Andrea Amici

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Categoria: DidatticaMedia

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

I primi anni

Salvatore Quasimodo nacque in Sicilia, a Modica, in provincia di Ragusa, il 20 agosto del 1901; la sua infanzia trascorse in vari paesi e città della Sicilia, dove veniva di volta in volta trasferito il padre, capo-stazione delle Ferrovie dello Stato. Ebbe così la possibilità di conoscere la Sicilia e di averne impresso un ricordo mitico talmente forte da influenzare in maniera decisiva taluni aspetti della sua poetica. 

Targa commemorativa a Modica

A Messina nel 1908

Si trasferì infine sempre con il padre a Messina dopo il catastrofico terremoto del 1908 che aveva distrutto quasi completamente la città e visse per un certo periodo in un vagone ferroviario, sperimentando il dolore e il disagio di una popolazione costretta a fare i conti con le pesanti devastazioni del terremoto e con la difficile ricostruzione.

Il terremoto di Messina del 1908
Il terremoto di Messina del 1908
Salvatore Quasimodo parla della sua infanzia
Il terremoto di Messina del 1908

Da Messina a Roma

Quasimodo e Pugliatti a Messina

Frequentò sempre a Messina l’Istituto Tecnico “Jaci” completando gli studi nel 1919; già negli anni di scuola cominciò a stringere rapporti di amicizia con personaggi di alta levatura come Giorgio La Pira e Salvatore Pugliatti e a scrivere i primi versi, ricchi di influenze del simbolismo. Dopo il diploma lasciò la Sicilia, alla quale sarebbe sempre rimasto profondamente legato, e si trasferì a Roma, dove, fra l’altro, intrattenendo rapporti culturali con alcuni esponenti del Vaticano, studiò privatamente il greco e il latino; Quasimodo, pur provenendo da una formazione di tipo tecnico-matematico, si appassionò alla cultura classica, divenendo anche un esperto e originale traduttore della poesia lirica greca e latina.

Salvatore Quasimodo

Nel 1926 ritornò sullo Stretto di Messina, a Reggio Calabria, dove fu assunto come geometra del Ministero dei Lavori Pubblici al Genio Civile; il lavoro gli assicurò l’indipendenza economica, anche se, naturalmente, lo allontanò inizialmente dalla sua passione poetica, ma la vicinanza alla città di Messina lo pose nuovamente a contatto con l’ambiente letterario che aveva già  frequentato. 

Acque e Terre

Iniziò in questo contesto la composizione di Acque e Terre, la sua prima raccolta di poesie che verrà pubblicata nel 1930 a Firenze, dove Quasimodo si era trasferito nel 1929 e dove il cognato, lo scrittore Elio Vittorini, lo aveva introdotto nell’ambiente della rivista Solaria. Il primo libro di Quasimodo è ancora ricco di riferimenti alla poesia simbolista, ma si avvia decisamente verso un uso ermetico della lingua; è ancora simbolista, ad esempio, la presenza della natura, dell’aspetto fisico degli oggetti che si caricano di significati e analogie nascosti.

Acque e Terre

La materia è tutta incentrata sulla rievocazione della Sicilia, vista come un luogo mitico di una felicità perduta che contrasta con la realtà presente, creando un clima di angoscia esistenziale, che spesso si concretizza nella ricerca della persona amata scomparsa; il vagheggiamento della terra natale si arricchisce di una ricerca profonda sia per quanto riguarda la parola sia per quanto riguarda le immagini, nel tentativo anche di far rivivere la bellezza della poesia classica greca. 

Vento a Tindari (da “Acque e Terre”, 1930)
Scheda su italialibri.nethttp://www.italialibri.net/opere/ventoatindari.html

La Sicilia mitica, la cultura greca e la ricerca del divino

Nel 1932 Quasimodo pubblicò Oboe sommerso e nel 1934 si trasferì a Milano che al tempo era particolarmente attiva dal punto di vista culturale; in questa città uscì Erato e Apòllion nel 1936. I due libri segnano un momento di altissima maturità stilistica e poetica. La Sicilia mitica compare nuovamente in queste due opere come nella precedente, ma sempre più ricca di riferimenti alla cultura greca; inoltre si introduce la tematica del rapporto con il divino nella ricerca di una pace interiore.

Oboe sommerso

I due libri rappresentano anche il pieno compimento dell’ermetismo di Quasimodo: sparito ogni elemento simbolista,  il poeta si concentra sulla ricerca di una poesia pura, nella quale la parola diviene assoluta, le immagini metaforiche sono sempre più chiuse e difficili (ermetiche, appunto) e la sintassi stessa si semplifica tanto da divenire spesso ambigua, indebolendo i nessi logici tra le parole. 

I lirici greci

Nel 1938 Quasimodo lasciò il lavoro al genio civile, entrando nel mondo dell’editoria. Nel 1942 fu pubblicata la Traduzione dei Lirici Greci, un’originalissima traduzione di una raccolta di poesie di autori greci antichi; la traduzione non è filologicamente sempre ineccepibile, ma l’obiettivo di Quasimodo era quello di riproporre alla sensibilità contemporanea voci poetiche di un antico passato in un linguaggio molto vicino alla ricerca poetica di quegli anni. 

Luigi Dallapiccola e Salvatore Quasimodo, nel segno della lirica greca: i Sex Carmina Alcaei

Durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo
Quasimodo al Conservatorio di Milano

Nel 1941 iniziò a insegnare letteratura italiana al Conservatorio “G. Verdi” di Milano, lavoro che svolse fino alla morte; negli anni della Seconda Guerra Mondiale Quasimodo continuò a scrivere versi e a tradurre opere dell’antichità classica ma anche di autori stranieri; nel 1942 fu pubblicato Ed è subito sera, una delle raccolte più famose, in cui si assiste a un recupero di alcuni elementi della poesia tradizionale, come l’uso dell’endecasillabo, filtrato sicuramente dall’esperienza del Sentimento del tempo di Ungaretti. Ancora una volta si riscontrano gli argomenti precedenti ma con una maggiore apertura verso il presente. 

Giorno dopo giorno

Nel 1947 Quasimodo pubblicò Giorno dopo giorno, il suo primo libro di poesie dopo la catastrofe della guerra che segnò una svolta nella sua poetica. La necessità di una ricostruzione non solo fisica e materiale ma soprattutto umana diviene l’imperativo del poeta e per porre in atto questo obiettivo è necessario un completo mutamento stilistico nella poesia, che abbandona l’ermetismo in favore di un tono più discorsivo, colloquiale e narrativo. In questa raccolta di poesie il tema dominante è la catastrofe della guerra, vista in tutto il suo orrore e la sua barbarie; la possibilità di superare la drammatica e pesante tragicità di un momento storico così terribile è data solo da un senso di umana pietà e fratellanza.  

Tutta la poesia successiva di Quasimodo prosegue sulla stessa linea stilistica e poetica: La vita non è sogno del 1949 si arricchisce di elementi di protesta politica, soprattutto nella visione della Sicilia non più mitica ma come terra di ingiustizia e di sofferenza, simbolo di una sofferenza e di una solitudine umane che trovano una possibilità di dialogo privilegiato soltanto con Dio. 

Nel 1954 la poesia di Quasimodo va incontro a un’altra svolta, che matura piano piano a partire da Il falso e vero verde. Come anche Montale nello stesso periodo, il poeta non si riconosce più in un clima sociale e politico che va inesorabilmente incamminandosi verso un consumismo spietato in cui l’uomo appare sommerso in una dimensione tecnologica che tende a soffocare l’umanesimo.

Gli ultimi anni – la “civiltà dell’atomo”

Le tematiche si approfondiscono in La terra impareggiabile del 1958; Quasimodo denuncia la civiltà dell’atomo, simboleggiata dalla Milano iper-industrializzata, in cui l’uomo è sempre più immerso come un atomo nella sua solitudine, pur trovandosi immerso in una città popolatissima; per contrasto il poeta rivive in senso mitico la sua terra d’origine, la Sicilia, luogo di una felicità incontaminata, seppur non priva di momenti tragici, come per la rievocazione del terremoto di Messina del 1908. Il linguaggio ritorna ad essere più complesso, secco e riesce a inglobare elementi lessicali propri della cronaca. 

Dal Premio Nobel a “Dare e avere

Nel 1959 Quasimodo fu insignito del Premio Nobel per la letteratura e l’anno successivo gli fu conferita la laurea honoris causa in lettere dall’Università di Messina. 

L’ultimo libro di poesie fu pubblicato nel 1966 dal titolo Dare e avere: l’attività poetica di Quasimodo si conclude con una valutazione riassuntiva delle propria vicenda umana e artistica e su tutte le varie riflessioni aleggia, com’è prevedibile, il tema della morte. 

Amalfi, 1968

Nel 1968, dopo aver conseguito un’altra laurea honoris causa questa volta da parte dell’Università di Oxford, il poeta morì il 14 giugno mentre si trovava ad Amalfi per un premio di poesia. 

il colle dell'Infinito

Giacomo Leopardi

Il romanticismo italiano ha due esponenti principali: Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi; il primo appartiene al filone realistico-oggettivo, mentre il secondo a quello patetico-soggettivo. Manzoni infatti propone un’arte basata sul realismo storico, mentre Leopardi un’arte lirica, filosofica, basata essenzialmente sull’interiorità dello scrittore.

Profilo biografico

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798, da una famiglia nobile. Nel suo paese non c’erano particolari stimoli culturali e da giovanissimo lo scrittore preferì dedicarsi allo studio nella biblioteca del palazzo di famiglia dove trascorreva giornate intere occupandosi della lettura dei testi che aveva a disposizione.

La biblioteca del palazzo Leopardi
La biblioteca del palazzo Leopardi

In pochi anni, da autodidatta, divenne esperto di lingue classiche, ebraico, lingue moderne, letteratura, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). I sette anni impiegati in questo studio che lui stesso definì “matto e disperatissimo” da un lato lo resero enormemente colto ma dall’altro danneggiarono il suo fisico e la sua salute. Iniziò in questo periodo a scrivere saggi e traduzioni specialmente di opere classiche. Nel 1816 iniziò invece a scrivere poesie, attuando quello che lui stesso chiamò il passaggio “dall’erudizione al bello”; in questo stesso periodo cominciò a intraprendere contatti con vari intellettuali italiani e stranieri e iniziò anche la stesura dello Zibaldone, una specie di diario personale nel quale Leopardi annotò fino alla morte i suoi pensieri e le sue riflessioni permettendo così di avere un quadro generale del suo pensiero anche se in maniera frammentaria.

uno scrittoio a casa Leopardi

Nel 1819 attraversò un periodo di profonda crisi, dovuto al senso di frustrazione per la sua vita in un contesto culturale e sociale poco adatto alla sua sensibilità artistica; appartengono a questo periodo alcuni componimenti poetici tra i più famosi, come L’Infinito Alla Luna e nel contempo una nuova concezione filosofica, che l’autore indicherà con il passaggio “dal bello al vero”.

Un manoscritto de L'Infinito
Un manoscritto de L’Infinito

Dopo un breve soggiorno a Roma, nel 1823 Leopardi tornò a Recanati dove iniziò a scrivere le Operette Morali, un’opera in prosa nella quale si approfondiscono le teorie filosofiche dell’autore, con la formulazione della teoria del pessimismo storico, che individuava le cause dell’infelicità dell’uomo nella ragione, e della teoria del pessimismo cosmico, che dichiarava la Natura nemica dell’uomo, causa delle sventure umane, in quanto essa genera nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sempre deluso. Dal 1825 riuscì a lasciare Recanati e cominciò a viaggiare per alcune città italiane, ritornando nella sua città nel 1828, dove riprese ad approfondire le tematiche filosofiche della natura matrigna e della caduta delle illusioni.

Nel 1830 si stabilì prima a Firenze e poi a Napoli dove scrisse i suoi ultimi capolavori fra cui La Ginestra, nei quali l’autore sviluppa ulteriormente il suo pensiero trovando una possibile soluzione al suo pessimismo attraverso un senso di fratellanza universale tra tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino di infelicità voluto dalla Natura.

Le opere e la poetica

La poesia di Leopardi nasce essenzialmente da due presupposti di base: il senso di inadeguatezza nei confronti della realtà e lo scontro fra realtà umana e dimensione sovrannaturale da una parte e un dolore esistenziale dall’altra. Il dolore a sua volta è una tematica dai molti aspetti diversi: dolore personale per la propria realtà individuale, dolore per la morte intesa in senso materialistico come disgregazione totale, dolore per la condizione cosmica di infelicità causata dalla Natura. Proprio una lunga riflessione filosofica sul concetto di Natura è alla base di gran parte del pensiero e della poetica di Leopardi. La Natura è per il poeta un concetto filosofico estremamente complesso: non è assolutamente intesa in senso materialistico e meccanico, come la intendevano i filosofi dell’Illuminismo settecentesco, ma in un modo estremamente personale: per Leopardi la Natura è vita, nel senso espresso dalla parola greca physis, cioè l’atto di venire alla luce nel divenire del tempo.

L’opera poetica di Leopardi è riunita in alcuni gruppi fondamentali: quasi tutte le poesie rientrano in un’unica raccolta intitolata “Canti”, dove sono state riunite in ordine non solo cronologico ma anche tematico varie raccolte più piccole; la produzione in prosa è costituita dalle Operette Morali, da altri scritti minori e dallo Zibaldone, il diario personale dell’autore dove si ritrova tutto il pensiero filosofico leopardiano. Il linguaggio poetico di Leopardi è classicista e nello stesso tempo estremamente efficace e ricco e racchiude in sé tematiche romantiche all’interno di una forma basata sulla metrica tradizionale ampliata per ottenere risultati di notevole efficacia poetica. Un elemento sempre presente nella poesia di Leopardi è il paesaggio che ha sempre una corrispondenza ideale con quello che viene espresso.

Le prime opere scritte fra il 1813 e il 1816 sono quasi esclusivamente esercizi di erudizione; i primi componimenti poetici iniziano tra il 1816 e 1817, con poesie strettamente legate ad esperienze autobiografiche. Appartengono al 1818 le Canzoni civili intitolate All’Italia Sopra il monumento di Dante, scritte in connessione con la situazione politica italiana.

Tra il 1819 e il 1825 Leopardi scrisse una serie di poesie raggruppate sotto il nome di Idilli, fra cui L’Infinito, Alla Luna, La sera del dì di festa, Il Sogno, La vita solitaria; il termine idillio si riferisce a un componimento poetico scritto in endecasillabi sciolti che parla di situazioni individuali dell’animo del poeta, messo in relazione con una situazione o un quadro paesaggistico, riprendendo il modello del corrispondente genere poetico dell’antica Grecia, introdotto da Teocrito (IV-III sec. a.C.).

Tra il 1820 e il 1823 Leopardi scrisse anche un gruppo di poesie che sono raggruppate sotto il titolo di Canzoni, di lunghezza maggiore rispetto agli Idilli, con un pensiero poetico e filosofico più evoluto rispetto al passato; in particolare è importante quella intitolata Ultimo Canto di Saffo nel quale si approfondisce la tematica della Natura nemica dell’uomo e del suicidio come ultima arma per sottrarsi al divenire della Natura.

Dopo queste esperienze poetiche Leopardi si rivolge quasi esclusivamente alla prosa, scrivendo le Operette Morali, nelle quali attraverso delle allegorie viene presentato in maniera completa il pensiero filosofico leopardiano sulla teoria del pessimismo e del suo passaggio da un pessimismo storico a uno cosmico; le Operette Morali sono ventiquattro brevi scritti, per lo più in forma di dialoghi fra personaggi reali o immaginari e i temi più ricorrenti sono: la condizione umana, la morte, il destino, la ricerca inutile della felicità, la dimostrazione della triste condizione dell’uomo causata dalla Natura.

Dal 1823 al 1832 Leopardi riprende a scrivere poesie con il gruppo intitolato Nuove Canzoni fra cui quelle che sono le più importanti e i migliori esempi della poesia filosofica leopardiana: A Silvia, Il Passero Solitario, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del Villaggio e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

L’ultima fase della poesia di Leopardi è costituita dal gruppo intitolato Ultime Canzoni, scritte fra il 1832 e il 1837, tutte dedicate all’approfondimento e all’evoluzione del pensiero filosofico. Fra queste sono particolarmente importanti: Il pensiero dominante, Amore e morte, Aspasia e soprattutto La Ginestra.

Il pessimismo leopardiano

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è soggettivo e personale, legato quindi esclusivamente alla sua condizione di vita; in seguito il poeta introduce il concetto di pessimismo storico: secondo questa teoria l’infelicità è sempre esistita, solo che nelle epoche più antiche gli uomini non se ne accorgevano in quanto vivevano più a contatto con la Natura che li aveva dotati di immaginazione e illusioni che producono nell’uomo una felicità che non è reale in quanto mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza; l’uomo moderno ha distrutto con la ragione le illusioni che la Natura, ancora considerata benigna, gli aveva fornito. In seguito Leopardi cambia le sue idee elaborando la teoria del pessimismo cosmico: la Natura è un’entità maligna, che non vuole il bene delle sue creature; pur essendo consapevole dell’infelicità dell’uomo, la Natura continua senza mai fermarsi nel suo meccanismo indifferente e crudele di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, generando sempre nuove creature destinate all’infelicità che per di più inganna con le illusioni; l’uomo non può far altro che rendersi conto di questo triste destino: la sofferenza è la condizione fondamentale dell’essere umano. Nell’ultimo periodo della sua vita, senza cambiare opinione riguardo la Natura e l’uomo, Leopardi propone come soluzione la solidarietà fra tutti gli uomini accomunati dalla stessa condizione esistenziale.

Leopardi in musica

Andrea Amici, Preludio e Infinito, per soprano, coro e orchestra (2010)

Goffredo Petrassi, Coro di Morti, madrigale drammatico per voci maschili, tre pianoforti, ottoni, contrabbassi e percussione (1940-41)

Pietro Mascagni, A Giacomo Leopardi, Poema Musicale per orchestra e voce di soprano (1898)

Luigi Pirandello

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Luigi Pirandello è stato uno dei più importanti scrittori e drammaturghi italiani, conosciuto, famoso e apprezzato in tutto il mondo, fu anche premiato con il Nobel per la letteratura nel 1934.

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