Andrea Amici

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Buon compleanno Arvo Pärt

Il compositore Arvo Pärt, che oggi compie ottantacinque anni, è una delle voci più significative della musica contemporanea.
Nato a Paide, in Estonia, l’11 settembre 1935, si è imposto sulla scena internazionale quando, dopo gli esordi nel solco della dodecafonia e le prime significative prese di distanza da essa, intorno agli anni Settanta emerse da un lungo “silenzio” creativo con uno stile personale del tutto nuovo, che sarebbe stato la sua originale cifra espressiva, carica anche di sviluppi futuri.

Arvo Pärt
(Photo Priit Grepp – Arvo Pärt Centre)

Dopo due sinfonie e altre importanti opere quali “Credo“, “Collage über B-A-C-H”, “Solfeggio“, “Perpetuum mobile” (tutte comunque ancora saldamente in repertorio e presenti in discografia), Arvo Pärt si convinse di aver imboccato una strada senza sbocchi, un binario morto; ecco quindi farsi avanti la necessità di non scrivere più, immergendosi nella lettura della musica antica, in particolare il canto gregoriano contenuto in un Liber usualis trovato in una chiesetta di Tallin, alla ricerca della conduzione di una “linea primitiva”, essenziale, «portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine», secondo le parole del compositore stesso, raccolte da Enzo Restagno nel libro Arvo Pärt allo specchio (Il Saggiatore, 2004). In questa ricerca diviene fondamentale il contatto con i testi sacri, in particolare i Salmi biblici, letti, uno alla volta, prima di compiere una sorta di esercizio di scrittura di una singola linea, giungendo così a riempire pagine e pagine di monodie, liberamente, alla ricerca di quella sorgente primaria antecedente al tecnicismo della composizione.

Da questo percorso a ritroso, con la progressiva aggiunta di una seconda voce e via via di una densità sempre maggiore pur nel primato della linea principale, nasce lo stile tintinnabuli, spesso associato all’idea di un minimalismo sacro, da cui prenderà il volo la produzione matura di Arvo Pärt, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei compositori contemporanei più amati ed eseguiti, capace, con una musica che nasce praticamente dal silenzio, apparentemente semplice, volutamente scarna, di parlare alla profondità dell’uomo, impegnandolo in un salto oltre il rumore della contemporaneità, alla scoperta di quel silenzio originario – che non è vuoto, ma mistica e concreta presenza – da cui prende voce prima un singolo suono, quindi, in maniera ordinata, il resto.

Descrivere brevemente le caratteristiche dello stile tintinnabuli è impresa alquanto ardua, perché nella sua apparente semplicità nasconde tutta una serie di profonde riflessioni tecniche sulle risonanze delle voci (tintinnabulum è, in latino, la campana e proprio alle sue capacità risonatorie si riferisce la definizione del compositore), sull’organizzazione di micro-modi basati sulle scale (prevalentemente minori, ma non solo), sulla rispondenza tra la metrica del testo (presente o solo immaginato) e la struttura ritmica, sulle possibilità combinatorie del contrappunto.

Riducendo però l’ansi l’analisi ai soli elementi costitutivi, la tecnica del compositore si può riassumere in una modalità di organizzazione dello spazio sonoro centrato su una monodia-perno, che ha al suo interno degli elementi costitutivi di strutture verticali che vengono realizzate per aggiunta, secondo criteri ben organizzati, di nuove voci poste a precise distanze intervallari e tratte principalmente da ridotte costruzioni triadiche.

Osservando l’inizio del Kyrie della Berliner Messe si può avere un primo esempio della complessità e insieme efficacia della scrittura di Arvo Pärt.

Berliner Messe - Schema

Lo schema qui sopra riproduce l’ossatura orizzontale e verticale delle prime misure del brano. La base è una semplice scala di sol minore naturale, suddivisa in segmenti che partono dal suono base (sol) o su di esso si concludono; il numero di gradi congiunti che compongono ogni segmento dipende dal numero di sillabe della parola musicata. Considerando che alla sillaba tonica vengono assegnate due altezze, alla parola Kyrie corrispondono quindi quattro note, alla parola eleison cinque. Anche il ritmo è trattato secondo uno schema fisso, legato alla parola: la sillaba tonica ha una durata di una semiminima più una minima puntata (4/4 in totale), le altre sillabe di una semiminima, tranne quella conclusiva che si prolunga di un ottavo. Si crea così una linea principale che nell’esempio è scritta in nero e, per praticità, in note tonde senza ritmo.

Da un punto di vista verticale, dopo la prima enunciazione monodica sulla parola Kyrie, il compositore prende la triade minore del primo grado della scala (sol-si bemolle-re) e ne utilizza le note in un contrappunto 1:1; dapprima aggiunge una sola linea (indicata in rosso), scegliendo dall’accordo di sol minore alternativamente la nota più prossima alla linea principale nel grave e nell’acuto: al re si contrappone il si bemolle inferiore (indicato nell’esempio con -1, perché è il suono immediatamente sotto il re nell’accordo di sol minore), al do il re superiore (+1 perché la nota dell’accordo di sol minore immediatamente sopra il do), al si bemolle il sol (di nuovo -1) e così via. Si crea così anche un’alternanza fra intervalli diversi, contenenti diversi gradi di tensione; non si parla di dissonanze e consonanze, termini inadeguati in questo contesto, ma appunto di tensioni, qualità, risonanze diverse, che riescono a creare la tipica atmosfera del compositore estone.

Proseguendo, nella frase successiva alla seconda linea se ne aggiunge una terza, anch’essa con lo stesso procedimento, utilizzando esclusivamente le note dell’accordo di sol minore. Stavolta la seconda linea ha un rapporto di +1 con la linea principale, mentre la terza -1: in sostanza le due voci aggiunte procedono fra di loro per moto contrario.

Ancora, nell’ultima frase presa in esame, il procedimento si arricchisce di una quarta linea (indicata in blu) che si muove stavolta parallelamente alla linea principale, alla distanza di sesta; le due linee aggiunte proseguono, con rapporto alternato +1 -1, la prima nei confronti della linea fondamentale, la seconda della quarta linea a essa parallela.

Come si vede, pur in questo primo esempio, l’apparente quasi disarmante “nudità” ed essenzialità della musica di Arvo Pärt nasconde una notevole complessità di scrittura, non fine a se stessa, ma strettamente ancorata alle radici di quel “silenzio” di cui si parlava precedentemente, una struttura che comunque l’orecchio riesce a percepire come solida organizzazione.

Arvo Pärt
(Photo Birgit Püve – Arvo Pärt Centre)

Naturalmente nel corso degli anni lo stile tintinnabuli, di cui ho presentato qualche aspetto fondamentale ma che in realtà ha una ben maggiore complessità e ricchezza, ha visto una continua evoluzione, nella direzione di un notevole arricchimento del materiale armonico utilizzato e della cromatizzazione delle varie linee, e anche della complessa disposizione formale delle varie costellazioni sonore all’interno del singolo brano.

Esempi della piena maturità espressiva di Arvo Pärt e – a mio avviso – della sua migliore produzione sono contenuti in tre più recenti album editi dalla ECM, etichetta alla quale il compositore estone deve anche in parte la sua eccezionale diffusione, grazie al duraturo sodalizio con il produttore discografico Manfred Eicher che della ECM è stato il fondatore.

Arvo Part - In Principio - Lamentate - Symphony n.4

Lamentate, del 2005, contiene un lavoro per pianoforte e orchestra (che dà il titolo all’album), in dieci parti, con lo strumento solista trattato come una persona, la prima persona di una narrazione, a confronto con i grandi temi della morte e della sofferenza, espressi in una forma che si rifà alle sculture di grandi dimensioni dell’artista britannico Anish Kapoor, cui il brano è dedicato, sculture che, a detta del compositore, infrangono i concetti di spazio e tempo. In questa incisione il pianoforte è affidato a Alexei Lubimov e Andrey Boreyko dirige la SWR Stuttgart Radio Symphony Orchestra. Apre l’album uno splendido esempio della musica vocale di Arvo Pärt, Da pacem, interpretato dall’Hilliard Ensemble.

In Principio accosta tre grandissimi capolavori che esprimono tutta la profondità del pensiero e dell’arte del compositore estone: il brano in cinque parti che dà il titolo all’intero album, per coro e orchestra, sul Prologo del Vangelo di Giovanni, La Sindone, per orchestra, commissionato da Enzo Restagno per il festival Settembre Musica di Torine nel 2006, vetta assoluta della scrittura di Arvo Pärt, e Cecilia Vergine Romana, sempre per coro e orchestra, scritta per il Giubileo del 2000, assieme ad altri brani che sono riproposizioni di pezzi scritti precedentemente per altri organici, caratteristica questa molto diffusa nell’esperienza creativa di Arvo Pärt che più volte ha continuato a ritornare sui suoi passi, rielaborando i propri lavori per nuove situazioni strumentali. In questo album spicca la figura del direttore d’orchestra Tōnu Kaljuste, prezioso interprete specialista del compositore estone, attorniato dalla perfezione esecutiva dei complessi dell’Estonian Philharmonic Chamber Choir, dell’Estonian National Symphony Orchestra e della Tallinn Chamber Orchestra.

Infine la Sinfonia n.4 “Los Angeles”, commissionata dalla Los Angeles Philharmonic, con un più o meno esplicito riferimento a una preghiera all’angelo custode presente in un antico canone della chiesa slava cui il compositore si stava dedicando al tempo della commissione del lavoro con la composizione del Kanon Pokajanen, brano che chiude fra l’altro l’album, diretto da Tõnu Kaljuste. La sinfonia segna il ritorno, dopo trentasette anni, a un lavoro per orchestra di più larghe dimensioni, in cui i procedimenti compositivi di Arvo Pärt si dipanano in più complesse strutture, in un percorso sonoro di grande bellezza e suggestione. La Sinfonia è diretta da Esa-Pekka Salonen, alla guida della Los Angeles Philharmonic; proprio Salonen fu il direttore della prima assoluta alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, performance storica, presente, oltre che in questo, anche in un album della Deutsche Grammophon.


Non sono tante le nuove composizioni di Arvo Pärt, che fra l’altro dedica, come accennavo prima, molto tempo anche alla revisione dei suoi lavori precedenti e alla loro trasformazione in nuove versioni per organici strumentali diversi. Fra le sue ultime creazioni spicca sicuramente Silhouette scritta nel 2010 come omaggio a Gustave Eiffel; è possibile vederne e ascoltarne la pregevole prima esecuzione assoluta con l’Orchestre de Paris diretta da Paavo Järvi, sul canale YouTube del direttore d’orchestra.

L’ultimo in ordine di composizione, al momento, è un brano per coro dal titolo And I heard a voice.

Per chi volesse invece in breve attraversare l’intero percorso musicale di questa singolare voce della musica contemporanea, si segnala la bella antologia della ECM dal titolo Musica Selecta.

Non resta che augurare quindi lunga vita a questo compositore che è riuscito ad affermare la propria musica caratterizzata da una profondità fuori dal comune, un artista capace di imporre il silenzio, la riflessione e la sua stessa religiosità in mezzo alla frenesia, al rumore e al consumismo del mondo contemporaneo, a rimanere se stesso nonostante l’enorme successo mondiale abbia reso i suoi lavori fra i più eseguiti e incisi al mondo.

Myung-Whun Chung, il sacerdote e il santo

Compie sessantasette anni il direttore d’orchestra sud coreano Myung-Whun Chung, ormai uno dei più autorevoli protagonisti del podio a livello mondiale, che ha al suo attivo un’intensa attività non solo nel repertorio tradizionale ma anche nella musica contemporanea.

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Ho imparato ad apprezzare il rigore e la profondità di questo artista anni fa, grazie a una bella incisione della Sinfonia Turangalîla di Olivier Messiaen, capolavoro di grande complessità, nella scrittura musicale ma soprattutto anche nella profondità dei significati metalinguistici presenti. Un’incisione che si può considerare di riferimento per la qualità e anche per una “investitura” conferita dalla presenza del compositore stesso al processo di registrazione.

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Messiaen Chung Turangalila

Il direttore d’orchestra riesce a padroneggiare in maniera sicura gli sterminati e vertiginosi paesaggi di Messiaen, fra imponenti sculture di poderosi ottoni, canti di uccelli, profonde e lunghe frasi costellate di “personaggi ritmici” che si diramano come una melodia infinita, il canto che vuole racchiudere in sé l’amore che pervade l’intero universo.

Ci riesce senza eccedere negli effetti, con una concertazione efficace e una sicurezza che fra l’altro pervade dal gesto preciso e privo di orpelli ma chiaro nella sua intrinseca musicalità.

Myun-Whun Chung è direttore di grande professionalità, poco appariscente e spettacolare ma musicalmente ineccepibile, legato a una concezione anti divistica del proprio ruolo, fondata invece sulla scrupolosa preparazione della partitura prima da solo e poi con l’orchestra, con l’obiettivo di riuscire alla fine a far fluire la musica, quasi facendo scomparire la figura della guida (che però poi in realtà è sempre ben presente e salda), atteggiamento mutuato sicuramente anche dalla presenza nella sua carriera di Carlo Maria Giulini, del quale fu assistente, definito in un’intervista al Corriere di qualche anno fa “un asceta del podio”, “sacerdote” della musica.

Nella medesima intervista, ma anche altrove, proseguendo in questa metafora sacrale della musica, Chung si riferisce pure a Messiaen, definito, per purezza e umiltà, il santo, testimoniando così non solo una smisurata stima ma anche una profonda compenetrazione in un universo di pensiero e di spiritualità sicuramente fuori dal comune e quasi senza precedenti nella storia della musica.

Ed effettivamente quando si parla di Messiaen, Chung ne diviene a buon diritto uno dei più esperti interpreti che fra l’altro ha al suo attivo un gran numero di incisioni, per il marchio Deutsche Grammophon, di opere del grande compositore francese, fra le quali non si può non ricordare l’album contenente il Concert à quatre, dedicato nel 1994 da Messiaen proprio a Chung che ne ha curato la première.

Messiaen Concert a quatre Chung

Ancora Eclairs Sur L’Au-Dela, con l’Orchestre de l’Opera Bastille; con la medesima orchestra L’Ascension, abbinata alla Sinfonia n. 3 di Saint-Saëns, l’altra bellissima raccolta con Trois Petites Liturgies de la présence divine, Couleurs de la Cité Céleste e Hymne au Saint-Sacrement con l’Orchestre Philharmonique de Radio France; Des Canyons Aux Étoiles, altro imponente e difficilissimo affresco sinfonico, La Transfiguration de Notre-Seigneus Jésus-Christ, senza naturalmente dimenticare il Quatuor Pour La Fin Du Temps nel quale Chung è in veste di pianista.

Myun-Whun Chung Messiaen Album

Un’interessante e bella discografia, questa dedicata a Messiaen da Myun-Whun Chung, per accostarsi a un pilastro della musica del XX secolo e non solo, attraverso un’interpretazione profonda, accurata e autentica di un direttore, o “anti-direttore”, secondo la sua auto definizione, di grande pregio.

Ricordo di Michel Petrucciani

Nell’anniversario della nascita

Ero studente del liceo a Messina, nella seconda metà degli ormai lontani anni Ottanta, quando ebbi l’opportunità di assistere a un concerto di Michel Petrucciani.

Anche se non ne ricordo esattamente la data, né purtroppo ho ritrovato alcun riferimento sul web, ho nella mente un’immagine vivida di quella sera al Teatro Vittorio Emanuele della città dello Stretto. Erano gli anni in cui il Brass Group, la società concertistica palermitana che all’epoca aveva anche una sezione messinese, organizzava eventi con figure di grande spicco del panorama internazionale del jazz, fra le quali ricordo Herbie Hancock, Art Blakey, Oscar Peterson e tanti altri.

Petrucciani, che oggi avrebbe compiuto 56 anni, apparve sul palco in braccio a un assistente che lo depose sul seggiolino del pianoforte; avevo già ascoltato il musicista dai suoi album, ma l’avevo visto soltanto in fotografia (YouTube ancora, ovviamente, non esisteva…) e la sua fragile figura, dal vivo, com’è naturale, impressionò subito tutti; il grande pianista francese, già considerato una delle massime vette del jazz internazionale, con un gran sorriso e un’incredibile naturalezza, si lanciò con il suo trio in un lungo e articolato viaggio fra i grandi standard di repertorio e sue composizioni, regalando anche intensi momenti affidati alla poesia del solo pianoforte.

Michel Petrucciani

La tecnica assolutamente straordinaria, il rigore delle sue improvvisazioni sempre ricche di grandi spunti melodici e mai sfoggio di eventuali pur ben confezionati cliché, lo portavano a vette realmente inarrivabili, tanto più se si considerano gli enormi limiti fisici imposti dalla sua disabilità e i dolori causati anche durante le sue esecuzioni (e quindi anche durante quella sera a Messina) dalle continue fratture ossee dovute alla sua malattia.

Eppure il grande pianista continuava a dispensare la sua splendida musica, nonostante tutto, con una caparbia fiducia nella vita, nella bellezza dell’arte, prendendosi ogni tanto qualche breve pausa chiudendo il copri tastiera del pianoforte e appoggiandovisi sopra, come sulla spalla di un vecchio e fedele compagno di vita, ricominciando subito un inesauribile vortice di idee musicali che si inseguivano con una rapidità tale da non dare neanche il tempo di riflettere su quanto stesse accadendo senza che già si passasse oltre verso sempre nuove trovate.

Le qualità che apprezzai quella sera, affinatesi in seguito sempre di più oltre il già enorme livello allora dimostrato, sarebbero state compagne di tanti altri ascolti discografici, perché continuai a seguire Petrucciani nel corso degli anni, fino ad oggi, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa, la cui ricorrenza sarà il prossimo 6 gennaio.

In questo 28 dicembre, giorno del suo compleanno, mi piace ricordare così il pianista francese, con questa mia esperienza personale e il ricordo vivo di un musicista veramente impareggiabile ma anche di un grande esempio di fiducia nella vita e di capacità di andare oltre i propri limiti.

Il giorno del silenzio

Il Sabato Santo è per la Chiesa cattolica un giorno di silenzio e di riflessione, nel quale, dopo la celebrazione dei due giorni precedenti del triduo, la cena e la passione e morte del Cristo, si medita la sua permanenza nella condizione della morte della sua carne, ma soprattutto la suadiscesa agli inferi e quindi il mistero della salvezza della condizione umana imprigionata nella schiavitù della morte come condizione irrevocabile.

La seconda lettura dell’ufficio mattutino nella Liturgia delle Ore di questa giornata presenta il testo di un’antica omelia che in maniera molto suggestiva nel presentare quasi visivamente l’incontro di Cristo con il progenitore Adamo e la liberazione in lui dell’intera natura umana, veicola gli altissimi concetti teologici e l’esemplificazione dei simboli della redenzione e dell’azione salvifica dei sacramenti.

La discesa agli inferi è infatti un momento teologicamente importantissimo, fondamentale nel mistero pasquale, tant’è che nella raffigurazione orientale della risurrezione, l’Anastasis, Cristo è rappresentato nel momento in cui prende per mano Adamo ed Eva, simboleggiando così il dono della vita nuova fatto alla condizione umana, e l’episodio è presente anche “Credo” apostolico, diversamente da quello niceno-costantinopolitano, nel quale si passa direttamente dalla passione e sepoltura alla risurrezione.

Ma in un altro grande “luogo” della letteratura italiana è presente un accenno alla discesa agli inferi: si tratta di quello splendido compendio di poesia, arte, “scienza” e teologia che è la Divina Commedia.

Dante incontra gli spiriti dei non battezzati

Dante incontra gli spiriti dei non battezzati

Nel Quarto Canto dell’Inferno è Virgilio che racconta di aver visto, dopo non molto tempo dalla sua permanenza nel limbo, “un possente con segno di vittoria coronato“, Cristo, appunto, che, disceso nella prima parte dell’inferno, ne trae fuori il progenitore, suo figlio Abele, Mosè e via via patriarchi e profeti, e “feceli beati“, riscattandone la natura, perché “dinanzi ad essi spiriti umani non eran salvati“.

Il racconto dantesco è, come sempre, di forte impatto poetico e descrittivo, con una concezione dell’aldilà legata al tempo, come se i regni ultramondani scorressero in un tempo parallelo, cogliendo (e risolvendo) in maniera molto suggestiva l’intervento salvifico nei confronti dell’umanità.

Vale la pena riportare integralmente il testo dantesco, da ammirare in tutta la sua bellezza.

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.
«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,
rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;
Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,
e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».

(Inferno IV, 46 ss)

 

San Benedetto e l’attualità europea

San Benedetto

San Benedetto da Norcia

L’11 luglio, oltre a fare giusta memoria di uno dei più grandi santi della cristianità, è lo spunto per due riflessioni fra di loro collegate.

La prima legata alla fondamentale coscienza delle radici cristiane del continente europeo nella sua dimensione umana, giacché geograficamente non avrebbe neanche una nozione di continente.

La seconda, ben più profonda che lega il passato al presente nella riflessione storica, ricorda a tutti che qualunque tentativo di unione politica fallisce miseramente, mentre un’unione basata su valori più profondi è l’unica che può funzionare.

Oggi assistiamo a un misero fallimento di qualunque “misura” volta a salvare un’Unione Europea basata solo sulla moneta unica e quindi sui vuoti disvalori dell’economia fine a se stessa.

La cristianità insegna invece che, al di là di qualunque momentaneo e contingente incidente di percorso da mettere sempre in conto quando si ha a che fare con la dimensione umana, il valore spirituale dell’uomo è quello fondamentale.

Non può esistere un’Europa senza Dio e ogni cieco tentativo di escludere i più alti valori della persona umana legati all’esperienza religiosa e a una visione spirituale non fa altro che condurre all’autodistruzione.

Sulla vita e il tempo di San Benedetto, ovviamente, c’è un’enorme quantità di materiali, ma ho trovato interessante nella sua semplicità questa pagina: http://www.ora-et-labora.net/iltempodisanBenedetto.html

Inoltre, navigando da questo sito verso tutti i vari collegamenti si giunge a letture molto interessanti, quali ad esempio questa: http://www.ora-et-labora.net/moulin.html intitolata L’idea benedettina dell’uomo e la sua attualità.

 

Un ricordo di Giuseppe Sinopoli

Sono passati già dieci anni da quel 20 aprile 2001 quando Giuseppe Sinopoli morì tragicamente, colto da un infarto mentre stava dirigendo l’Aida di Giuseppe Verdi alla Deutsche Oper di Berlino.
Ero allora studente di direzione d’orchestra a Palermo e proprio la mattina dopo c’erano esercitazioni con l’orchestra del Conservatorio. Avevo appreso la notizia mentre viaggiavo da Messina a Palermo e ne avevo discusso ampiamente con un collega di studi, mio carissimo amico. Quella mattina ci fu una certa palpabile agitazione e un vago malcontento durante le prove, come se un sentimento diffuso di tristezza mista a disagio avesse investito tutti.
Sinopoli era già infatti un punto di riferimento artistico e umano: fra i direttori contemporanei era uno di quelli che stava scrivendo una nuova pagina nella storia dell’interpretazione, con quel suo caratteristico modo di accostarsi con spirito nuovo anche alle partiture più trite, con la capacità di indagare pieghe oscure dell’animo dei compositori, il tutto con un grande rigore storico e con una grande padronanza delle intenzioni e dei mezzi.

Lo ricordo adesso, perché anni fa, nella tarda estate, per noi Siciliani si pregustava la possibilità di andare ad ascoltare gli splendidi concerti del Maestro a Taormina, nella cornice del Teatro Antico, che con l’orchestra, era allora la Philharmonia di Londra, e Sinopoli acquisiva un’aura assolutamente irreale, con quello squarcio sullo sfondo fra le mura dell’architettura romana che lascia vedere il mare.
Ricordo la mia prima opera in tedesco, il Lohengrin, che Sinopoli propose con una bellissima e ieratica regia del pronipote di Wagner.
E ancora le sinfonie di Mahler, Elektra, con una brutta scenografia ma pur sempre di enorme potenza musicale, un indimenticabile primo atto della Walkiria preceduto dai Vier Letzte Lieder di Strauss e ancora tanti altri concerti di una levatura artistica talmente importante da non aver avuto più seguito nel territorio.
La bellezza della musica e l’atmosfera incantata della “Perla del Mediterraneo” avevano anche un interessante seguito nella puntuale cena con gli amici con i quali si era stati al concerto in un buono e rinomato ristorante di Taormina, dove, gustando le specialità della nostra terra, si discuteva animatamente di quanto si era ascoltato, fornendo ognuno illuminanti particolari e suggestioni, confrontando anche quanto già si conosceva attraverso altre interpretazioni e tra una parola e l’altra, si vedeva qualche volta arrivare e fermarsi pochi tavoli più in là proprio il maestro Sinopoli, anche lui a cena nello stesso locale, e si notava il suo volto, espressione di una mente ancora concentrata e immersa nelle profondità della bellezza che poco prima si era materializzata in un piccolo angolo di Paradiso.

Nel 52° anniversario della morte di Umberto Saba

Statua di Umberto Saba a Trieste - Fonte WikiPedia

Statua di Umberto Saba a Trieste - Fonte WikiPedia

Ricorre oggi il cinquantaduesimo anniversario della morte del poeta triestino Umberto Saba (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), uno dei più importanti scrittori del XIX/XX secolo, esponente autorevole della poesia italiana e realizzatore di una alternativa via “narrativa” nella versificazione, fra il soggettivismo analogico del simbolismo e l’oggettivismo allegorico di Montale.

Fortunatamente oggi la poesia di Saba ha ottenuto la sua giusta collocazione e il giusto riconoscimento nel panorama letterario italiano e internazionale, godendo una meritata stima negli ambienti intellettuali e non solo. In queste pagine mi piace riportare una foto della significativa statua del poeta a Trieste, ritratto a passeggio per le vie della “sua” città, non su un piedistallo o in evidenza in una piazza, ma proprio come una persona comune che si mescola nel vissuto del suo tempo e del suo spazio ma che con la sua poesia ha dato qualcosa che rende la sua personalità e la sua arte trascendente alla contingenza storico-geografica.

Nel contempo, un mio personale omaggio, di qualche anno fa, alla poesia di Umberto Saba: un madrigale per cinque voci miste su testo di una sua poesia, La mia fanciulla.

Maggiori informazioni su questo brano alla pagina:
http://www.musicamultimedia.net/musica/amici-la-mia-fanciulla/

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