Andrea Amici

musicamultimedia.net

Autore: Andrea Amici Page 1 of 27

Esther - from Ben Hur

Esther da Ben Hur

La recente scomparsa dell’attrice israeliana Haya Harareet, avvenuta lo scorso 5 febbraio 2021, ha riportato alla mia attenzione il film Ben Hur, pellicola alla quale sono particolarmente affezionato, non solo per il suo intrinseco valore, ma anche per i tanti ricordi che a essa mi legano.

Ben Hur - Poster

Il grande kolossal epico-religioso diretto nel 1959 da William Wyler, vedeva Charlton Heston nel ruolo del protagonista, Giuda Ben Hur, un nobile ebreo caduto, innocente, in disgrazia al tempo dell’occupazione romana della Palestina negli anni della nascita e della vita di Gesù; il film narra quindi le intricate vicende che portano il protagonista alla vendetta per il torto subito, una vendetta che sembra avvelenargli il cuore, fino alla visione di Cristo in croce che lo fa desistere dai suoi propositi che avrebbero finito per annientarlo.

Nel film l’attrice Haya Harareet era Esther, la bella schiava che Ben Hur affranca e della quale si innamora.

Haya Harareet

La pregevolissima colonna sonora porta la firma di uno dei più acclamati compositori della golden age di Hollywood, Miklós Rózsa. Il musicista ungherese, nato a Budapest il 18 aprile del 1907 e morto a Hollywood il 27 luglio del 1995, fu decisivo nel successo indiscusso di grandi produzioni cinematografiche statunitensi dalla metà degli anni Quaranta fino ai primi anni Ottanta, contribuendo fra l’altro alla creazione di quello stile sinfonico che sarebbe divenuto uno dei tratti distintivi della scrittura musicale per le immagini.

Miklos Rozsa
Il compositore Miklós Rózsa

Al personaggio femminile di Esther il compositore dedica un bellissimo tema, che attraversa l’intero corso del film, seguendo l’evoluzione dei personaggi e della trama.

Il tema compare per la prima volta quando Esther viene accompagnata al cospetto del suo padrone Ben Hur dalla sorella di quest’ultimo, per chiedere l’autorizzazione a sposarsi, per seguire il volere del padre, Simonide, servo fedele e amministratore delle attività commerciali della famiglia degli Hur. Giuda, affascinato dalla donna, le concede la libertà come dono di nozze, apprendendo che in realtà il matrimonio è organizzato, ma non basato su alcun sentimento. Nella scena successiva i due rimangono da soli e si confessano reciprocamente il loro amore, che sembra destinato a non potersi realizzare.

una scena del film

La mia ricostruzione virtuale del tema di Esther di Rózsa si concentra sulla prima scena ed è basata sulla partitura condensata (condensed score) ritrovata in un microfilm catalogato con il titolo di Music for Motion Pictures – Music 3449 della United States Library of Congress, contenente centinaia di pagine di musica stampata o manoscritta destinata a vari film, composta da autori quali Rorenthal, Rota e lo stesso Rózsa.

La partitura è manoscritta e su quattro pentagrammi contiene minuziosamente, in forma ridotta, tutte le indicazioni strumentali. L’autore era solito infatti consegnare al suo orchestratore, Eugene Zador nel caso di Ben Hur, questo suo short score, come amava definirlo, estremamente dettagliato, in modo da potersi risparmiare il lavoro di preparazione della partitura orchestrale vera e propria (il full score), ma mantenendo nel contempo il totale controllo sulle scelte timbriche. Considerando l’enorme quantità e la complessità della musica scritta per il film e l’assenza di quel fondamentale ausilio oggi disponibile che è il computer, effettivamente il sistema di Rózsa di rivela estremamente efficace ed è oltremodo interessante per tutti coloro che – come me – sono soliti “curiosare” nel workflow dei grandi compositori.

Esther - condensed score
Il condensed score di Esther

Per iniziare ho ricopiato in partitura il manoscritto, immedesimandomi quindi nel lavoro dell’orchestratore, sebbene facilitato da Dorico Pro, il software di notazione della Steinberg.

Esther - full score
La mia partitura orchestrale di Esther

Il manoscritto è effettivamente dettagliatissimo e la trasposizione in partitura si rivela un’operazione relativamente semplice; le uniche eventuali criticità si riscontrano nella distribuzione delle parti alle due arpe, per le quali mi sono aiutato con la registrazione, per rendere i due strumenti il più possibile simili alle intenzioni dell’autore.

La versione registrata e inserita nel film presenta alcuni tagli rispetto alla partitura originale, dove invece solo due battute sono contrassegnate come “opzionali” (55-56). La mia ricostruzione virtuale utilizza tutta la musica in partitura.

Completata la realizzazione della partitura orchestrale, ho esportato da Dorico tutte le parti strumentali in formato midi e le ho importate in Logic Pro, dove alcune sono state mantenute, con alcune modifiche agli eventi nota e l’applicazione dei controlli continui necessari agli strumenti virtuali per la modellazione del suono, altre sono state direttamente suonate, per una maggiore espressività e per accrescere il realismo; inoltre per ogni sezione degli archi è stata inserita anche una “prima parte“, uno strumento solista che simuli lo strumento principale della fila.

Per questa produzione musicale, sono stati utilizzati i seguenti strumenti virtuali della Vienna Symphonic Library (VSL):

  • Synchron Strings Pro (archi)
  • Synchronized Special Edition 1-2 Plus (archi solisti, arpa)
  • Synchronized Woodwinds (flauto, oboe, clarinetti 1/2, fagotti 1/2)

Il video, realizzato con Final Cut Pro, contiene lo screen cast di Dorico e Logic, alternato alla scena del film per cui è stato composto il brano.

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

I primi anni

Salvatore Quasimodo nacque in Sicilia, a Modica, in provincia di Ragusa, il 20 agosto del 1901; la sua infanzia trascorse in vari paesi e città della Sicilia, dove veniva di volta in volta trasferito il padre, capo-stazione delle Ferrovie dello Stato. Ebbe così la possibilità di conoscere la Sicilia e di averne impresso un ricordo mitico talmente forte da influenzare in maniera decisiva taluni aspetti della sua poetica. 

Targa commemorativa a Modica

A Messina nel 1908

Si trasferì infine sempre con il padre a Messina dopo il catastrofico terremoto del 1908 che aveva distrutto quasi completamente la città e visse per un certo periodo in un vagone ferroviario, sperimentando il dolore e il disagio di una popolazione costretta a fare i conti con le pesanti devastazioni del terremoto e con la difficile ricostruzione.

Il terremoto di Messina del 1908
Il terremoto di Messina del 1908
Salvatore Quasimodo parla della sua infanzia
Il terremoto di Messina del 1908

Da Messina a Roma

Quasimodo e Pugliatti a Messina

Frequentò sempre a Messina l’Istituto Tecnico “Jaci” completando gli studi nel 1919; già negli anni di scuola cominciò a stringere rapporti di amicizia con personaggi di alta levatura come Giorgio La Pira e Salvatore Pugliatti e a scrivere i primi versi, ricchi di influenze del simbolismo. Dopo il diploma lasciò la Sicilia, alla quale sarebbe sempre rimasto profondamente legato, e si trasferì a Roma, dove, fra l’altro, intrattenendo rapporti culturali con alcuni esponenti del Vaticano, studiò privatamente il greco e il latino; Quasimodo, pur provenendo da una formazione di tipo tecnico-matematico, si appassionò alla cultura classica, divenendo anche un esperto e originale traduttore della poesia lirica greca e latina.

Salvatore Quasimodo

Nel 1926 ritornò sullo Stretto di Messina, a Reggio Calabria, dove fu assunto come geometra del Ministero dei Lavori Pubblici al Genio Civile; il lavoro gli assicurò l’indipendenza economica, anche se, naturalmente, lo allontanò inizialmente dalla sua passione poetica, ma la vicinanza alla città di Messina lo pose nuovamente a contatto con l’ambiente letterario che aveva già  frequentato. 

Acque e Terre

Iniziò in questo contesto la composizione di Acque e Terre, la sua prima raccolta di poesie che verrà pubblicata nel 1930 a Firenze, dove Quasimodo si era trasferito nel 1929 e dove il cognato, lo scrittore Elio Vittorini, lo aveva introdotto nell’ambiente della rivista Solaria. Il primo libro di Quasimodo è ancora ricco di riferimenti alla poesia simbolista, ma si avvia decisamente verso un uso ermetico della lingua; è ancora simbolista, ad esempio, la presenza della natura, dell’aspetto fisico degli oggetti che si caricano di significati e analogie nascosti.

Acque e Terre

La materia è tutta incentrata sulla rievocazione della Sicilia, vista come un luogo mitico di una felicità perduta che contrasta con la realtà presente, creando un clima di angoscia esistenziale, che spesso si concretizza nella ricerca della persona amata scomparsa; il vagheggiamento della terra natale si arricchisce di una ricerca profonda sia per quanto riguarda la parola sia per quanto riguarda le immagini, nel tentativo anche di far rivivere la bellezza della poesia classica greca. 

Vento a Tindari (da “Acque e Terre”, 1930)
Scheda su italialibri.nethttp://www.italialibri.net/opere/ventoatindari.html

La Sicilia mitica, la cultura greca e la ricerca del divino

Nel 1932 Quasimodo pubblicò Oboe sommerso e nel 1934 si trasferì a Milano che al tempo era particolarmente attiva dal punto di vista culturale; in questa città uscì Erato e Apòllion nel 1936. I due libri segnano un momento di altissima maturità stilistica e poetica. La Sicilia mitica compare nuovamente in queste due opere come nella precedente, ma sempre più ricca di riferimenti alla cultura greca; inoltre si introduce la tematica del rapporto con il divino nella ricerca di una pace interiore.

Oboe sommerso

I due libri rappresentano anche il pieno compimento dell’ermetismo di Quasimodo: sparito ogni elemento simbolista,  il poeta si concentra sulla ricerca di una poesia pura, nella quale la parola diviene assoluta, le immagini metaforiche sono sempre più chiuse e difficili (ermetiche, appunto) e la sintassi stessa si semplifica tanto da divenire spesso ambigua, indebolendo i nessi logici tra le parole. 

I lirici greci

Nel 1938 Quasimodo lasciò il lavoro al genio civile, entrando nel mondo dell’editoria. Nel 1942 fu pubblicata la Traduzione dei Lirici Greci, un’originalissima traduzione di una raccolta di poesie di autori greci antichi; la traduzione non è filologicamente sempre ineccepibile, ma l’obiettivo di Quasimodo era quello di riproporre alla sensibilità contemporanea voci poetiche di un antico passato in un linguaggio molto vicino alla ricerca poetica di quegli anni. 

Luigi Dallapiccola e Salvatore Quasimodo, nel segno della lirica greca: i Sex Carmina Alcaei

Durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo
Quasimodo al Conservatorio di Milano

Nel 1941 iniziò a insegnare letteratura italiana al Conservatorio “G. Verdi” di Milano, lavoro che svolse fino alla morte; negli anni della Seconda Guerra Mondiale Quasimodo continuò a scrivere versi e a tradurre opere dell’antichità classica ma anche di autori stranieri; nel 1942 fu pubblicato Ed è subito sera, una delle raccolte più famose, in cui si assiste a un recupero di alcuni elementi della poesia tradizionale, come l’uso dell’endecasillabo, filtrato sicuramente dall’esperienza del Sentimento del tempo di Ungaretti. Ancora una volta si riscontrano gli argomenti precedenti ma con una maggiore apertura verso il presente. 

Giorno dopo giorno

Nel 1947 Quasimodo pubblicò Giorno dopo giorno, il suo primo libro di poesie dopo la catastrofe della guerra che segnò una svolta nella sua poetica. La necessità di una ricostruzione non solo fisica e materiale ma soprattutto umana diviene l’imperativo del poeta e per porre in atto questo obiettivo è necessario un completo mutamento stilistico nella poesia, che abbandona l’ermetismo in favore di un tono più discorsivo, colloquiale e narrativo. In questa raccolta di poesie il tema dominante è la catastrofe della guerra, vista in tutto il suo orrore e la sua barbarie; la possibilità di superare la drammatica e pesante tragicità di un momento storico così terribile è data solo da un senso di umana pietà e fratellanza.  

Tutta la poesia successiva di Quasimodo prosegue sulla stessa linea stilistica e poetica: La vita non è sogno del 1949 si arricchisce di elementi di protesta politica, soprattutto nella visione della Sicilia non più mitica ma come terra di ingiustizia e di sofferenza, simbolo di una sofferenza e di una solitudine umane che trovano una possibilità di dialogo privilegiato soltanto con Dio. 

Nel 1954 la poesia di Quasimodo va incontro a un’altra svolta, che matura piano piano a partire da Il falso e vero verde. Come anche Montale nello stesso periodo, il poeta non si riconosce più in un clima sociale e politico che va inesorabilmente incamminandosi verso un consumismo spietato in cui l’uomo appare sommerso in una dimensione tecnologica che tende a soffocare l’umanesimo.

Gli ultimi anni – la “civiltà dell’atomo”

Le tematiche si approfondiscono in La terra impareggiabile del 1958; Quasimodo denuncia la civiltà dell’atomo, simboleggiata dalla Milano iper-industrializzata, in cui l’uomo è sempre più immerso come un atomo nella sua solitudine, pur trovandosi immerso in una città popolatissima; per contrasto il poeta rivive in senso mitico la sua terra d’origine, la Sicilia, luogo di una felicità incontaminata, seppur non priva di momenti tragici, come per la rievocazione del terremoto di Messina del 1908. Il linguaggio ritorna ad essere più complesso, secco e riesce a inglobare elementi lessicali propri della cronaca. 

Dal Premio Nobel a “Dare e avere

Nel 1959 Quasimodo fu insignito del Premio Nobel per la letteratura e l’anno successivo gli fu conferita la laurea honoris causa in lettere dall’Università di Messina. 

L’ultimo libro di poesie fu pubblicato nel 1966 dal titolo Dare e avere: l’attività poetica di Quasimodo si conclude con una valutazione riassuntiva delle propria vicenda umana e artistica e su tutte le varie riflessioni aleggia, com’è prevedibile, il tema della morte. 

Amalfi, 1968

Nel 1968, dopo aver conseguito un’altra laurea honoris causa questa volta da parte dell’Università di Oxford, il poeta morì il 14 giugno mentre si trovava ad Amalfi per un premio di poesia. 

A riveder le stelle

Riflessione (non recensione) sulla “prima” alla Scala

Un momento dello spettacolo alla Scala, il 7 dicembre 2020

L’appuntamento del pomeriggio di S. Ambrogio è la prima alla Scala in diretta TV, quest’anno con uno spettacolo del tutto nuovo, una carrellata di pagine d’opera, di cui non è chiaro per la verità il nesso, se non una (comprensibile) diffusa e lugubre ombra di morte, in un teatro vuoto, con l’orchestra in platea e il direttore di spalle non al pubblico (grande assente della serata) ma al palcoscenico.

È il teatro in tempore pestis, brandelli della lenta agonia dell’ “opera-museo”, che cerca temporaneamente di reinventarsi, rinascere sulle sue ceneri – non solo causate dalla pandemia -, in attesa della riconsegna alla sua routine.

Ma la pandemia è uno spartiacque; chi attende il ritorno ai precedenti, precari, equilibri tende a nascondersi, più o meno coscientemente, un’evidente (tragica) verità: quanto era non sarà più, sta ora più che mai all’estro, all’ingegno e all’humanitas ri-costruire il futuro, che non ripeta il passato, ma lo comprenda e lo sappia integrare in una concreta visione del presente e dell’avvenire. In questo la musica in particolare e l’arte in generale devono riprendere il loro ruolo centrale, ma soprattutto riacquisire la vitalità oggi spenta da grette ristrettezze di orizzonti, imparando anche dal passato la necessità del nuovo che non significa tempus destruendi delle esperienze vissute, ma visionarietà, grandi prospettive, spazi liberi e aperti.

E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139): non è solo la comprensibile voglia di luce alla fine di un tunnel, perché sono stelle nuove, quelle della spiaggia di un nuovo e mai visto emisfero.

Che l’oggi non sia solo un rivolgere lo sguardo a un passato di cui accontentarsi di ripercorrere i passi.

Riccardo Chailly dirige l’orchestra della Scala
Dorico and VSL

Dorico + VSL

Dorico e il Synchron Player della VSL

Grandi novità per il mondo della notazione, un passo verso una maggiore integrazione fra partitura e suono: Vienna Symphonic Library e Dorico avviano una vera e propria partnership con la release di expression map e template per l’utilizzo di tutti i volumi della Synchron-ized Special Edition con l’innovativo software di notazione Steinberg. 

Le premesse sono molto interessanti: un installer che si scarica dalla propria pagina personale sul sito VSL crea automaticamente tutte le expression map e i template necessari per rendere pressoché immediatamente operativo il playback senza particolari interventi da parte dell’utente. 

Soltanto si rende necessario operare qualche scelta, prima fra tutte l’utilizzo o meno della Vel.FX, l’uso cioè di un controller per la dinamica degli strumenti anziché la velocity della nota, opzione che “consuma” risorse ma naturalmente è essenziale per accrescere il realismo; il parametro si attiva e si disattiva con un semplice controller midi (il 28 di default) che può essere inserito nell’apposita traccia all’interno della finestra di riproduzione di Dorico, dove, fra l’altro, (cosa questa che rende il software Steinberg estremamente versatile) si può intervenire su tutti i parametri offerti dal Synchron Player della VSL, mappabili interamente con controlli midi, per rendere il playback più realistico. 

Vel.FX on off

Le expression map sono comunque già pronte per lavorare contemporaneamente con e senza Vel.FX, perché la dinamica viene controllata contemporaneamente dalla velocity e dal CC2 (il controller di default per la Vel.FX), quindi semplicemente inserendo l’evento midi di attivazione o disattivazione ci si può avvantaggiare di entrambi i sistemi: per le note tenute, ad esempio, è più naturale l’utilizzo di un controller per la dinamica, mentre per le note staccate è più che sufficiente la velocità di pressione.

Expression map

Le possibilità di sviluppo sono ovviamente notevoli: con gli strumenti messi a disposizione è possibile utilizzare out of the box i suoni utilizzando il modello di riproduzione installato, che si occupa di caricare e mappare gli strumenti, ma naturalmente le varie expression map possono essere integrate in un template più ampio, che metta insieme più librerie sonore, anche “all’esterno” di Dorico, ad esempio con Vienna Ensemble Pro.

I brani dimostrativi mettono in rilievo le potenzialità dell’integrazione.

Maggiori informazioni sul Blog di Dorico e nelle sezioni dell’help online di Vienna Symphonic Library:

https://www.vsl.info/en/tutorials/guides/dorico-integration/quickguide

Belliniana

Belliniana

Nata come un collage di temi di Vincenzo Bellini che variamente si intrecciano in un susseguirsi di atmosfere diverse, Belliniana è una fantasia per chitarra, due flauti, oboe, clarinetto, corno, fagotto e arpa, scritta nei mesi di agosto e ottobre del 2020 e dedicata a Davide Sciacca che l’ha commissionata; riprende l’idea del pot-pourri su temi d’opera, in voga in particolare nell’Ottocento, e quella del pastiche, cercando di mantenere sempre la fedeltà alla “lettera” del compositore, pur con alcune licenze, sia nell’organizzazione del materiale, sia in qualche libertà armonica e melodica.

Idealmente è una prosecuzione della Fantasia su “Norma”, di qualche anno fa e traccia un filo ideale fra composizioni (come Bellini in the U.S.A.) che si intessono a vario titolo un dialogo con il genio musicale del grande compositore catanese che nella sua pur brevissima esistenza ha segnato con la sua personalissima impronta il mondo dell’opera.

Il brano prende l’avvio dalla giustapposizione di frammenti tratti dalle sinfonie delle opere Il Pirata e Norma, per approdare a una prima apertura lirica con l’aria da camera Vaga luna, che inargenti; una breve cadenza della chitarra introduce una delle pagine più belle del grande compositore catanese, Ah, non credea mirarti, dall’opera La Sonnambula. La splendida linea melodica cede quindi il passo a una sezione più mossa, dedicata al Bellini “sinfonico”, tratta dal Capriccio della Sinfonia in do minore, che conduce al finale che ripropone i “tutti” del preludio della Norma (già ascoltati all’inizio del collage) sovrapposti e inframmezzati dai frammenti del precedente pannello, quindi espone quasi integralmente l’ultima parte della stessa ouverture, per terminare con l’ultima citazione de Il Pirata, per chiudere così circolarmente l’intero percorso.

Nella versione per chitarra e pianoforte il brano è stato eseguito più volte dal duo Davide Sciacca (chitarra) e Michele Cancemi (pianoforte), anche al Bioeconomy Day, Villa Patti, Caltagirone, 23 settembre 2020.

La versione per formazione da camera è in corso di pubblicazione.

Bellini in the U.S.A. – Prima esecuzione assoluta

Prima assoluta alla Chiesa Badia di Sant’Agata di Catania, il 22 ottobre 2020, di Bellini in the U.S.A.; il chitarrista Davide Sciacca, dedicatario del brano, ha eseguito il fantasioso collage per chitarra sola immaginato da Andrea Amici come un viaggio postumo di Vincenzo Bellini oltreoceano, con una trascrizione di Casta Diva affiancata a The moon in beaming, di B.S. Barclay, canzone americana del decennio successivo alla scomparsa del grande compositore catanese, basata su un tema popolare italiano “importato” negli States.

il soprano Gonca Dogan e il chitarrista Davide Sciacca
il soprano Gonca Dogan e il chitarrista Davide Sciacca

Il concerto, intitolato Il fervido desiderio, programmato nell’ambito della dodicesima edizione del Bellini Festival, con la direzione artistica di Enrico Castiglione, ha avuto come protagonisti il soprano Gonca Dogan e – appunto – il chitarrista Davide Sciacca.

locandina

Maggiori informazioni sul brano e ascolto alla pagina dedicata.

il colle dell'Infinito

Giacomo Leopardi

Il romanticismo italiano ha due esponenti principali: Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi; il primo appartiene al filone realistico-oggettivo, mentre il secondo a quello patetico-soggettivo. Manzoni infatti propone un’arte basata sul realismo storico, mentre Leopardi un’arte lirica, filosofica, basata essenzialmente sull’interiorità dello scrittore.

Profilo biografico

Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798, da una famiglia nobile. Nel suo paese non c’erano particolari stimoli culturali e da giovanissimo lo scrittore preferì dedicarsi allo studio nella biblioteca del palazzo di famiglia dove trascorreva giornate intere occupandosi della lettura dei testi che aveva a disposizione.

La biblioteca del palazzo Leopardi
La biblioteca del palazzo Leopardi

In pochi anni, da autodidatta, divenne esperto di lingue classiche, ebraico, lingue moderne, letteratura, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). I sette anni impiegati in questo studio che lui stesso definì “matto e disperatissimo” da un lato lo resero enormemente colto ma dall’altro danneggiarono il suo fisico e la sua salute. Iniziò in questo periodo a scrivere saggi e traduzioni specialmente di opere classiche. Nel 1816 iniziò invece a scrivere poesie, attuando quello che lui stesso chiamò il passaggio “dall’erudizione al bello”; in questo stesso periodo cominciò a intraprendere contatti con vari intellettuali italiani e stranieri e iniziò anche la stesura dello Zibaldone, una specie di diario personale nel quale Leopardi annotò fino alla morte i suoi pensieri e le sue riflessioni permettendo così di avere un quadro generale del suo pensiero anche se in maniera frammentaria.

uno scrittoio a casa Leopardi

Nel 1819 attraversò un periodo di profonda crisi, dovuto al senso di frustrazione per la sua vita in un contesto culturale e sociale poco adatto alla sua sensibilità artistica; appartengono a questo periodo alcuni componimenti poetici tra i più famosi, come L’Infinito Alla Luna e nel contempo una nuova concezione filosofica, che l’autore indicherà con il passaggio “dal bello al vero”.

Un manoscritto de L'Infinito
Un manoscritto de L’Infinito

Dopo un breve soggiorno a Roma, nel 1823 Leopardi tornò a Recanati dove iniziò a scrivere le Operette Morali, un’opera in prosa nella quale si approfondiscono le teorie filosofiche dell’autore, con la formulazione della teoria del pessimismo storico, che individuava le cause dell’infelicità dell’uomo nella ragione, e della teoria del pessimismo cosmico, che dichiarava la Natura nemica dell’uomo, causa delle sventure umane, in quanto essa genera nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sempre deluso. Dal 1825 riuscì a lasciare Recanati e cominciò a viaggiare per alcune città italiane, ritornando nella sua città nel 1828, dove riprese ad approfondire le tematiche filosofiche della natura matrigna e della caduta delle illusioni.

Nel 1830 si stabilì prima a Firenze e poi a Napoli dove scrisse i suoi ultimi capolavori fra cui La Ginestra, nei quali l’autore sviluppa ulteriormente il suo pensiero trovando una possibile soluzione al suo pessimismo attraverso un senso di fratellanza universale tra tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino di infelicità voluto dalla Natura.

Le opere e la poetica

La poesia di Leopardi nasce essenzialmente da due presupposti di base: il senso di inadeguatezza nei confronti della realtà e lo scontro fra realtà umana e dimensione sovrannaturale da una parte e un dolore esistenziale dall’altra. Il dolore a sua volta è una tematica dai molti aspetti diversi: dolore personale per la propria realtà individuale, dolore per la morte intesa in senso materialistico come disgregazione totale, dolore per la condizione cosmica di infelicità causata dalla Natura. Proprio una lunga riflessione filosofica sul concetto di Natura è alla base di gran parte del pensiero e della poetica di Leopardi. La Natura è per il poeta un concetto filosofico estremamente complesso: non è assolutamente intesa in senso materialistico e meccanico, come la intendevano i filosofi dell’Illuminismo settecentesco, ma in un modo estremamente personale: per Leopardi la Natura è vita, nel senso espresso dalla parola greca physis, cioè l’atto di venire alla luce nel divenire del tempo.

L’opera poetica di Leopardi è riunita in alcuni gruppi fondamentali: quasi tutte le poesie rientrano in un’unica raccolta intitolata “Canti”, dove sono state riunite in ordine non solo cronologico ma anche tematico varie raccolte più piccole; la produzione in prosa è costituita dalle Operette Morali, da altri scritti minori e dallo Zibaldone, il diario personale dell’autore dove si ritrova tutto il pensiero filosofico leopardiano. Il linguaggio poetico di Leopardi è classicista e nello stesso tempo estremamente efficace e ricco e racchiude in sé tematiche romantiche all’interno di una forma basata sulla metrica tradizionale ampliata per ottenere risultati di notevole efficacia poetica. Un elemento sempre presente nella poesia di Leopardi è il paesaggio che ha sempre una corrispondenza ideale con quello che viene espresso.

Le prime opere scritte fra il 1813 e il 1816 sono quasi esclusivamente esercizi di erudizione; i primi componimenti poetici iniziano tra il 1816 e 1817, con poesie strettamente legate ad esperienze autobiografiche. Appartengono al 1818 le Canzoni civili intitolate All’Italia Sopra il monumento di Dante, scritte in connessione con la situazione politica italiana.

Tra il 1819 e il 1825 Leopardi scrisse una serie di poesie raggruppate sotto il nome di Idilli, fra cui L’Infinito, Alla Luna, La sera del dì di festa, Il Sogno, La vita solitaria; il termine idillio si riferisce a un componimento poetico scritto in endecasillabi sciolti che parla di situazioni individuali dell’animo del poeta, messo in relazione con una situazione o un quadro paesaggistico, riprendendo il modello del corrispondente genere poetico dell’antica Grecia, introdotto da Teocrito (IV-III sec. a.C.).

Tra il 1820 e il 1823 Leopardi scrisse anche un gruppo di poesie che sono raggruppate sotto il titolo di Canzoni, di lunghezza maggiore rispetto agli Idilli, con un pensiero poetico e filosofico più evoluto rispetto al passato; in particolare è importante quella intitolata Ultimo Canto di Saffo nel quale si approfondisce la tematica della Natura nemica dell’uomo e del suicidio come ultima arma per sottrarsi al divenire della Natura.

Dopo queste esperienze poetiche Leopardi si rivolge quasi esclusivamente alla prosa, scrivendo le Operette Morali, nelle quali attraverso delle allegorie viene presentato in maniera completa il pensiero filosofico leopardiano sulla teoria del pessimismo e del suo passaggio da un pessimismo storico a uno cosmico; le Operette Morali sono ventiquattro brevi scritti, per lo più in forma di dialoghi fra personaggi reali o immaginari e i temi più ricorrenti sono: la condizione umana, la morte, il destino, la ricerca inutile della felicità, la dimostrazione della triste condizione dell’uomo causata dalla Natura.

Dal 1823 al 1832 Leopardi riprende a scrivere poesie con il gruppo intitolato Nuove Canzoni fra cui quelle che sono le più importanti e i migliori esempi della poesia filosofica leopardiana: A Silvia, Il Passero Solitario, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del Villaggio e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

L’ultima fase della poesia di Leopardi è costituita dal gruppo intitolato Ultime Canzoni, scritte fra il 1832 e il 1837, tutte dedicate all’approfondimento e all’evoluzione del pensiero filosofico. Fra queste sono particolarmente importanti: Il pensiero dominante, Amore e morte, Aspasia e soprattutto La Ginestra.

Il pessimismo leopardiano

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è soggettivo e personale, legato quindi esclusivamente alla sua condizione di vita; in seguito il poeta introduce il concetto di pessimismo storico: secondo questa teoria l’infelicità è sempre esistita, solo che nelle epoche più antiche gli uomini non se ne accorgevano in quanto vivevano più a contatto con la Natura che li aveva dotati di immaginazione e illusioni che producono nell’uomo una felicità che non è reale in quanto mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza; l’uomo moderno ha distrutto con la ragione le illusioni che la Natura, ancora considerata benigna, gli aveva fornito. In seguito Leopardi cambia le sue idee elaborando la teoria del pessimismo cosmico: la Natura è un’entità maligna, che non vuole il bene delle sue creature; pur essendo consapevole dell’infelicità dell’uomo, la Natura continua senza mai fermarsi nel suo meccanismo indifferente e crudele di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, generando sempre nuove creature destinate all’infelicità che per di più inganna con le illusioni; l’uomo non può far altro che rendersi conto di questo triste destino: la sofferenza è la condizione fondamentale dell’essere umano. Nell’ultimo periodo della sua vita, senza cambiare opinione riguardo la Natura e l’uomo, Leopardi propone come soluzione la solidarietà fra tutti gli uomini accomunati dalla stessa condizione esistenziale.

Leopardi in musica

Andrea Amici, Preludio e Infinito, per soprano, coro e orchestra (2010)

Goffredo Petrassi, Coro di Morti, madrigale drammatico per voci maschili, tre pianoforti, ottoni, contrabbassi e percussione (1940-41)

Pietro Mascagni, A Giacomo Leopardi, Poema Musicale per orchestra e voce di soprano (1898)

Terra e Mare

Terra e Mare – Omaggio a Ennio Morricone

Terra e mare (versione per flauto e pianoforte)

Ennio Morricone e la Sicilia: un binomio che affonda le radici nell’affetto più caro del grande compositore (la moglie Maria Travia, originaria della provincia di Messina) e che è divenuto via via sempre più saldo e profondo grazie al regista Giuseppe Tornatore, che dell’isola è stato grande interprete: una terra “bella anche per le sue contraddizioni oltre che per la sua umanità“, come ha dichiarato lo stesso Morricone in un’intervista.

Terra e Mare” è un collage di alcune fra le più belle pagine composte da Ennio Morricone per i film di Tornatore ambientati in Sicilia: Nuovo Cinema Paradiso, L’Uomo delle Stelle e Baaria.

Prima esecuzione assoluta: Villa Patti, Caltagirone, 23 settembre 2020 (Giornata Nazionale della Bioeconomia – Bioeconomy Day) – Giuseppe Sciuto, flauto – Annalisa Mangano, pianoforte.

My Favorite Morricone

My Favorite Morricone

Come un interprete prende in mano attraverso il suo strumento un brano musicale e con esso instaura un profondo intreccio tra la cultura e la sensibilità dell’autore e il proprio mondo interiore, così anche il compositore fa sue musiche altrui e le ricrea, utilizzando frammenti, rivestendo e travestendo, confrontandosi con un ideale diverso dal proprio, dando vita a qualcosa di nuovo che può variamente essere vicino o discostarsi dagli originali.

Andrea Amici

Nel programma di sala del mio concerto tematico del 29 settembre 2016 al Castello Ursino di Catania, intitolato “Scritture e Riscritture Sonore“, avevo sottolineato l’importanza che per me riveste la rivisitazione di musiche altrui, come modo di confrontarsi in maniera attiva con pensieri e procedimenti anche diametralmente opposti ai propri, un modo, dal punto di vista del compositore, di far propri i brani musicali di repertorio attraverso l’estensione di un procedimento affine a quello dell’interpretazione per gli strumentisti. È un affascinante viaggio all’interno dell’immaginazione altrui, un dialogo che si instaura con pagine, idee e strutture preesistenti, nella pratica dell’arrangiamento, del collage, dell’orchestrazione o adattamento per organici strumentali differenti.

La musica di Ennio Morricone, presente nell’immaginario collettivo per le sue splendide colonne sonore di enorme suggestione e capacità comunicativa, nasconde al suo interno una notevole complessità di struttura, pensiero e costruzione. Confrontarsi con essa naturalmente è estremamente interessante: si impone il massimo rispetto per le ricercate soluzioni dell’autore e anche per le aspettative del pubblico che ormai ne ha radicato l’inconfondibile “marchio”, ma al tempo stesso le possibilità di individuare sottili legami e sotterranee rispondenze tra i vari brani permette un’ampia possibilità di scelte per sottolineare con la tecnica del collage, o con soluzioni timbriche diverse, aspetti molto interessanti della produzione morriconiana.

Alle colonne sonore di Morricone ho dedicato tre medley, intitolati My Favorite Morricone (I – II – III). Del primo esistono più versioni che differiscono per l’organico strumentale di destinazione, mentre del terzo non è ancora disponibile una registrazione.

My Favorite Morricone I

Scritto nel 2013 per l’Orchestra MusiDOC, comprende in sequenza: Playing Love (La leggenda del pianista sull’oceano), Se telefonando, Visita al Cinema, Love theme (Nuovo Cinema Paradiso), Love Circle (Metti una sera a cena), The Legend of the Pianist (La leggenda del pianista sull’oceano)

My Favorite Morricone I
Dal concerto dell’Orchestra MusiDOC al Castello Ursino di Catania, 6 giugno 2013
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016
(Lydian Ensemble)
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Notturno al Castello Ursino“, Catania 23 settembre 2017
(Lydian Ensemble)

My Favorite Morricone II

Scritto nel 2016 in occasione del concerto “Scritture e riscritture sonore” per il Lydian Ensemble, presenta: The Strength of the Righteous (The Untouchables) – C’era una volta il WestRicordare (Una pura formalità) – C’era una volta in AmericaThe Ecstasy of Gold

My Favorite Morricone II
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016

My Favorite Morricone III

Scritto nel 2019 comprende: Il Clan dei Siciliani, Death Theme (The Untouchables), Giù la testa, On Earth as it is on Heaven (The Mission).

Space 1999 Symphonic Virtual Orchestration

Space 1999 Main Title – Virtual Orchestration

Space 1999 Main Title – Music by Barry Grey
Symphonic Virtual Orchestration by Andrea Amici

13 Settembre 1999: un’esplosione termo­nucleare sul lato oscuro della Luna, causata da un accumulo di scorie atomiche e dalla sottovalutazione di alcuni segnali dell’imminente pericolo, spinge il satellite nello spazio fuori dall’orbita terrestre. Gli oltre trecento occupanti della Base Lunare Alpha iniziano cosi il loro vagare senza meta nello spazio profondo, di volta in volta attratti da altri corpi celesti, attraversando buchi neri e venendo a contatto con civiltà aliene, strani mondi e fenomeni sempre più inspiegabili.

Spazio 1999

Era un appuntamento particolarmente atteso quello con gli episodi di Spazio 1999, la serie televisiva di fantascienza ideata da Gerry e Sylvia Anderson negli ormai lontani anni Settanta. Fra stranezze e improbabilità scientifiche la serie riusciva comunque ad avere i suoi spunti di interesse: era avventurosa, con alcune belle trovate scenografiche, ma anche riflessiva, almeno nella sua prima stagione, quella che esprimeva al meglio le intenzioni dei suoi creatori. Alla base di Spazio 1999 vi è l’idea di un disastroso incidente dovuto a una sostanziale incuria ed eccessiva fiducia positivista in un progresso esponenziale e acritico, nella percezione della tecnologia come fonte di una vera e propria onnipotenza umana sprezzante della natura stessa. Un messaggio forte se si considera il periodo storico in cui la serie fu realizzata, e in realtà ancora di grande attualità, almeno nelle sue linee generali.

La colonna sonora

La colonna sonora della prima stagione fu realizzata da Barry Gray, che compose la sigla iniziale e le musiche per vari episodi, e da Vic Elms che partecipò con la parte di musica elettronica; nella versione italiana esistono anche dei contributi di Ennio Morricone. La seconda stagione fu invece affidata a Derek Wadsworth, probabilmente più adatto al nuovo format, meno riflessivo e più d’azione.

Il rescoring della sigla iniziale

Ho voluto riproporre la sigla iniziale della prima stagione, dandole una veste sinfonica unitaria, senza l’originale contrasto tra introduzione e intermezzi orchestrali da una parte ed esposizione del tema vero e proprio affidato a una strumentazione pop/rock. In questo modo ho voluto avvicinare questo brano alla sensibilità della cinematografia dei nostri giorni: potrebbe essere la sigla iniziale o conclusiva di un film-remake, basato sulle idee originali della serie.

L’orchestrazione virtuale e il video

Per l’orchestrazione virtuale, realizzata in Logic Pro X, ha utilizzato le librerie strumentali della Composer Cloud X della East West e Synchron-ized Special Edition Vol. 1 e 2 e Big Bang orchestra della Vienna Symphonic Library. Il video è realizzato con Final Cut Pro X e combina le immagini della sigla del primo episodio, “Separazione”, con lo screencast del progetto in Logic.

Page 1 of 27

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Navigando fra le pagine di questo sito, ne accetti l'utilizzo dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" autorizzi il loro utilizzo. Consulta la pagina Informativa sui cookie per maggiori informazioni.

Chiudi