Andrea Amici

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Buon compleanno Arvo Pärt

Il compositore Arvo Pärt, che oggi compie ottantacinque anni, è una delle voci più significative della musica contemporanea.
Nato a Paide, in Estonia, l’11 settembre 1935, si è imposto sulla scena internazionale quando, dopo gli esordi nel solco della dodecafonia e le prime significative prese di distanza da essa, intorno agli anni Settanta emerse da un lungo “silenzio” creativo con uno stile personale del tutto nuovo, che sarebbe stato la sua originale cifra espressiva, carica anche di sviluppi futuri.

Arvo Pärt
(Photo Priit Grepp – Arvo Pärt Centre)

Dopo due sinfonie e altre importanti opere quali “Credo“, “Collage über B-A-C-H”, “Solfeggio“, “Perpetuum mobile” (tutte comunque ancora saldamente in repertorio e presenti in discografia), Arvo Pärt si convinse di aver imboccato una strada senza sbocchi, un binario morto; ecco quindi farsi avanti la necessità di non scrivere più, immergendosi nella lettura della musica antica, in particolare il canto gregoriano contenuto in un Liber usualis trovato in una chiesetta di Tallin, alla ricerca della conduzione di una “linea primitiva”, essenziale, «portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine», secondo le parole del compositore stesso, raccolte da Enzo Restagno nel libro Arvo Pärt allo specchio (Il Saggiatore, 2004). In questa ricerca diviene fondamentale il contatto con i testi sacri, in particolare i Salmi biblici, letti, uno alla volta, prima di compiere una sorta di esercizio di scrittura di una singola linea, giungendo così a riempire pagine e pagine di monodie, liberamente, alla ricerca di quella sorgente primaria antecedente al tecnicismo della composizione.

Da questo percorso a ritroso, con la progressiva aggiunta di una seconda voce e via via di una densità sempre maggiore pur nel primato della linea principale, nasce lo stile tintinnabuli, spesso associato all’idea di un minimalismo sacro, da cui prenderà il volo la produzione matura di Arvo Pärt, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei compositori contemporanei più amati ed eseguiti, capace, con una musica che nasce praticamente dal silenzio, apparentemente semplice, volutamente scarna, di parlare alla profondità dell’uomo, impegnandolo in un salto oltre il rumore della contemporaneità, alla scoperta di quel silenzio originario – che non è vuoto, ma mistica e concreta presenza – da cui prende voce prima un singolo suono, quindi, in maniera ordinata, il resto.

Descrivere brevemente le caratteristiche dello stile tintinnabuli è impresa alquanto ardua, perché nella sua apparente semplicità nasconde tutta una serie di profonde riflessioni tecniche sulle risonanze delle voci (tintinnabulum è, in latino, la campana e proprio alle sue capacità risonatorie si riferisce la definizione del compositore), sull’organizzazione di micro-modi basati sulle scale (prevalentemente minori, ma non solo), sulla rispondenza tra la metrica del testo (presente o solo immaginato) e la struttura ritmica, sulle possibilità combinatorie del contrappunto.

Riducendo però l’ansi l’analisi ai soli elementi costitutivi, la tecnica del compositore si può riassumere in una modalità di organizzazione dello spazio sonoro centrato su una monodia-perno, che ha al suo interno degli elementi costitutivi di strutture verticali che vengono realizzate per aggiunta, secondo criteri ben organizzati, di nuove voci poste a precise distanze intervallari e tratte principalmente da ridotte costruzioni triadiche.

Osservando l’inizio del Kyrie della Berliner Messe si può avere un primo esempio della complessità e insieme efficacia della scrittura di Arvo Pärt.

Berliner Messe - Schema

Lo schema qui sopra riproduce l’ossatura orizzontale e verticale delle prime misure del brano. La base è una semplice scala di sol minore naturale, suddivisa in segmenti che partono dal suono base (sol) o su di esso si concludono; il numero di gradi congiunti che compongono ogni segmento dipende dal numero di sillabe della parola musicata. Considerando che alla sillaba tonica vengono assegnate due altezze, alla parola Kyrie corrispondono quindi quattro note, alla parola eleison cinque. Anche il ritmo è trattato secondo uno schema fisso, legato alla parola: la sillaba tonica ha una durata di una semiminima più una minima puntata (4/4 in totale), le altre sillabe di una semiminima, tranne quella conclusiva che si prolunga di un ottavo. Si crea così una linea principale che nell’esempio è scritta in nero e, per praticità, in note tonde senza ritmo.

Da un punto di vista verticale, dopo la prima enunciazione monodica sulla parola Kyrie, il compositore prende la triade minore del primo grado della scala (sol-si bemolle-re) e ne utilizza le note in un contrappunto 1:1; dapprima aggiunge una sola linea (indicata in rosso), scegliendo dall’accordo di sol minore alternativamente la nota più prossima alla linea principale nel grave e nell’acuto: al re si contrappone il si bemolle inferiore (indicato nell’esempio con -1, perché è il suono immediatamente sotto il re nell’accordo di sol minore), al do il re superiore (+1 perché la nota dell’accordo di sol minore immediatamente sopra il do), al si bemolle il sol (di nuovo -1) e così via. Si crea così anche un’alternanza fra intervalli diversi, contenenti diversi gradi di tensione; non si parla di dissonanze e consonanze, termini inadeguati in questo contesto, ma appunto di tensioni, qualità, risonanze diverse, che riescono a creare la tipica atmosfera del compositore estone.

Proseguendo, nella frase successiva alla seconda linea se ne aggiunge una terza, anch’essa con lo stesso procedimento, utilizzando esclusivamente le note dell’accordo di sol minore. Stavolta la seconda linea ha un rapporto di +1 con la linea principale, mentre la terza -1: in sostanza le due voci aggiunte procedono fra di loro per moto contrario.

Ancora, nell’ultima frase presa in esame, il procedimento si arricchisce di una quarta linea (indicata in blu) che si muove stavolta parallelamente alla linea principale, alla distanza di sesta; le due linee aggiunte proseguono, con rapporto alternato +1 -1, la prima nei confronti della linea fondamentale, la seconda della quarta linea a essa parallela.

Come si vede, pur in questo primo esempio, l’apparente quasi disarmante “nudità” ed essenzialità della musica di Arvo Pärt nasconde una notevole complessità di scrittura, non fine a se stessa, ma strettamente ancorata alle radici di quel “silenzio” di cui si parlava precedentemente, una struttura che comunque l’orecchio riesce a percepire come solida organizzazione.

Arvo Pärt
(Photo Birgit Püve – Arvo Pärt Centre)

Naturalmente nel corso degli anni lo stile tintinnabuli, di cui ho presentato qualche aspetto fondamentale ma che in realtà ha una ben maggiore complessità e ricchezza, ha visto una continua evoluzione, nella direzione di un notevole arricchimento del materiale armonico utilizzato e della cromatizzazione delle varie linee, e anche della complessa disposizione formale delle varie costellazioni sonore all’interno del singolo brano.

Esempi della piena maturità espressiva di Arvo Pärt e – a mio avviso – della sua migliore produzione sono contenuti in tre più recenti album editi dalla ECM, etichetta alla quale il compositore estone deve anche in parte la sua eccezionale diffusione, grazie al duraturo sodalizio con il produttore discografico Manfred Eicher che della ECM è stato il fondatore.

Arvo Part - In Principio - Lamentate - Symphony n.4

Lamentate, del 2005, contiene un lavoro per pianoforte e orchestra (che dà il titolo all’album), in dieci parti, con lo strumento solista trattato come una persona, la prima persona di una narrazione, a confronto con i grandi temi della morte e della sofferenza, espressi in una forma che si rifà alle sculture di grandi dimensioni dell’artista britannico Anish Kapoor, cui il brano è dedicato, sculture che, a detta del compositore, infrangono i concetti di spazio e tempo. In questa incisione il pianoforte è affidato a Alexei Lubimov e Andrey Boreyko dirige la SWR Stuttgart Radio Symphony Orchestra. Apre l’album uno splendido esempio della musica vocale di Arvo Pärt, Da pacem, interpretato dall’Hilliard Ensemble.

In Principio accosta tre grandissimi capolavori che esprimono tutta la profondità del pensiero e dell’arte del compositore estone: il brano in cinque parti che dà il titolo all’intero album, per coro e orchestra, sul Prologo del Vangelo di Giovanni, La Sindone, per orchestra, commissionato da Enzo Restagno per il festival Settembre Musica di Torine nel 2006, vetta assoluta della scrittura di Arvo Pärt, e Cecilia Vergine Romana, sempre per coro e orchestra, scritta per il Giubileo del 2000, assieme ad altri brani che sono riproposizioni di pezzi scritti precedentemente per altri organici, caratteristica questa molto diffusa nell’esperienza creativa di Arvo Pärt che più volte ha continuato a ritornare sui suoi passi, rielaborando i propri lavori per nuove situazioni strumentali. In questo album spicca la figura del direttore d’orchestra Tōnu Kaljuste, prezioso interprete specialista del compositore estone, attorniato dalla perfezione esecutiva dei complessi dell’Estonian Philharmonic Chamber Choir, dell’Estonian National Symphony Orchestra e della Tallinn Chamber Orchestra.

Infine la Sinfonia n.4 “Los Angeles”, commissionata dalla Los Angeles Philharmonic, con un più o meno esplicito riferimento a una preghiera all’angelo custode presente in un antico canone della chiesa slava cui il compositore si stava dedicando al tempo della commissione del lavoro con la composizione del Kanon Pokajanen, brano che chiude fra l’altro l’album, diretto da Tõnu Kaljuste. La sinfonia segna il ritorno, dopo trentasette anni, a un lavoro per orchestra di più larghe dimensioni, in cui i procedimenti compositivi di Arvo Pärt si dipanano in più complesse strutture, in un percorso sonoro di grande bellezza e suggestione. La Sinfonia è diretta da Esa-Pekka Salonen, alla guida della Los Angeles Philharmonic; proprio Salonen fu il direttore della prima assoluta alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, performance storica, presente, oltre che in questo, anche in un album della Deutsche Grammophon.


Non sono tante le nuove composizioni di Arvo Pärt, che fra l’altro dedica, come accennavo prima, molto tempo anche alla revisione dei suoi lavori precedenti e alla loro trasformazione in nuove versioni per organici strumentali diversi. Fra le sue ultime creazioni spicca sicuramente Silhouette scritta nel 2010 come omaggio a Gustave Eiffel; è possibile vederne e ascoltarne la pregevole prima esecuzione assoluta con l’Orchestre de Paris diretta da Paavo Järvi, sul canale YouTube del direttore d’orchestra.

L’ultimo in ordine di composizione, al momento, è un brano per coro dal titolo And I heard a voice.

Per chi volesse invece in breve attraversare l’intero percorso musicale di questa singolare voce della musica contemporanea, si segnala la bella antologia della ECM dal titolo Musica Selecta.

Non resta che augurare quindi lunga vita a questo compositore che è riuscito ad affermare la propria musica caratterizzata da una profondità fuori dal comune, un artista capace di imporre il silenzio, la riflessione e la sua stessa religiosità in mezzo alla frenesia, al rumore e al consumismo del mondo contemporaneo, a rimanere se stesso nonostante l’enorme successo mondiale abbia reso i suoi lavori fra i più eseguiti e incisi al mondo.

Airlines

Anticipato, come di consueto, dalla disponibilità, durante i mesi scorsi, di alcune tracce in anteprima, esce per la Warner Classics Airlines, un pregevole album che vede la collaborazione fra Alexandre Desplat, rinomato autore di colonne sonore fra le quali (per citarne solo due, ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura) La forma dell’acqua e Grand Hotel Budapest, entrambe premio Oscar rispettivamente nel 2014 e nel 2018, ed Emmanuel Pahud, flautista di primissimo ordine, acclamato solista, già primo flauto dei Berliner Philharmoniker.

L’album è dedicato interamente a musiche di Desplat, brani originali da concerto o adattamenti di colonne sonore, in versione per flauto e orchestra, con l’Orchestre National de France, diretta dallo stesso autore.

La copertina dell’album
La copertina dell’album

Quello con il flauto è naturalmente per Desplat un rapporto privilegiato: il compositore francese infatti, dopo aver iniziato lo studio del pianoforte e della tromba, si è dedicato proprio al flauto come suo strumento principale.

L’ascolto dell’album non poteva che aprirsi con una serie di tre brani da La forma dell’acqua (The Shape of Water), con cui si entra subito nel raffinato modo strumentale di Desplat: attorniati ora da rarefatti accompagnamenti dell’orchestra, ora da interventi più appassionati e coinvolgenti, si intrecciano quasi visivamente i due elementi protagonisti, il flauto, che sostituisce l’originale fischio prodotto dal compositore stesso nella registrazione della colonna sonora, e il bandoneon.

Segue Pelléas et Mélisande, sottotitolato dall’autore “Sinfonia Concertante per Flauto e Orchestra”, ispirata all’omonimo poema di Maurice Mæterlinck, brano in tre movimenti commissionato dall’Orchestre National des Pays de la Loire nel 2013.

In un’intervista del 15 maggio 2013 rilasciata a Eric Denut, per l’UMP Classical, Desplat descrive il percorso compositivo che lo ha condotto alla creazione di questo lavoro, la necessaria evoluzione nel linguaggio musicale dovuta alla totale differenza insita nella destinazione della musica da concerto rispetto a quella da film. L’autore infatti parla di differenze di spazio sonoro, di dinamica, ma anche – comprensibilmente – di modalità di conduzione del discorso musicale, più libero rispetto al legame all’immagine, ma con un’evidente necessità di un ancoraggio concreto a un elemento extra musicale (in questo caso il poema di Maeterlinck) che dia una tessitura sotterranea alla forma, pur in un maggiore e differente spazio di libertà.

I tre movimenti quindi hanno dei precisi riferimenti a idee e luoghi narrativi del poema, che – lo ricordiamo – è stato un punto di riferimento dell’estetica simbolista, talmente importante da divenire il libretto dell’omonima opera, capolavoro di Claude Debussy, continuando a ispirare con la sua carica enigmatica tanti altri compositori fra cui ad esempio Arnold Schönberg.

La caccia di Goulaud è la protagonista del primo movimento, quasi con un punto di vista dall’alto, come dice Desplat, una caccia che punta alla “reificazione” della donna, alla sua riconduzione allo stato di “cosa”. Dall’idea di violenza e brutalità di Goulaud nel primo movimento alla luce del secondo, al senso ritmico del terzo, il discorso musicale si articola con grande finezza soprattutto per quanto concerne il tessuto timbrico, caratteristica tipica del compositore francese, nella grande tradizione fra l’altro del suo Paese, e dà ampio spazio al virtuosismo del flauto, strumento che all’epoca della composizione fu, secondo le parole dell’autore, una scelta quasi obbligata: il “suo” strumento, che gli avrebbe permesso di scrivere per un vero protagonista.

Seguono, quindi, alcuni arrangiamenti per flauto e orchestra di altri brani tratti dalle colonne sonore di Desplat: Lust, Caution, dal film di Ang Lee, Girl with a Pearl Earring, del 2003, di Peter Webber, Birth, del 2004, per la regia di Jonathan Glazer; prima del brano conclusivo, il tema di Grand Hotel Budapest, con i suoi espliciti riferimenti all’universo di Nino Rota, autore al quale Desplat dice di essere particolarmente legato, l’album ospita la title track, Airlines, brano per solo flauto, già eseguito in prima assoluta il 6 dicembre 2018 proprio da Emmanuel Pahud alla Maison de la Radio di Parigi. L’attenzione del compositore è questa volta interamente dedicata allo strumento, all’indagine delle sue peculiarità, delle tecniche di emissione, dimostrazione non solo di pieno possesso della scrittura per il flauto, ma anche della capacità di mettere comunque a frutto di un immaginario più o meno astratto (in questo caso l’idea stessa dell’aria) la sapienza compositiva.

Dotato di abilità tecnica, gusto per il timbro, capacità di coniugare esigenze espressive, musicali e concettuali, e anche di inserirsi in maniera feconda nel lungo tragitto della storia della musica, con questo nuovo esempio discografico Desplat si conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – come uno dei compositori di punta del panorama contemporaneo, non solo per quanto concerne la musica da film.

Davide Sciacca on-air su London One Radio

Gli studi di London One Radio, the official Italian radio in London, hanno accolto oggi, 24 gennaio 2020, Davide Sciacca, ospite del programma Mind the Gap, per un’intervista a trecentosessanta gradi sulla sua attività musicale e i suoi progetti, con particolare attenzione anche al suo prossimo concerto del 26 gennaio al Founding Museum di Londra.

Davide è un musicista di talento, ottimo chitarrista, ricercatore presso il Royal Northern College of Music di Manchester, operoso organizzatore musicale tanto da meritarsi la nomina a coordinatore delle attività musicali del Consolato Onorario Italiano a Liverpool, nonché caro amico con il quale ho instaurato una proficua collaborazione che dura ormai da parecchi anni e ha avuto un impatto abbastanza netto sul catalogo delle mie composizioni, arricchitosi di un buon numero di brani che in vario modo comprendono la chitarra.

L’intervista è stata occasione per passare in rassegna alcuni dei progetti discografici già editi o tuttora in cantiere, che vedono tutti la mia presenza assieme ad altri compositori prevalentemente siciliani ma non solo, fra i quali il CD El Tango, nella formazione del duo Opus Ludere, assieme al flautista Domenico Testaì, con il mio brano che fa da title track, ispirato all’omonima poesia di Borges, e il Counter Irish Project, con il controtenore Riccardo Angelo Strano.

Myung-Whun Chung, il sacerdote e il santo

Compie sessantasette anni il direttore d’orchestra sud coreano Myung-Whun Chung, ormai uno dei più autorevoli protagonisti del podio a livello mondiale, che ha al suo attivo un’intensa attività non solo nel repertorio tradizionale ma anche nella musica contemporanea.

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Ho imparato ad apprezzare il rigore e la profondità di questo artista anni fa, grazie a una bella incisione della Sinfonia Turangalîla di Olivier Messiaen, capolavoro di grande complessità, nella scrittura musicale ma soprattutto anche nella profondità dei significati metalinguistici presenti. Un’incisione che si può considerare di riferimento per la qualità e anche per una “investitura” conferita dalla presenza del compositore stesso al processo di registrazione.

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Messiaen Chung Turangalila

Il direttore d’orchestra riesce a padroneggiare in maniera sicura gli sterminati e vertiginosi paesaggi di Messiaen, fra imponenti sculture di poderosi ottoni, canti di uccelli, profonde e lunghe frasi costellate di “personaggi ritmici” che si diramano come una melodia infinita, il canto che vuole racchiudere in sé l’amore che pervade l’intero universo.

Ci riesce senza eccedere negli effetti, con una concertazione efficace e una sicurezza che fra l’altro pervade dal gesto preciso e privo di orpelli ma chiaro nella sua intrinseca musicalità.

Myun-Whun Chung è direttore di grande professionalità, poco appariscente e spettacolare ma musicalmente ineccepibile, legato a una concezione anti divistica del proprio ruolo, fondata invece sulla scrupolosa preparazione della partitura prima da solo e poi con l’orchestra, con l’obiettivo di riuscire alla fine a far fluire la musica, quasi facendo scomparire la figura della guida (che però poi in realtà è sempre ben presente e salda), atteggiamento mutuato sicuramente anche dalla presenza nella sua carriera di Carlo Maria Giulini, del quale fu assistente, definito in un’intervista al Corriere di qualche anno fa “un asceta del podio”, “sacerdote” della musica.

Nella medesima intervista, ma anche altrove, proseguendo in questa metafora sacrale della musica, Chung si riferisce pure a Messiaen, definito, per purezza e umiltà, il santo, testimoniando così non solo una smisurata stima ma anche una profonda compenetrazione in un universo di pensiero e di spiritualità sicuramente fuori dal comune e quasi senza precedenti nella storia della musica.

Ed effettivamente quando si parla di Messiaen, Chung ne diviene a buon diritto uno dei più esperti interpreti che fra l’altro ha al suo attivo un gran numero di incisioni, per il marchio Deutsche Grammophon, di opere del grande compositore francese, fra le quali non si può non ricordare l’album contenente il Concert à quatre, dedicato nel 1994 da Messiaen proprio a Chung che ne ha curato la première.

Messiaen Concert a quatre Chung

Ancora Eclairs Sur L’Au-Dela, con l’Orchestre de l’Opera Bastille; con la medesima orchestra L’Ascension, abbinata alla Sinfonia n. 3 di Saint-Saëns, l’altra bellissima raccolta con Trois Petites Liturgies de la présence divine, Couleurs de la Cité Céleste e Hymne au Saint-Sacrement con l’Orchestre Philharmonique de Radio France; Des Canyons Aux Étoiles, altro imponente e difficilissimo affresco sinfonico, La Transfiguration de Notre-Seigneus Jésus-Christ, senza naturalmente dimenticare il Quatuor Pour La Fin Du Temps nel quale Chung è in veste di pianista.

Myun-Whun Chung Messiaen Album

Un’interessante e bella discografia, questa dedicata a Messiaen da Myun-Whun Chung, per accostarsi a un pilastro della musica del XX secolo e non solo, attraverso un’interpretazione profonda, accurata e autentica di un direttore, o “anti-direttore”, secondo la sua auto definizione, di grande pregio.

Al via le Domeniche in Musica e la Stagione del Pietro Vinci

Primo appuntamento ieri, domenica 20 gennaio 2020, per due stagioni concertistiche che si preannunciano ricche di importanti e significativi eventi per il pubblico siciliano: le Domeniche in Musica edizione 2020, presso la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania, dove si è esibito il basso Dario Russo, accompagnato al pianoforte da Giulia Russo, in un programma interamente dedicato al repertorio liederistico internazionale, e la Stagione Concertistica dell’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone(che quest’anno festeggia il ventennale dalla sua costituzione), con il primo recital del pianista Alberto Ferro all’Auditorium Steve Martland, con un omaggio a Chopin, fra poesia, vitalità, dramma e malinconia. 

Le due stagioni vedono il coordinamento artistico del M° Davide Sciacca, chitarrista, ricercatore e organizzatore musicale, e condividono alcuni eventi che verranno proposti sia a Catania che a Caltagirone. 

Locandina Stagione Concertistica 2020 - Istituto Musicale Pietro Vinci Caltagirone

Dopo i primi appuntamenti di ieri, si prosegue al Pietro Vinci di Caltagirone, sabato 22 febbraio con il tenore Riccardo Palazzo accompagnato dalla pianista Graziella Concas, con un programma dedicato alla musica russa di Čajkovskij e Rimskij-Korsakov, mentre il giorno successivo, 23 febbraio, alla Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania si esibiranno Andrea Maria Virzì e Federica Reale, flauto e pianoforte, con musiche del periodo romantico. 

Nel mese di marzo, sabato 21 e domenica 22, rispettivamente a Caltagirone e a Catania, sarà di scena il M° Carlo Ambrosio, nome di assoluto spicco ed eccellenza del panorama chitarristico internazionale.

Carlo Ambrosio
Carlo Ambrosio

Sabato 23 e domenica 24 maggio, sempre prima a Caltagirone e poi a Catania, il duo di chitarre Le Permute, formato da Davide Sciacca e Vittorio Verdi, presenterà il work in progress Loving The Beatles, con arrangiamenti di musiche del famosissimo e amato quartetto di Liverpool, espressamente realizzati per due chitarre da me stesso, Andrea Amici, e da Joe Schittino, Andrea Schiavo e Giuseppe Torrisi.

Le Permute
Le Permute (Vittorio Verdi & Davide Sciacca)

Dopo la pausa estiva, si riprende a ottobre con due appuntamenti, il 24 e il 25, che mi vedono coinvolto in prima persona con il mio progetto musicale del Lydian Ensemble, da me diretto, con un programma dal titolo “Orizzonti della musica contemporanea” con musiche mie e del Mº Joe Schittino.

Andrea Amici e il Lydian Ensemble

Chiudono le due rassegne i concerti del duo Emanuele AnzaloneMario Romeo (clarinetto e fisarmonica) il 21 novembre a Caltagirone e il 22 a Catania.

Duo Anzalone – Romeo

Le due stagioni concertistiche sono il frutto dell’intensa collaborazione e sinergia fra numerosi attori che a vario livello e ognuno con la propria specificità intervengono nella creazione di eventi di alto livello e fondamentali per la crescita culturale e sociale della Sicilia, con uno sguardo verso i più ampi orizzonti internazionali.

In particolare non si possono innanzitutto non citare le due importanti istituzioni organizzatrici e ospiti degli eventi, l’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone, con il suo delegato alla direzione, il M° Joe Schittino, compositore di fama internazionale, che si conferma lungimirante guida di questo importante polo didattico e culturale della città, sul quale l’amministrazione comunale del sindaco, l’avv. Gino Ioppolo, ha particolarmente investito, e la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania, che con il M° P. Salvatore Resca ormai da anni rappresenta un punto di riferimento fondamentale a Catania nella divulgazione della musica, non solo con le rassegne concertistiche ma anche con la bella realtà del Coro Imago Vocis, una creatura del M° Resca che lo ha fondato e da anni lo dirige, diventando fra l’altro anche fucina di nuovi talenti.

Fondamentale, naturalmente, la strategica e infaticabile direzione artistica del M° Davide Sciacca, chitarrista, nonché ricercatore al Royal Northern College of Music di Manchester e appassionato organizzatore, divulgatore ed “esportatore” della cultura e della specificità siciliana nel mondo.

Ancora, fra gli altri collaboratori delle rassegne, si annoverano il Centro Culturale e Teatrale Magma di Catania, diretto dal dott. Salvo Nicotra, un’istituzione presente nel territorio dal 1981 che ha al suo attivo un’intensa attività concertistica, di studio e ricerca e che nella sua ormai storica sala di Via Adua a Catania ha ospitato negli anni artisti internazionali, cicli di studi, masterclass, conferenze e spettacoli teatrali; il Consolato italiano di Liverpool, di cui lo stesso Davide Sciacca è responsabile degli eventi culturali, che ha intrapreso in particolare con l’Istituto Pietro Vinci di Caltagirone una stretta collaborazione a partire dallo Steve Martland Memorial, l’evento che è culminato nell’intitolazione dell’Auditorium del Vinci al compositore di Liverpool, evento al quale ha preso parte anche il Console dott. Marco Boldini; il fotografo Ivana Verdi, abile e discreta presenza che si aggira con i suoi obiettivi a caccia di memorabili immagini degli eventi, e infine il sottoscritto, Andrea Amici, compositore, direttore d’orchestra e docente, che partecipa – come già detto – quest’anno attivamente a due eventi concertistici oltre che con il suo portale Musica & Multimedia (sulle cui pagine state navigando) e la realizzazione delle presentazioni dei concerti, come già in passato, nell’edizione 2019 delle Domeniche in Musica.

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti alla pagina Facebook dell’Istituto Musicale Pietro Vinci di Caltagirone, sul sito web del Coro Imago Vocis, oltre che qui su Musica & Multimedia, di cui ricordiamo sempre di seguire la pagina ufficiale Facebook.

TIMP 2019

Nell’ambito dell’edizione 2019 del TIMP (Technology in Musical Performance Symposium), una manifestazione del Royal Birmigham Conservatoire, il 3 dicembre 2019 Davide Sciacca ha eseguito “l’immagine più debole di un suono” di Andrea Amici, all’interno della sua conferenza intitolata “Contemporary Recital – Sicilian Landscape“.

“…l’immagine più debole di un suono…” è un brano per chitarra ed elettronica, ispirato alla poetica di Salvatore Quasimodo; maggiori informazioni alla pagina dedicata.

El Tango

El Tango

Andrea Amici: “El Tango” a Palazzo Beneventano (Lentini, Siracusa, aprile 2019)

Quando nel settembre del 2017 il flautista Domenico Testaì e il chitarrista Davide Sciacca mi chiesero di scrivere per loro un tango, istintivamente accettai la proposta, senza avere in mente un’idea precisa di quale potesse essere il risvolto di una simile sfida.

Il loro interessante progetto che mi illustrarono durante il nostro incontro era quello di dedicare una serie di concerti e una album al “tango d’autore”, senza rivolgersi, però, al repertorio esistente, né tanto meno a Piazzolla o ai suoi epigoni, ma ad autori contemporanei, fra i quali anche il sottoscritto, che componessero per loro dei brani nuovi. Il progetto si è poi realmente concretizzato in un CD, edito dalla Da Vinci Publishing, nel quale è presente il mio brano che fra l’altro dà il titolo all’intero album.

Dovendo scrivere, quindi, espressamente qualcosa di “nuovo” – e per me anche di insolito – sono andato alla ricerca di uno stimolo extramusicale, che potesse in qualche modo farmi da battistrada per questo lavoro, trovandolo nella lirica “El Tango”, del poeta argentino Jorge Luis Borges.

Mi sono quindi immerso nelle sollecitazioni di questi versi ma anche nella visione del poeta di Buenos Aires, che amava il tango delle origini, quello che prende vita “en polvorientos callejones / de tierra o en perdidas poblaciones” (“in polverose strade sterrate o in sperdute contrade”), o nei vicoli oscuri dove i personaggi sono “la dura sombra de aquel que era una sombra oscura” (“la dura ombra di quella che era un’ombra oscura”), ma soprattutto in riferimento a un tempo che travolge e perde nel fango, di cui sola memoria vivente diviene, appunto, il tango (“esos muertos viven en el tango” – “quei morti vivono nel tango”).

El Tango”, quindi, come luogo della memoria (“En los acordes hay antiguas cosas” – “Negli accordi ci sono antiche cose”), che diventa nel brano memoria di strutture armoniche che vagano, a volte seguendo delle funzioni, a volte prive di esse, o di ritmi stilizzati, ma anche come “una diavoleria che sfida il tempo” (“Esa ráfaga, el tango, esa diablura, los atareados años desafía”), che “crea un buio passato irreale che in qualche modo è certo, un ricordo che non può esser distrutto lottando, in un cantone del suburbio” (“El tango crea un turbio / pasado irreal que de algún modo es cierto, / un recuerdo imposible de haber muerto /peleando, en una esquina del suburbio”), in percorsi ideali che intrecciano, nel mio “Tango”, frasi musicali, in dialogo tra i due strumenti, con un andamento spesso asimmetrico e spezzato, nel tentativo di rivivere una tradizione “lontana”, nel comune spazio del ricordo e della nostalgia, che non hanno differenze di latitudini o longitudini, comuni dimensioni umane di ogni tempo e di ogni luogo.

Wandrers Nachtlied

Johann Wolfgang von Goethe scrisse due brevi poesie dal titolo Wandrers Nachtlied, “Canto notturno del viandante”, una nel 1776 e un’altra nel 1780. La prima, “Der du von dem Himmel bist” (“Tu che sei dal cielo”) è il testo che ho scelto per un mio brano, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 28 ottobre 2018, dal soprano Francesca Sapienza accompagnata al pianoforte da Annalisa Mangano.

Il “canto notturno” è un topos che permea in particolare la letteratura romantica nella sua dimensione europea. La notte è il momento in cui l’uomo si inabissa nel mistero e nell’oscurità può liberarsi del “giorno” per vivere in una dimensione più profonda, vicina all’Essere; immerso nel silenzio del paesaggio notturno, l’Io, il viandante di Goethe, nel suo continuo vagare, è alla ricerca della pace, stanco di andare alla deriva:

Der du von dem Himmel bist,
Alle Freud und Schmerzen stillest,
Den, der doppelt elend ist,
Doppelt mit Erquickung füllest;
Ach, ich bin des Treibens müde!
Was soll all die Qual und Lust?
Süßer Friede,
Komm, ach komm in meine Brust!

Tu che sei dal cielo,
calmi ogni pena, ogni dolore,
chi è doppiamente infelice
due volte lo riempi di ristoro:
Ah, sono stanco di andare alla deriva!
Cos’è tutto questo dolore e questo desiderio?
Dolce pace,
vieni, ah, vieni nel mio petto!

A parte gli evidenti riferimenti alla tematica di fondo della lirica di Goethe e alle sue inquietudini sulle quali viene modellato un tortuoso percorso musicale, un altro elemento riveste un ruolo fondamentale in questo brano: il dialogo, come contatto a vario modo e a vari livelli con una tradizione lontana, recuperata come nostalgia, pezzi di linguaggio e immagini che ritornano alla memoria.

Si concretizza in questo Wandrers Nachtlied un più o meno scoperto dialogo in primo luogo con una forma musicale, il lied per canto e pianoforte, e con l’autore che più di tutti lo incarna, Franz Schubert, che mise in musica entrambi i Wandrers Nachtlied in due brani, ai quali ci sono espliciti riferimenti nel mio pezzo, ma anche attraverso una scoperta citazione della Rapsodia per contralto di Brahms, anch’essa su testo di Goethe, in corrispondenza di un riferimento concettuale all’inquietudine della ricerca.

Assassino nella Cattedrale

Il 29 dicembre la Chiesa Cattolica fa memoria di Thomas Becket che, per essersi opposto al re Enrico II, fu prima esiliato in Francia, dove rimase per sei anni, quindi, dopo aver fatto ritorno in Inghilterra pur consapevole dei gravi rischi ai quali andava incontro, fu assassinato nella Cattedrale della città di Canterbury, della quale era arcivescovo, proprio il 29 dicembre del 1170.

Alla sua figura, divenuta ben presto simbolo di lotta per la libertà e l’indipendenza religiosa nei confronti delle ingerenze politiche e contro l’assolutismo, sono ispirate in vario modo diverse opere letterarie: basti pensare ai Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, dove la cornice narrativa nella quale sono collocati alcuni racconti è proprio il pellegrinaggio alla tomba di San Tommaso Becket a Canterbury o ancora al dramma Murder in the Cathedral di Thomas Stearns Eliot del 1935, fino alla presenza dell’assassinio dell’arcivescovo nell’ultima parte del romanzo I pilastri della terra di Ken Follett.

Proprio al dramma di Elliot è direttamente ricondotta l’opera lirica di un grande compositore italiano del Novecento, Ildebrando Pizzetti, purtroppo oggi poco eseguito e spesso dimenticato, dal titolo Assassinio nella Cattedrale. L’opera, su libretto realizzato dallo stesso compositore operando una riduzione della traduzione italiana di Alberto Castelli del dramma di Elliot, è suddivisa in due atti separati da un interludio e fu presentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 1° marzo del 1958, diretta da Gianandrea Gavazzeni.

Ildebrando Pizzetti
Ildebrando Pizzetti

In un’atmosfera cupa, sottolineata dalla densità polifonica e strumentale della scrittura, si svolge il dramma della figura solitaria e ieratica del protagonista, l’arcivescovo Becket, che si avvia progressivamente e sempre più coscientemente al martirio, facendo confluire la propria volontà nell’accettazione del volere divino, configurando così un dramma con poca azione ma moltissima introspezione. Tutto infatti nell’opera si svolge sul piano dell’interiorità del protagonista, dal momento che anche gli altri personaggi e il coro, presente con una funzione simile a quella della tragedia greca, in realtà riflettono la psicologia e la religiosità dell’arcivescovo, amplificandone e rifrangendone, per così dire, il dramma interiore. 

Questo particolare impianto, che avvicina l’opera più alla ieraticità dell’oratorio che al vero e proprio dramma lirico, prende forma innanzitutto grazie alla particolarissima vocalità della scrittura pizzettiana, caratterizzata da un andamento declamato spesso sillabico, su intervalli melodici minimi, derivato direttamente dalla forma del canto gregoriano, al quale il compositore parmigiano si ispirava quale radice e fondamento della cultura musicale italiana, con delle improvvise accensioni, non in contraddizione con l’impianto generale, ma anch’esse tipiche dell’andamento melismatico dell’era pre polifonica. Il canto, protagonista indiscusso anche se non alla maniera tradizionale dell’opera lirica, è immerso in strutture modali arcaizzanti, in forme che spesso si rifanno all’innodia cristiana, ma anche in una scrittura sinfonica di grande pregio e suggestione, con colori che non dimenticano la grande lezione pucciniana e comunque del sinfonismo europeo contemporaneo all’autore.

Un’ottima versione dell’opera è sicuramente quella che è possibile ascoltare e vedere nella bella edizione Decca con Ruggero Raimondi nella parte del protagonista, registrata dal vivo nella Basilica di San Nicola a Bari, perfetta ambientazione per un allestimento in forma semi scenica, con l’orchestra a vista attorno alla quale si muovono il coro e i cantanti in costume negli spazi dell’abside dell’architettura romanica, mettendo particolarmente in rilievo gli aspetti oratoriali dell’opera.

Assassino nella Cattedrale - Decca

Un vero capolavoro, questo Assassinio nella Cattedrale, di grande pregio, ricco di contenuti e pervaso da un profondo misticismo religioso, da ascoltare e scoprire con grande attenzione.

Su Spotify è possibile ascoltare l’opera nella pregevole incisione del cast della prima diretta da Gianandrea Gavazzeni.

https://open.spotify.com/album/0sx26sgkNxRHwpc8ynPA6U?si=HjirA3VPQhS0DQoqmzi3IA

 

… l’immagine più debole di un suono…

l’immagine più debole di un suono” è il verso posto al centro della poesia “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo ed è un piccolo capolavoro di analogia, sinestesia, capacità evocativa e purezza di suono.

La suggestione di queste parole, unita al senso profondo sotteso all’intera lirica, al comune legame con la Sicilia nella sua valenza non reale ma mitica, e più in generale una meditazione sul senso di lontananza e di nostalgia sono la fonte di ispirazione di questo brano scritto nel 2017 per chitarra ed elettronica con la presenza, dal vivo ad libitum, anche del violino, presentato in prima esecuzione assoluta al Castello Ursino di Catania il 9 luglio dello stesso anno, con Davide Sciacca alla chitarra, Marianatalia Ruscica al violino e l’autore alla parte elettronica.

L’idea esecutiva alla base di questo brano riprende la prassi della musica per strumento e nastro magnetico, dove quest’ultimo è sostituito da un file audio creato al computer manipolando varie componenti sonore, che scorre mentre il solista, in archi temporali ben definiti, suona una parte dal vivo; in vari momenti la musica suonata in questo caso dalla chitarra e dal violino passa attraverso il computer e viene processata con effetti particolari, anche se non in maniera invasiva.

Il materiale armonico e melodico di base è lo stesso del Quintetto per archi e chitarra ” …o sono forse quelle che ogni giorno sfuggono…”, brano scritto in memoria del compositore siciliano Francesco Pennisi, e anch’esso legato nel titolo (essendone uno dei primi versi) e nella sostanza ideale a “La terra impareggiabile” di Salvatore Quasimodo.

Tutto ciò che viene ripreso dal Quintetto, fuso con elementi nuovi, viene astratto come immagine singola e trasportato in una dimensione più statica dove la qualità più importante non è il dinamismo del discorso ma l’essere in sé dell’idea che può essere in un certo senso osservata da diverse prospettive, da varie angolazioni non logiche, ma analogiche, come intuizioni e illuminazioni, prive di un movimento, come se fossero coesistenti.

Il tempo, ovviamente, in musica non si può sopprimere, ma lo si può in qualche modo ingannare, facendo leva su possibili proprietà rifrattive del suono, e in questo l’elettronica diviene uno strumento duttile e insostituibile, sia per l’elaborazione di suoni reali o afferenti alla realtà, sia per la creazione di elementi o paesaggi inediti.

È il tempo, in definitiva, assieme allo spazio dilatato della dimensione sonora, a definire la cifra espressiva di questo brano; il tempo come parametro irrecuperabile, come nostalgia, ricordo, lontananza da un ideale irraggiungibile che, solo, può dare un definito momento di requie, un approdo: «Non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno», ripete, per frammenti, la voce di Salvatore Quasimodo (tratta da un documento audiovisivo nel quale il poeta legge la sua “Lettera alla madre“) immersa in sempre diverse ambientazioni sonore.

Attraverso frammenti di suoni, strumenti preregistrati quali un pianoforte, un clarinetto, l’arpa e il violino, rumori di folla, meccanici, voci umane, suoni sintetici in lenta trasformazione come un caleidoscopio sonoro, si muove lo strumento protagonista, la chitarra suonata dal vivo, i cui suoni vengono spesso catturati e riflessi dall’elettronica, e che funge da catalizzatore non solo dell’attenzione ma di tutto il materiale tematico e armonico che, come prima accennato, ha strettissimi legami e affinità con il Quintetto per archi e chitarra: di quest’ultimo prende molti elementi, ad eccezione della diretta citazione della “Siciliana” di Francesco Pennisi.

La parabola del brano si conclude con un progressivo affievolirsi del volume sonoro, dopo l’ultima accensione, un debole pulsare del tempo che si estingue nel silenzio:

[…] Forse
il tonfo nella mente non fa udire
le mie parole d’amore o la paura
dell’eco arbitraria che sfoca
l’immagine più debole d’un suono
affettuoso: o toccano l’invisibile
ironia, la sua natura di scure
o la mia vita già accerchiata, amore. […]

(Da S. Quasimodo, La Terra impareggiabile)


Il 3 dicembre 2019 …l’immagine più debole di un suono… è stato eseguito da Davide Sciacca al Royal Birmingham Conservatoire, nell’ambito del TIMP (Technology In Musical Performance) 2019.

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