Andrea Amici

musicamultimedia.net

Tag: musica Page 1 of 5

Andrea Amici su Spotify

Online da oggi la pagina “ufficiale” di Andrea Amici su Spotify, con tutte le release attualmente disponibili.

Andrea Amici su Spotify

In un’unica playlist tutte le musiche composte e/o eseguite da Andrea Amici.

“L’hai tu sognato” – prima esecuzione assoluta

Il soprano Gonca Dogan e il chitarrista Davide Sciacca hanno presentato in prima assoluta “L’hai tu sognato“, di Andrea Amici, brano a loro dedicato, a Catania, nella chiesa di S. Biagio – S. Agata alla Fornace, il 20 settembre 2021.

Composto su versi di Lina Sanfilippo Castorina tratti da un volume commemorativo del primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini del 1901, “L’hai tu sognato” è caratterizzato da un’atmosfera onirica e sospesa, con un linguaggio musicale che procede per frammenti episodici, quasi immagini indefinite, accostate per analogie segrete.

Il programma del concerto, organizzato dalla SCAM – Società Catanese Amici della Musica, si è mosso all’interno di un interessante accostamento tra i nomi di Schubert e Bellini, proponendo del primo il repertorio liederistico e del secondo quello delle arie da camera e operistiche, alla ricerca di denominatori comuni pur nella varietà stilistica e di linguaggio.

Alle fantasie operistiche su temi di Bellini sono stati dedicati gli interventi solistici di Davide Sciacca, repertorio sul quale il chitarrista conduce in questi anni una appassionata attività di ricerca e rivalutazione di pagine per lo più sconosciute al pubblico delle sole da concerto.

Sulla medesima lunghezza d’onda si è collocata anche l’esecuzione di “Bellini in the USA” di Andrea Amici, con il fantasioso accostamento tra la belliniana “Casta Diva” e la musica popolare statunitense di ascendenze italiane.

Amor che ne la mente mi ragiona

Florilegio dantesco in undici parti, per voce recitante, tenore, flauto, chitarra e pianoforte (2021 #Dante700)

Nel secondo canto del Purgatorio un’anima si fa incontro a Dante per abbracciarlo: è Casella, musico e cantore toscano; Dante si intrattiene con lui, quindi prega l’amico di cantargli qualcosa, come sollievo e consolazione per il lungo viaggio sostenuto. Casella intona “Amor che ne la mente mi ragiona”, la seconda delle tre canzoni commentate nel Convivio, citata anche nel De Vulgari Eloquentia e presente con altre rime di Dante in autorevoli codici.

Già un unico verso di Dante è capace di creare una singolare suggestione, mettendo in relazione, con una rara capacità di sintesi concettuale, l’amore, la donna e l’intelletto, un intreccio di sconfinata profondità nel pensiero del Sommo Poeta, fra allegorie, esperienze biografiche, letteralismi e polivalenze interpretative. Ho scelto quindi proprio questo verso come titolo di un mio percorso che associa per frammenti, come in un florilegio, in via del tutto analogica, vari testi del poeta, tutti in qualche modo focalizzati sui temi della donna e dell’amore, in una prospettiva che dalla dimensione terrena via via conduce verso quella dell’eternità.

L’intero percorso musicale si apre nel segno e nella dimensione della memoria, con il celebre incipit della Vita Nuova, (1.Introduzione – In quella parte del libro della mia memoria2.Incipit Vita Nova) una delle metafore dantesche più suggestive; la memoria è un elemento che poi sotterraneamente attraverserà tutta la composizione, soprattutto nel rapporto tra il testo e le varie scelte del linguaggio musicale.

Una “rubrica”, collocata all’interno del “libro della memoria”, con all’interno delle parole, segni che rimandano alla vita, al cosmo, incontenibili se non forse solo nella loro apparenza. Di queste parole si prova almeno a realizzare una summa; così è anche il foglio bianco, l’inizio di un brano musicale che parte dal silenzio, affiorando, per segni spesso incomprensibili, dalla memoria.

Da qui prende quindi vita la riflessione sull’amore, troppo spesso liquidato, in Dante, come sola allegoria, mentre è in realtà una dimensione che oltrepassa – inglobandola – la dimensione umana, con le sue luci e anche con le sue ombre, perché parte di un unicum che sarà possibile intravedere, ma non descrivere, solo alla fine dell’intero percorso.

L’amore è intimamente connesso all’inizio con la figura femminile, prima fra tutte Beatrice, elemento umano e allegorico contemporaneamente, dalla sua prima apparizione (3.Apparizione) e dal primo incontro con il poeta (4.Primo saluto – Qualcosa oltre), fino alla visione nel sonno che turba (5.Visione – El Tango), con un vero e proprio corto circuito lessicale tra il testo dantesco e la riproposizione della mia precedente composizione El Tango ispirata originariamente all’omonima poesia di Borges; è anticipazione del dissidio fra amore terreno e amore ultramondano che sarà tipico della successiva esperienza petrarchesca, un dissidio che precipita nello smarrimento della selva oscura (6.Nel mezzo del cammin di nostra vita). Di qui è un discendere (7.Discesa) verso la dimensione più oscura dell’amore, che si lega alla morte, come nel celebre episodio di Paolo e Francesca, dal Quinto Canto dell’Inferno (8.Amor, ch’al cor gentil).

Da un momento di meditazione e ripiegamento (9.Era venuta ne la mente mia) prende l’avvio un movimento di ascesa, di continua trasfigurazione, con uno dei testi poeticamente e teologicamente più alti di Dante (10.Vergine Madre), rivolti alla perfezione della figura femminile, perfezione dell’amore, della creaturalità nobilitata al massimo dall’incastonarsi nella volontà divina, per giungere alla celebre visione conclusiva di Dio (11.Finale – L’Amor che move il sole e l’altre stelle).

Di fronte all’ultima geniale sintesi poetica della Commedia, dove l’inesprimibile a parole diviene ancor più inesprimibile in musica, rimane possibile solo un appianarsi del conflitto, della tensione attraversata semanticamente nelle sezioni precedenti, nel recupero di un supremo ordine del linguaggio musicale.

Prima esecuzione: Villa Patti, Caltagirone (CT), 5 settembre 2021, nell’ambito del concerto “L’amoroso canto”, un progetto di Concetta Pepe e Nicolò Maccavino.

Voce recitante: Sonny Rizzo e Daniela Vicino; flauto: Stefano Cappello; chitarra: Davide Sciacca; tenore: Riccardo Palazzo; pianoforte: Sergio Tornatore.

La locandina della prima esecuzione

Ymir

Questo brano per coro e orchestra è un viaggio fra le nebbie e le brume dei miti del nord, in un “non luogo” dove abita solo il tempo e un gigante, Ymir, primo fra tutti gli esseri viventi, saggio ma anche malvagio, ricopre tutta la terra.
Da lui sono generati la razza dei giganti, un uomo, una donna e un figlio con sei teste, mentre una mucca, dalla quale Ymir aveva avuto il nutrimento, trae dal ghiaccio Búri (“il generante”), da quale nacque un figlio identico al padre, Borr (“il generato”), che a sua volta ebbe tre figli dalla moglie Bestla figlia del gigante Bölþorn: Odino, Vìli e Vé. I tre uccisero Ymir e nel suo sangue affogarono tutti i giganti che da lui erano discesi, tranne Bergelmir che riuscì a fuggire con sua moglie dando origine alle stirpi dei giganti di ghiaccio.
Dal corpo di Ymir Odino e i suoi fratelli crearono la terra degli uomini.

Ymir è anche il nome dell’ultimo strumento virtuale (un coro di voci bianche) della serie Big Bang Orchestra della Vienna Symphonic Library, serie ispirata nella nomenclatura dall’astronomia: Ymir è infatti uno dei satelliti del pianeta Saturno.
Nato quindi inizialmente come semplice test di questa pregevole libreria, il brano si è poi evoluto e ingrandito alla lettura della mitologia norrena che in vario modo ha ispirato l’atmosfera generale e i vari episodi.

Orchestrazione virtuale e produzione audio: Andrea Amici

Strumenti virtuali:
Vienna Symphonic Library #VSL
» Big Bang Orchestra:
Solaris & Neptune (Woodwinds), Zodiac (Strings and Brass), Jupiter (Horns), Kopernikus (Trumpets), Hercules & Izar (Low Brass), Fornax (Percussions), Ymir (Children’s Choir), Ganymede (Choir), Regulus (Strings), Andromeda, Black Eye and Capricorn (Full Orchestra).
» Synchron Strings Pro
» Synchronized Woodwinds
» Synchronized Special Edition

Software:
» Steinberg Cubase Pro 11 – Dorico Pro 3.5 (DAW – Notation)
» VSL Vienna Ensemble Pro (Sound Host)
» Final Cut Pro X (Video production)

il colle dell'Infinito

Giacomo Leopardi

Il romanticismo italiano ha due esponenti principali: Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi; il primo appartiene al filone realistico-oggettivo, mentre il secondo a quello patetico-soggettivo. Manzoni infatti propone un’arte basata sul realismo storico, mentre Leopardi un’arte lirica, filosofica, basata essenzialmente sull’interiorità dello scrittore.

Profilo biografico

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798, da una famiglia nobile. Nel suo paese non c’erano particolari stimoli culturali e da giovanissimo lo scrittore preferì dedicarsi allo studio nella biblioteca del palazzo di famiglia dove trascorreva giornate intere occupandosi della lettura dei testi che aveva a disposizione.

La biblioteca del palazzo Leopardi
La biblioteca del palazzo Leopardi

In pochi anni, da autodidatta, divenne esperto di lingue classiche, ebraico, lingue moderne, letteratura, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). I sette anni impiegati in questo studio che lui stesso definì “matto e disperatissimo” da un lato lo resero enormemente colto ma dall’altro danneggiarono il suo fisico e la sua salute. Iniziò in questo periodo a scrivere saggi e traduzioni specialmente di opere classiche. Nel 1816 iniziò invece a scrivere poesie, attuando quello che lui stesso chiamò il passaggio “dall’erudizione al bello”; in questo stesso periodo cominciò a intraprendere contatti con vari intellettuali italiani e stranieri e iniziò anche la stesura dello Zibaldone, una specie di diario personale nel quale Leopardi annotò fino alla morte i suoi pensieri e le sue riflessioni permettendo così di avere un quadro generale del suo pensiero anche se in maniera frammentaria.

uno scrittoio a casa Leopardi

Nel 1819 attraversò un periodo di profonda crisi, dovuto al senso di frustrazione per la sua vita in un contesto culturale e sociale poco adatto alla sua sensibilità artistica; appartengono a questo periodo alcuni componimenti poetici tra i più famosi, come L’Infinito Alla Luna e nel contempo una nuova concezione filosofica, che l’autore indicherà con il passaggio “dal bello al vero”.

Un manoscritto de L'Infinito
Un manoscritto de L’Infinito

Dopo un breve soggiorno a Roma, nel 1823 Leopardi tornò a Recanati dove iniziò a scrivere le Operette Morali, un’opera in prosa nella quale si approfondiscono le teorie filosofiche dell’autore, con la formulazione della teoria del pessimismo storico, che individuava le cause dell’infelicità dell’uomo nella ragione, e della teoria del pessimismo cosmico, che dichiarava la Natura nemica dell’uomo, causa delle sventure umane, in quanto essa genera nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sempre deluso. Dal 1825 riuscì a lasciare Recanati e cominciò a viaggiare per alcune città italiane, ritornando nella sua città nel 1828, dove riprese ad approfondire le tematiche filosofiche della natura matrigna e della caduta delle illusioni.

Nel 1830 si stabilì prima a Firenze e poi a Napoli dove scrisse i suoi ultimi capolavori fra cui La Ginestra, nei quali l’autore sviluppa ulteriormente il suo pensiero trovando una possibile soluzione al suo pessimismo attraverso un senso di fratellanza universale tra tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino di infelicità voluto dalla Natura.

Le opere e la poetica

La poesia di Leopardi nasce essenzialmente da due presupposti di base: il senso di inadeguatezza nei confronti della realtà e lo scontro fra realtà umana e dimensione sovrannaturale da una parte e un dolore esistenziale dall’altra. Il dolore a sua volta è una tematica dai molti aspetti diversi: dolore personale per la propria realtà individuale, dolore per la morte intesa in senso materialistico come disgregazione totale, dolore per la condizione cosmica di infelicità causata dalla Natura. Proprio una lunga riflessione filosofica sul concetto di Natura è alla base di gran parte del pensiero e della poetica di Leopardi. La Natura è per il poeta un concetto filosofico estremamente complesso: non è assolutamente intesa in senso materialistico e meccanico, come la intendevano i filosofi dell’Illuminismo settecentesco, ma in un modo estremamente personale: per Leopardi la Natura è vita, nel senso espresso dalla parola greca physis, cioè l’atto di venire alla luce nel divenire del tempo.

L’opera poetica di Leopardi è riunita in alcuni gruppi fondamentali: quasi tutte le poesie rientrano in un’unica raccolta intitolata “Canti”, dove sono state riunite in ordine non solo cronologico ma anche tematico varie raccolte più piccole; la produzione in prosa è costituita dalle Operette Morali, da altri scritti minori e dallo Zibaldone, il diario personale dell’autore dove si ritrova tutto il pensiero filosofico leopardiano. Il linguaggio poetico di Leopardi è classicista e nello stesso tempo estremamente efficace e ricco e racchiude in sé tematiche romantiche all’interno di una forma basata sulla metrica tradizionale ampliata per ottenere risultati di notevole efficacia poetica. Un elemento sempre presente nella poesia di Leopardi è il paesaggio che ha sempre una corrispondenza ideale con quello che viene espresso.

Le prime opere scritte fra il 1813 e il 1816 sono quasi esclusivamente esercizi di erudizione; i primi componimenti poetici iniziano tra il 1816 e 1817, con poesie strettamente legate ad esperienze autobiografiche. Appartengono al 1818 le Canzoni civili intitolate All’Italia Sopra il monumento di Dante, scritte in connessione con la situazione politica italiana.

Tra il 1819 e il 1825 Leopardi scrisse una serie di poesie raggruppate sotto il nome di Idilli, fra cui L’Infinito, Alla Luna, La sera del dì di festa, Il Sogno, La vita solitaria; il termine idillio si riferisce a un componimento poetico scritto in endecasillabi sciolti che parla di situazioni individuali dell’animo del poeta, messo in relazione con una situazione o un quadro paesaggistico, riprendendo il modello del corrispondente genere poetico dell’antica Grecia, introdotto da Teocrito (IV-III sec. a.C.).

Tra il 1820 e il 1823 Leopardi scrisse anche un gruppo di poesie che sono raggruppate sotto il titolo di Canzoni, di lunghezza maggiore rispetto agli Idilli, con un pensiero poetico e filosofico più evoluto rispetto al passato; in particolare è importante quella intitolata Ultimo Canto di Saffo nel quale si approfondisce la tematica della Natura nemica dell’uomo e del suicidio come ultima arma per sottrarsi al divenire della Natura.

Dopo queste esperienze poetiche Leopardi si rivolge quasi esclusivamente alla prosa, scrivendo le Operette Morali, nelle quali attraverso delle allegorie viene presentato in maniera completa il pensiero filosofico leopardiano sulla teoria del pessimismo e del suo passaggio da un pessimismo storico a uno cosmico; le Operette Morali sono ventiquattro brevi scritti, per lo più in forma di dialoghi fra personaggi reali o immaginari e i temi più ricorrenti sono: la condizione umana, la morte, il destino, la ricerca inutile della felicità, la dimostrazione della triste condizione dell’uomo causata dalla Natura.

Dal 1823 al 1832 Leopardi riprende a scrivere poesie con il gruppo intitolato Nuove Canzoni fra cui quelle che sono le più importanti e i migliori esempi della poesia filosofica leopardiana: A Silvia, Il Passero Solitario, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del Villaggio e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

L’ultima fase della poesia di Leopardi è costituita dal gruppo intitolato Ultime Canzoni, scritte fra il 1832 e il 1837, tutte dedicate all’approfondimento e all’evoluzione del pensiero filosofico. Fra queste sono particolarmente importanti: Il pensiero dominante, Amore e morte, Aspasia e soprattutto La Ginestra.

Il pessimismo leopardiano

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è soggettivo e personale, legato quindi esclusivamente alla sua condizione di vita; in seguito il poeta introduce il concetto di pessimismo storico: secondo questa teoria l’infelicità è sempre esistita, solo che nelle epoche più antiche gli uomini non se ne accorgevano in quanto vivevano più a contatto con la Natura che li aveva dotati di immaginazione e illusioni che producono nell’uomo una felicità che non è reale in quanto mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza; l’uomo moderno ha distrutto con la ragione le illusioni che la Natura, ancora considerata benigna, gli aveva fornito. In seguito Leopardi cambia le sue idee elaborando la teoria del pessimismo cosmico: la Natura è un’entità maligna, che non vuole il bene delle sue creature; pur essendo consapevole dell’infelicità dell’uomo, la Natura continua senza mai fermarsi nel suo meccanismo indifferente e crudele di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, generando sempre nuove creature destinate all’infelicità che per di più inganna con le illusioni; l’uomo non può far altro che rendersi conto di questo triste destino: la sofferenza è la condizione fondamentale dell’essere umano. Nell’ultimo periodo della sua vita, senza cambiare opinione riguardo la Natura e l’uomo, Leopardi propone come soluzione la solidarietà fra tutti gli uomini accomunati dalla stessa condizione esistenziale.

Leopardi in musica

Andrea Amici, Preludio e Infinito, per soprano, coro e orchestra (2010)

Goffredo Petrassi, Coro di Morti, madrigale drammatico per voci maschili, tre pianoforti, ottoni, contrabbassi e percussione (1940-41)

Pietro Mascagni, A Giacomo Leopardi, Poema Musicale per orchestra e voce di soprano (1898)

My Favorite Morricone

My Favorite Morricone

Come un interprete prende in mano attraverso il suo strumento un brano musicale e con esso instaura un profondo intreccio tra la cultura e la sensibilità dell’autore e il proprio mondo interiore, così anche il compositore fa sue musiche altrui e le ricrea, utilizzando frammenti, rivestendo e travestendo, confrontandosi con un ideale diverso dal proprio, dando vita a qualcosa di nuovo che può variamente essere vicino o discostarsi dagli originali.

Andrea Amici

Nel programma di sala del mio concerto tematico del 29 settembre 2016 al Castello Ursino di Catania, intitolato “Scritture e Riscritture Sonore“, avevo sottolineato l’importanza che per me riveste la rivisitazione di musiche altrui, come modo di confrontarsi in maniera attiva con pensieri e procedimenti anche diametralmente opposti ai propri, un modo, dal punto di vista del compositore, di far propri i brani musicali di repertorio attraverso l’estensione di un procedimento affine a quello dell’interpretazione per gli strumentisti. È un affascinante viaggio all’interno dell’immaginazione altrui, un dialogo che si instaura con pagine, idee e strutture preesistenti, nella pratica dell’arrangiamento, del collage, dell’orchestrazione o adattamento per organici strumentali differenti.

La musica di Ennio Morricone, presente nell’immaginario collettivo per le sue splendide colonne sonore di enorme suggestione e capacità comunicativa, nasconde al suo interno una notevole complessità di struttura, pensiero e costruzione. Confrontarsi con essa naturalmente è estremamente interessante: si impone il massimo rispetto per le ricercate soluzioni dell’autore e anche per le aspettative del pubblico che ormai ne ha radicato l’inconfondibile “marchio”, ma al tempo stesso le possibilità di individuare sottili legami e sotterranee rispondenze tra i vari brani permette un’ampia possibilità di scelte per sottolineare con la tecnica del collage, o con soluzioni timbriche diverse, aspetti molto interessanti della produzione morriconiana.

Alle colonne sonore di Morricone ho dedicato tre medley, intitolati My Favorite Morricone (I – II – III). Del primo esistono più versioni che differiscono per l’organico strumentale di destinazione, mentre del terzo non è ancora disponibile una registrazione.

My Favorite Morricone I

Scritto nel 2013 per l’Orchestra MusiDOC, comprende in sequenza: Playing Love (La leggenda del pianista sull’oceano), Se telefonando, Visita al Cinema, Love theme (Nuovo Cinema Paradiso), Love Circle (Metti una sera a cena), The Legend of the Pianist (La leggenda del pianista sull’oceano)

My Favorite Morricone I
Dal concerto dell’Orchestra MusiDOC al Castello Ursino di Catania, 6 giugno 2013
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016
(Lydian Ensemble)
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Notturno al Castello Ursino“, Catania 23 settembre 2017
(Lydian Ensemble)

My Favorite Morricone II

Scritto nel 2016 in occasione del concerto “Scritture e riscritture sonore” per il Lydian Ensemble, presenta: The Strength of the Righteous (The Untouchables) – C’era una volta il WestRicordare (Una pura formalità) – C’era una volta in AmericaThe Ecstasy of Gold

My Favorite Morricone II
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016

My Favorite Morricone III

Scritto nel 2019 comprende: Il Clan dei Siciliani, Death Theme (The Untouchables), Giù la testa, On Earth as it is on Heaven (The Mission).

Buon compleanno Arvo Pärt

Il compositore Arvo Pärt, che oggi compie ottantacinque anni, è una delle voci più significative della musica contemporanea.
Nato a Paide, in Estonia, l’11 settembre 1935, si è imposto sulla scena internazionale quando, dopo gli esordi nel solco della dodecafonia e le prime significative prese di distanza da essa, intorno agli anni Settanta emerse da un lungo “silenzio” creativo con uno stile personale del tutto nuovo, che sarebbe stato la sua originale cifra espressiva, carica anche di sviluppi futuri.

Arvo Pärt
(Photo Priit Grepp – Arvo Pärt Centre)

Dopo due sinfonie e altre importanti opere quali “Credo“, “Collage über B-A-C-H”, “Solfeggio“, “Perpetuum mobile” (tutte comunque ancora saldamente in repertorio e presenti in discografia), Arvo Pärt si convinse di aver imboccato una strada senza sbocchi, un binario morto; ecco quindi farsi avanti la necessità di non scrivere più, immergendosi nella lettura della musica antica, in particolare il canto gregoriano contenuto in un Liber usualis trovato in una chiesetta di Tallin, alla ricerca della conduzione di una “linea primitiva”, essenziale, «portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine», secondo le parole del compositore stesso, raccolte da Enzo Restagno nel libro Arvo Pärt allo specchio (Il Saggiatore, 2004). In questa ricerca diviene fondamentale il contatto con i testi sacri, in particolare i Salmi biblici, letti, uno alla volta, prima di compiere una sorta di esercizio di scrittura di una singola linea, giungendo così a riempire pagine e pagine di monodie, liberamente, alla ricerca di quella sorgente primaria antecedente al tecnicismo della composizione.

Da questo percorso a ritroso, con la progressiva aggiunta di una seconda voce e via via di una densità sempre maggiore pur nel primato della linea principale, nasce lo stile tintinnabuli, spesso associato all’idea di un minimalismo sacro, da cui prenderà il volo la produzione matura di Arvo Pärt, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei compositori contemporanei più amati ed eseguiti, capace, con una musica che nasce praticamente dal silenzio, apparentemente semplice, volutamente scarna, di parlare alla profondità dell’uomo, impegnandolo in un salto oltre il rumore della contemporaneità, alla scoperta di quel silenzio originario – che non è vuoto, ma mistica e concreta presenza – da cui prende voce prima un singolo suono, quindi, in maniera ordinata, il resto.

Descrivere brevemente le caratteristiche dello stile tintinnabuli è impresa alquanto ardua, perché nella sua apparente semplicità nasconde tutta una serie di profonde riflessioni tecniche sulle risonanze delle voci (tintinnabulum è, in latino, la campana e proprio alle sue capacità risonatorie si riferisce la definizione del compositore), sull’organizzazione di micro-modi basati sulle scale (prevalentemente minori, ma non solo), sulla rispondenza tra la metrica del testo (presente o solo immaginato) e la struttura ritmica, sulle possibilità combinatorie del contrappunto.

Riducendo però l’ansi l’analisi ai soli elementi costitutivi, la tecnica del compositore si può riassumere in una modalità di organizzazione dello spazio sonoro centrato su una monodia-perno, che ha al suo interno degli elementi costitutivi di strutture verticali che vengono realizzate per aggiunta, secondo criteri ben organizzati, di nuove voci poste a precise distanze intervallari e tratte principalmente da ridotte costruzioni triadiche.

Osservando l’inizio del Kyrie della Berliner Messe si può avere un primo esempio della complessità e insieme efficacia della scrittura di Arvo Pärt.

Berliner Messe - Schema

Lo schema qui sopra riproduce l’ossatura orizzontale e verticale delle prime misure del brano. La base è una semplice scala di sol minore naturale, suddivisa in segmenti che partono dal suono base (sol) o su di esso si concludono; il numero di gradi congiunti che compongono ogni segmento dipende dal numero di sillabe della parola musicata. Considerando che alla sillaba tonica vengono assegnate due altezze, alla parola Kyrie corrispondono quindi quattro note, alla parola eleison cinque. Anche il ritmo è trattato secondo uno schema fisso, legato alla parola: la sillaba tonica ha una durata di una semiminima più una minima puntata (4/4 in totale), le altre sillabe di una semiminima, tranne quella conclusiva che si prolunga di un ottavo. Si crea così una linea principale che nell’esempio è scritta in nero e, per praticità, in note tonde senza ritmo.

Da un punto di vista verticale, dopo la prima enunciazione monodica sulla parola Kyrie, il compositore prende la triade minore del primo grado della scala (sol-si bemolle-re) e ne utilizza le note in un contrappunto 1:1; dapprima aggiunge una sola linea (indicata in rosso), scegliendo dall’accordo di sol minore alternativamente la nota più prossima alla linea principale nel grave e nell’acuto: al re si contrappone il si bemolle inferiore (indicato nell’esempio con -1, perché è il suono immediatamente sotto il re nell’accordo di sol minore), al do il re superiore (+1 perché la nota dell’accordo di sol minore immediatamente sopra il do), al si bemolle il sol (di nuovo -1) e così via. Si crea così anche un’alternanza fra intervalli diversi, contenenti diversi gradi di tensione; non si parla di dissonanze e consonanze, termini inadeguati in questo contesto, ma appunto di tensioni, qualità, risonanze diverse, che riescono a creare la tipica atmosfera del compositore estone.

Proseguendo, nella frase successiva alla seconda linea se ne aggiunge una terza, anch’essa con lo stesso procedimento, utilizzando esclusivamente le note dell’accordo di sol minore. Stavolta la seconda linea ha un rapporto di +1 con la linea principale, mentre la terza -1: in sostanza le due voci aggiunte procedono fra di loro per moto contrario.

Ancora, nell’ultima frase presa in esame, il procedimento si arricchisce di una quarta linea (indicata in blu) che si muove stavolta parallelamente alla linea principale, alla distanza di sesta; le due linee aggiunte proseguono, con rapporto alternato +1 -1, la prima nei confronti della linea fondamentale, la seconda della quarta linea a essa parallela.

Come si vede, pur in questo primo esempio, l’apparente quasi disarmante “nudità” ed essenzialità della musica di Arvo Pärt nasconde una notevole complessità di scrittura, non fine a se stessa, ma strettamente ancorata alle radici di quel “silenzio” di cui si parlava precedentemente, una struttura che comunque l’orecchio riesce a percepire come solida organizzazione.

Arvo Pärt
(Photo Birgit Püve – Arvo Pärt Centre)

Naturalmente nel corso degli anni lo stile tintinnabuli, di cui ho presentato qualche aspetto fondamentale ma che in realtà ha una ben maggiore complessità e ricchezza, ha visto una continua evoluzione, nella direzione di un notevole arricchimento del materiale armonico utilizzato e della cromatizzazione delle varie linee, e anche della complessa disposizione formale delle varie costellazioni sonore all’interno del singolo brano.

Esempi della piena maturità espressiva di Arvo Pärt e – a mio avviso – della sua migliore produzione sono contenuti in tre più recenti album editi dalla ECM, etichetta alla quale il compositore estone deve anche in parte la sua eccezionale diffusione, grazie al duraturo sodalizio con il produttore discografico Manfred Eicher che della ECM è stato il fondatore.

Arvo Part - In Principio - Lamentate - Symphony n.4

Lamentate, del 2005, contiene un lavoro per pianoforte e orchestra (che dà il titolo all’album), in dieci parti, con lo strumento solista trattato come una persona, la prima persona di una narrazione, a confronto con i grandi temi della morte e della sofferenza, espressi in una forma che si rifà alle sculture di grandi dimensioni dell’artista britannico Anish Kapoor, cui il brano è dedicato, sculture che, a detta del compositore, infrangono i concetti di spazio e tempo. In questa incisione il pianoforte è affidato a Alexei Lubimov e Andrey Boreyko dirige la SWR Stuttgart Radio Symphony Orchestra. Apre l’album uno splendido esempio della musica vocale di Arvo Pärt, Da pacem, interpretato dall’Hilliard Ensemble.

In Principio accosta tre grandissimi capolavori che esprimono tutta la profondità del pensiero e dell’arte del compositore estone: il brano in cinque parti che dà il titolo all’intero album, per coro e orchestra, sul Prologo del Vangelo di Giovanni, La Sindone, per orchestra, commissionato da Enzo Restagno per il festival Settembre Musica di Torine nel 2006, vetta assoluta della scrittura di Arvo Pärt, e Cecilia Vergine Romana, sempre per coro e orchestra, scritta per il Giubileo del 2000, assieme ad altri brani che sono riproposizioni di pezzi scritti precedentemente per altri organici, caratteristica questa molto diffusa nell’esperienza creativa di Arvo Pärt che più volte ha continuato a ritornare sui suoi passi, rielaborando i propri lavori per nuove situazioni strumentali. In questo album spicca la figura del direttore d’orchestra Tōnu Kaljuste, prezioso interprete specialista del compositore estone, attorniato dalla perfezione esecutiva dei complessi dell’Estonian Philharmonic Chamber Choir, dell’Estonian National Symphony Orchestra e della Tallinn Chamber Orchestra.

Infine la Sinfonia n.4 “Los Angeles”, commissionata dalla Los Angeles Philharmonic, con un più o meno esplicito riferimento a una preghiera all’angelo custode presente in un antico canone della chiesa slava cui il compositore si stava dedicando al tempo della commissione del lavoro con la composizione del Kanon Pokajanen, brano che chiude fra l’altro l’album, diretto da Tõnu Kaljuste. La sinfonia segna il ritorno, dopo trentasette anni, a un lavoro per orchestra di più larghe dimensioni, in cui i procedimenti compositivi di Arvo Pärt si dipanano in più complesse strutture, in un percorso sonoro di grande bellezza e suggestione. La Sinfonia è diretta da Esa-Pekka Salonen, alla guida della Los Angeles Philharmonic; proprio Salonen fu il direttore della prima assoluta alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, performance storica, presente, oltre che in questo, anche in un album della Deutsche Grammophon.


Non sono tante le nuove composizioni di Arvo Pärt, che fra l’altro dedica, come accennavo prima, molto tempo anche alla revisione dei suoi lavori precedenti e alla loro trasformazione in nuove versioni per organici strumentali diversi. Fra le sue ultime creazioni spicca sicuramente Silhouette scritta nel 2010 come omaggio a Gustave Eiffel; è possibile vederne e ascoltarne la pregevole prima esecuzione assoluta con l’Orchestre de Paris diretta da Paavo Järvi, sul canale YouTube del direttore d’orchestra.

L’ultimo in ordine di composizione, al momento, è un brano per coro dal titolo And I heard a voice.

Per chi volesse invece in breve attraversare l’intero percorso musicale di questa singolare voce della musica contemporanea, si segnala la bella antologia della ECM dal titolo Musica Selecta.

Non resta che augurare quindi lunga vita a questo compositore che è riuscito ad affermare la propria musica caratterizzata da una profondità fuori dal comune, un artista capace di imporre il silenzio, la riflessione e la sua stessa religiosità in mezzo alla frenesia, al rumore e al consumismo del mondo contemporaneo, a rimanere se stesso nonostante l’enorme successo mondiale abbia reso i suoi lavori fra i più eseguiti e incisi al mondo.

Qualcosa oltre

Il 7 agosto 2020 è andato in scena al Castello Ursino di Catania “Storia di una capinera”, uno spettacolo ideato e interpretato dall’attrice Ornella Giusto, basato sulle letture di stralci dell’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Storia di una capinera
La locandina dello spettacolo

L’attrice si è avvalsa della presenza sul palco della ballerina Olga Stornello e del chitarrista Davide Sciacca che ha interpretato anche in prima esecuzione assoluta Qualcosa oltre, brano per chitarra solista scritto da Andrea Amici espressamente per questo spettacolo.

Un momento dello spettacolo
(Foto Gattopino Ph)

Il pezzo è ispirato alla lettura dell’introduzione del romanzo verghiano, all’immagine della capinera chiusa in gabbia, morta perché “soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete”.

Qualcosa oltre

Ask me again

Un inedito di George Gershwin

Ottantatré anni fa, precisamente l’11 luglio, moriva improvvisamente George Gershwin; il suo stato di salute era vertiginosamente precipitato dal principio del 1937 a causa di un grave tumore al cervello della cui esistenza i medici si sarebbero accorti solo quando ormai i suoi devastanti effetti stavano per portare il compositore alla sua prematura fine.

L’ultimo progetto cui Gershwin si stava dedicando nei suoi ultimi mesi di vita era The Goldwyn Follies, un film che uscì nel 1938. Intrecciata in qualche modo alla sua lavorazione è Ask me again una delle più belle song scritte dalla coppia George & Ira Gershwin, ritrovata nel 1982 dall’infaticabile araldo dell’American Songbook Michael Feinstein (che di Ira fu anche catalogatore e collaboratore) e rimasta inedita fino al mese di aprile del 1991.

Il brano debuttò a Broadway nel 1990 in una produzione di David Merrick del musical di Gershwin “Oh, Kay”, sebbene già da qualche anno era stato presentato da Feinstein.

Ask me again ha la tipica struttura di quasi tutte le canzoni di Gershwin, con un verse introduttivo che apre alla sezione principale, e si distingue per un’incomparabile bellezza, unita a una freschezza e apparente semplicità e a una certa vena a tratti malinconica, caratteristiche tutte che portano il brano ai vertici indiscussi della produzione vocale di Gershwin.

La Seconda Preghiera per organo alla Methuen Memorial Music Hall

L’8 luglio 2020 Leonardo Ciampa ha brillantemente eseguito la Preghiera per organo n. 2 “Sub tuum praesidium confugimus” in un concerto tematico dedicato alla musica per organo italiana alla Methuen Memorial Music Hall, nello stato del Massachusetts (USA).

Andrea Amici: Preghiera per organo n.2 - Leonardo Ciampa - Methuen Memorial Music Hall - Fai clic per aprire il video.
Clic sull’immagine o sul link per ascoltare il brano (link esterno su YouTube)

L’interpretazione di Leonardo Ciampa della mia “Preghiera n.2 – Sub tuum praesidium confugimus” (scritta per lui nel 2008) offerta in questo concerto è di assoluta perfezione e da considerarsi “di riferimento”. Leonardo è riuscito ad andare al cuore della spiritualità del mio brano, esprimendo, grazie anche allo splendore timbrico di questo strumento, ogni più piccola sfumatura, tra suono e silenzio. Grazie per questa incomparabile emozione e grazie allo staff della Methuen Memorial Music Hall per l’ottima ripresa audio e video.

Andrea Amici

And hearing the new, modern works by Amici, di Tullio, Yon, and Ciampa offers even more unexpected delights—it’s heartening to know that composers are still writing solid music for the organ, clearly a heritage that dates back centuries, as shown in this recital.

Max Derrickson (Arts Editor)

Page 1 of 5

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Navigando fra le pagine di questo sito, ne accetti l'utilizzo dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" autorizzi il loro utilizzo. Consulta la pagina Informativa sui cookie per maggiori informazioni.

Chiudi