alla natura fosse, purtroppo, già alto.

Alexander Desplat vince l’Oscar con The Shape of Water

Una grande sfida agli Oscar 2018 nella sezione colonne sonore con, fra gli altri, tre grandi nomi a contendersi la prestigiosa statuetta: John Williams con Star Wars – The Last Jedi, Hans Zimmer con Dunkyrk e Alexander Desplat con The Shape of Water. A spuntarla è stato proprio quest’ultimo, che si aggiudica così il premio per l’introversa e densa partitura per il film di Guillermo Del Toro.

Alexander Desplat, premio Oscar 2018

Desplat, che ha dedicato il prestigioso riconoscimento in primis alla madre novantenne e allo stesso regista con il quale ha affermato di aver lavorato in perfetta sintonia, non è nuovo all’Oscar, avendone già vinto uno con Grand Hotel Budapest ed essendo stato anche in passato doppiamente nominato nel medesimo anno, caso appartenuto solo a John Williams.

La partitura, di grande finezza, ruota attorno ai poli fondamentali rappresentati dai temi dei due personaggi principali cui la musica dona quella “voce” che nessuno dei due ha fisicamente sulla scena. Da un lato il tema della donna delle pulizie caratterizzato dal fischio dello stesso Desplat, dall’altro quello della creatura anfibia tratteggiato dalla presenza del bandoneòn sudamericano, il tutto immerso in una qualità orchestrale e timbrica che lo stesso autore ha definito “organica” e con un andamento affine al movimento dell’acqua che è lo sfondo e il motivo conduttore di tutto il film.

L’ascolto è particolarmente avvincente e coinvolgente, e la musica è capace di imprimersi stabilmente nella memoria, pur non essendo ovvia; pagine di grande bellezza si susseguono veicolando emozioni profonde, soprattutto nei momenti di maggiore malinconia, dove Desplat con equilibrio riesce a evocare le atmosfere del più intimo Bernard Herrmann; il tutto in generale senza mai cedere alle mode armoniche e timbriche del momento, mantenendo sempre una tipica originalità che fa del compositore francese una via alternativa a tanta musica da film che ormai sembra sempre più indugiare sui luoghi comuni di strade sempre uguali.

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