Andrea Amici

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Categoria: Composizioni originali Page 1 of 3

Qualcosa oltre

Il 7 agosto 2020 è andato in scena al Castello Ursino di Catania “Storia di una capinera”, uno spettacolo ideato e interpretato dall’attrice Ornella Giusto, basato sulle letture di stralci dell’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Storia di una capinera
La locandina dello spettacolo

L’attrice si è avvalsa della presenza sul palco della ballerina Olga Stornello e del chitarrista Davide Sciacca che ha interpretato anche in prima esecuzione assoluta Qualcosa oltre, brano per chitarra solista scritto da Andrea Amici espressamente per questo spettacolo.

Un momento dello spettacolo
(Foto Gattopino Ph)

Il pezzo è ispirato alla lettura dell’introduzione del romanzo verghiano, all’immagine della capinera chiusa in gabbia, morta perché “soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete”.

Qualcosa oltre

Westworld Scoring Competition 2020

Si è chiusa fra le polemiche la bella iniziativa della Spitfire Audio che ha dato la possibilità di realizzare la colonna sonora per una scena d’azione tratta dal quinto episodio della terza stagione di Westworld, la serie TV della HBO, diretta da Jonathan Nolan.

La scelta della giuria è stata molto contestata dal pubblico della rete, su tutti i social network, ma al di là dell’esito è rimasta la bella opportunità di confrontarsi in maniera concreta – e con una deadline effettiva – con un esempio importante tratto dall’universo in crescita delle serie TV.

Per chi non la conoscesse, Westworld è una serie TV ambientata nelle sue prime due stagioni in una sorta di “parco a tema” del futuro, nel quale (come dice il sottotitolo) “tutto è concesso”: i ricchi visitatori, pagando prezzi altissimi, possono concedersi qualunque tipo di avventura, in uno scenario western ricostruito dalla tecnologia e popolato da androidi programmati per subire ma mai far del male agli esseri umani. Gli androidi vengono di volta in volta resettati e riprogrammati per “vivere” in questo parco, finché, come nei più famosi Blade Runner o in esperimenti genetici simili a quelli narrati dal premio nobel Ishiguro, queste “creature” pian piano prendono coscienza di sé, fino a ribellarsi al “destino” per cui sono stati creati.

La scena da musicare è tratta, come accennavo in apertura, dal quinto episodio della terza stagione e non si svolge nel parco a tema, ormai distrutto; è una “chase scene”, un inseguimento, e il mio intento è stato quello di seguire e arricchire le immagini con la musica ma anche caratterizzare il tutto con dei contrasti, tra l’interno dell’auto e l’esterno, tra la figura femminile e quella maschile, con dei più o meno brevi frammenti motivici e tematici ricorrenti.

Westworld Scoring Competition 2020 – Music by: Andrea Amici

Il brano è stato realizzato con Logic Pro X e Dorico Pro.

Virtual instrument Libraries:
EastWest Composer Cloud:
» Hollywood Strings
» Hollywood Brass
» Hollywood Orchestral Woodwinds
» Hollywood Percussions
» Hollywood Harp
» Symphonic Orchestra Gold
» Pop Brass
» Stormdrum
» Ghostwriter
Vienna Symphonic Library:
» Epic Orchestra 2.0
» Big Bang Orchestra
Logic Pro X Sounds (bass, drums, Alchemy Synths)
Spitfire Audio LABS:
» Piano Granular
» Amplified Cello Quartet
» Tundra Atmos

El Tango

El Tango

Andrea Amici: “El Tango” a Palazzo Beneventano (Lentini, Siracusa, aprile 2019)

Quando nel settembre del 2017 il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca mi chiesero di scrivere per loro un tango, istintivamente accettai la proposta, senza avere in mente un’idea precisa di quale potesse essere il risvolto di una simile sfida.

Il loro interessante progetto che mi illustrarono durante il nostro incontro era quello di dedicare una serie di concerti e una album al “tango d’autore”, senza rivolgersi, però, al repertorio esistente, né tanto meno a Piazzolla o ai suoi epigoni, ma ad autori contemporanei, fra i quali anche il sottoscritto, che componessero per loro dei brani nuovi. Il progetto si è poi realmente concretizzato in un CD, edito dalla Da Vinci Publishing, nel quale è presente il mio brano che fra l’altro dà il titolo all’intero album.

Dovendo scrivere, quindi, espressamente qualcosa di “nuovo” – e per me anche di insolito – sono andato alla ricerca di uno stimolo extramusicale, che potesse in qualche modo farmi da battistrada per questo lavoro, trovandolo nella lirica “El Tango”, del poeta argentino Jorge Luis Borges.

Mi sono quindi immerso nelle sollecitazioni di questi versi ma anche nella visione del poeta di Buenos Aires, che amava il tango delle origini, quello che prende vita “en polvorientos callejones / de tierra o en perdidas poblaciones” (“in polverose strade sterrate o in sperdute contrade”), o nei vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”), ma soprattutto in riferimento a un tempo che travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, il tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”).

El Tango”, quindi, come luogo della memoria (“En los acordes hay antiguas cosas” – “Negli accordi ci sono antiche cose”), che diventa nel brano memoria di strutture armoniche che vagano, a volte seguendo delle funzioni, a volte prive di esse, o di ritmi stilizzati, ma anche come “una diavoleria che sfida il tempo” (“Esa ráfaga, el tango, esa diablura, los atareados años desafía”), che “crea un buio passato irreale che in qualche modo è certo, un ricordo che non può esser distrutto lottando, in un cantone del suburbio” (“El tango crea un turbio / pasado irreal que de algún modo es cierto, / un recuerdo imposible de haber muerto /peleando, en una esquina del suburbio”), in percorsi ideali che intrecciano, nel mio “Tango”, frasi musicali, in dialogo tra i due strumenti, con un andamento spesso asimmetrico e spezzato, nel tentativo di rivivere una tradizione “lontana”, nel comune spazio del ricordo e della nostalgia, che non hanno differenze di latitudini o longitudini, comuni dimensioni umane di ogni tempo e di ogni luogo.

Wandrers Nachtlied

Johann Wolfgang von Goethe scrisse due brevi poesie dal titolo Wandrers Nachtlied, “Canto notturno del viandante”, una nel 1776 e un’altra nel 1780. La prima, “Der du von dem Himmel bist” (“Tu che sei dal cielo”) è il testo che ho scelto per un mio brano, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 28 ottobre 2018, dal soprano Francesca Sapienza accompagnata al pianoforte da Annalisa Mangano.

Il “canto notturno” è un topos che permea in particolare la letteratura romantica nella sua dimensione europea. La notte è il momento in cui l’uomo si inabissa nel mistero e nell’oscurità può liberarsi del “giorno” per vivere in una dimensione più profonda, vicina all’Essere; immerso nel silenzio del paesaggio notturno, l’Io, il viandante di Goethe, nel suo continuo vagare, è alla ricerca della pace, stanco di andare alla deriva:

Der du von dem Himmel bist,
Alle Freud und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest;
Ach, ich bin des Treibens müde!
Was soll all die Qual und Lust?
Süßer Friede,
Komm, ach komm in meine Brust!

Tu che sei dal cielo,
calmi ogni pena, ogni dolore,
chi è doppiamente infelice
due volte lo riempi di ristoro:
Ah, sono stanco di andare alla deriva!
Cos’è tutto questo dolore e questo desiderio?
Dolce pace,
vieni, ah, vieni nel mio petto!

A parte gli evidenti riferimenti alla tematica di fondo della lirica di Goethe e alle sue inquietudini sulle quali viene modellato un tortuoso percorso musicale, un altro elemento riveste un ruolo fondamentale in questo brano: il dialogo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione lontana, recuperata come nostalgia, pezzi di linguaggio e immagini che ritornano alla memoria.

Si concretizza in questo Wandrers Nachtlied un più o meno scoperto dialogo in primo luogo con una forma musicale, il lied per canto e pianoforte, e con l’autore che più di tutti lo incarna, Franz Schubert, che mise in musica entrambi i Wandrers Nachtlied in due brani, ai quali ci sono espliciti riferimenti nel mio pezzo, ma anche attraverso una scoperta citazione della Rapsodia per contralto di Brahms, anch’essa su testo di Goethe, in corrispondenza di un riferimento concettuale all’inquietudine della ricerca.

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse
il tonfo nella mente non fa udire
le mie parole d’amore o la paura
dell’eco arbitraria che sfoca
l’immagine più debole d’un suono
affettuoso: o toccano l’invisibile
ironia, la sua natura di scure
o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)


Il 3 dicembre 2019 …l’immagine più debole di un suono… è stato eseguito da Davide Sciacca al Royal Birmingham Conservatoire, nell’ambito del TIMP (Technology In Musical Performance) 2019.

Mine eyes unto the hills - Crathie 20.08.2017

Mine eyes unto the hills (Psalm 121)

Si riannoda il filo conduttore della musica di ispirazione sacra, ma soprattutto della musica che trasporta in maniera organica un sistema di simboli in riferimento a un testo religioso: i procedimenti già sperimentati nelle Tre Preghiere per Organo e rielaborati in maniera più esplicita nei Tre Salmi Luterani per coro e pianoforte riaffiorano in questo Mine eyes unto the hills, per violino e chitarra, dedicato al Ten Strings Duo, la formazione composta dalla violinista Marianatalia Ruscica e dal chitarrista Davide Sciacca.

La Crathie Kirk

La Crathie Kirk in Scozia

Il brano è stato eseguito in una doppia prima assoluta il 20 agosto 2017 in Scozia: la mattina nel corso dell’ufficio religioso alla Crathie Kirk, alla presenza di Sua Maestà la Regina Elisabetta II e di altri membri della famiglia reale, fra i quali il Duca di Edimburgo Philip e i Principi Charles e William; la seconda in concerto a St Margaret’s Braemar.

Il titolo ripropone parte del primo verso del Salmo 121, “I will lift up mine eyes unto the hills, from whence cometh my help“, nella King James Version (KJV), la traduzione della Bibbia in inglese commissionata dal re Giacomo I e pubblicata nel 1611.

Tutto il brano è ispirato a questo Salmo e in gran parte ne ripercorre la metrica e l’andamento, con una serie di procedimenti compositivi che collegano in maniera diretta il discorso musicale con quello testuale, con una forma generale fondata sulla scomposizione in episodi, in maniera simile al mottetto rinascimentale, che condividono incisi, materiali e frammenti tematici.

ten-strings-duo-in-braemar

Il Ten Strings Duo esegue “Mine eyes unto the hills” a Braemar.


La versione per solo pianoforte di Mine Eyes unto the Hills

La versione per pianoforte solo è stata realizzata dall’autore nel mese di agosto del 2020.

Produzione audio/video:
» Dorico Pro
» Logic Pro X
» Final Cut Pro X
» Pianoforte: EastWest Sounds Bösendorfer Gold.

o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono

…o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…

L’idea di scrivere un brano in ricordo del compositore siciliano Francesco Pennisi nasce da una conversazione della scorsa estate 2016 con il chitarrista Davide Sciacca (al quale il brano è dedicato), che mi propose di comporre un quintetto per archi e chitarra, in vista di una esecuzione in pubblico, prevista per il successivo autunno/inverno.

Francesco Pennisi

Francesco Pennisi

Occorreva quindi iniziare a creare un quadro all’interno del quale muovere i primi passi di questa nuova avventura e, come sempre mi accade, in una prima fase ho svolto una vera e propria ricerca, per aprire la strada a suggestioni, suggerimenti, tutto quanto insomma possa in maniera coerente formare un’idea dalla quale sviluppare un percorso musicale che poi, alla fine, pur prendendo magari l’avvio da quanto pianificato, si evolve quasi sempre verso strade imprevedibili.

Il primo pensiero è stato ovviamente quello di ragionare su come instaurare una relazione con la musica di Pennisi. Ho una profonda ammirazione nei confronti di questo grande del XX secolo, ma mi apparve subito chiaro che non sarebbe stato possibile scrivere “a la manière de…” cercando di imitarne, seppure con l’intento di un omaggio, lo stile e le caratteristiche peculiari. La sua musica e quella dei suoi contemporanei, anche se ognuno con la sua specificità, ha infatti un denominatore comune che è lontano dalla mia sensibilità anche solo per essere inglobato in toto in un processo di dialogo.

Occorreva quindi indagare su altre strade, altri possibili legami che agissero a un livello più profondo.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Come spesso accade, d’improvviso si apre qualche spiraglio che permette di gettare uno sguardo alla realtà da una prospettiva diversa, in questo caso l’evidenza di una comune radice consistente nel profondo legame con la Sicilia; e pensando alla Sicilia dalla mia prospettiva, ma anche immaginandola da quella di Pennisi, l’espressione più adatta che mi è venuta in mente è stata quella dei versi de “La terra impareggiabile” di un altro grandissimo siciliano, Salvatore Quasimodo.

Ecco quindi trovato il primo punto di incontro, la prima fondamentale suggestione, che sta alla base del brano e ne diviene anche il titolo:

Da tempo ti devo parole d’amore:

o sono forse quelle che ogni giorno

sfuggono rapide appena percosse

e la memoria le teme, che muta

i segni inevitabili in dialogo

nemico a picco con l’anima. …

Da questi versi, e dall’universo di significati che sottendono, prende l’avvio il percorso musicale del Quintetto dove si intrecciano in maniera evocativa e analogica vari fili sotterranei, fra i quali l’altro elemento fondamentale, sottilmente collegato al primo appena esposto, costituito dalla citazione ed elaborazione, prevalentemente armonica e contrappuntistica, del tema della Siciliana dai Cinque Pezzi Infantili per pianoforte a quattro mani di Francesco Pennisi, che costituisce l’elemento estrinseco di questo ricordo in musica. Il tema scelto per l’omaggio è tratto da un brano di stampo tradizionale, del tutto lontano dalle ricerche linguistiche che sono state il fulcro di tutta la parabola stilistica di Pennisi, ma proprio in questo suo carattere “antico”, nell’uso della tonalità e di una forma preclassica ho visto una forte corrispondenza con l’assunto fondamentale e ispiratore del mio Quintetto, un’espressione di questo passato mitico, al confine con l’inesistente (la terra impareggiabile), ulteriormente suggerito dal titolo di Siciliana che, per quanto molto probabilmente da un punto di vista storico la forma così chiamata abbia poco a che fare con la Sicilia, tuttavia è innegabile che possa esercitare una profonda suggestione da un punto di vista simbolico e analogico.

Il Quintetto procede quindi così, fra suggestioni, citazioni, intrecci, su uno sfondo estremamente indefinito e malinconico, guardando con gli occhi del presente a un passato fatto di nostalgia per quanto non detto o mai esistito, un passato che comunque non ha una collocazione storica ma potrebbe essere anche prossimo o personale, fino a un ultimo interrogativo sospeso, un qualcosa che comunque sfugge, inafferrabile.

Il Quintetto per archi e chitarra è stato eseguito in pubblico per la prima volta al Castello Ursino di Catania il 29 dicembre 2016, nel corso del concerto intitolato “Scritture e riscritture sonore”, dal dedicatario Davide Sciacca alla chitarra, Rosa Alba Nicolosi e Marianatalia Ruscica rispettivamente primo e secondo violino, Rosaria Milici alla viola e Stefania Puccia violoncello.

Andrea Amici e l'Orchestra MusiDOC

Notturno

La prima esecuzione di “Notturno”

Notturno è stato composto nel mese di maggio 2013 per la seconda edizione di MusiDOC, il concerto/rassegna dei docenti di strumento musicale delle scuole secondarie di primo grado di Catania, che si è svolto nella Corte del Castello Ursino della città etnea il 6 giugno 2013. Nella versione presentata è scritto per due flauti, due clarinetti, due corni, vibrafono, percussioni, chitarra, due pianoforti, due violini, due violoncelli e contrabbasso, per un totale di sedici musicisti.

Gli interpreti della prima esecuzione, diretti dall’autore, sono stati: Domenico Testaì e Silvana Sorbello (flauti), Gaetano Cristofaro e Alfredo Spoto (clarinetti), Simone Primerano e Alessandro Sanfilippo (corni), Rosario Gioeni (vibrafono), Simone Bruno (percussioni), Massimo Genovese (chitarra), Annalisa Mangano e Vincenzo Contino (pianoforti), Alexandra Dimitrova e Vincenzo Adorna (violini), Raffaella Suriano e Laura Di Lorenzo (violoncelli), Patrizia Privitera (contrabbasso).

Il brano è una meditazione sul tema della notte; il materiale tematico è volutamente ridotto al minimo, per spostare la concentrazione sull’elemento ipnotico e magico di alcuni frammenti motivici e armonici che si rincorrono e si susseguono nella lenta scansione del tempo in maniera irregolare, quasi come ombre di volta in volta misteriose, silenziose o accese nella notte.

Alla base della composizione sono alcune strutture accordali, degli intervalli caratteristici e alcune sequenze orizzontali, tutti basati sulla preponderanza della seconda e della settima maggiori, che attraversano in vario modo le sei brevi sezioni che si susseguono.

La struttura accordale principale e fondamentale (es.1) è caratterizzata dalla presenza contemporanea di intervalli di seconda, terza, quarta e quinta, tutti gli intervalli che si susseguiranno in senso sia orizzontale che verticale durante tutto il brano. Viene esposta nella prima misura, assieme a un “gesto” caratteristico, due terze minori che si susseguono a distanza di un intervallo di seconda maggiore (es. 2).

Es.1: La struttura accordale principale

Esempio 2

Tutta la prima sezione è caratterizzata da un’atmosfera di forte staticità, creata principalmente dall’immobilità delle lunghe note degli archi; brevissimi frammenti motivici attraversano, creando una linea continua, i vari timbri orchestrali (es.3).

Esempio 3

Esempio 4

Nel corso della prima sezione si presentano quindi le strutture principali dal punto di vista armonico e melodico, con l’aggiunta di nuovi elementi fondamentalmente sempre basati su un principio di arricchimento dei precedenti ed esposti con procedimenti imitativi (esempio 4).

L’unico elemento tematico più lungo è quello che si presenta alla fine della prima sezione e che ritornerà ciclicamente, ogni volta con qualche sottile variazione, come cesura degli episodi, fino a diventare preponderante verso la conclusione (esempio 5).

Esempio 5

 

La seconda sezione si basa su una cellula motivica, proveniente dai primi frammenti tematici della sezione precedente; questo elemento ciclicamente si espande su più linee, spostandosi in contrasto con il metro principale creato dall’andamento in sedicesimi della chitarra, creando un contrappunto stratiforme sempre più fitto (esempio 6).

Esempio 6

La sezione successiva contrasta per un carattere maggiormente melodico. Anche in questa parte frammenti uditi nella prima sezione si mescolano per creare un nuovo pannello; il contrappunto è più tradizionale, proponendo un’idea non di stratificazione ma di movimento. L’elemento fondamentale è tratto dalla prima sezione, la cellula motivica che nell’esempio 1 è indicata nel box tratteggiato, e l’intera sezione si chiude con un primo climax basato sull’elemento dell’esempio 2, che ritornerà, come uno scampanio notturno alla fine del brano.

Esempio 7

Segue una parte dal carattere sognante, su un disegno ripetuto dei violini (esempio 7); ritorna l’elemento già ascoltato nell’esempio 3, che viene scomposto ritmicamente e affidato al contrabbasso, mentre il pianoforte,  i corni e il clarinetto creano degli strati sonori in crescendo fino all’apparizione, questa volta in “forte” dell’elemento dell’esempio 5, che dà l’avvio a una sezione più melodica che coinvolge tutti gli strumenti (esempio 8).

Esempio 8

Al culmine del crescendo, l’atmosfera si dirada, per dare spazio a una breve coda che riassume vari elementi precedenti per chiudere sulla riproposizione dell’elemento in terze dell’esempio 2.

 

Andrea Amici, Salmo 8 per coro e pianoforte

Salmo 8 per coro e pianoforte

 

La Chiesa Luterana di Napoli

La Chiesa Luterana di Napoli

Il Salmo 8 per coro e pianoforte (“O Signore, signore nostro quanto è magnifico il tuo nome su tutta la terra“) è stato presentato in prima esecuzione assoluta alla Chiesa Luterana di Napoli il 23 aprile 2013, al concerto delle composizioni finaliste della XIII edizione del concorso di composizione “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri”.

Il testo è uno dei salmi preferiti dal compositore, che da tanto tempo aveva meditato di metterne in musica la versione latina o italiana cattolica; la nuova partecipazione al premio di composizione napoletano ha fatto ricadere la scelta sulla traduzione italiana della Bibbia luterana.

Assieme al Salmo 116 e al Salmo 28 questo brano, sia per il carattere complessivo, sia anche attraverso la fugace citazione dei temi iniziali degli altri due pezzi,  chiude idealmente un trittico di Tre Salmi Luterani scritti nell’arco di quattro anni per la partecipazione a tre diverse edizioni (IX, XII e XIII) della pregevole iniziativa della Chiesa Luterana di Napoli di incrementare il repertorio corale contemporaneo.

Il Salmo 8 mantiene le medesime caratteristiche dei due precedenti: la fitta trama contrappuntistica che intreccia le voci fra di loro e il pianoforte – che partecipa non come elemento di accompagnamento o di sfondo – l’armonia densa, il frequente cambio di testura corale, gli stretti procedimenti imitativi, il discorso logico del testo che si frammenta attraverso le varie voci.

Formalmente il brano riprende l’andamento del mottetto rinascimentale, con una suddivisione in episodi che si saldano fra di loro senza soluzione di continuità o attraverso cesure, seguendo la struttura formale del testo.

Gli episodi presentano alternativamente (o anche al loro interno) delle testure corali contrappuntistiche o accordali, disposizioni a coppie o divisioni delle voci. L’andamento melodico è modellato sempre sulla prosodia del testo, mentre la scansione ritmica è irregolare, in quanto l’idea fondamentale è quella di mantenere un tactus che mantenga sempre uno stretto rapporto con il profilo della parola, anche andando fuori dallo schema tradizionale della suddivisione.

La prima esecuzione assoluta “Salmo 8 per coro e pianoforte“ è stata curata dall’ensemble corale formato da Rosaria La Volpe e Francesca Zurzolo (soprani), Tiziana Fabbricatti e Alessandra Lanzetta (contralti), Guido Ferretti e Roberto Franco (tenori), Andrea Campese e Sergio Petrarca (bassi), provenienti da prestigiose realtà cittadine napoletane, diretti dal maestro Carlo Forni e accompagnati al pianoforte dal giovane spagnolo José Manuel Núñez.

 

L'Eterno è la mia forza incipit

L’Eterno è la mia forza, per coro e pianoforte

 

Composto nei mesi di settembre e ottobre del 2011 e dedicato alla memoria del padre dell’autore, L’Eterno è la mia forza” per coro e pianoforte è stato eseguito per la prima volta a Napoli il 18 aprile 2012 al concerto dei brani finalisti della XII Edizione del Concorso di Composizione “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri e, al termine del concerto, il brano si è aggiudicato il primo premio (“Premio della Giuria”) .

Il testo messo in musica è una parte del Salmo 27/28, nella traduzione della Bibbia luterana:

 

La partitura del brano – Fai clic sull’immagine per acquistare

L’Eterno è la mia forza e il mio scudo
in lui si è confidato il mio cuore,
e sono stato soccorso,
perciò il mio cuore festeggia,
ed io lo celebrerò col mio cantico.
L’Eterno è la forza del suo popolo,
egli è un baluardo di salvezza per il suo unto.
Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità,
e pascili e sostienili in perpetuo.
Il Signore mi dà forza e mi protegge
in lui ho fiducia, da lui ricevo aiuto
il mio cuore esulta di gioia
e col mio canto lo ringrazio.
Il Signore protegge il suo popolo,
difende e salva il re che si è scelto.
Salva il tuo popolo, Signore,
benedici quelli che ti appartengono,
e come un pastore guidali sempre.

 

Come in tutti i brani corali di Andrea Amici, l’aderenza alle esigenze del testo è fondamentale: la forma musicale si modella sugli elementi sintattici e sul senso delle frasi, dividendosi in sezioni fra di loro saldamente collegate da continui richiami melodici e armonici, mentre il ritmo musicale è sempre adattato alla prosodia e alla metrica delle parole.

Dal punto di vista musicale sin dal principio del brano si ritrova una caratterizzazione del materiale melodico in senso circolare, allegoria dell’Eterno, nonché una forte verticalizzazione dell’armonia al pianoforte con ampi accordi che poggiano sulla profondità del registro grave.

Il prof. Daniele Spini premia Andrea Amici

Un altro elemento portante, che pervade moltissimi episodi, è un uso intensivo della polifonia e dell’indipendenza delle singole voci; non è raro infatti incontrare una scrittura canonica fra le varie parti reali, come anche una polifonia che aggrega in procedimenti imitativi a due a due le singole voci.

Particolarmente intenso è l’impiego dinamico ed espressivo del coro, con un continuo cambiamento delle testure, formazioni accordali che arrivano fino a otto voci, e il pianoforte che sostiene le voci, completa l’armonia e spesso partecipa delle trame contrappuntistiche.

A partire dalla misura 75, in corrispondenza delle parole “Il Signore protegge il suo popolo“, inizia un crescendo continuo, dinamico armonico e melodico, che, proprio nel punto di massima forza, fa rimanere improvvisamente sospesa l’atmosfera musicale, per una chiusura più sfumata sulle parole “sempre… sempre“, memore di una più celebre conclusione verso il silenzio sulle uguali parole tedesche “ewig… ewig…

La registrazione presente su questa pagina è quella della prima esecuzione assoluta, al concerto delle composizioni finaliste del concorso “Musica e Cultura a Piazza dei Martiri”, con i componenti del Gruppo Vocale della Chiesa Luterana di Napoli, diretto dal maestro Carlo Forni e accompagnato al pianoforte da Vincenzo Caiazzo, costituito da Francesca Zurzolo e Rosalia La Volpe (soprani), Tiziana Fabbricatti e Vincenza Cardone (contralti), Andrea Campese e Roberto Franco (tenori), Angelo Florio e Sergio Petrarca (bassi).

Per acquistare una copia della partitura, collegati alla pagina: http://www.lulu.com/shop/andrea-amici/leterno-è-la-mia-forza-per-coro-e-pianoforte/paperback/product-20295829.html

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