Andrea Amici

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Alla Digital Concert Hall l’apertura della stagione sinfonica

La Digital Concert Hall

La Digital Concert Hall

Grazie all’invito promozionale della Deutsche Bank ho ricevuto per e-mail un link per seguire in diretta su internet il concerto di apertura della stagione sinfonica 2012/13 dei Berliner Philharmoniker, tenutosi il 24 agosto scorso nel tardo pomeriggio; l’orchestra, che tutti da tempo siamo abituati a riconoscere come una delle più importanti al mondo, era diretta dal suo direttore principale, Sir Simon Rattle.

Da tempo ero registrato sul sito della Digital Concert Hall, www.digitalconcerthall.com, la sala da concerti virtuale che porta sui monitor dei computer e sui modelli più recenti di televisori e lettori blu-ray della Sony la Philharmonie di Berlino, per vedere le interviste esclusive ai musicisti e anche una volta per seguire una parte di un concerto gratuito dedicato alle famiglie, ma non avevo mai assistito per intero a un concerto dei Berliner in diretta web.

Con grande curiosità mi sono quindi collegato per lo streaming anche attirato dall’interessante programma che ha accostato due capolavori indiscussi del XIX e del XXI secolo: il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms e la Terza Sinfonia di Witold Lutoslawski.

Linea guida del concerto è la coincidenza di un principio generale insito nella missione di una grande orchestra sinfonica con la sfida artistica di due grandi compositori del XIX e del XX secolo: “breathing fresh life into old art“, portare un soffio di vita nuova in un’arte antica; come infatti una grande orchestra, rivisitando il grande repertorio, lo riporta in vita attraverso l’approfondimento l’interpretazione, allo stesso modo un grande compositore può scegliere di porsi di fronte a una forma tradizionale, come può essere il concerto o la sinfonia, e ripensarla, ricrearla, immettendovi uno spirito nuovo e così portarla sempre verso nuovi e inaspettati orizzonti. È il caso proprio di Brahms e Lutoslawski, apparentemente così lontani ma in realtà animati dallo stesso spirito.

Al termine del Secondo Concerto di Brahms

Yefim Bronfman e Simon Rattle con i Berliner Philharmoniker al termine del Secondo Concerto di Brahms

Con il suo Secondo Concerto per pianoforte e orchestra Brahms spinge la fusione del concerto e della sinfonia a un livello di coesione straordinario: la sua capacità di integrare le due forme è veramente nuova e inaudita; il pianoforte è alternativamente solista ma anche parte integrante dell’orchestra, dimenticando in vari punti ormai del tutto l’idea originaria del concertare, salvo poi recuperare appunto in modo assolutamente nuovo alcuni tratti vitali del dialogo fra solista e orchestra, anche allargando il ruolo solistico al violoncello, comprimario dello splendido e contemplativo terzo movimento. Primariamente il risultato è ottenuto non già tramite l’abolizione di concessioni al virtuosismo o alla spettacolarizzazione, spesso presenti nell’impervia parte pianistica, ma nella fusione delle parti attraverso procedimenti compositivi omogenei, che si trasferiscono e si fondono con grande plasticità fra lo strumento solista e l’orchestra, primariamente mediante la tecnica della variazione che si interseca con quella della durchfürung, lo sviluppo.

Quasi un secolo dopo il Concerto di Brahms, e dopo dieci anni di lavoro, vede la luce l’imponente Terza Sinfonia di Lutoslawski. I punti di contatto con la forma della sinfonia romantica sono tanti: dal motto iniziale, un poderoso motivo in note ribattute che ritorna quasi ciclicamente fra le varie sezioni dell’unico lungo movimento, a riferimenti al rondò e alla forma sonata, tutti rivissuti in una modernità mai fine a se stessa; per il compositore polacco, infatti, un brano non può far risiedere il proprio fondamento nella sola “novità”, che lo porterebbe rapidamente all’oblio, come di fatti è accaduto per gran parte della musica dei secoli passati e del XX in particolare.

La fresh life nella Sinfonia di Lutoslawski filtra da una vera e propria costellazione di geniali intuizioni compositive: la capacità di creare una macro-forma che ingloba le varie strutture formali che fra di loro si susseguono o si sovrappongono; la tecnica dell’alea limitata, la presenza cioè di sezioni in cui solo alcuni elementi sono espressi in notazione, mentre altri, in un limite ben preciso, vengono lasciati all’orchestra, creando l’idea di una “scultura che può essere vista da varie e cangianti prospettive“, secondo una definizione dell’autore; l’originalità delle testure orchestrali; la bellezza espressiva di numerosi episodi.

Simon Rattle

Simon Rattle

Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker hanno offerto una performance assolutamente mozzafiato: uno splendido concerto di altissimo livello con una tensione tecnica ed espressiva continua ed estremamente coinvolgente; Yefim Bronfman ha offerto una prova di grande talento, con un suono e una pronuncia autenticamente brahmsiani. In Lutoslawski, poi, i Berliner Philharmoniker si sono dimostrati assolutamente superlativi, guidati da Simon Rattle che ha dominato le enormi difficoltà tecniche della Sinfonia, evidenziandone con incomparabile maestria ed espressione i ponti con il secolo a lei precedente, impersonato dal brano sentito nella prima parte del concerto.

La regia, sobria ed elegante, si è dimostrata funzionale alla musica, con una cura del dettaglio ben bilanciata con l’insieme; nel complesso quindi un grande concerto e una bella opportunità di partecipare, grazie alla tecnologia, a momenti di così elevata qualità artistica e culturale.

Per tutti gli abbonati alla Digital Concert Hall e tutti coloro che volessero “curiosare”, questo è il link alla pagina del concerto: http://www.digitalconcerthall.com/en/concert/4496/rattle-bronfman-brahms-lutosławski

 

Carlo Maria Giulini

Giulini, tra Vivaldi e Verdi

Vivaldi Verdi GiuliniLa recente esecuzione del Credo di Vivaldi, nel corso del concerto offerto al Papa in occasione dell’anniversario della sua elezione al soglio pontificio dal Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, mi ha portato a riascoltare questo compact disc acquistato anni fa.
Si tratta della pregevole incisione della Sony del brano di Vivaldi unito ai Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi realizzata da Carlo Maria Giulini alla testa dell’Orchestra Filarmonica di Berlino e dell’Ernst-Senff-Chor.
L’accostamento è pregevole, visto che la composizione dei Quattro Pezzi Sacri è frutto di un momento di riflessione di Giuseppe Verdi sulla tradizione della musica antica vocale italiana di cui il Credo di Vivaldi è sicuramente uno degli esempi più alti e nobili.
Giulini non era direttore da grandi effetti ma dalla pregevole carica umana, uno di quegli spiriti musicali che cercano sempre più in profondità fra le pieghe della pagina, alla ricerca di nascosti significati e analogie fra le note, un tipo di musicista oggi forse non più in voga dal momento che, nei casi peggiori, la tecnica ha ormai preso il sopravvento sull’interpretazione, in quelli migliori l’aspetto storico/analitico su quello puramente umano.
Fra le note di Vivaldi, quindi, Carlo Maria Giulini non ricerca l’esattezza storico-filologica del fraseggio, presentando anzi una lettura molto più “romantica”, ma proprio così fa emergere un’interpretazione che, a distanza di anni, perfettamente si concatena a quanto pochi giorni fa ha affermato il Papa Benedetto XVI a proposito di questo grande capolavoro:

E veniamo al brano di Vivaldi, grande rappresentante del Settecento veneziano. Purtroppo di lui si conosce poco la musica sacra, che racchiude tesori preziosi: ne abbiamo avuto un esempio nel brano di stasera, composto probabilmente nel 1715. Vorrei fare tre annotazioni. Anzitutto un fatto anomalo nella produzione vocale vivaldiana: l’assenza dei solisti, c’è solo il coro. In questo modo, Vivaldi vuole esprimere il “noi” della fede. Il “Credo” è il “noi” della Chiesa che canta, nello spazio e nel tempo, come comunità di credenti, la sua fede; il “mio” affermare “credo” è inserito nel “noi” della comunità. Poi vorrei rilevare i due splendidi quadri centrali: Et incarnatus est e Crucifixus. Vivaldi si sofferma, come era prassi, sul momento in cui il Dio che sembrava lontano si fa vicino, si incarna e dona se stesso sulla Croce. Qui il ripetersi delle parole, le modulazioni continue rendono il senso profondo dello stupore di fronte a questo Mistero e ci invitano alla meditazione, alla preghiera. Un’ultima osservazione. Carlo Goldoni, grande esponente del teatro veneziano, nel suo primo incontro con Vivaldi notava: “Lo trovai circondato di musica e con il Breviario in mano”. Vivaldi era sacerdote e la sua musica nasce dalla sua fede.

In queste parole il Santo Padre, giustamente, riporta la composizione del Credo di Vivaldi alla sua esigenza spirituale piuttosto che a quella occasionale. Più volte si è portati, da una sbagliata e tendenziosa interpretazione presente in vari scritti sulla storia della musica, a rinchiudere la musica sacra, soprattutto quella del XVII e del XVIII secolo, nel cerchio ristretto della committenza e quindi semplicemente del lavoro. Se pure è vero che il musicista, in quei secoli, aveva la necessità di piegarsi alle richieste dei committenti e spesso quindi scriveva musica sacra perché genere molto richiesto da uno dei più importanti e facoltosi committenti dell’epoca, la Chiesa Cattolica, è anche vero che la commissione di un brano in realtà quasi sempre era, ed è tutt’oggi, semplicemente una molla che mette in moto il complesso meccanismo della creazione artistica, che va ben al di là delle richieste e dell’occasionalità per divenire espressione profonda di una persona.
Così Giulini ci porta direttamente al cuore della dimensione spirituale del Credo di Vivaldi, con una forza espressiva che raramente si ritrova in un’interpretazione di musica del Settecento anche se con un senso della misura notevole: non effetto esteriore, infatti, ma introspezione e svisceramento di qualità umane e soprattutto spirituali.
Fra le pagine scritte da Verdi gli effetti ci sono e anche molto forti, in particolare nello Stabat Mater e nel Te Deum; Giulini va alla ricerca, invece, anche qui non tanto di ciò che facilmente è in evidenza ma di quanto va intuito in profondità, cioè di un senso di profonda e critica spiritualità, di ricerca romantica di una dimensione infinita nascosta fra le pieghe dello storicismo e anche di una personalità dalla rude apparenza.
La lettura di Giulini dei Quattro Pezzi Sacri è ripiegata su se stessa e quindi a un primo ascolto può sembrare dai toni sbiaditi o monocolore, ma basta addentrarsi con orecchio attento e animo disposto per scoprirne una grande ricchezza che non mancherà di svelare una visione personale, profonda e pertinente di questi grandi capolavori.

Un Prokofiev triste al Bellini di Catania

20110514-090020.jpgFra gli applausi inconsapevoli di una giovane generazione completamente ignara della grande cultura di cui è erede, ho vissuto un momento di enorme tristezza e pena per la decadenza in cui versa inevitabilmente un ideale di civiltà oggi in maniera inesorabile abbandonato.
Mi sono trovato al Teatro Massimo Bellini di Catania per assistere assieme ai miei alunni a Pierino e il Lupo di Prokofiev. Dopo aver discusso in classe nel giorno precedente sull’importanza sociale di una storica istituzione quale può essere il teatro d’opera, come lievito di civiltà e luogo d’eccellenza nel quale prendono vita i sogni di bellezza dell’uomo, e dopo aver la mattina stessa, pur essendo docente di lettere, fatto una speciale introduzione alla partitura per orchestra del brano del compositore russo (mostrandola e facendo vedere materialmente come è fatta e qual è il compito degli interpreti e del direttore d’orchestra), giunto nella magica atmosfera di un palco di secondo ordine nell’impareggiabile cornice del Massimo catanese, ho avuto la sorpresa di un pasticcio teatrale, fatto di pressappochismo, superficialità e soprattutto direi totalmente anti teatrale.
Prima sgradita sorpresa, la presentazione in forma di balletto dal sapore vagamente carnascialesco, con costumi da libro illustrato per bambini e un attore con ruolo di voce recitante dal tono grottesco.
Ma non era la peggiore: a far risuonare fra gli stucchi della sala e i diaframmi dei suoi occupanti altro non era se non una pessima base musicale preregistrata e montata alla meno peggio che partiva da un portatile della Apple diffondendosi attraverso uno scarsissimo impianto di amplificazione del resto bastante in un posto dove gli amplificatori dovrebbero servire soltanto per degli annunci.
Della splendida musica di Prokofiev non giungeva quindi che uno sbiadito e pallido fantasma, mentre delle intenzioni dell’autore di promuovere la conoscenza della musica sinfonica e degli strumenti dell’orchestra non restava assolutamente niente: l’intento didattico ormai totalmente defunto, quello musicale e artistico inesistente.
Eppure lo spettacolo ha avuto successo, perché l’ignoranza non è contrastata da alcuna forma di coscienza o conoscenza, chi è uscito fuori dal Teatro, poiché si trattava di un pubblico inesperto e inconsapevole, è tornato a casa pensando che anche l’arte sia alla fin fine come tutte le banalità che vengono propinate in televisione, pertanto qualcosa di effimero, superficiale e alla fine inutile.

Napoli, secondo estratto

Per il secondo anno consecutivo ho partecipato al concorso di composizione “Musica e cultura a Piazza dei Martiri“, una lodevole iniziativa promossa dalla Chiesa Luterana di Napoli, e per il secondo anno consecutivo il mio brano è giunto in finale, venendo così eseguito in concerto.

Napoli, Piazza dei Martiri

Napoli, Piazza dei Martiri

Lo scorso anno, per la IX Edizione del concorso, il mio Salmo 116 per coro e pianoforte ha conseguito il primo premio, mentre quest’anno ho presentato, seguendo le linee guida espresse nel bando, un brano più impegnativo, la Cantata Luterana “Sola nel mondo eterna“, che non ha vinto il premio, riscuotendo tuttavia un buon consenso da parte della giuria tecnica, il cui presidente, il Mº Patrizio Marrone direttore del Conservatorio di Napoli, ha tenuto a precisarmi, assieme ad altri, che il mio pezzo avrebbe meritato il primo premio e che comunque, nei voti della giuria, si era classificato secondo.

Nessuna speranza, invece, per quanto riguarda l’attribuzione del premio della giuria formata dagli spettatori, visto che purtroppo il brano ha avuto un’esecuzione molto imprecisa con tanti errori che ovviamente ne hanno completamente pregiudicato la fruizione corretta da parte del pubblico.

Ecco, quindi, che arriviamo al centro della questione. Non è tanto, infatti, il non aver ottenuto il premio e il relativo compenso in denaro, che comunque non sarebbe stato trascurabile e secondario, quanto l’effettiva scarsa qualità dell’esecuzione.

Il Coro Luterano di Napoli durante la prima esecuzione della Cantata Luterana

Il Coro Luterano di Napoli durante la prima esecuzione della Cantata Luterana

Di chi la colpa? Del compositore che presenta una scrittura ardua e senza tregua per gli esecutori che arrivano sfiniti alla fine della quasi mezz’ora di musica? Sicuramente, e lo ammettiamo subito, senza inutili discussioni: dalla prima di questo mio brano s’impara che comunque occorre un occhio di riguardo per esecutori e pubblico, anche se, però, a mio giudizio di musica più ostica di quella del sottoscritto ce n’è in abbondanza.

Ma è solo questo, o c’è dell’altro? Naturalmente si, a mio avviso, e risiede fondamentalmente in due fondamentali presupposti negativi: primo, la disaffezione della cultura musicale italiana verso la musica contemporanea e, secondo, la carenza della preparazione.

Ormai è evidente che la superficialità e la fretta, in Italia, la facciano da padrone e ciò è più evidente se si parla di musica contemporanea, che implica una lettura più approfondita proprio perché basata su materiali inauditi (nel senso etimologico del termine); ma anche la mancanza di una preparazione di base adeguata, tipica di un’impostazione didattica che mostra ormai tutti i suoi patetici limiti.

Ciò riguarda primariamente i cori e non certo solo quello che ha eseguito il mio brano: chi canta non ha la base di una preparazione come quella del nord o dell’est dell’Europa; si canta per imitazione, anche se si sa leggere la musica, non si ha l’abitudine, proprio per mancanza di impostazione scolastica, ad ascoltare nella propria mente ciò che si vede; proprio per questo tutto ciò che non esiste già nell’esperienza trova difficoltà a estrinsecarsi.

Chi invece ha dato grandi prove sono stati il soprano solista, Silvia Del Grosso, che non ha mancato praticamente una nota, dando anche una lettura convincente di parti sicuramente non melodiche nel senso tradizionale del termine e anche il direttore, Edoardo Bochicchio, che gestualmente ha dimostrato di aver preparato nella sua mente l’interpretazione, purtroppo non seguito dal coro e spesso anche dal quartetto.

Tirando le somme, non è minimamente una polemica contro specifiche persone, che sicuramente si saranno trovate in pochissimo tempo a dover realizzare qualcosa di più ampio delle proprie effettive possibilità, quanto di un’occasione mancata, quella cioè di avere la possibilità come compositore di ascoltare una propria creazione, cosa che vale molto di più di ottenere poi alla fine un riconoscimento.

Mi fa piacere, pertanto, che l’organizzazione del premio sia ritornata, per la prossima edizione, all’impostazione precedente, abbandonando la grande forma che purtroppo non trova poi una possibilità di concretizzazione nell’esecuzione pubblica.

Due autorevoli opinioni su due miei brani

Lorganista americano Jon Gillock

L'organista americano Jon Gillock

Jon Gillock, uno dei più autorevoli organisti al mondo, specialista del repertorio francese “spirituale” e in particolare della musica di Olivier Messiaen, che per lui ebbe parole di grande apprezzamento, così si è espresso a proposito delle mie Tre Preghiere per organo,  che ha ascoltato recentemente sul sito del Consortium Internationale Compositorum (www.compositorum.com):

“Andrea, I just listened to your Three Prayers for organ. I liked all of them immediately. Perhaps I had a preference for 1 & 3, but that’s probably because I’m more familiar with their chants.

You write in a style I wish I could improvise in! Your harmonic language, while unique, is very evocative and impressionistic. The phrases always seemed logical building to a certain point. Also, the change of colors was extremely effective.

You should find a way to promote them because I think a lot of organists would like them.”

Il pianista Richard Grayson

Il pianista Richard Grayson

Richard Grayson, docente all’Occidental College Los Angeles, CA, alla Music Faculty, Crossroads School Santa Monica, CA  e alla New Roads School Santa Monica, CA, nonché eccellente pianista e improvvisatore, così si è espresso sul mio Salmo 116 per coro e pianoforte:

“I listened to your setting of Psalm 116, and it was very beautiful. A very beautiful piece, fine vocal writing, nice use of harmony and counterpoint, with a sensitive piano accompaniment. You are a musical and sophisticated composer. I will listen to more.”


Un ringraziamento particolare a questi due autorevoli musicisti per le loro parole di apprezzamento e incoraggiamento!


Arvo Pärt: Sinfonia n.4 "Los Angeles"

Il 10 gennaio 2009 Esa-Pekka Salonen ha diretto alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles la prima esecuzione assoluta della Sinfonia n.4 “Los Angeles” di Arvo Pärt, lavoro commissionato dalla Los Angeles Philharmonic Association della quale  il direttore finlandese è direttore musicale e dal “Canberra International Music Festival/Ars Musica Australis”. 

Arvo Pärt ed Esa-Pekka Salonen al termine della prima esecuzione della Sinfonia n.4 "Los Angeles"

Arvo Pärt ed Esa-Pekka Salonen al termine della prima esecuzione della Sinfonia n.4 "Los Angeles"

La Sinfonia ha una durata di poco più di mezz’ora ed è scritta per un’orchestra di archi, timpani, percussioni (due esecutori) e arpa.

Dai primi lavori, via via passando attraverso la reazione ai fronti precostituiti dell’arte di stato dell’Unione Sovietica e dell’avanguardia seriale, proseguendo per la scelta di un essenzialismo basato sull’originale procedimento compositivo dei tintinnabula che lo ha apparentato al minimalismo ma in quella particolare sfaccettatura tipica di altri compositori di area cristiana come ad esempio Gorecki , il lungo percorso del compositore estone approda adesso a un “ultimo stile”, ultimo ovviamente nel senso latino del termine, non inteso certo come conclusivo, caratterizzato da una matura bellezza e soprattutto dalla riscoperta di percorsi narrativi che si allontanano dalla ripetitività del tintinnabulum per avventurarsi in discorsi musicali che scavano sempre di più nell’interiorità attraversando atmosfere emotivamente diverse, il tutto attraverso un colore orchestrale che diviene sempre più austero dal punto di vista timbrico e che concede poco all’effetto esteriore, ma è tutto introiettato verso una sorta di visione interiore talvolta ferma ed estatica, talvolta contraddittoria e lacerata.

E proprio quest’ultima caratteristica è spesso presente nell’arco del percorso musicale della Sinfonia con echi mahleriani sia per quanto riguarda la frammentazione della polifonia sia per gli improvvisi passi di marcia funebre, spesso presenti e riconducibili all’idea del  dolore umano originato dall’ingiustizia, uno dei motivi conduttori di quest’opera, come lo stesso autore ha estrinsecato nelle note alla prima esecuzione, ribadendo che, con la dedica al dissidente politico Mikhail Khodorkovsky imprigionato in Siberia, questo brano è dedicato a tutti coloro che in Russia sono tutt’oggi detenuti per le loro idee senza diritti, augurandosi anche che la Sinfonia stessa possa diventare una sorta di “piccione viaggiatore” che un giorno possa raggiungere anche la Siberia. 

La casa editrice Universal Edition di Vienna mette a disposizione di tutti gratuitamente la partitura completa della Sinfonia da leggere e da stampare, attraverso la piattaforma Issuu.com; la riproduciamo qui di seguito grazie alla possibilità di incorporarne il lettore; è possibile sfogliare le pagine e anche accedere a comode visualizzazioni a schermo intero.

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Per chi volesse ascoltare il brano, su YouTube ho trovato la registrazione della prima esecuzione europea, diretta da Cem Mansur alla guida dell’Orchestra Filarmonica di Helsinki:


Tre appuntamenti con Claudio Abbado su Rai Uno

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Roberto Benigni e Claudio Abbado

Rai Uno ha dedicato tre appuntamenti televisivi a Claudio Abbado, un’intervista esclusiva per Speciale TG1 in seconda serata, la fiaba musicale Pierino e il Lupo la vigilia di Natale in prima serata complice la presenza di Benigni in veste di eccentrico narratore, e infine il 30 dicembre il maestoso Te Deum di Hector Berlioz, prosecuzione del medesimo concerto iniziato con la musica di Prokofiev, che ha visto la partecipazione oltre che dell’orchestra Mozart anche dei ragazzi di scuola.
Claudio Abbado è indubbiamente una delle personalità più importanti del panorama musicale internazionale e in questi ultimi anni ha raggiunto e continua a raggiungere le vette più alte dell’interpretazione, unendo alle indiscusse qualità di direttore d’orchestra anche doti di organizzatore e divulgatore musicale, soprattutto fra le giovani generazioni che lo seguono con l’entusiamo e l’affetto che il Maestro sa suscitare.
Ciò che salta subito all’occhio è infatti la capacità di Abbado di coinvolgere i musicisti che sembrano, sotto la sua guida, pronti a dare il massimo e a suonare con il più grande coinvolgimento umano ed emotivo.
Con questo suo potentissimo magnetismo, basato come ha ammesso lo stesso Abbado sulla carica umana e non su un atteggiamento dittatoriale, il direttore d’orchestra italiano guida l’esperienza musicale verso panorami sempre nuovi: è il caso di Pierino e il Lupo, brano apparentemente semplice nel suo orientamento didattico, ma riletto con un’incomparabile capacità di mettere in evidenza particolari nuovi con sensibilità e acutezza.
Ancora più evidente lo spessore interpretativo di Abbado con il Te Deum di Berlioz, complicato affresco sinfonico-corale di visionaria genialità; quanto si è visto e ascoltato è stata anche la testimonianza di un’ulteriore crescita artistica che Abbado ha vissuto in questi ultimi anni, raggiungendo degli esiti veramente fuori dal comune che lo collocano accanto ai più grandi testimoni della storia dell’interpretazione.
Del Te Deum di Berlioz esiste un’incisione per la Deutsche Grammophone di Abbado che confrontata con il concerto trasmesso in televisione dimostra proprio il progresso e l’arricchimento del mondo musicale del Maestro: da una cura per il suono, la determinazione per la disincrostazione di cattive prassi esecutive e l’attenzione analitica per ina riproposizione culturalmente e storicamente ineccepibile, Abbado approfondisce il valore umano dell’opera d’arte, restituendo letture di incomparabile valore, coniugando tutte le proprie conquiste passate con la ricchezza dell’esperienza presente.
Le ragioni di tale ulteriore crescita sono molteplici e da ritrovare intanto nell’onesta e operosa laboriosità nella lettura e nella consuetudine con i grandi capolavori senza presunzioni, ma con la dichiarata volontà di progredire sempre più nella conoscenza, poi nella crescita umana e spirituale, sempre maggiore, e spesso spinta anche da congiunture di vita che mettono a contatto con quel misto di grandezza (soprattutto di ingegno) e di fragilità propria dell’esistenza umana, che si concretizza per esempio nello scontro inatteso con il mistero della malattia.
Infine la presenza di quella dimensione magica che tanto bene ha espresso Benigni nell’introduzione a Pierino e il Lupo relativamente all’atto della direzione d’orchestra e che si può estendere alla Musica e all’arte in generale, una dimensione che magari non era presente o non in penezza nelle interpretazioni di Abbado di 25/30 anni fa ma che ora a diritto ne fa uno dei maestri indiscussi dell’interpretazione musicale.

Concerto di Capodanno alla Fenice

Georges Prêtre dirige il concerto di Capodanno 2009 alla Fenice di Venezia

Come ogni anno, il primo gennaio è dedicato anche alla musica. La tradizione viennese di un concerto “patriottico” trapiantata in Italia alla Fenice di Venezia mi è parsa da subito quanto meno patetica, non tanto per l’idea in sé, quanto per l’evidente carenza di originalità nel copiare in tutto e per tutto Vienna: saloni, ballerini, addirittura gli auguri in coro da parte di tutta l’orchestra guidata dal direttore.

Personalmente avrei gradito un maggior senso di originalità sin dall’inizio, proprio per mascherare almeno in parte l’inevitabile senso di operazione autarchica insito nell’evento di capodanno.

Rimane tuttavia il concerto, la musica, che quest’anno, grazie soprattutto all’esperienza e alla bravura di Prêtre, è stata di alta qualità.

Il programma prevedeva naturalmente brani di grande popolarità, ma sensibilmente riletti con finezza e originalità. Le qualità musicali di Prêtre sono indiscusse e ovviamente non stiamo qui a elencarle, tuttavia non si può tacere la sua capacità da illusionista nei confronti dell’orchestra, che segue il direttore nelle più intime sfumature alla ricerca di qualità nascoste, di riposte analogie, proposte senza inutili sovrastrutture, ma con lampante evidenza e ricchezza di particolari.

Orchestra, coro e direttore si sono presentati in pubblico con una decorazione viola appuntata al petto, un vero e proprio segno di lutto per protesta nei confronti dei tagli del governo italiano nei confronti della cultura in generale e della musica in particolare.

Ci auguriamo che il 2009 porti, assieme alle note di Prêtre e della Fenice, la definitiva cognizione che la crisi, che ha radici ben più profonde dei “semplici” aspetti economici, si supera anche investendo sulla cultura che è il motore della crescita umana e morale di una nazione.

Jean Guillou a Messina per il centenario del terremoto

All’alba del 28 dicembre del 1908, esattamente cento anni fa, un terribile terremoto distrusse completamente Messina, un’immane catastrofe della quale la città porta tutt’oggi i segni e paga le conseguenze della perdita della propria memoria storica e della propria identità sociale culturale.

L’Arcidiocesi di Messina ha commemorato il centenario del terremoto anche con uno straorinario evento musicale, un concerto del Maestro Jean Guillou al monumentale organo Tamburini del Duomo, il 27 dicembre alle ore 21.

Per la sensazionale occasione – alla quale il pubblico messinese è intervenuto numeroso tributando all’insigne musicista un caloroso successo, pur dimostrando sicuramente una certa impreparazione dovuta alla carenza di una reale consuetudine con il repertorio organistico – la Basilica Cattedrale è stata munita di un grande schermo sul quale è stato possibile ammirare e seguire con maggiore attenzione e partecipazione la performance del maestro francese, grandissimo interprete e compositore nonché organista titolare dei grandi organi della Basilica di S. Eustache a Parigi.

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Adobe Photoshop Express

Ho provato questo pomeriggio la beta di Adobe Photoshop Express un RIA (rich internet application) che fa presagire un mare di succulente novità sul versante delle applicazioni online da parte di Adobe.

Il punto di partenza è https://www.photoshop.com/express/landing.html e già ciò che appare invita l’utente a provare questa nuova “avventura” online: grafica e animazioni sono un piccolo capolavoro di essenzialità ed efficacia.

In realtà si tratta dell’ennesimo servizio di upload di fotografie e condivisione online, ma quello di Adobe ha una marcia in più: Photoshop Express, infatti, integra anche l’editing diretto delle immagini e non ci si poteva aspettare altrimenti dai creatori delle migliori applicazioni di design.

L’altro punto di forza, inoltre, è il fatto che tutto funzioni sul motore del Flash Player, in un’unica finestra d’applicazione, con morbidezza, velocità e fluidità: l’efficienza mi è sembrata una caratteristica fondamentale, nello standard cui Adobe ci ha adesso abituati, soprattutto con la nuova Creative Suite 3 che realmente segna una pietra miliare nell’evoluzione dei software Adobe.

Il servizio offre gratuitamente 2GB di storage, consentendo quindi di creare una discreta libreria di immagini online, con la possibilità, appunto, di farne un fotoritocco di base, con semplicità ed efficacia.

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