Andrea Amici

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Autore: Andrea Amici Page 1 of 26

My Favorite Morricone

My Favorite Morricone

Come un interprete prende in mano attraverso il suo strumento un brano musicale e con esso instaura un profondo intreccio tra la cultura e la sensibilità dell’autore e il proprio mondo interiore, così anche il compositore fa sue musiche altrui e le ricrea, utilizzando frammenti, rivestendo e travestendo, confrontandosi con un ideale diverso dal proprio, dando vita a qualcosa di nuovo che può variamente essere vicino o discostarsi dagli originali.

Andrea Amici

Nel programma di sala del mio concerto tematico del 29 settembre 2016 al Castello Ursino di Catania, intitolato “Scritture e Riscritture Sonore“, avevo sottolineato l’importanza che per me riveste la rivisitazione di musiche altrui, come modo di confrontarsi in maniera attiva con pensieri e procedimenti anche diametralmente opposti ai propri, un modo, dal punto di vista del compositore, di far propri i brani musicali di repertorio attraverso l’estensione di un procedimento affine a quello dell’interpretazione per gli strumentisti. È un affascinante viaggio all’interno dell’immaginazione altrui, un dialogo che si instaura con pagine, idee e strutture preesistenti, nella pratica dell’arrangiamento, del collage, dell’orchestrazione o adattamento per organici strumentali differenti.

La musica di Ennio Morricone, presente nell’immaginario collettivo per le sue splendide colonne sonore di enorme suggestione e capacità comunicativa, nasconde al suo interno una notevole complessità di struttura, pensiero e costruzione. Confrontarsi con essa naturalmente è estremamente interessante: si impone il massimo rispetto per le ricercate soluzioni dell’autore e anche per le aspettative del pubblico che ormai ne ha radicato l’inconfondibile “marchio”, ma al tempo stesso le possibilità di individuare sottili legami e sotterranee rispondenze tra i vari brani permette un’ampia possibilità di scelte per sottolineare con la tecnica del collage, o con soluzioni timbriche diverse, aspetti molto interessanti della produzione morriconiana.

Alle colonne sonore di Morricone ho dedicato tre medley, intitolati My Favorite Morricone (I – II – III). Del primo esistono più versioni che differiscono per l’organico strumentale di destinazione, mentre del terzo non è ancora disponibile una registrazione.

My Favorite Morricone I

Scritto nel 2013 per l’Orchestra MusiDOC, comprende in sequenza: Playing Love (La leggenda del pianista sull’oceano), Se telefonando, Visita al Cinema, Love theme (Nuovo Cinema Paradiso), Love Circle (Metti una sera a cena), The Legend of the Pianist (La leggenda del pianista sull’oceano)

My Favorite Morricone I
Dal concerto dell’Orchestra MusiDOC al Castello Ursino di Catania, 6 giugno 2013
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016
(Lydian Ensemble)
My Favorite Morricone I
Dal concerto “Notturno al Castello Ursino“, Catania 23 settembre 2017
(Lydian Ensemble)

My Favorite Morricone II

Scritto nel 2016 in occasione del concerto “Scritture e riscritture sonore” per il Lydian Ensemble, presenta: The Strength of the Righteous (The Untouchables) – C’era una volta il WestRicordare (Una pura formalità) – C’era una volta in AmericaThe Ecstasy of Gold

My Favorite Morricone II
Dal concerto “Scritture e Riscritture Sonore“, Catania 29 dicembre 2016

My Favorite Morricone III

Scritto nel 2019 comprende: Il Clan dei Siciliani, Death Theme (The Untouchables), Giù la testa, On Earth as it is on Heaven (The Mission).

Space 1999 Symphonic Virtual Orchestration

Space 1999 Main Title – Virtual Orchestration

Space 1999 Main Title – Music by Barry Grey
Symphonic Virtual Orchestration by Andrea Amici

13 Settembre 1999: un’esplosione termo­nucleare sul lato oscuro della Luna, causata da un accumulo di scorie atomiche e dalla sottovalutazione di alcuni segnali dell’imminente pericolo, spinge il satellite nello spazio fuori dall’orbita terrestre. Gli oltre trecento occupanti della Base Lunare Alpha iniziano cosi il loro vagare senza meta nello spazio profondo, di volta in volta attratti da altri corpi celesti, attraversando buchi neri e venendo a contatto con civiltà aliene, strani mondi e fenomeni sempre più inspiegabili.

Spazio 1999

Era un appuntamento particolarmente atteso quello con gli episodi di Spazio 1999, la serie televisiva di fantascienza ideata da Gerry e Sylvia Anderson negli ormai lontani anni Settanta. Fra stranezze e improbabilità scientifiche la serie riusciva comunque ad avere i suoi spunti di interesse: era avventurosa, con alcune belle trovate scenografiche, ma anche riflessiva, almeno nella sua prima stagione, quella che esprimeva al meglio le intenzioni dei suoi creatori. Alla base di Spazio 1999 vi è l’idea di un disastroso incidente dovuto a una sostanziale incuria ed eccessiva fiducia positivista in un progresso esponenziale e acritico, nella percezione della tecnologia come fonte di una vera e propria onnipotenza umana sprezzante della natura stessa. Un messaggio forte se si considera il periodo storico in cui la serie fu realizzata, e in realtà ancora di grande attualità, almeno nelle sue linee generali.

La colonna sonora

La colonna sonora della prima stagione fu realizzata da Barry Gray, che compose la sigla iniziale e le musiche per vari episodi, e da Vic Elms che partecipò con la parte di musica elettronica; nella versione italiana esistono anche dei contributi di Ennio Morricone. La seconda stagione fu invece affidata a Derek Wadsworth, probabilmente più adatto al nuovo format, meno riflessivo e più d’azione.

Il rescoring della sigla iniziale

Ho voluto riproporre la sigla iniziale della prima stagione, dandole una veste sinfonica unitaria, senza l’originale contrasto tra introduzione e intermezzi orchestrali da una parte ed esposizione del tema vero e proprio affidato a una strumentazione pop/rock. In questo modo ho voluto avvicinare questo brano alla sensibilità della cinematografia dei nostri giorni: potrebbe essere la sigla iniziale o conclusiva di un film-remake, basato sulle idee originali della serie.

L’orchestrazione virtuale e il video

Per l’orchestrazione virtuale, realizzata in Logic Pro X, ha utilizzato le librerie strumentali della Composer Cloud X della East West e Synchron-ized Special Edition Vol. 1 e 2 e Big Bang orchestra della Vienna Symphonic Library. Il video è realizzato con Final Cut Pro X e combina le immagini della sigla del primo episodio, “Separazione”, con lo screencast del progetto in Logic.

Buon compleanno Arvo Pärt

Il compositore Arvo Pärt, che oggi compie ottantacinque anni, è una delle voci più significative della musica contemporanea.
Nato a Paide, in Estonia, l’11 settembre 1935, si è imposto sulla scena internazionale quando, dopo gli esordi nel solco della dodecafonia e le prime significative prese di distanza da essa, intorno agli anni Settanta emerse da un lungo “silenzio” creativo con uno stile personale del tutto nuovo, che sarebbe stato la sua originale cifra espressiva, carica anche di sviluppi futuri.

Arvo Pärt
(Photo Priit Grepp – Arvo Pärt Centre)

Dopo due sinfonie e altre importanti opere quali “Credo“, “Collage über B-A-C-H”, “Solfeggio“, “Perpetuum mobile” (tutte comunque ancora saldamente in repertorio e presenti in discografia), Arvo Pärt si convinse di aver imboccato una strada senza sbocchi, un binario morto; ecco quindi farsi avanti la necessità di non scrivere più, immergendosi nella lettura della musica antica, in particolare il canto gregoriano contenuto in un Liber usualis trovato in una chiesetta di Tallin, alla ricerca della conduzione di una “linea primitiva”, essenziale, «portatrice di un’anima, come quella che esisteva nei canti di epoche lontane: una monodia assoluta, una nuda voce dalla quale tutto ha origine», secondo le parole del compositore stesso, raccolte da Enzo Restagno nel libro Arvo Pärt allo specchio (Il Saggiatore, 2004). In questa ricerca diviene fondamentale il contatto con i testi sacri, in particolare i Salmi biblici, letti, uno alla volta, prima di compiere una sorta di esercizio di scrittura di una singola linea, giungendo così a riempire pagine e pagine di monodie, liberamente, alla ricerca di quella sorgente primaria antecedente al tecnicismo della composizione.

Da questo percorso a ritroso, con la progressiva aggiunta di una seconda voce e via via di una densità sempre maggiore pur nel primato della linea principale, nasce lo stile tintinnabuli, spesso associato all’idea di un minimalismo sacro, da cui prenderà il volo la produzione matura di Arvo Pärt, che di lì a poco sarebbe diventato uno dei compositori contemporanei più amati ed eseguiti, capace, con una musica che nasce praticamente dal silenzio, apparentemente semplice, volutamente scarna, di parlare alla profondità dell’uomo, impegnandolo in un salto oltre il rumore della contemporaneità, alla scoperta di quel silenzio originario – che non è vuoto, ma mistica e concreta presenza – da cui prende voce prima un singolo suono, quindi, in maniera ordinata, il resto.

Descrivere brevemente le caratteristiche dello stile tintinnabuli è impresa alquanto ardua, perché nella sua apparente semplicità nasconde tutta una serie di profonde riflessioni tecniche sulle risonanze delle voci (tintinnabulum è, in latino, la campana e proprio alle sue capacità risonatorie si riferisce la definizione del compositore), sull’organizzazione di micro-modi basati sulle scale (prevalentemente minori, ma non solo), sulla rispondenza tra la metrica del testo (presente o solo immaginato) e la struttura ritmica, sulle possibilità combinatorie del contrappunto.

Riducendo però l’ansi l’analisi ai soli elementi costitutivi, la tecnica del compositore si può riassumere in una modalità di organizzazione dello spazio sonoro centrato su una monodia-perno, che ha al suo interno degli elementi costitutivi di strutture verticali che vengono realizzate per aggiunta, secondo criteri ben organizzati, di nuove voci poste a precise distanze intervallari e tratte principalmente da ridotte costruzioni triadiche.

Osservando l’inizio del Kyrie della Berliner Messe si può avere un primo esempio della complessità e insieme efficacia della scrittura di Arvo Pärt.

Berliner Messe - Schema

Lo schema qui sopra riproduce l’ossatura orizzontale e verticale delle prime misure del brano. La base è una semplice scala di sol minore naturale, suddivisa in segmenti che partono dal suono base (sol) o su di esso si concludono; il numero di gradi congiunti che compongono ogni segmento dipende dal numero di sillabe della parola musicata. Considerando che alla sillaba tonica vengono assegnate due altezze, alla parola Kyrie corrispondono quindi quattro note, alla parola eleison cinque. Anche il ritmo è trattato secondo uno schema fisso, legato alla parola: la sillaba tonica ha una durata di una semiminima più una minima puntata (4/4 in totale), le altre sillabe di una semiminima, tranne quella conclusiva che si prolunga di un ottavo. Si crea così una linea principale che nell’esempio è scritta in nero e, per praticità, in note tonde senza ritmo.

Da un punto di vista verticale, dopo la prima enunciazione monodica sulla parola Kyrie, il compositore prende la triade minore del primo grado della scala (sol-si bemolle-re) e ne utilizza le note in un contrappunto 1:1; dapprima aggiunge una sola linea (indicata in rosso), scegliendo dall’accordo di sol minore alternativamente la nota più prossima alla linea principale nel grave e nell’acuto: al re si contrappone il si bemolle inferiore (indicato nell’esempio con -1, perché è il suono immediatamente sotto il re nell’accordo di sol minore), al do il re superiore (+1 perché la nota dell’accordo di sol minore immediatamente sopra il do), al si bemolle il sol (di nuovo -1) e così via. Si crea così anche un’alternanza fra intervalli diversi, contenenti diversi gradi di tensione; non si parla di dissonanze e consonanze, termini inadeguati in questo contesto, ma appunto di tensioni, qualità, risonanze diverse, che riescono a creare la tipica atmosfera del compositore estone.

Proseguendo, nella frase successiva alla seconda linea se ne aggiunge una terza, anch’essa con lo stesso procedimento, utilizzando esclusivamente le note dell’accordo di sol minore. Stavolta la seconda linea ha un rapporto di +1 con la linea principale, mentre la terza -1: in sostanza le due voci aggiunte procedono fra di loro per moto contrario.

Ancora, nell’ultima frase presa in esame, il procedimento si arricchisce di una quarta linea (indicata in blu) che si muove stavolta parallelamente alla linea principale, alla distanza di sesta; le due linee aggiunte proseguono, con rapporto alternato +1 -1, la prima nei confronti della linea fondamentale, la seconda della quarta linea a essa parallela.

Come si vede, pur in questo primo esempio, l’apparente quasi disarmante “nudità” ed essenzialità della musica di Arvo Pärt nasconde una notevole complessità di scrittura, non fine a se stessa, ma strettamente ancorata alle radici di quel “silenzio” di cui si parlava precedentemente, una struttura che comunque l’orecchio riesce a percepire come solida organizzazione.

Arvo Pärt
(Photo Birgit Püve – Arvo Pärt Centre)

Naturalmente nel corso degli anni lo stile tintinnabuli, di cui ho presentato qualche aspetto fondamentale ma che in realtà ha una ben maggiore complessità e ricchezza, ha visto una continua evoluzione, nella direzione di un notevole arricchimento del materiale armonico utilizzato e della cromatizzazione delle varie linee, e anche della complessa disposizione formale delle varie costellazioni sonore all’interno del singolo brano.

Esempi della piena maturità espressiva di Arvo Pärt e – a mio avviso – della sua migliore produzione sono contenuti in tre più recenti album editi dalla ECM, etichetta alla quale il compositore estone deve anche in parte la sua eccezionale diffusione, grazie al duraturo sodalizio con il produttore discografico Manfred Eicher che della ECM è stato il fondatore.

Arvo Part - In Principio - Lamentate - Symphony n.4

Lamentate, del 2005, contiene un lavoro per pianoforte e orchestra (che dà il titolo all’album), in dieci parti, con lo strumento solista trattato come una persona, la prima persona di una narrazione, a confronto con i grandi temi della morte e della sofferenza, espressi in una forma che si rifà alle sculture di grandi dimensioni dell’artista britannico Anish Kapoor, cui il brano è dedicato, sculture che, a detta del compositore, infrangono i concetti di spazio e tempo. In questa incisione il pianoforte è affidato a Alexei Lubimov e Andrey Boreyko dirige la SWR Stuttgart Radio Symphony Orchestra. Apre l’album uno splendido esempio della musica vocale di Arvo Pärt, Da pacem, interpretato dall’Hilliard Ensemble.

In Principio accosta tre grandissimi capolavori che esprimono tutta la profondità del pensiero e dell’arte del compositore estone: il brano in cinque parti che dà il titolo all’intero album, per coro e orchestra, sul Prologo del Vangelo di Giovanni, La Sindone, per orchestra, commissionato da Enzo Restagno per il festival Settembre Musica di Torine nel 2006, vetta assoluta della scrittura di Arvo Pärt, e Cecilia Vergine Romana, sempre per coro e orchestra, scritta per il Giubileo del 2000, assieme ad altri brani che sono riproposizioni di pezzi scritti precedentemente per altri organici, caratteristica questa molto diffusa nell’esperienza creativa di Arvo Pärt che più volte ha continuato a ritornare sui suoi passi, rielaborando i propri lavori per nuove situazioni strumentali. In questo album spicca la figura del direttore d’orchestra Tōnu Kaljuste, prezioso interprete specialista del compositore estone, attorniato dalla perfezione esecutiva dei complessi dell’Estonian Philharmonic Chamber Choir, dell’Estonian National Symphony Orchestra e della Tallinn Chamber Orchestra.

Infine la Sinfonia n.4 “Los Angeles”, commissionata dalla Los Angeles Philharmonic, con un più o meno esplicito riferimento a una preghiera all’angelo custode presente in un antico canone della chiesa slava cui il compositore si stava dedicando al tempo della commissione del lavoro con la composizione del Kanon Pokajanen, brano che chiude fra l’altro l’album, diretto da Tõnu Kaljuste. La sinfonia segna il ritorno, dopo trentasette anni, a un lavoro per orchestra di più larghe dimensioni, in cui i procedimenti compositivi di Arvo Pärt si dipanano in più complesse strutture, in un percorso sonoro di grande bellezza e suggestione. La Sinfonia è diretta da Esa-Pekka Salonen, alla guida della Los Angeles Philharmonic; proprio Salonen fu il direttore della prima assoluta alla Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, performance storica, presente, oltre che in questo, anche in un album della Deutsche Grammophon.


Non sono tante le nuove composizioni di Arvo Pärt, che fra l’altro dedica, come accennavo prima, molto tempo anche alla revisione dei suoi lavori precedenti e alla loro trasformazione in nuove versioni per organici strumentali diversi. Fra le sue ultime creazioni spicca sicuramente Silhouette scritta nel 2010 come omaggio a Gustave Eiffel; è possibile vederne e ascoltarne la pregevole prima esecuzione assoluta con l’Orchestre de Paris diretta da Paavo Järvi, sul canale YouTube del direttore d’orchestra.

L’ultimo in ordine di composizione, al momento, è un brano per coro dal titolo And I heard a voice.

Per chi volesse invece in breve attraversare l’intero percorso musicale di questa singolare voce della musica contemporanea, si segnala la bella antologia della ECM dal titolo Musica Selecta.

Non resta che augurare quindi lunga vita a questo compositore che è riuscito ad affermare la propria musica caratterizzata da una profondità fuori dal comune, un artista capace di imporre il silenzio, la riflessione e la sua stessa religiosità in mezzo alla frenesia, al rumore e al consumismo del mondo contemporaneo, a rimanere se stesso nonostante l’enorme successo mondiale abbia reso i suoi lavori fra i più eseguiti e incisi al mondo.

Andrea Amici YouTube Channel

You don’t own me: Harley Queen ritrae Joker

Per i più giovani (e non solo) ieri sera, 9 settembre, appuntamento con la prima TV sul canale Mediaset Italia 1 di Suicide Squad, il film del 2016 scritto e diretto da David Ayer basato sulla squadra di pericolosi criminali dei fumetti DC Comics.

Personalmente non amo molto il genere, non ho visto il film e ieri sera mi sono invece dedicato al bellissimo Hidden Figures (Il diritto di contare), la storia della matematica afroamericana Katherine Johnson e delle sue amiche che, sullo sfondo della società razzista e sessista degli Stati Uniti degli anni Sessanta del Novecento, collaborò in maniera decisiva al successo del programma spaziale della NASA.

Ritornando all’universo dei CineComics, mi sono ricordato che ad Harley Queen e Joker abbiamo dedicato, mia figlia Elena e io, un “episodio” della nostra “Art Drawing & Music“, quasi quattro anni fa: sulle note del mio arrangiamento di “You don’t own me” di John Madara e David White, Harley/Elena disegna un ritratto di Joker…


La serie completa di Art Drawing & Music

StarTrekDay2020

Star Trek Main Theme

Music by Alexander CourageVirtual Orchestration by Andrea Amici

🖖🏻 Happy #StarTrekDay 2020 !!! 🖖🏻

Per la ricorrenza ho realizzato questa orchestrazione virtuale del tema della serie originale, composto da Alexander Courage. L’8 settembre 1966 andava in onda “The Man Trap”, il primo episodio della prima stagione di Star Trek, la serie di fantascienza che sarebbe diventata uno dei punti di riferimento assoluti del genere e anche uno dei franchise più longevi, considerando le varie successive evoluzioni anche cinematografiche.

Ho trascritto l’introduzione della sigla iniziale (quella che fa da sfondo alle parole della frase di apertura della serie), mantenendone quasi identica la strumentazione, mentre ho riorchestrato il tema vero e proprio, riprendendo le linee principali, ma con una veste completamente diversa, anche se “rispettosa” dell’originale.

Dopo la versione sinfonica segue il solo tema per piccolo complesso jazz: tromba (cornetta), clarinetto, vibrafono, pianoforte, contrabbasso e batteria).

Il brano è stato prodotto in Logic Pro X utilizzando i seguenti strumenti virtuali:

» Vienna Symphonic Library
Synchronized Special Edition vol. 1&2 (flauti, oboi, clarinetti, fagotti, archi, arpa, contrabbasso solo, vibrafono)
Epic Orchestra 2.0 (cornetta)
Big Bang Orchestra Hercules (ottoni gravi) Lyra (archi)
» EastWest Composer Cloud
Hollywood Orchestra (flauto, trombe, corni, tromboni, archi, timpani, glockenspiel, arpa, congas, piatti, pianoforte)
Hollywood Choirs
Symphonic Orchestra (arpa)
» Logic Pro X Drummer (batteria)

Il video è realizzato con Final Cut Pro X.

Airlines

Anticipato, come di consueto, dalla disponibilità, durante i mesi scorsi, di alcune tracce in anteprima, esce per la Warner Classics Airlines, un pregevole album che vede la collaborazione fra Alexandre Desplat, rinomato autore di colonne sonore fra le quali (per citarne solo due, ma la lista potrebbe allungarsi a dismisura) La forma dell’acqua e Grand Hotel Budapest, entrambe premio Oscar rispettivamente nel 2014 e nel 2018, ed Emmanuel Pahud, flautista di primissimo ordine, acclamato solista, già primo flauto dei Berliner Philharmoniker.

L’album è dedicato interamente a musiche di Desplat, brani originali da concerto o adattamenti di colonne sonore, in versione per flauto e orchestra, con l’Orchestre National de France, diretta dallo stesso autore.

La copertina dell’album
La copertina dell’album

Quello con il flauto è naturalmente per Desplat un rapporto privilegiato: il compositore francese infatti, dopo aver iniziato lo studio del pianoforte e della tromba, si è dedicato proprio al flauto come suo strumento principale.

L’ascolto dell’album non poteva che aprirsi con una serie di tre brani da La forma dell’acqua (The Shape of Water), con cui si entra subito nel raffinato modo strumentale di Desplat: attorniati ora da rarefatti accompagnamenti dell’orchestra, ora da interventi più appassionati e coinvolgenti, si intrecciano quasi visivamente i due elementi protagonisti, il flauto, che sostituisce l’originale fischio prodotto dal compositore stesso nella registrazione della colonna sonora, e il bandoneon.

Segue Pelléas et Mélisande, sottotitolato dall’autore “Sinfonia Concertante per Flauto e Orchestra”, ispirata all’omonimo poema di Maurice Mæterlinck, brano in tre movimenti commissionato dall’Orchestre National des Pays de la Loire nel 2013.

In un’intervista del 15 maggio 2013 rilasciata a Eric Denut, per l’UMP Classical, Desplat descrive il percorso compositivo che lo ha condotto alla creazione di questo lavoro, la necessaria evoluzione nel linguaggio musicale dovuta alla totale differenza insita nella destinazione della musica da concerto rispetto a quella da film. L’autore infatti parla di differenze di spazio sonoro, di dinamica, ma anche – comprensibilmente – di modalità di conduzione del discorso musicale, più libero rispetto al legame all’immagine, ma con un’evidente necessità di un ancoraggio concreto a un elemento extra musicale (in questo caso il poema di Maeterlinck) che dia una tessitura sotterranea alla forma, pur in un maggiore e differente spazio di libertà.

I tre movimenti quindi hanno dei precisi riferimenti a idee e luoghi narrativi del poema, che – lo ricordiamo – è stato un punto di riferimento dell’estetica simbolista, talmente importante da divenire il libretto dell’omonima opera, capolavoro di Claude Debussy, continuando a ispirare con la sua carica enigmatica tanti altri compositori fra cui ad esempio Arnold Schönberg.

La caccia di Goulaud è la protagonista del primo movimento, quasi con un punto di vista dall’alto, come dice Desplat, una caccia che punta alla “reificazione” della donna, alla sua riconduzione allo stato di “cosa”. Dall’idea di violenza e brutalità di Goulaud nel primo movimento alla luce del secondo, al senso ritmico del terzo, il discorso musicale si articola con grande finezza soprattutto per quanto concerne il tessuto timbrico, caratteristica tipica del compositore francese, nella grande tradizione fra l’altro del suo Paese, e dà ampio spazio al virtuosismo del flauto, strumento che all’epoca della composizione fu, secondo le parole dell’autore, una scelta quasi obbligata: il “suo” strumento, che gli avrebbe permesso di scrivere per un vero protagonista.

Seguono, quindi, alcuni arrangiamenti per flauto e orchestra di altri brani tratti dalle colonne sonore di Desplat: Lust, Caution, dal film di Ang Lee, Girl with a Pearl Earring, del 2003, di Peter Webber, Birth, del 2004, per la regia di Jonathan Glazer; prima del brano conclusivo, il tema di Grand Hotel Budapest, con i suoi espliciti riferimenti all’universo di Nino Rota, autore al quale Desplat dice di essere particolarmente legato, l’album ospita la title track, Airlines, brano per solo flauto, già eseguito in prima assoluta il 6 dicembre 2018 proprio da Emmanuel Pahud alla Maison de la Radio di Parigi. L’attenzione del compositore è questa volta interamente dedicata allo strumento, all’indagine delle sue peculiarità, delle tecniche di emissione, dimostrazione non solo di pieno possesso della scrittura per il flauto, ma anche della capacità di mettere comunque a frutto di un immaginario più o meno astratto (in questo caso l’idea stessa dell’aria) la sapienza compositiva.

Dotato di abilità tecnica, gusto per il timbro, capacità di coniugare esigenze espressive, musicali e concettuali, e anche di inserirsi in maniera feconda nel lungo tragitto della storia della musica, con questo nuovo esempio discografico Desplat si conferma – se ancora ce ne fosse bisogno – come uno dei compositori di punta del panorama contemporaneo, non solo per quanto concerne la musica da film.

Bellini in the U.S.A.

Il brano, dedicato al chitarrista Davide Sciacca, nasce da una suggestione fantasiosa.

L'incipit del brano, con la trascrizione di Casta Diva
L’incipit del brano, con la trascrizione di Casta Diva

Immaginiamo per un momento che Vincenzo Bellini, se non fosse morto prematuramente nel 1835, avesse potuto fare un viaggio negli Stati Uniti nel decennio successivo e da lì avesse riportato con sé qualche ricordo musicale, specialmente uno che avesse trovato affine alla sua sensibilità musicale.

Due temi così si intrecciano: Casta Diva, simbolo del romanticismo lunare del grande compositore italiano, e Come, oh come with me, the Moon is beaming, una serenata di B.S. Barclay Esqr, adattamento di una melodia di origine italiana.

Ecco così questo Bellini in the U.S.A. per chitarra: una trascrizione intimistica della più celebre aria della Norma interrotta e inframmezzata da un esempio di musica popolare americana che però poco ha di autoctono.

Qualcosa oltre

Il 7 agosto 2020 è andato in scena al Castello Ursino di Catania “Storia di una capinera”, uno spettacolo ideato e interpretato dall’attrice Ornella Giusto, basato sulle letture di stralci dell’omonimo romanzo di Giovanni Verga.

Storia di una capinera
La locandina dello spettacolo

L’attrice si è avvalsa della presenza sul palco della ballerina Olga Stornello e del chitarrista Davide Sciacca che ha interpretato anche in prima esecuzione assoluta Qualcosa oltre, brano per chitarra solista scritto da Andrea Amici espressamente per questo spettacolo.

Un momento dello spettacolo
(Foto Gattopino Ph)

Il pezzo è ispirato alla lettura dell’introduzione del romanzo verghiano, all’immagine della capinera chiusa in gabbia, morta perché “soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete”.

Qualcosa oltre

Ask me again

Un inedito di George Gershwin

Ottantatré anni fa, precisamente l’11 luglio, moriva improvvisamente George Gershwin; il suo stato di salute era vertiginosamente precipitato dal principio del 1937 a causa di un grave tumore al cervello della cui esistenza i medici si sarebbero accorti solo quando ormai i suoi devastanti effetti stavano per portare il compositore alla sua prematura fine.

L’ultimo progetto cui Gershwin si stava dedicando nei suoi ultimi mesi di vita era The Goldwyn Follies, un film che uscì nel 1938. Intrecciata in qualche modo alla sua lavorazione è Ask me again una delle più belle song scritte dalla coppia George & Ira Gershwin, ritrovata nel 1982 dall’infaticabile araldo dell’American Songbook Michael Feinstein (che di Ira fu anche catalogatore e collaboratore) e rimasta inedita fino al mese di aprile del 1991.

Il brano debuttò a Broadway nel 1990 in una produzione di David Merrick del musical di Gershwin “Oh, Kay”, sebbene già da qualche anno era stato presentato da Feinstein.

Ask me again ha la tipica struttura di quasi tutte le canzoni di Gershwin, con un verse introduttivo che apre alla sezione principale, e si distingue per un’incomparabile bellezza, unita a una freschezza e apparente semplicità e a una certa vena a tratti malinconica, caratteristiche tutte che portano il brano ai vertici indiscussi della produzione vocale di Gershwin.

La Seconda Preghiera per organo alla Methuen Memorial Music Hall

L’8 luglio 2020 Leonardo Ciampa ha brillantemente eseguito la Preghiera per organo n. 2 “Sub tuum praesidium confugimus” in un concerto tematico dedicato alla musica per organo italiana alla Methuen Memorial Music Hall, nello stato del Massachusetts (USA).

Andrea Amici: Preghiera per organo n.2 - Leonardo Ciampa - Methuen Memorial Music Hall - Fai clic per aprire il video.
Clic sull’immagine o sul link per ascoltare il brano (link esterno su YouTube)

L’interpretazione di Leonardo Ciampa della mia “Preghiera n.2 – Sub tuum praesidium confugimus” (scritta per lui nel 2008) offerta in questo concerto è di assoluta perfezione e da considerarsi “di riferimento”. Leonardo è riuscito ad andare al cuore della spiritualità del mio brano, esprimendo, grazie anche allo splendore timbrico di questo strumento, ogni più piccola sfumatura, tra suono e silenzio. Grazie per questa incomparabile emozione e grazie allo staff della Methuen Memorial Music Hall per l’ottima ripresa audio e video.

Andrea Amici

And hearing the new, modern works by Amici, di Tullio, Yon, and Ciampa offers even more unexpected delights—it’s heartening to know that composers are still writing solid music for the organ, clearly a heritage that dates back centuries, as shown in this recital.

Max Derrickson (Arts Editor)

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