Nel panorama della fantascienza contemporanea, For All Mankind e The Expanse rappresentano due tra le opere più riuscite nel proporre un immaginario spaziale credibile, complesso e riccamente stratificato. Pur nate da presupposti narrativi nettamente differenti — l’ucronia rigorosa da un lato, la space opera sociopolitica dall’altro — entrambe le serie sono accomunate da un’attenzione fuori dal comune alle dinamiche politiche, economiche e antropologiche generate dall’espansione umana nel cosmo. È forse questo il terreno su cui lo spettatore più attento avverte una continuità sotterranea, un dialogo ideale tra i due mondi.
Le anticipazioni sulla quinta stagione di For All Mankind rendono ancora più evidente questo legame. L’universo immaginato dagli sceneggiatori continua infatti ad allontanarsi dalla nostra linea temporale reale, intensificando la propria vocazione geopolitica: la colonia marziana “Happy Valley” cresce in modo accelerato, diventa più abitabile, più autonoma, più consapevole del proprio ruolo strategico. È l’inizio di un nuovo equilibrio interplanetario, una costellazione di tensioni che sembra anticipare, in forma embrionale, le dinamiche mature che in The Expanse troveranno pieno compimento.

Naturalmente, le due serie restano opere radicalmente diverse. For All Mankind si muove con passo misurato e filologico: gli avanzamenti tecnologici sono sempre plausibili, la politica conserva forme e linguaggi riconoscibili, e l’espansione nello spazio si costruisce sul terreno solido della storia possibile. The Expanse, al contrario, si colloca nel pieno della science fiction sociologica speculativa: il sistema solare è ormai un mosaico di potenze politiche consolidate — le Nazioni Unite, la Repubblica Marziana, la Cintura — e la scoperta della protomolecola introduce elementi quasi mitologici, capaci di riscrivere le coordinate stesse del reale.
Eppure, proprio in questa distanza emerge un punto di contatto affascinante: For All Mankind sembra esplorare ciò che The Expanse presuppone come già accaduto. La sua ucronia costruisce, passo dopo passo, le condizioni storiche e materiali che potrebbero, proiettate nei secoli, condurre a un sistema solare popolato, frammentato, carico di tensioni e di identità plurime. La frattura tra Terra e Marte, che nella serie Apple è ancora un processo in evoluzione, è invece l’architrave stessa dell’universo narrativo di Corey. I minatori degli asteroidi, gli insediamenti lunari, le infrastrutture spaziali a più livelli: tutti elementi che The Expanse mette al centro della propria narrazione sono oggi, in For All Mankind, in fase di formazione storica.

Si potrebbe dire che For All Mankind non somiglia a The Expanse, ma racconta come un mondo potrebbe davvero evolvere prima di arrivare a qualcosa di simile. È la cronaca di una possibile preistoria interplanetaria: la lenta gestazione di un sistema solare multipolare, nel quale lo spazio non è più soltanto teatro di esplorazione scientifica, ma diventa terreno di scontro, di autonomia politica, di visioni contrapposte sull’identità e il destino dell’umanità.
Che le due serie giungano a esiti diversi è inevitabile: la prima si radica nella realtà, la seconda nell’immaginario più libero e visionario. Ma osservarle in relazione, proprio alla luce delle nuove anticipazioni su For All Mankind, permette di cogliere un filo rosso comune: la convinzione che la vera posta in gioco dello spazio non sia solo tecnologica, ma culturale, sociale e morale.
In questo senso, For All Mankind e The Expanse — pur lontane — parlano la stessa lingua: quella di un’umanità che, una volta uscita dalla culla terrestre, dovrà inevitabilmente imparare a fare i conti con se stessa.

