Andrea Amici

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Buon compleanno Arvo Pärt

Il compositore Arvo Pärt, che oggi compie ottantacinque anni, è una delle voci più significative della musica contemporanea.
Nato a Paide, in Estonia, l’11 settembre 1935, si è imposto sulla scena internazionale quando, dopo gli esordi nel solco della dodecafonia e le prime significative prese di distanza da essa, intorno agli anni Settanta emerse da un lungo “silenzio” creativo con uno stile personale del tutto nuovo, che sarebbe stato la sua originale cifra espressiva, carica anche di sviluppi futuri.

Arvo Pärt
(Photo Priit Grepp – Arvo Pärt Centre)

Dopo due sinfonie e altre importanti opere quali “Credo“, “Collage über B-A-C-H”, “Solfeggio“, “Perpetuum mobile” (tutte comunque ancora saldamente in repertorio e presenti in discografia), Arvo Pärt si convinse di aver imboccato una strada senza sbocchi, un binario morto; ecco quindi farsi avanti la necessità di non scrivere più, immergendosi nella lettura della musica antica, in particolare il canto gregoriano contenuto in un Liber usualis trovato in una chiesetta di Tallin, alla ricerca della conduzione di una “linea primitiva”, essenziale, «portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine», secondo le parole del compositore stesso, raccolte da Enzo Restagno nel libro Arvo Pärt allo specchio (Il Saggiatore, 2004). In questa ricerca diviene fondamentale il contatto con i testi sacri, in particolare i Salmi biblici, letti, uno alla volta, prima di compiere una sorta di esercizio di scrittura di una singola linea, giungendo così a riempire pagine e pagine di monodie, liberamente, alla ricerca di quella sorgente primaria antecedente al tecnicismo della composizione.

Da questo percorso a ritroso, con la progressiva aggiunta di una seconda voce e via via di una densità sempre maggiore pur nel primato della linea principale, nasce lo stile tintinnabuli, spesso associato all’idea di un minimalismo sacro, da cui prenderà il volo la produzione matura di Arvo Pärt, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei compositori contemporanei più amati ed eseguiti, capace, con una musica che nasce praticamente dal silenzio, apparentemente semplice, volutamente scarna, di parlare alla profondità dell’uomo, impegnandolo in un salto oltre il rumore della contemporaneità, alla scoperta di quel silenzio originario – che non è vuoto, ma mistica e concreta presenza – da cui prende voce prima un singolo suono, quindi, in maniera ordinata, il resto.

Descrivere brevemente le caratteristiche dello stile tintinnabuli è impresa alquanto ardua, perché nella sua apparente semplicità nasconde tutta una serie di profonde riflessioni tecniche sulle risonanze delle voci (tintinnabulum è, in latino, la campana e proprio alle sue capacità risonatorie si riferisce la definizione del compositore), sull’organizzazione di micro-modi basati sulle scale (prevalentemente minori, ma non solo), sulla rispondenza tra la metrica del testo (presente o solo immaginato) e la struttura ritmica, sulle possibilità combinatorie del contrappunto.

Riducendo però l’ansi l’analisi ai soli elementi costitutivi, la tecnica del compositore si può riassumere in una modalità di organizzazione dello spazio sonoro centrato su una monodia-perno, che ha al suo interno degli elementi costitutivi di strutture verticali che vengono realizzate per aggiunta, secondo criteri ben organizzati, di nuove voci poste a precise distanze intervallari e tratte principalmente da ridotte costruzioni triadiche.

Osservando l’inizio del Kyrie della Berliner Messe si può avere un primo esempio della complessità e insieme efficacia della scrittura di Arvo Pärt.

Berliner Messe - Schema

Lo schema qui sopra riproduce l’ossatura orizzontale e verticale delle prime misure del brano. La base è una semplice scala di sol minore naturale, suddivisa in segmenti che partono dal suono base (sol) o su di esso si concludono; il numero di gradi congiunti che compongono ogni segmento dipende dal numero di sillabe della parola musicata. Considerando che alla sillaba tonica vengono assegnate due altezze, alla parola Kyrie corrispondono quindi quattro note, alla parola eleison cinque. Anche il ritmo è trattato secondo uno schema fisso, legato alla parola: la sillaba tonica ha una durata di una semiminima più una minima puntata (4/4 in totale), le altre sillabe di una semiminima, tranne quella conclusiva che si prolunga di un ottavo. Si crea così una linea principale che nell’esempio è scritta in nero e, per praticità, in note tonde senza ritmo.

Da un punto di vista verticale, dopo la prima enunciazione monodica sulla parola Kyrie, il compositore prende la triade minore del primo grado della scala (sol-si bemolle-re) e ne utilizza le note in un contrappunto 1:1; dapprima aggiunge una sola linea (indicata in rosso), scegliendo dall’accordo di sol minore alternativamente la nota più prossima alla linea principale nel grave e nell’acuto: al re si contrappone il si bemolle inferiore (indicato nell’esempio con -1, perché è il suono immediatamente sotto il re nell’accordo di sol minore), al do il re superiore (+1 perché la nota dell’accordo di sol minore immediatamente sopra il do), al si bemolle il sol (di nuovo -1) e così via. Si crea così anche un’alternanza fra intervalli diversi, contenenti diversi gradi di tensione; non si parla di dissonanze e consonanze, termini inadeguati in questo contesto, ma appunto di tensioni, qualità, risonanze diverse, che riescono a creare la tipica atmosfera del compositore estone.

Proseguendo, nella frase successiva alla seconda linea se ne aggiunge una terza, anch’essa con lo stesso procedimento, utilizzando esclusivamente le note dell’accordo di sol minore. Stavolta la seconda linea ha un rapporto di +1 con la linea principale, mentre la terza -1: in sostanza le due voci aggiunte procedono fra di loro per moto contrario.

Ancora, nell’ultima frase presa in esame, il procedimento si arricchisce di una quarta linea (indicata in blu) che si muove stavolta parallelamente alla linea principale, alla distanza di sesta; le due linee aggiunte proseguono, con rapporto alternato +1 -1, la prima nei confronti della linea fondamentale, la seconda della quarta linea a essa parallela.

Come si vede, pur in questo primo esempio, l’apparente quasi disarmante “nudità” ed essenzialità della musica di Arvo Pärt nasconde una notevole complessità di scrittura, non fine a se stessa, ma strettamente ancorata alle radici di quel “silenzio” di cui si parlava precedentemente, una struttura che comunque l’orecchio riesce a percepire come solida organizzazione.

Arvo Pärt
(Photo Birgit Püve – Arvo Pärt Centre)

Naturalmente nel corso degli anni lo stile tintinnabuli, di cui ho presentato qualche aspetto fondamentale ma che in realtà ha una ben maggiore complessità e ricchezza, ha visto una continua evoluzione, nella direzione di un notevole arricchimento del materiale armonico utilizzato e della cromatizzazione delle varie linee, e anche della complessa disposizione formale delle varie costellazioni sonore all’interno del singolo brano.

Esempi della piena maturità espressiva di Arvo Pärt e – a mio avviso – della sua migliore produzione sono contenuti in tre più recenti album editi dalla ECM, etichetta alla quale il compositore estone deve anche in parte la sua eccezionale diffusione, grazie al duraturo sodalizio con il produttore discografico Manfred Eicher che della ECM è stato il fondatore.

Arvo Part - In Principio - Lamentate - Symphony n.4

Lamentate, del 2005, contiene un lavoro per pianoforte e orchestra (che dà il titolo all’album), in dieci parti, con lo strumento solista trattato come una persona, la prima persona di una narrazione, a confronto con i grandi temi della morte e della sofferenza, espressi in una forma che si rifà alle sculture di grandi dimensioni dell’artista britannico Anish Kapoor, cui il brano è dedicato, sculture che, a detta del compositore, infrangono i concetti di spazio e tempo. In questa incisione il pianoforte è affidato a Alexei Lubimov e Andrey Boreyko dirige la SWR Stuttgart Radio Symphony Orchestra. Apre l’album uno splendido esempio della musica vocale di Arvo Pärt, Da pacem, interpretato dall’Hilliard Ensemble.

In Principio accosta tre grandissimi capolavori che esprimono tutta la profondità del pensiero e dell’arte del compositore estone: il brano in cinque parti che dà il titolo all’intero album, per coro e orchestra, sul Prologo del Vangelo di Giovanni, La Sindone, per orchestra, commissionato da Enzo Restagno per il festival Settembre Musica di Torine nel 2006, vetta assoluta della scrittura di Arvo Pärt, e Cecilia Vergine Romana, sempre per coro e orchestra, scritta per il Giubileo del 2000, assieme ad altri brani che sono riproposizioni di pezzi scritti precedentemente per altri organici, caratteristica questa molto diffusa nell’esperienza creativa di Arvo Pärt che più volte ha continuato a ritornare sui suoi passi, rielaborando i propri lavori per nuove situazioni strumentali. In questo album spicca la figura del direttore d’orchestra Tōnu Kaljuste, prezioso interprete specialista del compositore estone, attorniato dalla perfezione esecutiva dei complessi dell’Estonian Philharmonic Chamber Choir, dell’Estonian National Symphony Orchestra e della Tallinn Chamber Orchestra.

Infine la Sinfonia n.4 “Los Angeles”, commissionata dalla Los Angeles Philharmonic, con un più o meno esplicito riferimento a una preghiera all’angelo custode presente in un antico canone della chiesa slava cui il compositore si stava dedicando al tempo della commissione del lavoro con la composizione del Kanon Pokajanen, brano che chiude fra l’altro l’album, diretto da Tõnu Kaljuste. La sinfonia segna il ritorno, dopo trentasette anni, a un lavoro per orchestra di più larghe dimensioni, in cui i procedimenti compositivi di Arvo Pärt si dipanano in più complesse strutture, in un percorso sonoro di grande bellezza e suggestione. La Sinfonia è diretta da Esa-Pekka Salonen, alla guida della Los Angeles Philharmonic; proprio Salonen fu il direttore della prima assoluta alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, performance storica, presente, oltre che in questo, anche in un album della Deutsche Grammophon.


Non sono tante le nuove composizioni di Arvo Pärt, che fra l’altro dedica, come accennavo prima, molto tempo anche alla revisione dei suoi lavori precedenti e alla loro trasformazione in nuove versioni per organici strumentali diversi. Fra le sue ultime creazioni spicca sicuramente Silhouette scritta nel 2010 come omaggio a Gustave Eiffel; è possibile vederne e ascoltarne la pregevole prima esecuzione assoluta con l’Orchestre de Paris diretta da Paavo Järvi, sul canale YouTube del direttore d’orchestra.

L’ultimo in ordine di composizione, al momento, è un brano per coro dal titolo And I heard a voice.

Per chi volesse invece in breve attraversare l’intero percorso musicale di questa singolare voce della musica contemporanea, si segnala la bella antologia della ECM dal titolo Musica Selecta.

Non resta che augurare quindi lunga vita a questo compositore che è riuscito ad affermare la propria musica caratterizzata da una profondità fuori dal comune, un artista capace di imporre il silenzio, la riflessione e la sua stessa religiosità in mezzo alla frenesia, al rumore e al consumismo del mondo contemporaneo, a rimanere se stesso nonostante l’enorme successo mondiale abbia reso i suoi lavori fra i più eseguiti e incisi al mondo.

Airlines

Anticipato, come di consueto, dalla disponibilità, durante i mesi scorsi, di alcune tracce in anteprima, esce per la Warner Classics Airlines, un pregevole album che vede la collaborazione fra Alexandre Desplat, rinomato autore di colonne sonore fra le quali (per citarne solo due, ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura) La forma dell’acqua e Grand Hotel Budapest, entrambe premio Oscar rispettivamente nel 2014 e nel 2018, ed Emmanuel Pahud, flautista di primissimo ordine, acclamato solista, già primo flauto dei Berliner Philharmoniker.

L’album è dedicato interamente a musiche di Desplat, brani originali da concerto o adattamenti di colonne sonore, in versione per flauto e orchestra, con l’Orchestre National de France, diretta dallo stesso autore.

La copertina dell’album
La copertina dell’album

Quello con il flauto è naturalmente per Desplat un rapporto privilegiato: il compositore francese infatti, dopo aver iniziato lo studio del pianoforte e della tromba, si è dedicato proprio al flauto come suo strumento principale.

L’ascolto dell’album non poteva che aprirsi con una serie di tre brani da La forma dell’acqua (The Shape of Water), con cui si entra subito nel raffinato modo strumentale di Desplat: attorniati ora da rarefatti accompagnamenti dell’orchestra, ora da interventi più appassionati e coinvolgenti, si intrecciano quasi visivamente i due elementi protagonisti, il flauto, che sostituisce l’originale fischio prodotto dal compositore stesso nella registrazione della colonna sonora, e il bandoneon.

Segue Pelléas et Mélisande, sottotitolato dall’autore “Sinfonia Concertante per Flauto e Orchestra”, ispirata all’omonimo poema di Maurice Mæterlinck, brano in tre movimenti commissionato dall’Orchestre National des Pays de la Loire nel 2013.

In un’intervista del 15 maggio 2013 rilasciata a Eric Denut, per l’UMP Classical, Desplat descrive il percorso compositivo che lo ha condotto alla creazione di questo lavoro, la necessaria evoluzione nel linguaggio musicale dovuta alla totale differenza insita nella destinazione della musica da concerto rispetto a quella da film. L’autore infatti parla di differenze di spazio sonoro, di dinamica, ma anche – comprensibilmente – di modalità di conduzione del discorso musicale, più libero rispetto al legame all’immagine, ma con un’evidente necessità di un ancoraggio concreto a un elemento extra musicale (in questo caso il poema di Maeterlinck) che dia una tessitura sotterranea alla forma, pur in un maggiore e differente spazio di libertà.

I tre movimenti quindi hanno dei precisi riferimenti a idee e luoghi narrativi del poema, che – lo ricordiamo – è stato un punto di riferimento dell’estetica simbolista, talmente importante da divenire il libretto dell’omonima opera, capolavoro di Claude Debussy, continuando a ispirare con la sua carica enigmatica tanti altri compositori fra cui ad esempio Arnold Schönberg.

La caccia di Goulaud è la protagonista del primo movimento, quasi con un punto di vista dall’alto, come dice Desplat, una caccia che punta alla “reificazione” della donna, alla sua riconduzione allo stato di “cosa”. Dall’idea di violenza e brutalità di Goulaud nel primo movimento alla luce del secondo, al senso ritmico del terzo, il discorso musicale si articola con grande finezza soprattutto per quanto concerne il tessuto timbrico, caratteristica tipica del compositore francese, nella grande tradizione fra l’altro del suo Paese, e dà ampio spazio al virtuosismo del flauto, strumento che all’epoca della composizione fu, secondo le parole dell’autore, una scelta quasi obbligata: il “suo” strumento, che gli avrebbe permesso di scrivere per un vero protagonista.

Seguono, quindi, alcuni arrangiamenti per flauto e orchestra di altri brani tratti dalle colonne sonore di Desplat: Lust, Caution, dal film di Ang Lee, Girl with a Pearl Earring, del 2003, di Peter Webber, Birth, del 2004, per la regia di Jonathan Glazer; prima del brano conclusivo, il tema di Grand Hotel Budapest, con i suoi espliciti riferimenti all’universo di Nino Rota, autore al quale Desplat dice di essere particolarmente legato, l’album ospita la title track, Airlines, brano per solo flauto, già eseguito in prima assoluta il 6 dicembre 2018 proprio da Emmanuel Pahud alla Maison de la Radio di Parigi. L’attenzione del compositore è questa volta interamente dedicata allo strumento, all’indagine delle sue peculiarità, delle tecniche di emissione, dimostrazione non solo di pieno possesso della scrittura per il flauto, ma anche della capacità di mettere comunque a frutto di un immaginario più o meno astratto (in questo caso l’idea stessa dell’aria) la sapienza compositiva.

Dotato di abilità tecnica, gusto per il timbro, capacità di coniugare esigenze espressive, musicali e concettuali, e anche di inserirsi in maniera feconda nel lungo tragitto della storia della musica, con questo nuovo esempio discografico Desplat si conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – come uno dei compositori di punta del panorama contemporaneo, non solo per quanto concerne la musica da film.

Myung-Whun Chung, il sacerdote e il santo

Compie sessantasette anni il direttore d’orchestra sud coreano Myung-Whun Chung, ormai uno dei più autorevoli protagonisti del podio a livello mondiale, che ha al suo attivo un’intensa attività non solo nel repertorio tradizionale ma anche nella musica contemporanea.

Terza Pagina su Wattpad
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Ho imparato ad apprezzare il rigore e la profondità di questo artista anni fa, grazie a una bella incisione della Sinfonia Turangalîla di Olivier Messiaen, capolavoro di grande complessità, nella scrittura musicale ma soprattutto anche nella profondità dei significati metalinguistici presenti. Un’incisione che si può considerare di riferimento per la qualità e anche per una “investitura” conferita dalla presenza del compositore stesso al processo di registrazione.

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Messiaen Chung Turangalila

Il direttore d’orchestra riesce a padroneggiare in maniera sicura gli sterminati e vertiginosi paesaggi di Messiaen, fra imponenti sculture di poderosi ottoni, canti di uccelli, profonde e lunghe frasi costellate di “personaggi ritmici” che si diramano come una melodia infinita, il canto che vuole racchiudere in sé l’amore che pervade l’intero universo.

Ci riesce senza eccedere negli effetti, con una concertazione efficace e una sicurezza che fra l’altro pervade dal gesto preciso e privo di orpelli ma chiaro nella sua intrinseca musicalità.

Myun-Whun Chung è direttore di grande professionalità, poco appariscente e spettacolare ma musicalmente ineccepibile, legato a una concezione anti divistica del proprio ruolo, fondata invece sulla scrupolosa preparazione della partitura prima da solo e poi con l’orchestra, con l’obiettivo di riuscire alla fine a far fluire la musica, quasi facendo scomparire la figura della guida (che però poi in realtà è sempre ben presente e salda), atteggiamento mutuato sicuramente anche dalla presenza nella sua carriera di Carlo Maria Giulini, del quale fu assistente, definito in un’intervista al Corriere di qualche anno fa “un asceta del podio”, “sacerdote” della musica.

Nella medesima intervista, ma anche altrove, proseguendo in questa metafora sacrale della musica, Chung si riferisce pure a Messiaen, definito, per purezza e umiltà, il santo, testimoniando così non solo una smisurata stima ma anche una profonda compenetrazione in un universo di pensiero e di spiritualità sicuramente fuori dal comune e quasi senza precedenti nella storia della musica.

Ed effettivamente quando si parla di Messiaen, Chung ne diviene a buon diritto uno dei più esperti interpreti che fra l’altro ha al suo attivo un gran numero di incisioni, per il marchio Deutsche Grammophon, di opere del grande compositore francese, fra le quali non si può non ricordare l’album contenente il Concert à quatre, dedicato nel 1994 da Messiaen proprio a Chung che ne ha curato la première.

Messiaen Concert a quatre Chung

Ancora Eclairs Sur L’Au-Dela, con l’Orchestre de l’Opera Bastille; con la medesima orchestra L’Ascension, abbinata alla Sinfonia n. 3 di Saint-Saëns, l’altra bellissima raccolta con Trois Petites Liturgies de la présence divine, Couleurs de la Cité Céleste e Hymne au Saint-Sacrement con l’Orchestre Philharmonique de Radio France; Des Canyons Aux Étoiles, altro imponente e difficilissimo affresco sinfonico, La Transfiguration de Notre-Seigneus Jésus-Christ, senza naturalmente dimenticare il Quatuor Pour La Fin Du Temps nel quale Chung è in veste di pianista.

Myun-Whun Chung Messiaen Album

Un’interessante e bella discografia, questa dedicata a Messiaen da Myun-Whun Chung, per accostarsi a un pilastro della musica del XX secolo e non solo, attraverso un’interpretazione profonda, accurata e autentica di un direttore, o “anti-direttore”, secondo la sua auto definizione, di grande pregio.

Leonard Bernstein

Una lettura entusiasmante

Come si attiva la decisione di intraprendere un ascolto? Cosa guida la nostra scelta in un catalogo pressoché infinito di registrazioni oggi accessibili in maniera spesso illimitata?

Spesso è il caso. L’altro giorno è stata la televisione a offrire uno spunto inaspettato, con le note del secondo movimento della Sinfonia dal Nuovo Mondo di Antonin Dvorak, in una scena di un film, suonate da una banda militare durante un funerale.

Ieri ho quindi riascoltato uno splendido album del quale ho già parlato fra le mie recensioni, confermando la magnifica impressione che ho sempre avuto riguardo questa eccezionale incisione.

Leonard Bernstein: Sinfonia dal Nuovo Mondo e Danze Slave - Deutsche GrammophonRitrovando l’album su Spotify, ho potuto fra l’altro apprezzare nella completezza l’incisione originale; quella che avevo ascoltato e recensito prima era infatti inserita nella Leonard Bernstein Edition che la Deutsche Grammophon aveva pubblicato qualche anno fa, escludendo le pur pregevoli Danze slave dello stesso Dvorak, che Bernstein incise sempre con la Israel Philharmonic Orchestra ed incluse quindi nell’album originale.

Naturalmente rispetto alla Sinfonia dal Nuovo Mondo le Danze offrono minori spunti di “grandezza”, tuttavia nelle mani di Bernstein acquisiscono una particolare vivacità e vengono anche presentate, sotto la consueta patina di freschezza bernsteiniana che conquista a primo acchito, con una notevole lucidità che mette in grande rilievo la precisione della scrittura del compositore.

Un’incisione che si conferma di prim’ordine e assolutamente imperdibile.

Collage Alfred Hitchcock Presents

Alfred Hitchcock Presents…

Un omaggio musicale ad Alfred Hitchcock e ai “suoi” compositori

Musiche per i film di Alfred Hitchcock:

  • Charles Gounod: Marche funèbre d’une marionnette
  • Bernard Herrmann: North by Northwest (Prelude)
  • Bernard Herrmann: Vertigo (Scene d’amour)
  • Bernard Herrmann: Psycho (Prelude)
  • Miklos Rózsa: Spellbound

Arrangiamento e orchestrazione: Andrea Amici (marzo 2015)

Alfred Hitchcock è stato da sempre uno dei miei registi preferiti, se non quello che per me è da considerare “il” regista: un perfezionista assoluto, un genio incontrastato, che in ogni suo film ha saputo fondere ritmi narrativi perfetti, cura di ogni singolo piccolo dettaglio, inquadrature sapientemente studiate una per una, colori e sfumature, fino a creare dei capolavori assoluti.

La serie televisiva di Hitchcock

La serie televisiva di Hitchcock

Sir “Hitch” mi ha accompagnato in tutti questi anni: ricordo da sempre i grandi film del suo periodo d’oro americano, L’uomo che sapeva troppo, La finestra sul cortile, Io ti salverò, Nodo alla gola, Il delitto perfetto, Caccia al ladro, Psycho, Marnie, Intrigo internazionale e soprattutto La donna che visse due volte – lo splendido Vertigo – forse il mio film preferito, ma anche tanti altri, e i piccoli episodi di Alfred Hitchcock Presenta, che sin da piccolo mi sono rimasti impressi nella memoria, con la sagoma del grande regista sulle note della Marcia funebre per una marionetta e la sua caustica e ironica presentazione della tematica dell’episodio.

Proprio dalla Marcia di Gounod ho voluto quindi iniziare questo mio omaggio musicale ad Alfred Hitchcock ma anche, soprattutto, a due grandi compositori dell’età dell’oro di Hollywood, Miklos Rózsa e Bernard Herrmann, che tanta parte hanno rivestito nella perfetta riuscita di questi film.

Un fotogramma da Vertigo - La donna che visse due volte

Un fotogramma da Vertigo – La donna che visse due volte

Ripercorrendo infatti con la memoria momenti della cinematografia di Hitchcock, la mente non può fare a meno di ricordare l’intensa suggestione creata dalle psicologie profonde e inconsce delineate dalle sapienti partiture che quasi ininterrottamente accompagnano le immagini.

Il grande regista era ben cosciente dell’apporto della musica alla riuscita del film, tant’è che, finché poté, nel suo periodo migliore si legò professionalmente ad alcuni nomi che seppero interpretare pienamente le innumerevoli sfaccettature delle sue pellicole.

Bernard Herrmann

Bernard Herrmann (1911-1975)

In particolare Bernard Herrmann, che forse più di tutti seppe integrare le immagini a un livello talmente profondo da diventare imprescindibile per il film: non si può immaginare l’inquietante atmosfera di Psycho senza le caratteristiche sequenze armoniche, melodiche e ritmiche della colonna sonora, in particolare, ad esempio, con gli effetti al limite del rumore degli archi nella celebre scena dell’assassinio nella doccia. O ancora i lunghi silenzi di Vertigo o le dinamiche di Intrigo internazionale senza il sapiente intervento delle note del grande compositore.

Il mio lavoro è consistito nel creare inizialmente una sintesi fra i momenti salienti delle colonne sonore di quattro film, selezionando temi e “gesti” sonori sicuramente presenti nella memoria di tutti; in un secondo momento mi sono concentrato sull’idea di realizzare un tessuto sonoro orchestrale uniforme lungo tutto l’arco del brano: non era sufficiente, infatti, trascrivere le partiture operando i tagli, ma si è rivelato necessario riorchestrare il tutto, per creare un continuo, unico respiro sinfonico.

Gli interventi più massicci sono evidenti nel Prelude di Psycho, originariamente scritto da Bernard Herrmann per soli archi, che qui invece, nella mia versione, coinvolge tutta la compagine orchestrale; ma tante differenze, più o meno sottili, sono presenti in tutti i brani.

Per la presentazione del brano sul mio canale YouTube ho realizzato un’animazione basata su fotogrammi dei film di Hitchcock, tratti da due siti internet: the.hitchcock.zonewww.hitchcockmania.it. La registrazione è realizzata con strumenti virtuali, prevalentemente EastWest Quantum Leap Hollywood Strings e Symphonic Orchestra Gold, in ambiente Apple.

Di questo ampio collage ho realizzato anche una versione per ensemble da camera, per il concerto Music ‘n’ Movies (http://www.musicamultimedia.net/amici/2017/05/25/music-n-movies-itinerari-di-musica-da-film/) con il Lydian Ensemble, nel quale fra l’altro è stata rimaneggiata la prima sezione, riprendendo le movenze della sigla della serie TV.

Alle pendici dell'Etna il paradosso si integra

Alle pendici dell’Etna il paradosso si integra a EXPO 2015

Il 6 luglio 2015 alle ore 16,30 verrà presentato al Cluster Bio-Mediterraneum il cortometraggio “Alle pendici dell’Etna il paradosso si integra” realizzato dall’I.C. Pestalozzi – Centro E.d.A. n.4 in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Catania, nell’ambito del programma “L’Etna e le sue eccellenze“.

La colonna sonora del cortometraggio è stata composta, orchestrata e realizzata da Andrea Amici.

Maggiori informazioni sulla realizzazione del cortometraggio alla pagina http://www.pestalozzi.cc/ic/la-pestalozzi-a-expo-2015/ del sito istituzionale dell’Istituto Comprensivo Pestalozzi di Catania.

In preparazione una pagina sulla colonna sonora.

Alle pendici dell'Etna il paradosso si integra -banner

Alle pendici dell’Etna il paradosso si integra

Il 4 giugno 2015 presso la sala Refettorio di Palazzo Platamone è stato presentato il cortometraggio dal titolo “Alle pendici dell’Etna il paradosso di integra“, realizzato dal Centro E.d.A. n.4 dell’I.C. Pestalozzi di Catania in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti della medesima città.

Il cortometraggio, interamente interpretato da ragazzi frequentanti il centro territoriale permanente per l’educazione degli adulti dell’Istituto Comprensivo Pestalozzi di Catania, si inserisce nelle realizzazioni per Expo 2015, dove verrà presentato il 6 luglio nell’ambito del Cluster Bio-Mediterraneum.

Le musiche sono state espressamente composte, orchestrate e realizzate da Andrea Amici.

Maggiori informazioni sull’evento alla pagina:

http://www.pestalozzi.cc/ic/2015/06/alle-pendici-delletna-il-paradosso-si-integra-presentazione-del-cortometraggio/

 

Collage Alfred Hitchcock Presents

Alfred Hitchcock Presents

Alfred Hitchcock Presents…
Un omaggio musicale ad Alfred Hitchcock e ai “suoi” compositori
A musical tribute to Alfred Hitchcock and “his” composers

Arrangiamento e orchestrazione – Arrangement and orchestration:
Andrea Amici

Ho pubblicato sul mio canale YouTube un mio nuovo brano, un collage di musiche scritte per i film di Alfred Hitchcock, da me arrangiato, orchestrato e realizzato; per la pubblicazione in video ho montato una serie di immagini tratte dai film del grande maestro.

Il collage musicale inizia con la Marche funèbre d’une marionnette di Charles Gounod, sigla iniziale della serie di telefilm dal titolo Alfred Hitchcock presents…, prosegue con brani di Bernard Herrmann tratti dal Preludio di North by Northwest (conosciuto in Italia con il titolo Intrigo Internazionale), dalla Scene d’amour di Vertigo (La donna che visse due volte) e dal Prelude di Psycho (completamente riorchestrato rispetto all’originale per orchestra sinfonica e non per soli archi), e si conclude con il tema principale di Spellbound (Io ti salverò) di Miklos Rózsa.

Per coloro che invece preferiscono ascoltare solo la musica, senza le immagini:

 

Il “mockup” orchestrale è stato realizzato con:
East West Quantum Leap Symphonic Orchestra Gold Edition
East West Quantum Leap Hollywood Strings
Apple Logic Pro X

Video editing: Andrea Amici
Images from:
the.hitchcock.zone
www.hitchcockmania.it

(marzo 2015)

Sven Helbig

Le “Sinfonie tascabili” di Sven Helbig

Sven Helbig

La copertina dell’album Pocket Symphonies

Si intitola “Pocket Symphonies” l’album d’esordio con la Deutsche Grammophon del compositore, arrangiatore e percussionista tedesco Sven Helbig, dodici brevi brani per quartetto d’archi e orchestra sinfonica della durata media di tre/quattro minuti ciascuno, affidati al Faure Quartet e alla MDR Leipzig Radio Symphony Orchestra diretta da Kristjan Järvi, per un affascinante viaggio fra dodici atmosfere diverse.
Si tratta di un album che può essere ascoltato a vari livelli; prima di tutto, infatti, si caratterizza per una semplicità apparente, concepita – come chiarisce lo stesso autore – per l’attuale modalità di ascolto: una musica pronta a essere inserita nel proprio iPod da ascoltare brano per brano, anche indipendentemente l’uno dall’altro, perfettamente incasellata nella velocità della vita contemporanea, fra una stazione e l’altra della metropolitana, nel tragitto in macchina da casa a lavoro o semplicemente durante una passeggiata, mantenendo però sempre un respiro sinfonico: una musica sinfonica “tascabile” quindi, moderna per il mondo moderno.
Quanto poteva essere espresso in passato nel corso della storia della musica con durate variabili fra i venti-trenta minuti di una sinfonia classica fino ad arrivare all’ora e mezza delle sinfonie di Bruckner o Mahler, viene condensato da Helbig in pochi minuti per una società abituata ormai a ritmi più incalzanti e a durate proprie della musica di consumo.
Ma come diceva il filosofo Bergson, il tempo e la durata sono due nozioni ben distinte ed è così che negli esempi più riusciti di queste Pocket Symphonies la breve durata si fa giusto tempo di una speciale esperienza sinfonica e artistica; un particolare stato d’animo pressoché singolo è alla base di ogni brano e in quello si rimane coinvolti e si vive un’intensità emotiva di grande potenza comunicativa.
Nella concezione di queste Pocket Symphonies si ritrovano elementi che risalgono alla biografia dell’autore che sfociano in una sua particolare filosofia della musica, che lui stesso definisce “crossover“, proprio facendo riferimento alla aproblematica coesistenza di più modi diversi di concepire la musica e quindi alla coesistenza non tanto di più stili ma proprio di più modalità diverse del riferirsi all’arte dei suoni, inglobando elementi colti e della musica “di consumo” senza voler necessariamente abbassare i primi o nobilitare i secondi, ma semplicemente unendone i due modi di pensiero.
Alla base di questa sintesi, si diceva, stanno elementi biografici; nel presentare il suo lavoro Helbig parla della propria infanzia in una città della Germania dell’Est (alla quale fra l’altro è dedicato un brano), all’epoca evidentemente del Muro di Berlino, quando vi era una scarsa possibilità di accesso a tutta quella cultura considerata contraria ai dettami propagandistici dell’Unione Sovietica, e della propria passione per la costruzione di rudimentali apparecchi radio che da bambino gli permisero di affacciarsi dapprima alla musica sinfonica, poi alla musica di consumo. Proprio dall’accostamento iniziale di questi due grandi filoni, uniti fra di loro nella vita senza alcuna contrapposizione, nasce la sintesi delle Pocket symphonies, che, composte, a detta dell’autore, completamente lontano dal pianoforte o altri strumenti, si affidano per intero a parametri della musica perfettamente riconoscibili, come la tonalità e il tematismo, senza scadere nel qualunquismo, né dando l’impressione del “già sentito”.
Sven Helbig dimostra una buona padronanza dell’orchestrazione e anche di aver personalmente assimilato in maniera creativa le più disparate tendenze della musica colta e di consumo. Ecco quindi che procedimenti inclini al minimalismo si intrecciano con discorsi tematicamente più elaborati e vicini anche alla tradizione melodica del passato, mentre altri brani fanno di un ostinato ritmico la loro base e altri ancora, strizzando l’occhio alle attuali tendenze della musica da film, non disdegnano forti soluzioni a effetto.
Nel complesso quindi si tratta di un album artisticamente interessante oltre che estremamente gradevole, da ascoltare e riascoltare con attenzione per cogliere e approfondire tanti pregevoli elementi che si celano dietro un’apparente semplicità comunicativa.

Sul canale YouTube di Sven Helbig è possibile ascoltare brani e interviste del musicista tedesco.

https://www.youtube.com/user/SvenHelbigComposer/

Il sito internet di Sven Helbig: http://www.svenhelbig.com/en/home/

 

Spigolature musicali nel tempo di Pasqua

Nel corso delle prossime feste pasquali potrà forse capitare di ascoltare durante una funzione in chiesa un inno che fino a qualche tempo fa era protagonista della musica cattolica nel tempo di Pasqua, soprattutto prima che una triste moda cancellasse irrimediabilmente un certo tipo di repertorio a favore di uno “nuovo”, caratterizzato spesso da superficiali banalità non solo musicali ma in molti casi purtroppo anche testuali, piatto nel suo ritmo scandito da un grattare, spesso sempre uguale a se stesso, di mani destre su corde che sinistre dilettanti e inesperte irrigidiscono su posizioni armoniche povere e prive di consequenzialità.

L’inno “Cristo Risusciti”

Mi riferisco all’inno “Cristo risusciti“, per la verità non un grande brano, non sicuramente “bello”, ma certo consono all’occasione e comunque non banale. Si tratta di un adattamento di una melodia antica, risalente a una lauda del XII secolo, con un testo italiano scritto nel 1966 da G. Stefani, e proposto in genere in una armonizzazione a corale che crea un interessante effetto, dato dalla sovrapposizione di una melodia dal sapore modale e arcaico su una funzionalità armonica appunto da “corale”, per chi ha dimestichezza con le testure e le pratiche dell’armonia tradizionale.

La melodia utilizzata in questo brano pasquale la si può facilmente riconoscere in un quadro delle “Feste Romane“, il grandioso affresco musicale scritto da Ottorino Respighi nel 1928, terzo in ordine di composizione dei poemi sinfonici dedicati alla Città eterna. La stessa antica melodia diviene infatti una sorta di cantus firmus che percorre tutto il brano intitolato “Giubileo“, il secondo dei quattro pezzi per orchestra che celebrano la romanità in quattro distinti momenti della storia e dell’anno. In particolare Respighi, con la sua fenomenale abilità timbrica e tecnica, fa del tema della lauda il simbolo del canto dei pellegrini che stanchi si avvicinano pregando a Roma, dopo il lungo viaggio, circondandolo nella prima parte del brano di una splendida atmosfera sospesa, trasfigurandolo poco a poco in un momento di alto trionfo spirituale, simboleggiando la vista dei pellegrini della meta del loro viaggio.

Una pagina di “Giubileo” dalle Feste Romane di Respighi, con una citazione della lauda del XII secolo

Nei poemi sinfonici di Respighi non è raro trovare citazioni di altri materiali, prevalentemente afferenti alla tradizione musicale italiana antica, si pensi ad esempio alla bellissima melodia del Kyrie Clemens Rector nei Pini presso una catacomba, terzo dei Pini di Roma, senza contare le trascrizioni delle Antiche arie e danze o l’uso del canto gregoriano nel Concerto Gregoriano per violino e orchestra o semplicemente al riecheggiare continuo dell’antica tradizione pre-classica italiana nei temi e nell’uso creativo del modalismo.

La citazione del “Kyrie Clemens Rector” nel brano “Pini presso una catacomba” di Respighi

Nelle stesse Feste Romane, oltre alla citazione della lauda del XII secolo, ci sono tantissimi echi di materiali preesistenti o comunque riferimenti a movenze popolari, utilizzati con una tecnica stratiforme, nuova rispetto ai precedenti poemi sinfonici romani.

L’uso di questo tema nelle Feste indica chiaramente che la melodia della lauda era già nel 1928 particolarmente cara e apprezzata alla tradizione cattolica italiana, per entrare così emblematicamente in un poema sinfonico dal carattere tanto profondamente comunicativo, e continuò a esserlo, visto che nel 1966 ne venne fatto questo adattamento con testo italiano per adeguarlo alle esigenze post-conciliari.

Ecco quindi due collegamenti su YouTube per ascoltare i due brani:

Cristo Risusciti, in versione monodica:

 

 

Un adattamento polifonico:

 

 

E infine lo splendido affresco sinfonico di Respighi:

 

 

Per chi volesse ascoltare l’intero poema sinfonico, ecco una bella interpretazione della National Youth Orchestra of Great Britain diretta da Vasily Petrenko ai Proms 2009 di Londra

 

 

 

 

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