Varie volte nel corso della storia umana sono stati tanti i giorni di Natale che si presentano in situazioni di ombra, difficoltà, paura e titubanza nei confronti dell’avvenire. Il Natale 2011 per noi Italiani fortunatamente non cade in un momento di guerra o nell’incubo del fallimento a livello nazionale, ma sicuramente non è in un bel momento: l’incertezza è l’orizzonte del nostro panorama, la sfiducia nel futuro è purtroppo il sentimento dominante.  
Il sistema economico è fallito, il modo di vivere su cui si è fondato lo stile degli stati ricchi è allo stesso modo fallito e ciò che sembrava ovvio non lo è più.  
Quale strada, a questo punto? È evidente che non c’è una facile soluzione, tanto meno individuale: occorrerà passare attraverso gravi vicissitudini oppure occorrerà un grande sconvolgimento che improvvisamente faccia a tutti prendere coscienza della necessità di radicale cambiamento; più verosimilmente si cercherà di “tirare a campare”, cure palliative per allungare all’estremo e mantenere in vita la convenienza dei pochi.  
Come guardare al Natale presente e, per dirla con Dickens, allo spettro del Natale a venire? Osserviamo due articoli apparsi in questi giorni, due visioni del presente realistiche ma del tutto diverse.  
Uno su La Repubblica, http://www.repubblica.it/economia/2011/12/24/news/circolo_vizioso_giannini-27141364/?ref=HREA-1 un’interessante analisi dei sacrifici passati, presenti e purtroppo futuri: una visione inesorabilmente triste che si conclude con un ironico “buon natale”, che ricorda a tutti la difficoltà di ciò che si sta attraversando e che purtroppo si attraverserà. Sicuramente vero, inutile far finta di niente come alcuni politici italiani hanno fatto nel nostro recente passato. Ma, anche questo, specchio del tempo.  
Personalmente ho trovato più consono alla mia sensibilità l’editoriale firmato dal Card. Bagnasco, apparso sull’Avvenire: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/amorevicino.aspx  
Il raffronto di questi due articoli mi porta a una considerazione più generale.  
Buon Natale” è una frase abusata: in passato per molti un ipocrita specchio del consumismo, oggi per altri un ironico augurio presago di sventura. In realtà una locuzione che dovrebbe essere usata solo nel suo giusto ambito cristiano, unico luogo dove acquista il suo senso, altrove suonando invece falsa, oggi come ieri. “Buon Natale” è una speranza per il presente e per la dimensione escatologica, un impegno a vivere il presente in pace, in onestà, un modo di orientare la propria esistenza verso il bene futuro e la gloria oltre la morte; qualunque difficoltà diviene così una prova, non un tunnel senza uscita, il presente una sfida per la costruzione di un futuro migliore.  
Per il singolo, anche se sembra di trovarsi completamente immersi in un meccanismo impossibile da arrestare o cambiare ma al contrario all’interno del quale rimanere schiacciati, rimane sempre la costruzione del quotidiano, il proprio impegno individuale all’interno della collettività, la responsabilità nell’educare i più giovani a un’idea di esistenza che non sia solo denaro, ricchezza, consumo, edonismo, la responsabilità delle scelte sociali e nell’affermare una volontà positiva e soprattutto rispettosa della legalità.  
E allora, cristianamente: buon Natale!