Un piccolo gioiello dell’arte corale italiana in una dimensione assolutamente atemporale: questa la prima impressione all’ascolto di questa pregevolissima incisione della Missa pro defunctis op. 83 di Marco Enrico Bossi, grande organista e caposcuola di alcune tendenze organistiche in Italia ed eccellente compositore.

La Missa, nata nel 1906 nel clima del Movimento Ceciliano che si proponeva un ritorno all’antica severità rinascimentale per la musica sacra, va ben oltre la piena osservanza dei dettami di una corrente stilistica imposta dall’alto, anzi ne fa talmente proprio lo spirito da riproporlo non nella sua esteriorità ma nella sua essenzialità.

All’ascolto di quest’opera, infatti, si viene a contatto con un pensiero compositivo che riesce a fondere antico e moderno in una creazione artistica di notevole pregio. La coralità di Bossi affonda le sue radici nella grande tradizione della polifonia italiana rinascimentale, con il suo intrinseco legame con il canto gregoriano che informa le movenze melodiche nelle strutture intervallari e nella sintassi delle frasi; vi è una sostanziale predilezione per l’andamento contrappuntistico e in generale le voci sono interessate da continui movimenti imitativi che, come nella polifonia rinascimentale, creano la forma dei vari episodi orientandosi verso clausole omoritmiche che polarizzano il discorso musicale.

La bravura del compositore sta nella sua evidente capacità di ricreare uno stile nella contemporaneità del proprio linguaggio; la mente naturalmente va ad analoghi esiti di “musica al quadrato” come le tarde elaborazioni stravinskiane dei madrigali di Gesualdo da Venosa o la Messa; il linguaggio compositivo di Bossi è naturalmente lontano dalle asprezze del russo, ma i presupposti sono simili, sopratutto se si paragona il rapporto della coralità con la tradizione di origine: la polifonia rinascimentale per l’italiano, quella russo-ortodossa per Stravinsky.

L’esecuzione del Coro Euridice di Bologna, diretto da Pier Paolo Scattolin si rivela esemplare nella sua correttezza stilistica; anche l’organico corale con le voci bianche per le parti acute, e quindi l’assenza delle voci femminili, riconduce il brano al suo archetipo polifonico. Il contrappunto risulta sempre chiaro, con le parti ben proporzionate e sempre nel giusto rilievo dinamico, mentre l’accompagnamento organistico si mantiene nella sua funzione di supporto timbrico-armonico, senza “invasioni di campo”.

Veramente quindi un’incisione da consigliare, sia per l’indubbio valore documentaristico (trattandosi di una prima incisione della Missa), sia per il pregio interpretativo che si fa ammirare per l’ottimo orientamento stilistico, sia, infine, per la (ri)scoperta di un importante compositore quale Marco Enrico Bossi, purtroppo non molto conosciuto se non al di fuori della didattica dell’organo.

Corredano il CD alcuni brani per organo, eseguiti da Andrea Macinanti, che rivelano ancora di più l’originalità compositiva di Bossi; al suo strumento, infatti, il compositore sviluppa un suo linguaggio ricco di sottili riferimenti ancora una volta alla tradizione rinascimentale (come nel primo brano, Tempo di Suonata per Organo a Pieno op.3b), a peregrinazioni armoniche e melodiche di vago sapore lisztiano nel Corteggio Funebre op.132 n.2, al sinfonismo organistico francese nel Chant du soir op.92 n.1, il tutto sempre rivissuto con grande personlità e originalità.

Un’ultima nota: ora che con il suo Motu Proprio sua Santità Benedetto XVI ha finalmente ridato la possibilità di vivere la liturgia cattolica nelle sue forme culturalmente più profonde, sarebbe auspicabile, in talune occasioni, anche una riproposizione di musica organistica e corale come quella di Marco Enrico Bossi, nata a corredo di una liturgia che sposta la comunicatività a un livello più profondo e la riveste di un’atmosfera capace di ricondurre all’essenzialità dello spirito, in un “silenzio” estatico, fatto di colori sonori che, a mio giudizio, si propone come la via migliore per raggiungere un contatto con l’infinito.