Una triste serata da dimenticare, la prima alla Scala del 7 dicembre 2013, specchio del profondo degrado culturale e umano che imperversa sul nostro Paese, immerso in una crisi economica, politica, morale e spirituale senza precedenti, che affligge e contagia anche l’arte, forse l’unico spiraglio che potrebbe infondere vita anche nel grigiore di una situazione così devastata.
In scena uno dei titoli più eccezionali dell’intero patrimonio artistico e culturale di tutti i tempi,La Traviata, di Giuseppe Verdi, uno scrigno traboccante di bellezza, significati, tecnica e genialità, reso nella maniera più squallida che si potesse immaginare.
L’evidenza maggiore del disastro al quale si è potuto assistere in diretta televisiva è stata la regia/scenografia a dir poco ingiuriosa firmata da Dmitri Tcherniakov; un orribile incongruente pasticcio, sullo sfondo di pessimi ambienti e di discutibili figure, movimenti assolutamente antitetici a quanto ispirato dalla musica e soprattutto trovate che sarebbero esilaranti se non fossero tragiche: un crescendo di stupidaggini che culminano nella prima parte del secondo atto, soprattutto quando si giunge a sfiorare il ridicolo con Alfredo massaio che impasta mentre ascolta suo padre, si taglia un dito mentre affetta gli ortaggi per poi ciucciarselo come un bimbetto ferito; qualunque fosse la volontà del regista di mettere probabilmente in scena l’immaturità del protagonista, certo la trovata è talmente di cattivo gusto, assieme a tantissime altre che non stiamo qui a elencare, da rasentare il ridicolo e l’offesa nei confronti del genio verdiano.

Durante il Preludio del Primo Atto.

L’elemento regia è quello che è saltato ovviamente in maniera più particolare all’occhio e trascina verso il basso l’intero spettacolo, rovinandolo irrimediabilmente e in maniera irreparabile, ma non è l’unico protagonista di questa serata di emblematica negatività.
Chi è sulla scena, a partire dai due protagonisti, dimostra un livello non certo da prima di un teatro che dovrebbe aspirare a essere uno dei massimi al mondo. Un Alfredo (Piotr Beczala) povero nelle intenzioni e nella qualità vocale, impacciato e deludente, attorniato da un padre (Zeliko Lucic) gelido e spesso fuori dal tempo musicale, una onnipresente Annina travestita, come molti su Twitter hanno simpaticamente commentato, da Wanna Marchi, interpretata da Mara Zampieri, che anni or sono avevo apprezzato in una Fanciulla del West diretta da Maazel proprio alla Scala, ma qui appiattita nello scarsissimo valore generale dello spettacolo; la protagonista, la Violetta di Diana Damrau, ha messo in grande rilievo la difficoltà di un ruolo così importante e ricco come quello che ha affrontato; è noto che la parte di Violetta è di una difficoltà interpretativa estrema e in questa prima alla Scala tali difficoltà sono emerse tutte, senza soluzioni. Un primo atto con una Violetta inguardabile e soprattutto inascoltabile, facile preda di tutte le insidie disseminate nella mirabile partitura verdiana: colori assolutamente inadeguati, mancanza totale di smalto e agilità, nevrosi manifeste e un ultimo acuto del tutto preso male, sgraziato e calante, che ha coronato un primo atto completamente fuori ruolo. La situazione è leggermente migliorata nel secondo e nel terzo atto, nelle parti più drammatiche, senza comunque raggiungere risultati di eccellenza, anche perché comunque alla non convincente prova vocale si è purtroppo aggiunta la pressoché totale mancanza scenica; pubblico e critica hanno dimostrato di apprezzare la performance del soprano, che francamente non mi ha convinto proprio per niente.

E si giunge infine alla peggiore nota della serata, quella del direttore d’orchestra, artefice di una lettura priva di totale senso drammatico. Daniele Gatti sicuramente (spero) non in serata, con tempi strascicati, spesso farraginosi, inadeguati alla resa della “parola scenica” verdiana, ma soprattutto privi di proporzioni e logico svolgimento drammatico. Un suono appesantito, molto piatto dal punto di vista dinamico e un coordinamento delle masse sonore poco efficace.
Anche il rapporto orchestra-palcoscenico è parso molto aleatorio, con episodi di scarso affiatamento, culminando in un momento di empasse, quando alla festa del secondo atto improvvisamente non si sente per varie battute nessuno cantare.

Una Traviata da dimenticare, specchio del degrado culturale della nostra Italia: un’occasione che avrebbe dovuto rappresentare un momento di alta intensità artistica e umana vissuto a livello di collettività che purtroppo ha avuto come unico discutibile pregio quello di dibattere più o meno animatamente e ironicamente sui social-network di un totale e degradante sfascio.