Andrea Amici

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Tag: Prokofiev

Un’orchestra russa fra le rovine di Palmira

Ho letto con interesse, ma non senza alcune perplessità, la notizia del concerto che l’Orchestra Sinfonica del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ha tenuto il 6 maggio scorso nell’antico anfiteatro romano di Palmira, la città della Siria centrale che è stata protagonista della furia distruttiva e omicida dell’Isis e che il mese scorso è stata conquistata dall’esercito di Assad, con il decisivo intervento delle forze russe. Fra queste splendide testimonianze del passato passaggio dei Romani, lo ricordiamo, i terroristi del “Califfo nero” hanno perpetrato terribili delitti poi trasmessi in tutto il mondo e lo stesso patrimonio archeologico, magnifico nella sua conservazione, è stato più volte deturpato con sistematicità. 


Protagonista del concerto, fra le comprensibili imponenti misure di sicurezza, dovute anche al fatto che a pochissima distanza dal sito ancora si combatte e imperversano i bombardamenti, il maestro russo Valery Gergiev, grande direttore d’orchestra di indiscusso valore artistico, nonché grande amico e sostenitore di Vladimir Putin, non nuovo a queste manifestazioni culturali a ridosso di eventi di guerra. 

Proprio lo stesso presidente è apparso su un grande schermo, davanti al pubblico composto prevalentemente da soldati russi, civili siriani, rappresentanti di alcuni governi, tra i quali Francia, Serbia, Perù e Siria, e dell’UNESCO e alla presenza del ministro della cultura russo. 

Putin ha espresso la propria gratitudine nei confronti di coloro che si impegnano attivamente nella lotta contro il terrorismo e ha salutato questo concerto, intitolato “Preghiera per Palmira. La musica dà vita alle antiche mura“, come un «un simbolo di gratitudine, memoria e speranza». 

A ulteriore conferma del marchio esclusivo di questo concerto, il programma, anch’esso quasi interamente russo, con musiche di Bach, Shchedrin e Prokofiev. 

Poco da eccepire da un punto di vista formale, per questo segno di riconquista di un prezioso luogo simbolo della cultura e della storia affermato tramite il concerto, ma molte sono le perplessità dal punto di vista della sostanza. 

Che il concerto si configuri come un simbolo auto celebrativo della “Grande Madre Russia” appare innegabile, del tutto simile del resto a eventi simili del passato. Confermato dalla diretta televisiva dell’emittente di stato di Mosca che ha diffuso le immagini del concerto alternandole con quelle delle truppe militari russe impegnate attivamente a sostegno della liberazione di Palmira. Ricorda le operazioni “culturali” come l’Ouverture 1812 di Čaikovsky o Alexander Nevskij, il film del 1938 di Ejzenštein con musiche di Prokofiev, che però appartengono a un passato che al giorno d’oggi forse avremmo voluto superato. 

La musica quindi è stata di fatto spogliata del suo profondo significato di linguaggio universale simbolo di fratellanza fra popoli e culture diverse, di pace e armonia nella bellezza, per ridursi a strumento di propaganda di un’operazione, fra l’altro, sulla quale si addensano pesanti nubi e responsabilità più o meno occulte della nazione organizzatrice ma anche di tutta la comunità internazionale. 

La questione infatti non è tanto la matrice russa di questo evento, quanto l’evento in sé, concepito in maniera unilaterale, propagandistico, parziale, perché non decisivo e soprattutto, ripeto, in un clima tutt’altro che chiaro per quanto concerne le responsabilità internazionali. 

La condanna ferma del terrorismo e l’impegno del mondo della cultura devono sicuramente prendere le distanze da qualsivoglia intento di auto celebrazione nazionalistica e quindi operare a un livello sovranazionale ed esprimere chiaramente un ideale universale tramite un linguaggio anch’esso universale e così da tutti espresso e recepito. Diversamente, pur nella validità dell’esito artistico, si ricondurrà il tutto a una insanabile frattura che in questo caso porta alla perplessità e poi all’oblio se non alla diffidenza, nel caso invece di un “prodotto” artistico occorre del tempo e una oggettivizzazione per liberarlo da scomode sovrastrutture. 

Ma la modernità, purtroppo, è fatta di immagine, non di ideale, e questo in tutti i campi, nel bene e nel male, e anche fra le “vie di mezzo”, che rasentano l’una e l’altra parte. 

Tre appuntamenti con Claudio Abbado su Rai Uno

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Roberto Benigni e Claudio Abbado

Rai Uno ha dedicato tre appuntamenti televisivi a Claudio Abbado, un’intervista esclusiva per Speciale TG1 in seconda serata, la fiaba musicale Pierino e il Lupo la vigilia di Natale in prima serata complice la presenza di Benigni in veste di eccentrico narratore, e infine il 30 dicembre il maestoso Te Deum di Hector Berlioz, prosecuzione del medesimo concerto iniziato con la musica di Prokofiev, che ha visto la partecipazione oltre che dell’orchestra Mozart anche dei ragazzi di scuola.
Claudio Abbado è indubbiamente una delle personalità più importanti del panorama musicale internazionale e in questi ultimi anni ha raggiunto e continua a raggiungere le vette più alte dell’interpretazione, unendo alle indiscusse qualità di direttore d’orchestra anche doti di organizzatore e divulgatore musicale, soprattutto fra le giovani generazioni che lo seguono con l’entusiamo e l’affetto che il Maestro sa suscitare.
Ciò che salta subito all’occhio è infatti la capacità di Abbado di coinvolgere i musicisti che sembrano, sotto la sua guida, pronti a dare il massimo e a suonare con il più grande coinvolgimento umano ed emotivo.
Con questo suo potentissimo magnetismo, basato come ha ammesso lo stesso Abbado sulla carica umana e non su un atteggiamento dittatoriale, il direttore d’orchestra italiano guida l’esperienza musicale verso panorami sempre nuovi: è il caso di Pierino e il Lupo, brano apparentemente semplice nel suo orientamento didattico, ma riletto con un’incomparabile capacità di mettere in evidenza particolari nuovi con sensibilità e acutezza.
Ancora più evidente lo spessore interpretativo di Abbado con il Te Deum di Berlioz, complicato affresco sinfonico-corale di visionaria genialità; quanto si è visto e ascoltato è stata anche la testimonianza di un’ulteriore crescita artistica che Abbado ha vissuto in questi ultimi anni, raggiungendo degli esiti veramente fuori dal comune che lo collocano accanto ai più grandi testimoni della storia dell’interpretazione.
Del Te Deum di Berlioz esiste un’incisione per la Deutsche Grammophone di Abbado che confrontata con il concerto trasmesso in televisione dimostra proprio il progresso e l’arricchimento del mondo musicale del Maestro: da una cura per il suono, la determinazione per la disincrostazione di cattive prassi esecutive e l’attenzione analitica per ina riproposizione culturalmente e storicamente ineccepibile, Abbado approfondisce il valore umano dell’opera d’arte, restituendo letture di incomparabile valore, coniugando tutte le proprie conquiste passate con la ricchezza dell’esperienza presente.
Le ragioni di tale ulteriore crescita sono molteplici e da ritrovare intanto nell’onesta e operosa laboriosità nella lettura e nella consuetudine con i grandi capolavori senza presunzioni, ma con la dichiarata volontà di progredire sempre più nella conoscenza, poi nella crescita umana e spirituale, sempre maggiore, e spesso spinta anche da congiunture di vita che mettono a contatto con quel misto di grandezza (soprattutto di ingegno) e di fragilità propria dell’esistenza umana, che si concretizza per esempio nello scontro inatteso con il mistero della malattia.
Infine la presenza di quella dimensione magica che tanto bene ha espresso Benigni nell’introduzione a Pierino e il Lupo relativamente all’atto della direzione d’orchestra e che si può estendere alla Musica e all’arte in generale, una dimensione che magari non era presente o non in penezza nelle interpretazioni di Abbado di 25/30 anni fa ma che ora a diritto ne fa uno dei maestri indiscussi dell’interpretazione musicale.

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