Andrea Amici

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il colle dell'Infinito

Giacomo Leopardi

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Il romanticismo italiano ha due esponenti principali: Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi; il primo appartiene al filone realistico-oggettivo, mentre il secondo a quello patetico-soggettivo. Manzoni infatti propone un’arte basata sul realismo storico, mentre Leopardi un’arte lirica, filosofica, basata essenzialmente sull’interiorità dello scrittore.

Profilo biografico

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798, da una famiglia nobile. Nel suo paese non c’erano particolari stimoli culturali e da giovanissimo lo scrittore preferì dedicarsi allo studio nella biblioteca del palazzo di famiglia dove trascorreva giornate intere occupandosi della lettura dei testi che aveva a disposizione.

La biblioteca del palazzo Leopardi
La biblioteca del palazzo Leopardi

In pochi anni, da autodidatta, divenne esperto di lingue classiche, ebraico, lingue moderne, letteratura, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). I sette anni impiegati in questo studio che lui stesso definì “matto e disperatissimo” da un lato lo resero enormemente colto ma dall’altro danneggiarono il suo fisico e la sua salute. Iniziò in questo periodo a scrivere saggi e traduzioni specialmente di opere classiche. Nel 1816 iniziò invece a scrivere poesie, attuando quello che lui stesso chiamò il passaggio “dall’erudizione al bello”; in questo stesso periodo cominciò a intraprendere contatti con vari intellettuali italiani e stranieri e iniziò anche la stesura dello Zibaldone, una specie di diario personale nel quale Leopardi annotò fino alla morte i suoi pensieri e le sue riflessioni permettendo così di avere un quadro generale del suo pensiero anche se in maniera frammentaria.

uno scrittoio a casa Leopardi

Nel 1819 attraversò un periodo di profonda crisi, dovuto al senso di frustrazione per la sua vita in un contesto culturale e sociale poco adatto alla sua sensibilità artistica; appartengono a questo periodo alcuni componimenti poetici tra i più famosi, come L’Infinito Alla Luna e nel contempo una nuova concezione filosofica, che l’autore indicherà con il passaggio “dal bello al vero”.

Un manoscritto de L'Infinito
Un manoscritto de L’Infinito

Dopo un breve soggiorno a Roma, nel 1823 Leopardi tornò a Recanati dove iniziò a scrivere le Operette Morali, un’opera in prosa nella quale si approfondiscono le teorie filosofiche dell’autore, con la formulazione della teoria del pessimismo storico, che individuava le cause dell’infelicità dell’uomo nella ragione, e della teoria del pessimismo cosmico, che dichiarava la Natura nemica dell’uomo, causa delle sventure umane, in quanto essa genera nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sempre deluso. Dal 1825 riuscì a lasciare Recanati e cominciò a viaggiare per alcune città italiane, ritornando nella sua città nel 1828, dove riprese ad approfondire le tematiche filosofiche della natura matrigna e della caduta delle illusioni.

Nel 1830 si stabilì prima a Firenze e poi a Napoli dove scrisse i suoi ultimi capolavori fra cui La Ginestra, nei quali l’autore sviluppa ulteriormente il suo pensiero trovando una possibile soluzione al suo pessimismo attraverso un senso di fratellanza universale tra tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino di infelicità voluto dalla Natura.

Le opere e la poetica

La poesia di Leopardi nasce essenzialmente da due presupposti di base: il senso di inadeguatezza nei confronti della realtà e lo scontro fra realtà umana e dimensione sovrannaturale da una parte e un dolore esistenziale dall’altra. Il dolore a sua volta è una tematica dai molti aspetti diversi: dolore personale per la propria realtà individuale, dolore per la morte intesa in senso materialistico come disgregazione totale, dolore per la condizione cosmica di infelicità causata dalla Natura. Proprio una lunga riflessione filosofica sul concetto di Natura è alla base di gran parte del pensiero e della poetica di Leopardi. La Natura è per il poeta un concetto filosofico estremamente complesso: non è assolutamente intesa in senso materialistico e meccanico, come la intendevano i filosofi dell’Illuminismo settecentesco, ma in un modo estremamente personale: per Leopardi la Natura è vita, nel senso espresso dalla parola greca physis, cioè l’atto di venire alla luce nel divenire del tempo.

L’opera poetica di Leopardi è riunita in alcuni gruppi fondamentali: quasi tutte le poesie rientrano in un’unica raccolta intitolata “Canti”, dove sono state riunite in ordine non solo cronologico ma anche tematico varie raccolte più piccole; la produzione in prosa è costituita dalle Operette Morali, da altri scritti minori e dallo Zibaldone, il diario personale dell’autore dove si ritrova tutto il pensiero filosofico leopardiano. Il linguaggio poetico di Leopardi è classicista e nello stesso tempo estremamente efficace e ricco e racchiude in sé tematiche romantiche all’interno di una forma basata sulla metrica tradizionale ampliata per ottenere risultati di notevole efficacia poetica. Un elemento sempre presente nella poesia di Leopardi è il paesaggio che ha sempre una corrispondenza ideale con quello che viene espresso.

Le prime opere scritte fra il 1813 e il 1816 sono quasi esclusivamente esercizi di erudizione; i primi componimenti poetici iniziano tra il 1816 e 1817, con poesie strettamente legate ad esperienze autobiografiche. Appartengono al 1818 le Canzoni civili intitolate All’Italia Sopra il monumento di Dante, scritte in connessione con la situazione politica italiana.

Tra il 1819 e il 1825 Leopardi scrisse una serie di poesie raggruppate sotto il nome di Idilli, fra cui L’Infinito, Alla Luna, La sera del dì di festa, Il Sogno, La vita solitaria; il termine idillio si riferisce a un componimento poetico scritto in endecasillabi sciolti che parla di situazioni individuali dell’animo del poeta, messo in relazione con una situazione o un quadro paesaggistico, riprendendo il modello del corrispondente genere poetico dell’antica Grecia, introdotto da Teocrito (IV-III sec. a.C.).

Tra il 1820 e il 1823 Leopardi scrisse anche un gruppo di poesie che sono raggruppate sotto il titolo di Canzoni, di lunghezza maggiore rispetto agli Idilli, con un pensiero poetico e filosofico più evoluto rispetto al passato; in particolare è importante quella intitolata Ultimo Canto di Saffo nel quale si approfondisce la tematica della Natura nemica dell’uomo e del suicidio come ultima arma per sottrarsi al divenire della Natura.

Dopo queste esperienze poetiche Leopardi si rivolge quasi esclusivamente alla prosa, scrivendo le Operette Morali, nelle quali attraverso delle allegorie viene presentato in maniera completa il pensiero filosofico leopardiano sulla teoria del pessimismo e del suo passaggio da un pessimismo storico a uno cosmico; le Operette Morali sono ventiquattro brevi scritti, per lo più in forma di dialoghi fra personaggi reali o immaginari e i temi più ricorrenti sono: la condizione umana, la morte, il destino, la ricerca inutile della felicità, la dimostrazione della triste condizione dell’uomo causata dalla Natura.

Dal 1823 al 1832 Leopardi riprende a scrivere poesie con il gruppo intitolato Nuove Canzoni fra cui quelle che sono le più importanti e i migliori esempi della poesia filosofica leopardiana: A Silvia, Il Passero Solitario, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del Villaggio e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

L’ultima fase della poesia di Leopardi è costituita dal gruppo intitolato Ultime Canzoni, scritte fra il 1832 e il 1837, tutte dedicate all’approfondimento e all’evoluzione del pensiero filosofico. Fra queste sono particolarmente importanti: Il pensiero dominante, Amore e morte, Aspasia e soprattutto La Ginestra.

Il pessimismo leopardiano

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è soggettivo e personale, legato quindi esclusivamente alla sua condizione di vita; in seguito il poeta introduce il concetto di pessimismo storico: secondo questa teoria l’infelicità è sempre esistita, solo che nelle epoche più antiche gli uomini non se ne accorgevano in quanto vivevano più a contatto con la Natura che li aveva dotati di immaginazione e illusioni che producono nell’uomo una felicità che non è reale in quanto mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza; l’uomo moderno ha distrutto con la ragione le illusioni che la Natura, ancora considerata benigna, gli aveva fornito. In seguito Leopardi cambia le sue idee elaborando la teoria del pessimismo cosmico: la Natura è un’entità maligna, che non vuole il bene delle sue creature; pur essendo consapevole dell’infelicità dell’uomo, la Natura continua senza mai fermarsi nel suo meccanismo indifferente e crudele di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, generando sempre nuove creature destinate all’infelicità che per di più inganna con le illusioni; l’uomo non può far altro che rendersi conto di questo triste destino: la sofferenza è la condizione fondamentale dell’essere umano. Nell’ultimo periodo della sua vita, senza cambiare opinione riguardo la Natura e l’uomo, Leopardi propone come soluzione la solidarietà fra tutti gli uomini accomunati dalla stessa condizione esistenziale.

Leopardi in musica

Andrea Amici, Preludio e Infinito, per soprano, coro e orchestra (2010)

Goffredo Petrassi, Coro di Morti, madrigale drammatico per voci maschili, tre pianoforti, ottoni, contrabbassi e percussione (1940-41)

Pietro Mascagni, A Giacomo Leopardi, Poema Musicale per orchestra e voce di soprano (1898)

Andrea Amici dirige l'Orchestra MusiDOC

Ricordi del 2012

Una serata speciale, quella del 10 maggio di otto anni fa, in un luogo simbolo di Catania, Piazza Università, che si fa per alcune ore palcoscenico per i docenti di strumento di alcune scuole secondarie di primo grado a indirizzo musicale, riuniti in un bel concerto nell’ambito delle manifestazioni denominate “Catania in Prima… Vera” organizzate dall’amministrazione comunale della città. 

Perpetuum - MusiDOC 2012

Nella parte finale ho partecipato anch’io come compositore / arrangiatore / direttore d’orchestra, alla guida dell’Ensemble MusiDOC, una formazione che avrei guidato anche in altre occasioni, di volta in volta costituita da diversi docenti, spesso riuniti in organici alquanto bizzarri; in programma due miei medley, uno su brani di George Gershwin, l’altro su temi tratti dal musical My Fair Lady, e una composizione originale, Perpetuum, scritta per l’occasione. 

Il brano, dedicato ai musicisti che l’hanno eseguito per la prima volta, è diviso in tre sezioni; ognuna rappresenta una diversa meditazione su un particolare aspetto del “tempo”; nella prima parte si indaga sulle proprietà combinatorie del “tempo” musicale, inteso come ritmo; la seconda parte riflette sul tempo come memoria, mentre la terza rappresenta il tempo come un “continuum” che fluisce nel ritmo musicale e nel suo incedere, ora lieve ora travolgente e ingloba “in perpetuo” le precedenti dimensioni, attraverso l’allegoria musicale della ripresa trasfigurata dei vari elementi apparsi nelle due sezioni precedenti.

Maggiori informazioni sul brano alla pagina dedicata.

Papa Francesco fra gli alunni romani del Liceo Albertelli

Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ha stupito tutti con le sue “sorprese”, il suo “scendere” a contatto con la gente, con gesti concreti e quotidiani: telefonate, visite inaspettate, interventi, la confessione in mezzo agli altri sacerdoti.

Il 20 dicembre è toccato agli alunni del liceo Pilo Albertelli di Roma essere raggiunti dalla presenza di Papa Francesco che li ha incontrati e con loro ha dialogato con grande naturalezza e spontaneità.

Sono stati numerosi gli argomenti affrontati nell’incontro durato una trentina di minuti in un cortile interno della scuola: il senso di solitudine (e la sua necessità, come ha chiarito il Papa, anche se in piccole quantità), la gratuità della donazione come unica strada dell’amore, la convivenza e la tolleranza, la coerenza con la propria fede e la testimonianza, la condanna del proselitismo, l’importanza di mantenere la capacità di sognare e la disponibilità a giocare, il dono di avere grandi maestri.

Al suono della campanella il Papa ha concluso il suo dialogo, non prima di aver risposto a un’ultima domanda sulla condanna della guerra e della violenza e di aver fatto gli auguri ai giovani, chiedendo loro una preghiera o almeno di inviargli «buone onde, così Dio mi aiuta».

Anche in questa occasione Francesco ha dato un’alta prova del suo saper essere vicino, “farsi prossimo” per usare un’espressione evangelica, un esempio concreto della Chiesa in uscita, capace di ascoltare, dialogare, rispondere prima di tutto con la coerenza; solo in questo modo è infatti possibile sintonizzarsi su lunghezze d’onda anche lontane, come possono essere quelle del mondo giovanile, che riesce così a riconoscere un interlocutore e, se non un modello, almeno un punto saldo nella sua autorevolezza per un confronto dialettico e costruttivo.

Il testo integrale dell’incontro (sito ufficiale del Vaticano)

Invalsi 2016

INVALSI 2016

Inizia la lunga giornata dell’INVALSI con il suo carnevale di polemiche, tensioni e fatica, che ormai da anni accompagna il momento più critico di tutto l’esame di stato conclusivo del primo ciclo.

Ho vissuto questo giorno sin dalla prima introduzione delle prove, a scopo statistico nel 2008 e nell’anno successivo come effettiva parte integrante dell’esame di stato, prima come docente, poi come presidente di commissione, infine quest’anno anche come genitore, essendo giunta mia figlia al termine del primo grande segmento del suo corso di studi.

Test INVALSISi tratta sicuramente di un elemento di grande criticità, posto a conclusione di un triennio di scuola secondaria di primo grado già di per sé problematico, che andrebbe completamente rinnovato e invece vede da anni una continua stratificazione di provvedimenti che lo hanno reso, nel giro di pochi decenni, un vero e proprio rudere.

Di questa continua stratificazione, avvenuta al posto di un abbattimento in favore di una ricostruzione su nuove e magari più agili basi, è emblema l’esame conclusivo che piomba con la sua elefantiasi innanzitutto sui ragazzi, che fra l’altro non si sono mai cimentanti prima con un esame, vista l’unificazione della scuola primaria e secondaria di primo grado nel primo ciclo di istruzione e la conseguente dismissione del vecchio esame di quinta elementare, ma anche sugli operatori della scuola, che cercano di governare una complessa macchina ripetitiva e spesso farraginosa: si pensi già solo alla quantità delle prove scritte, che nel tempo sono diventate ben quattro, di cui una, quella nazionale INVALSI, appunto, verte nuovamente su due ambiti appena oggetto di prova, l’italiano e la matematica, seppure in maniera differente.

Altra problematica è quella della valutazione, anche qui controversa, con una media matematica su sei prove cui si aggiunge un voto di ammissione, e la considerazione di un percorso triennale, o meglio di un decennio, trattandosi di un ciclo che affonda le sue radici nella scuola dell’infanzia, con tutte le variabili imposte da situazioni personali, sociali e ambientali.

In tutto questo panorama si inserisce la famigerata prova INVALSI, osteggiata prima di tutto dai docenti, anche a causa di un qualcosa che si vede come calato dall’alto e ancora ben lontano e sganciato, nella sua configurazione, dalle modalità di insegnamento e soprattutto non curante di tante situazioni oggettive diffuse in tutta Italia.
Basandomi sulla mia esperienza, sia come docente che come presidente di commissione, vedo con molta perplessità l’esame conclusivo in sé e la prova nazionale è ovviamente gran parte di questa perplessità.

Parto dal presupposto che i test INVALSI, intrinsecamente considerati, non siano da condannare, seppure ovviamente da migliorare; l’idea di una misurazione degli standard non è infatti a mio avviso sbagliata, anzi è un ottimo strumento per il sistema nazionale dell’istruzione al fine di avere un metro di paragone uniforme su tutto il territorio, ma anche fra esso e l’esterno, metro che ovviamente non farà altro, almeno al momento presente, che impietosamente esporre il quadro disastroso del livello delle competenze degli italiani.

Inoltre anche, attraverso la tipologia di misurazione, vagliare quali siano le misure da intraprendere per un innalzamento della qualità del sistema scolastico sarebbe il risvolto fondamentale e positivo della prova standardizzata.

Ma proprio perché si tratta di una misurazione e di uno strumento, il test INVALSI non può essere una valutazione, che mai si può ridurre a un mero fattore numerico: è una rilevazione e come tale deve essere trattata.

Se si vuole che tutti gli alunni, alla conclusione del loro primo ciclo, effettuino tale misurazione, potrebbe considerarsi valido l’inserimento della prova INVALSI nel corso dell’esame, a patto che questa non concorra alla valutazione, che invece va affidata esclusivamente alla commissione, ridotta, in questa circostanza, a operare invece come mero amanuense, privo di qualunque operare critico e personale nei confronti delle prove  degli alunni. Il risultato potrebbe quindi essere proposto a parte, magari nella certificazione delle competenze che viene consegnata alle famiglie.

Rimane comunque il dubbio del notevole carico che, nel corso dell’esame di stato, grava prima di tutto sugli alunni, poi anche sui docenti che si trovano ad affrontare un estenuante lavoro di somministrazione e poi trascrizione delle risposte e dei risultati, spesso non esente da difficoltà di natura tecnica, oltreché strutturali, come più volte avvenuto (http://www.musicamultimedia.net/amici/2011/06/21/alle-prese-con-linvalsi/).

Si spera che finalmente, magari approfittando dell’euforia riformista che caratterizza la politica degli ultimi tempi, si cominci a considerare l’idea di una revisione globale dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo e della scuola secondaria di primo grado in generale.

La road map potrebbe a mio avviso prevedere in primo luogo, come già accennato prima, l’uscita della prova INVALSI dall’esame per confluire in un altro momento, inserendo il risultato nella certificazione delle competenze. Si tratterebbe di un primo periodo transitorio, nel quale intanto tutta la didattica andrebbe sottoposta a revisione assieme all’ordinamento stesso della scuola secondaria di primo grado, per dare più spazio, tempo e risorse alla costruzione delle competenze fondamentali dei due ambiti linguistico/umanistico e logico-matematico, abbandonando un dualismo che oggi è proprio di questo segmento di istruzione nel quale convivono ancora modalità e tempistiche che non sono sicuramente in linea con l’idea di acquisizione di competenze propria della didattica che il test INVALSI misura e uno spirito invece meramente addestrativo nei confronti delle prove standardizzate, che non può in alcun modo portare a un successo strutturale.

Finita la transizione, monitorata dal continuo svolgimento delle prove INVALSI al di fuori degli esami, questi ultimi potrebbero anche essere del tutto basati su prove standardizzate o comunque miste, come avviene per il secondo ciclo.

Ma tutto il percorso non può prescindere da un assunto fondamentale: l’innalzamento dei livelli culturali, e quindi degli esiti misurati, passa sicuramente da un sistema di istruzione adeguato che non può però non essere assistito dalla creazione di condizioni favorevoli, quali il miglioramento delle condizioni sociali, l’abbattimento della disoccupazione e del degrado in cui versano ancora tante famiglie, l’attenzione concreta per il disagio, la realizzazione di ambienti, insomma la creazione di quel contesto di vivibilità che garantisca la dignità propria di tutti gli esseri umani.

Solo allora una sinergia fra tutte le varie componenti potrà finalmente dare vita a un progresso culturale, sociale e umano concreto e quindi misurabile, in un’ottica di miglioramento continuo.

Una ricetta apparentemente semplice e forse ovvia, ma che ancora non vede attuazione, neanche in forme simili che ne condividano almeno in parte gli assunti.

Prossimi all’avvio dell’anno scolastico

San Giuseppe da Calasanzio

A pochi giorni dall’avvio dell’anno scolastico, in una situazione di estrema difficoltà per la nazione italiana in generale e per il mondo stesso dell’istruzione in particolare, e fra la confusione che, nonostante i buoni propositi annuali del ministero, regna come sempre sovrana, la Chiesa cattolica oggi propone all’attenzione dei fedeli la memoria di San Giuseppe Calasanzio, pregevolissimo modello di educatore, forse ai più sconosciuto, ma che merita da parte di tutti una certa attenzione.

Coloro che operano nella scuola italiana sentono una giusta frustrazione, un diffuso malcontento causato da innumerevoli fattori di cui non stiamo qui a discutere, ma comunque disagi spesso legittimi; pure, in queste difficoltà, occorre richiamare alla mente alcuni punti fondamentali, che comunque devono orientare l’operato degli educatori e in generale di tutti coloro che vivono all’interno della scuola, pensando a un ben più alto ideale senza il quale tutte le azioni sarebbero assolutamente vane ma soprattutto prive di un qualsivoglia orizzonte.

Prima di tutto alcune considerazioni di Giuseppe Calasanzio, valide per tutti, al di là anche della comune appartenenza alla fede cattolica, sull’importanza della scuola e della figura dell’educatore:

La scuola è un mezzo formativo insostituibile, non solo per preservare i fanciulli dal male, ma soprattutto per indirizzarli efficacemente al bene, qualunque sia la loro condizione familiare o sociale. L’assiduo contatto con l’insegnante può incidere così profondamente sull’animo dei giovani da trasformare del tutto la loro vita.

Ora un passo in avanti per inscrivere la propria professionalità di docente nella più ampia dimensione della vita cristiana; si legge negli scritti di San Giuseppe Calasanzio:

È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, sopratutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano“.

E ancora più avanti di fronte alle evidenti difficoltà che tutti conosciamo giornalmente al contatto degli alunni:

La missione educatrice richiede molta carità, pazienza a tutta prova, umiltà profonda: ma chi vi consacra la vita, e chiede a Dio di essere fedele al suo impegno educativo, oltre alla gioia di sentirsi scelto come cooperatore della verità, avrà da Dio stesso sostegno e conforto, e riceverà da lui la ricompensa di cui parla il libro santo: Coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre (Dn 12,3). Tutto questo certamente otterranno coloro che, vincolandosi a questa missione nella donazione piena di una vita consacrata, si sforzano di seguire Cristo e di piacere a lui solo, che ha detto: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25, 40).

Può essere utile soffermarsi qualche istante a meditare queste parole, che possano servire di aiuto nei momenti di maggiore sconforto e titubanza per chi si trova a vivere in un mondo come quello della scuola spesso apparentemente vuoto e inutile, ma che, nella vita di tutti i giorni, può riservare comunque soddisfazione e soprattutto essere il luogo in cui si svolge concretamente una vocazione cristiana, anche malgrado le proprie aspettative o i propri sogni.

Buon anno scolastico a tutti gli operatori della scuola.

 

Alle prese con l'Invalsi…

La recente disastrosa avventura della correzione delle prove nazionali INVALSI svoltesi nell’ambito dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo hanno portato alla ribalta nazionale l’evidente inadeguatezza dei mezzi dell’Istituto Nazionale per la Valutazione e anche l’incuria per il lavoro e la dignità dei docenti, caricati di un peso inutile e anche aggravato da errori materiali francamente inammissibili. Il quotidiano La Sicilia, nell’edizione del 23 giugno, ha riportato parte di un mio intervento riguardo le disavventure e i disagi che tutti i docenti abbiamo vissuto nei giorni scorsi (leggi online la pagina). Pubblico qui tutta la storia che fra l’altro ha un finale assolutamente grottesco, con la speranza che, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica, tante proteste riescano in un certo qual modo a far rivedere al Ministero le sue posizioni riguardo queste prove e le procedure a esse connesse.

La prova nazionale dell’INVALSI che si svolge all’interno dell’esame di stato conclusivo del primo ciclo è una sorta di spettro che incombe innanzi tutto sugli alunni i quali da qualche anno a questa parte, nel corso del loro esame, si trovano a dover fronteggiare qualcosa di misterioso, propinato da un’entità percepita come lontana e oscura, soprattutto perché spesso inconsapevole e incurante delle diverse realtà scolastiche territoriali enormemente diversificate nel panorama del disequilibrio e del divario interregionale e addirittura all’interno della stessa città. Ma la prova nazionale è uno scoglio anche per i docenti che si trovano di fronte quanto meno a una giornata molto impegnativa e a dismisura più lunga della normalità.
Infatti oltre alla somministrazione delle prove, a seguito di procedure di apertura e consegna del materiale degne forse dei più imponenti segreti militari, i docenti hanno il compito di trascrivere le risposte dai questionari degli alunni su appositi moduli cartacei, nel contempo valutando la correttezza di gran parte dei quesiti.
Nonostante ci troviamo ormai in questo primo avanzato scorcio del XXI secolo, all’INVALSI non sono ancora pronti a fare il grande passo dell’abbandono del cartaceo, che rimane sotto forma delle suddette schede di registrazione degli esiti, ma quanto meno si è prevista l’assistenza del mezzo informatico: assieme alla griglia di correzione da scaricare, stampare e utilizzare (che per inciso già era in alcune parti sbagliata al momento della sua prima pubblicazione online, costringendo così l’Istituto Nazionale a una prima tempestiva e-mail di rettifica) era disponibile per il download anche un utile strumento di automazione per il calcolo del voto in base alla rilevazione delle risposte, cosa questa doppiamente utile non solo per venire incontro alle difficoltà dovute al dettagliato calcolo dei valori e dei range, ma soprattutto perché, lo ricordiamo, la prova nazionale ormai è entrata a tutti gli effetti nella valutazione finale dell’esame, partecipando quindi all’attribuzione del voto conclusivo, calcolato secondo una rigorosa, ancorché discutibile, media aritmetica.
Personalmente, poiché utilizzo abbondantemente nella mia attività didattica i fogli di calcolo per automatizzare i processi di valutazione (almeno per quanto riguarda un primo screening dei risultati), ho salutato con entusiasmo la presenza di un file Excel con tanto di macro che avrebbe portato a uno snellimento del lavoro e come me, penso, tanti altri miei colleghi.
Sarebbe bastato quindi inserire le risposte degli alunni (ahimè già trascritte comunque sul buon vecchio e duro a morire supporto cartaceo) per ottenere alla pressione di un pulsante il calcolo del voto finale da attribuire alla prova.
Sarei stato anche disposto a passare sopra al problema dell’assoluta inoperatività del foglio di calcolo con il diffusissimo pacchetto OpenOffice, nonostante io sia un sostenitore del software open-source, ma lo snellimento del lavoro si prospettava realmente notevole.
I condizionali fin qui usati, purtroppo, sono stati d’obbligo, come si suol dire: terminato nel tardo pomeriggio dello stesso giorno della prova il pur comunque estenuante e faticoso lavoro di trascrizione cartacea, verifica e inserimento dei dati al computer, ecco questa mattina la classica “doccia fredda” dall’amaro sapore di una beffa: in una mail spedita alle ore 20:11 del giorno 20 l’INVALSI comunicava che il foglio di calcolo era banalmente sbagliato nella sua programmazione e quindi chi come me si era affidato fiduciosamente alla correzione “computer-aided” era destinato a rivedere praticamente tutte le prove per quanto riguardava due quesiti di matematica e tutti gli elaborati che avessero riportato un risultato inferiore o uguale a venti punti nella prova di italiano. Per la mia classe si è trattato di ben dodici elaborati su sedici, per gli altri, nella scuola in cui lavoro, almeno di una media di un 25% di elaborati. Nella mail si davano pertanto precise istruzioni: ricalcolare il punteggio scaricando una nuova “maschera” dal sito dell’Istituto.
Oltre quindi al controllo della correttezza di due quesiti di matematica si è dovuto procedere al reinserimento da zero dei dati di un gran numero di alunni, onde ottenere il giusto risultato, il tutto fra le proteste generali, il malcontento, la necessità di fare costante appello, per sedare gli animi dei più rivoltosi e riottosi, al senso di professionalità di ciascun docente, ma soprattutto ribadendo la necessità di non penalizzare gli alunni con una votazione sbagliata e ingiusta proprio nell’ultimo momento di questo loro percorso formativo.
Tra le tempeste, comunque, la nave, dopo un’altra mattinata di lavoro e il conseguente ritardo delle seguenti procedure d’esame, alla fine è arrivata in porto, fatte salve eventuali altre novità che dovessero ancora arrivare.
Anche solo a questo punto arrivati, mi si permetta però di dire che era stato fin troppo facile da parte dell’INVALSI chiudere una mail con delle scuse, come ha fatto il responsabile della prova nazionale in una nota inviata alle scuole per posta elettronica, era fin troppo facile sperimentare forse con una certa superficialità sul lavoro dei docenti e sulla valutazione degli studenti: quanto accaduto, anche senza considerare gli ulteriori sviluppi che la faccenda avrebbe avuto di lì a poco, sarebbe sufficiente per aprire un momento di ampia riflessione sulla effettiva serietà della preparazione degli strumenti operativi da parte dell’INVALSI, su quanto ci sia di semplice apparenza e quanta invece sia la reale sostanza di quello che si sta realizzando e soprattutto una ben più ampia riflessione sulla necessità della revisione dei canoni reali di rispetto del lavoro dei docenti, obbligati a un dispendio di energie assolutamente sproporzionato e vessati, come in questo caso, da banali errori che rischiano di compromettere alla fine il clima di serenità e di impegno necessari in una tappa sicuramente fondamentale della crescita degli alunni.
Fin qui la storia che sicuramente la maggior parte ormai conosce, ma l’avventura non era finita, perché alle 15:34 del 21 giugno, quando cioè finalmente, almeno nella mia scuola, si era concluso il lavoro di reinserimento, ricalcolo e confronto con la valutazione precedente (che comunque in molti casi non era sbagliata per quanto concerne il voto finale), ecco l’ennesima mail dell’INVALSI: in allegato un file zip con dentro un nuovo file Excel e un file di istruzioni, con preghiera di “avvalersi di una persona mediamente esperta nell’uso del computer“; seguendo la guida fornita in PDF, nel giro di massimo tre minuti, è bastato aprire il primo file, quello realizzato con il foglio di calcolo sbagliato, contemporaneamente a questo nuovo file ricevuto per email per avere, con un colpo di bacchetta magica, il tutto sistemato, senza dover reinserire niente manualmente e per giunta con evidenziati i risultati finali che hanno avuto variazioni di voto a seguito della procedura di ricalcolo con correzione automatica.
A questo punto, dopo aver speso tante energie, forse sarebbe stato meglio non dire nulla di quest’ultimo sviluppo a tutti coloro che, pur lamentandosi, avevano completato comunque il reinserimento spendendo un’altra mattina di lavoro ignari di questo nuovo strumento che sarebbe
stato rilasciato nel primo pomeriggio, per non scatenare cieche ire nei confronti di un’istituzione come l’INVALSI che già ormai per la classe docente non gode certo di stima, ma l’amore per la verità impone che su tutta la faccenda si faccia la massima e dovuta chiarezza, non potendo far passare sotto silenzio questa ennesima perdita di tempo e di energie, questa nuova beffa di una soluzione all’intoppo totalmente automatica che è arrivata ancora una volta quando ormai tutto il lavoro, o comunque la maggior parte di esso, era stato già per ben due volte portato a termine, una soluzione che invece, se fornita in tempo, avrebbe evitato un ulteriore aggravio di impegno.
Se proprio quindi si pensa che sia così necessaria la presenza di questa prova nazionale all’interno dell’esame di stato, almeno per tempo si pensi di preparare con cura tutte le procedure e soprattutto si pensi a un’adeguata ed equa ripartizione del carico di lavoro, in modo che non sia sproporzionatamente sbilanciato sulle spalle dei docenti.
Prof. Andrea Amici

Oggi in Italia la democrazia si spegne

In generale nel mio blog mi occupo principalmente di musica, di tecnologia, di progetti, lavori e novità; oggi è necessario soffermarsi sulla cronaca politica, per registrare, grazie alla libertà di internet, il dissenso e il dolore nel vedere che oggi, proprio in questa giornata di fine ottobre, la democrazia in Italia va realmente spegnendosi.

L’approvazione del decreto Gelmini sulla scuola e l’università, nell’insensibilità totale di una maggioranza parlamentare nei confronti della protesta in piazza, delle critiche (seppur sempre troppo blande) dell’opposizione e soprattutto mentre all’esterno i nuovi giovani squadristi punivano i manifestanti con un volo di sedie assolutamente disdicevole per un Paese di grandissima eredità culturale e umana come l’Italia (peraltro perpetrato anche davanti ai turisti stranieri), sono gravissimi segnali di una democrazia che va morendo, di una repubblica parlamentare che ha rinunciato al suo centro vitale, il parlamento appunto, totalmente esautorato da un sistema maggioritario che di fatto ha consegnato il potere esecutivo e legislativo nelle mani di persone che sono immemori del sacrificio umano, morale e culturale dei padri della Repubblica Italiana.

E’ con grande dolore e rammarico che occorre constatare la gravità della situazione che si è concretizzata in questo giorno che sarà ricordato come uno dei più neri della storia democratica italiana.

Domani mi unirò alla protesta di tutti i lavoratori della scuola, che ancora credono nella loro missione, nonostante il governo pensi che la ricetta per risolvere i problemi della nostra Nazione siano i tagli all’istruzione, alla ricerca e alla cultura in generale, anziché proprio un loro incentivo, unica reale possibilità per un progressivo rilancio sociale e morale dell’Italia ormai mortificata da troppi anni di inutile consumismo e politiche fallimentari.

Di chi le responsabilità? Di un sistema che non esito a definire fallimentare, appunto, ma anche della totale carenza di uomini, di figure politiche di indiscussa statura morale, etica e intellettuale, dotate di preparazione specifica. Ma la situazione odierna è anche il frutto amaro che oggi raccogliamo della politica dell’estrema sinistra che quando si è trovata a dare appoggio a un governo tutto sommato, nella crisi generale di figure umane capaci di svolgere il loro ruolo, accettabile di fatto ha consegnato il potere nelle mani di chi oggi ci governa e sé stessa all’oblio parlamentare.

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